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26 febbraio 2021

Oggi 26 Febbraio a Vado Ligure nebbia effetto caligo e non solo......

Alcune foto di ieri sera e  di questa notte a cavallo tra  
il 25 ed il 26 febbraio 
ORE  21,30 sullo sfondo si vedono ,da Valleggia, le luci della piattaforma avvolte nella nebbia effetto caligo ...

A destra si nota la centrale Tirreno Power e la nebbia in lontananza ....

Due ore dopo:Ore 0,04  centrale gas con evidenti emissioni e sullo sfondo una nebbia  effetto caligo rossastra.....






Ore  1,46 della notte  di oggi venerdì 26 febbraio 
Stessa postazione , sempre obbiettivo puntato sulla centrale ma è tutto avvolto nella  fitta nebbia.....




 

24 febbraio 2021

Dall’atmosfera lo studio dell’inquinamento e i suoi effetti sulla salute

Foto di WikiImages da Pixabay

 Tratto da Rinnovabili.it

Dall’atmosfera lo studio dell’inquinamento e i suoi effetti sulla salute delle persone grazie alla raccolta dati con il nuovo satellite Maia

Bologna – Missione Maia. Parte dall’atmosfera lo studio dell’inquinamento prodotto da diversi tipi di particolato per verificare gli effetti sulla salute delle personeArpae – l’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia – partecipa al progetto Maia (Multi-Angle Imager for Aerosols), sponsorizzato dalla Nasa a attualmente in fase di sviluppo, che combinerà le misurazioni satellitari delle proprietà degli aerosol atmosferici e quelle in superficie delle concentrazioni di particolato (PM).

Un progetto che prevede studi sulle connessioni tra inquinanti nell’aerosol e problemi di salute, come malattie cardiovascolari e respiratorie ed esiti del parto, per numerose aree target primarie che comprendono le principali città di Stati Uniti, Europa, Medio Oriente, Africa e Asia. 

“Un ottimo risultato, reso possibile dall’efficiente rete di monitoraggio della nostra Agenzia ambientale- affermano il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e l’assessora regionale all’Ambiente, Irene Priolo-. Far parte di questo progetto ci consentirà di avere a disposizione strumenti di analisi ancora più dettagliati e precisi sulla qualità dell’aria e relativamente alle conseguenze dell’inquinamento atmosferico sulla salute: dati che ci aiuteranno nell’elaborazione di misure sempre più efficaci per contrastarlo. Un altro tassello- chiudono- per la Data Valley dell’Emilia-Romagna che conferma ancora una volta l’importanza della nostra regione nella ricerca scientifica, nella raccolta, gestione ed elaborazione delle informazioni a beneficio dell’intera comunità nazionale”. 

In Italia, le Regioni coinvolte in questo studio scientifico sono Emilia-Romagna e Lazio. In Emilia-Romagna, Arpae collaborerà con il team di Maia, fornendo le analisi chimiche relative alla rete di monitoraggio di PM che comprende quattro diversi siti: BolognaSan Pietro Capofiume (area rurale nel bolognese), Rimini e Parma. Queste misurazioni sono necessarie per trasformare i dati del satellite in informazioni sulle concentrazioni di PM vicino alla superficie, in particolare quelle associate ai diversi costituenti chimici. 

Arpae eseguirà analisi chimiche di routine per determinare le concentrazioni di carbonio elementare (EC), carbonio organico (OC), alluminio, ferro, e anioni SO4= e NO3, che contribuiscono al PM2,5 (particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri). Maia e Arpae lavoreranno insieme per definire la frequenza della raccolta dei dati e i protocolli di trasferimento dei dati stessi. Questa collaborazione include il coordinamento dei tempi di campionamento a Bologna, San Pietro Capofiume, Rimini e Parma con il passaggio del satellite. 

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21 febbraio 2021

Inquinamento e mortalità prematura

 Tratto da IL SOLE 24 ore

Inquinamento e mortalità prematura

Prime 10 città europee che beneficerebbero della riduzione di mortalità prematura riducendo l'inquinamento da PM2.5 e NO2, in entrambi gli scenari



Un recente articolo apparso su The Lancet Planetary Health  ha stimato maggiori oneri di mortalità prevenibili per PM2 5 e NO2 rispetto alle precedenti valutazioni condotte a livello europeo. I ricercatori hanno calcolato che una percentuale considerevole di morti premature in oltre 1.000 città europee potrebbe essere evitata ogni anno riducendo le concentrazioni di inquinamento atmosferico, in particolare portandole al di sotto delle linee guida dell’OMS.

Se le città si conformassero alle linee guida dell’OMS sull’inquinamento atmosfericosi potrebbero prevenire 51.213 decessi all’anno per l’esposizione a PM2,5 e 900 decessi all’anno per quella a NO2.  La riduzione dell’inquinamento atmosferico alle concentrazioni più basse, cioè fare meglio delle linee guida OMS, potrebbe addirittura prevenire 124.729 decessi l’anno per l’esposizione a PM2,5 e 79.435 morti all’anno per l’esposizione a NO2.

Inutile dire che le città padane sono fra le peggiori d’Europa, ma anche quelle che beneficerebbero maggiormente della riduzione di inquinanti atmosferici. Il più alto carico di mortalità per PM2.5 è stato stimato in Italia settentrionale, Polonia e Repubblica Ceca, confermando trend ben noti da decenni, come mostra annualmente l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA).

Prendiamo lo scenario delle attuali linee guida OMS. Bergamo, Vicenza, Saronno e Brescia sono risultate le prime due città con il carico più elevato di mortalità da esposizione a PM2.5 che potrebbe essere evitata. Poi troviamo Karviná (Repubblica Ceca), Górnośląsko-Zagłębiowska Metropolia (Polonia), Ostrava (Repubblica Ceca), Jastrzębie-Zdrój (Polonia), Rybnik (Polonia) e Havirov (Repubblica Ceca).

Siamo in vetta anche per l’impatto evitabile della mortalità prematura da esposizione da NO2. Al primo posto troviamo Madrid (Spagna), al secondo Anversa (Belgio), al terzo Parigi (Francia), al quarto Torino (Italia), al quinto Milano (Italia), al sesto Barcellona (Spagna), al settimo Mollet del Vallès (Spagna), all’ottavo Bruxelles (Belgio), al nono Argenteuil – Bezons (Francia) e  al decimo Herne (Germania). Grosso modo le “classifiche” sono simili anche considerando lo scenario dove le emissioni sono migliori rispetto ai desiderata delle linee guida OMS.

Rispetto quindi agli studi precedenti pubblicati sul tema, la mortalità prevenibile media stimata per PM2.5 è risultata superiore. L’EEA aveva stimato una media di 74 decessi per 100.000 abitanti tra i paesi dell’UE28 per l’anno 2017, pari al 7% della mortalità prematura annuale. Questa analisi invece parla di 99 decessi per 100.000 abitanti, pari all’8% della mortalità prematura annua, che mostra un maggiore carico di mortalità da PM2 5 nelle aree urbane.

Le attuali linee guida  – concludono gli autori – dovrebbero essere riviste e le concentrazioni di inquinamento atmosferico dovrebbero essere ulteriormente ridotte per ottenere una maggiore protezione della salute nelle città.

Aver ragionato sulle città e non sui paesi è un fattore importante. Questo studio analizza i dati ambientali e sanitari su aree geografiche molto dettagliate, includendo i tassi di mortalità per città, in particolare nella parte orientale Europea dove le ricerche scarseggiano. La maggior parte della letteratura dettaglia le esposizioni a livello globale o nazionale, ma a questo livello di analisi abbiamo poche indicazioni su dove le azioni sono più urgenti per ridurre gli effetti negativi sulla salute associati a inquinamento dell’aria. Ragionando a livello nazionale traiamo quindi conclusioni affrettate. Il nostro paese per esempio nel suo complesso non mostra un altissimo carico di mortalità per esposizione a PM2.5, ma se guardiamo alle città dell’Italia settentrionale le cose, appunto, cambiano.

Le città ospitano il 72% della popolazione europea e offrono una buona opportunità per il cambiamento delle politiche grazie alla responsabilità locale diretta, una migliore reattività rispetto ai governi nazionali e azioni più rapide rispetto ai governi nazionali. Inoltre, le città sono spesso hotspot per l’inquinamento atmosferico. Prendiamo per esempio il traffico motorizzato. In Europa, il contributo del traffico alle concentrazioni di PM2.5 nelle aree urbane rappresenta il 14% delle concentrazioni totali di PM2.5 urbano , salendo al 39% per determinate città. Il traffico rappresenta inoltre il 47% delle concentrazioni di NO2 nelle aree metropolitane, arrivando al 70% in alcune città.


"Ambiente svenduto": il pm chiede 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere

 Tratto da Il Cambiamento

Ilva, processo "Ambiente svenduto": il pm chiede 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere

Prima di ultimare la requisitoria, durata nove udienze, il pm ha sottolineato che tra la città di Taranto e l'Ilva si è consumato un "abbraccio mortale". Nel processo 'Ambiente svenduto' in corso dinanzi alla Corte d'Assise di Taranto per il presunto disastro ambientale causato dal Siderurgico negli anni di gestione della famiglia Riva, la pubblica accusa ha invocato 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere, e il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato nei confronti di altri nove imputati.


Prima di ultimare la requisitoria, durata nove udienze, il pm Mariano Buccoliero ha sottolineato che tra la città di Taranto e l'Ilva si è consumato un "abbraccio mortale". Nel processo 'Ambiente svenduto' in corso dinanzi alla Corte d'Assise di Taranto per il presunto disastro ambientale causato dal Siderurgico negli anni di gestione della famiglia Riva, la pubblica accusa ha invocato 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere, e il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato nei confronti di altri nove imputati.

Per i fratelli Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell'Ilva, sono stati chiesti 28 e 25 anni; per l'ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, cinque anni. A queste richieste si aggiungono sanzioni pecuniarie e misure interdittive per le tre aziende a giudizio per responsabilità amministrativa (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici), la confisca degli impianti dell'area a caldo oggetto del sequestro preventivo del 25 luglio 2012, e la confisca di 2 miliardi e 100 milioni di euro, equivalente all'illecito profitto contestato alle società coinvolte. Nella requisitoria si sono alternati i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano.

L'inchiesta ha fatto leva su una doppia perizia, chimica ed epidemiologica, che secondo la contestazione dell'accusa ha messo in evidenza la correlazione tra le emissioni inquinanti, malattie e morti. A vario titolo sono contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele suoi luoghi di lavoro, corruzione, concussione, falso, abuso d'ufficio, omicidio colposo, favoreggiamento e altre imputazioni.

La condanna a 28 anni di reclusione è stata chiesta anche per l'ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. Chiesti 20 anni di reclusione per il dirigente del Siderurgico Adolfo Buffo e cinque imputati che avevano il ruolo di "fiduciari aziendali"; 17 anni per l'ex presidente di Ilva Bruno Ferrante, per l'ex consulente della procura Lorenzo Liberti (accusato di aver intascato una "mazzetta" da 10mila euro per ammorbidire una perizia sull'inquinamento), e per cinque ex responsabili degli impianti che furono sequestrati dal gip Patrizia Todisco. Per quanto riguarda le presunte responsabilità della politica, il pm ha proposto 5 anni di carcere per l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso in quanto, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (a sua volta condannato a un anno per favoreggiamento) per far "ammorbidire" la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive dell'Ilva.

Assennato ha sempre negato ingerenze da parte dell'ex governatore che oggi ha detto sentirsi "deluso" perché ritiene di aver "sempre operato nel rispetto della legge", e ha aggiunto che attenderà la sentenza "con serenità". Rischiano la condanna a 4 anni l'ex presidente della Provincia Gianni Florido e l'ex assessore provinciale all'Ambiente Michele Conserva (ipotesi di concussione per l'autorizzazione all'esercizio della discarica per rifiuti speciali "Mater Gratiae"), mentre è stata chiesta la prescrizione per l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefàno a cui era contestato l'abuso d'ufficio perché, secondo l'accusa, pur essendo a conoscenza delle criticità ambientali e sanitarie causate dall'Ilva, non avrebbe adottato provvedimenti per tutelare la popolazione. Tra gli altri imputati di favoreggiamento è stata chiesta la condanna a 8 mesi per l'ex assessore regionale e attuale segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni; per l'assessore regionale Donato Pentassuglia e l'allora capo di gabinetto di Vendola, Francesco Manna. Infine, il pm Buccoliero ha proposto la trasmissione degli atti alla procura per l'ipotesi di falsa testimonianza per cinque persone che hanno deposto durante il processo. Tra queste c'è l'ex arcivescovo di Taranto, Benigno Luigi Papa.

Fonte: agenzia di stampa Ansa

19 febbraio 2021

ISDE: Cambiamenti climatici e pandemie: cambiare prima che sia troppo tardi

Tratto da ISDE

Cambiamenti climatici e pandemie: cambiare prima che sia troppo tardi


Le proposte per il Recovery Plan da parte di un gruppo di esperti in Ambiente e Salute, inviate a tutte le Istituzioni nazionali e regionali. 

Tutti gli organismi scientifici nazionali e internazionali sono concordi nel ritenere che i mutamenti climatici conseguenti al riscaldamento terrestre rappresentano la più grande minaccia per la salute dell’uomo. Tali mutamenti, infatti, sono responsabili di molti effetti avversi quali la perdita della biodiversità, l’estinzione di specie animali e vegetali, la desertificazione, la diminuzione delle riserve idriche, l’erosione del suolo, la genesi di eventi meteorologici estremi,  l’aumento delle resistenze batteriche e la diffusione di epidemie.

Disaccoppiare la crescita economica dalla crescita delle emissioni di gas serra e dei gas inquinanti è l’unico modo per garantire crescita e salute. Occorre dar vita ad un cambiamento radicale dell’attuale modello di sviluppo fondato sul progressivo depauperamento delle risorse naturali e la sistematica aggressione agli ecosistemi. De-carbonizzazione vuol dire crescita economica, lavoro, e salute.

In questo drammatico contesto è indispensabile che gli investimenti previsti dal Recovery Plan siano prioritariamente indirizzati verso la tutela dell’ambiente e della biodiversità in ossequio all’approccio sistemico denominato “One Health”. Secondo tale approccio la salute riguarda la vita in tutti i suoi aspetti, e pertanto i diversi settori dell’organizzazione sociale (economia, commercio, trasporti, urbanistica, agricoltura, lavoro, istruzione, salute, ecc.) devono integrarsi e cooperare per il raggiungimento di obiettivi comuni e condivisi.

Il Recovery Plan rappresenta un’occasione irripetibile per delineare il tipo di società che si vuole lasciare alle prossime generazioni e per fissare alcune fasi salienti di questo percorso di riconversione ecologica delle attività umane.

Ecco, in sintesi, le  proposte di miglioramento che vorremmo introdurre nel Recovery Plan

  • Indicare in modo chiaro ed esplicito che il principale obiettivo del Piano è quello della conservazione dei servizi ecosistemici di supporto alla vita, facendo in modo che gli interventi per preservare la qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo siano gerarchicamente vincolanti rispetto ad altri progetti.
  • Dare rilievo ai diversi procedimenti di valutazione dell’impatto ambientale in modo che i benefici e i rischi per la biodiversità e la salute ed il clima siano riconosciuti ed esplicitamente considerati in tutti i progetti e in tutte le fasi decisionali.
  • Dare priorità a progetti che portino ad una reale, concreta ed immediata de-carbonizzazione e riduzione dell’inquinamento.
  • Riorientare l’istruzione formale ed informale a tutti i livelli, dalle scuole primarie all’Università, con programmi, didattica e strumenti finalizzati a prevenire e mitigare i rischi ambientali e sanitari, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 delle Nazioni Unite. Il primo passo in questo sforzo è comprendere i principi dell’organizzazione che gli ecosistemi hanno sviluppato per sostenere la vita.
  • Rendere finalmente prioritari gli interventi per la mobilità locale sostenibile (7,5 miliardi di euro contro i 28,3 miliardi di euro per l’alta velocità e per la manutenzione stradale) rispetto alle grandi infrastrutture.
  • Evitare in ogni modo forme di turismo insostenibili e di massa incompatibili con la fragilità e la delicatezza dei numerosi piccoli borghi, delle aree protette, dei beni naturalistici e delle opere artistiche e archeologiche sparse sul territorio. Il richiamo all’attrattività non è garanzia di sostenibilità come pure non lo è la sproporzione di investimento turistico tra 120 borghi e 9 aree metropolitane (0,3 miliardi ai primi, 0,9 miliardi alle seconde).
  • Aumentare gli investimenti a sostegno dei progetti di riconversione delle imprese verso modelli che valorizzino l’agricoltura biologica, i piccoli produttori, gli stili alimentari a base prevalentemente vegetale e per contro disincentivare gli allevamenti intensivi e le monoculture.
  • Favorire in modo deciso il ricorso alle fonti rinnovabili di energia, in particolare eoliche e solari, senza facilitare passaggi intermedi verso il consumo di metano o di biomasse.
  • Disincentivare l’uso di imballaggi e bottiglie di plastica stabilendo un periodo di tempo massimo per la loro riconversione.
  • Regolamentare la pianificazione urbanistica allo scopo di bloccare il consumo di nuovo suolo, incentivare il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, promuovere il trasporto attivo, aumentare gli spazi verdi pubblici, la socializzazione e la riqualificazione dei quartieri periferici.
  • Accompagnare gli interventi di rafforzamento della rete dell’assistenza sanitaria, consistenti prevalentemente in opere edilizie (7 miliardi di euro per la costruzione di Case di comunità e di Ospedali di territorio) con una chiara definizione degli obiettivi di prevenzione e di assistenza alla persona orientate al Chronic Care Model, ridefinendo il rapporto dei medici di medicina generale con il SSN e il loro percorso formativo.
  • Abbinare gli interventi di ammodernamento delle apparecchiature sanitarie con progetti di contenimento dell’eccesso di prestazioni inappropriate,  che rappresentano una delle voci più rilevanti degli sprechi, pari al 20-30% della spesa sanitaria complessiva.
  • Formulare un piano generale di riorganizzazione e di integrazione delle attività relative all’ambiente e alla salute che preveda ad ogni livello istituzionale e organizzativo il pieno coinvolgimento del Servizio Sanitario Nazionale e del Sistema Nazionale della Protezione Ambientale.

promotori documento:

Giulio Betti (meteorologo LAMMA-IBE/CNR), Fabrizio Bianchi (epidemiolgo CNR),  Antonio Bonaldi (medico Slow medicine), Roberto Buizza (fisico Scuola Superiore Sant’Anna), Mario Carmelo Cirillo (ingegnere già ISPRA), Daniela D’alessandro (medico Sapienza UNI Roma), Gianluigi De Gennaro (chimico UNI BA), Aldo Di Benedetto (medico Ministero Salute), Francesco Forastiere (epidemiologo CNR), Paolo Lauriola (epidemiologo RIMSA), Carmine Ciro Lombardi (chimico e tecnologo farmacologo Tor vergata UNI Roma), Alberto Mantovani (tossicologo ISS), Vitalia Murgia (medico CESPER), Francesca Pacchierotti (biologa ENEA), Maria Grazia Petronio (medico UNI PI), Pietro Paris (ingegnere ISPRA), Paolo Pileri (docente PoliMI), Roberto Romizi (medico ISDE), Gianni Tamino (biologo già UNI PD), Raffaella Uccelli (biologa ENEA),  Sandra Vernero (medico Choosing wisely Italy), Giovanni Viegi (pneumologo ed epidemiologo CNR), Paolo Vineis (epidemiologo Imperial College London).

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Recommon : LA” PORCATA”

Tratto da Recommon 

 LA” PORCATA”

[di Antonio Tricarico]

Un’udienza piena di colpi di scena, quella datata 16 febbraio del processo per disastro ambientale e sanitario colposo legato all’attività della centrale di Vado Ligure, che vede alla sbarra a Savona 26 manager e amministratori di Tirreno Power.

Secondo Giuseppe Lo Presti, direttore generale del ministero dell’Ambiente e all’epoca dei fatti dirigente responsabile per il rilascio delle autorizzazioni integrate ambientali, nel maggio 2014 ci fu un tentativo politico di predisporre un atto normativo che avrebbe consentito alla società Tirreno Power di riavviare gli impianti a carbone dell’impianto di Vado Ligure, secondo un piano predisposto dall’azienda. Mossa predisposta per aggirare il sequestro penale dei gruppi a carbone, che era stato ordinato due mesi prima per motivi di sicurezza sanitaria.

Dopo un esame contrassegnato da tanti “non so” del testimone ministeriale, convocato dall’avvocato del comitato di cittadini Uniti per la Salute, che con il suo esposto ha dato gambe all’indagine sul caso nel lontano 2010, alla fine Lo Presti ha fatto ben capire cosa intendeva dire quando definì il suddetto piano una “porcata” nel corso di una telefonata poi intercettata dagli organi inquirenti. Il provvedimento preparato dal ministero dello Sviluppo economico, secondo Lo Presti, sarebbe dovuto essere “migliorato” dai dirigenti del ministero dell’Ambiente, da cui sono scaturite le forti preoccupazioni del direttore generale del ministero poi svelate dall’inchiesta: ‘Stiamo facendo una porcata… Stiamo scardinando i principi generali dell’ordinamento…. mi sputerei in faccia…”.

Dopo che nel 2016 la posizione dei vari amministratori locali e dirigenti ministeriali con la contestazione di abuso di ufficio era stata sorprendentemente stralciata dal procedimento penale per poi essere archiviata in fretta dalla Procura di Roma, nell’udienza del 16 febbraio sono state finalmente acquisite le intercettazioni. Proprio in base a queste e a quanto riferito da Lo Presti il provvedimento normativo ad hoc sarebbe dovuto essere successivamente consegnato direttamente all’avvocato di Tirreno Power Paola Severino (ex ministro della Giustizia del governo Monti) e all’allora ministro dello sviluppo economico Federica Guidi. Lo Presti ha anche confermato al giudice Francesco Giannone che all’epoca dei fatti c’erano stati contatti tra lui, il dirigente del ministero Mariano Grillo e l’amministratore delegato di Tirreno Power Massimiliano Salvi.

Le dichiarazioni di Lo Presti che gettano un’ombra inquietante sulle interferenze politiche nella tragica vicenda della centrale e sono giunte dopo che nella precedente udienza del 9 febbraio il professor Fabrizio Minichilli, epidemiologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, si era espresso in questi termini: “In tutta la mia lunga attività professionale ed epidemiologica non ho mai riscontrato dati [epidemiologici] così alti come quelli di Vado Ligure”. 

Minichilli è stato l’estensore di uno studio sulla possibile correlazione tra le emissioni dei gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure e le patologie riscontrate in maniera rilevante tra i residenti nelle aree di ricaduta delle emissioni, commissionato dalla Regione Liguria e completato nel 2017, ma reso pubblico solamente nel 2019 dopo la peer review di prestigiose riviste scientifiche internazionali e infine depositato a processo. I risultati, che confermano se non addirittura rafforzano gli studi prodotti dagli esperti della procura nel corso dell’indagine, hanno evidenziato eccessi di mortalità per tutte le cause in entrambi i sessi. Il rapporto tra il rischio di mortalità nell’area più esposta rispetto a quella meno esposta indica, nella classe più esposta, un 49% di mortalità in più per cause naturali.

Per capirci, più del doppio di quanto riscontrato da uno studio simile nella martoriata area di Taranto. Incrementi ancora maggiori si sono registrati per quanto riguarda il sistema respiratorio (+90% di mortalità tra i maschi per patologie associate, +62% tra le femmine) e i tumori+59% nella classe più esposta per quanto riguarda quelli a bronchi, trachea e polmoni+119% nei maschi e +48% per quelli del tessuto linfatico. In valore assoluto si tratterebbe di più di 3mila morti nel corso di un decennio.

A fronte di tali dati inconfutabili, per fortuna il piano degli alti livelli ministeriali del governo Renzi, denunciato in aula da Lo Presti, fallì e sotto le pressioni della cittadinanza la Tirreno Power, controllata al 50 per cento dai francesi di Engie, decise nel 2016 di chiudere definitivamente i due gruppi a carbone della centrale e di rinunciare alla costruzione di uno nuovo, lasciando così in funzione solo un gruppo a turbogas.

Ma l’agonia per la cittadinanza della zona non sembra finita: lo scorso anno la società, nel cui azionariato è subentrato a Sorgenia il fondo F2i controllato da numerose fondazioni bancarie e nato su iniziativa di Cassa Depositi e Presititi, ha presentato la richiesta di realizzare una nuova unità a ciclo combinato a gas di più 800 MW di potenza.

Il nuovo piano ha subito trovato una forte opposizione di larga parte della cittadinanza e i dubbi del comune di Quiliano, a fronte del sostegno invece di quello di Vado Ligure. I proponenti hanno presentato una valutazione di impatto sanitario del progetto che non fa alcun riferimento alla grave situazione epidemiologica pregressa nell’area, come se nulla fosse successo.

Paradossalmente oggi la Tirreno Power si vanta di essere una delle prime realtà ad aver chiuso con il carbone – anche se al suo impianto sono stati posti i sigilli – e di scegliere il gas fossile come il combustibile “pulito” della transizione energetica.

Come dettagliato dalle osservazioni alla VIA presentate da Uniti per la Salute e sostenute da Re:Common, il metano con le sue emissioni fugitive ha un impatto climalterante paragonabile a quello del carbone e dal punto di vista sanitario è fonte di emissioni di nano particolato, soprattutto nei transitori di funzionamento, con seri impatti sulla salute pubblica da approfondire. Nelle sue osservazioni al progetto, lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha chiesto numerosi chiarimenti. Insomma il rischio che una porcata letale continui è ancora grande e la cittadinanza della zona chiede giustizia e un futuro senza fossili.

18 febbraio 2021

Cina, lo studio: l'inquinamento mina la fertilità

Cina, lo studio: l'inquinamento mina la fertilità

Una ricerca senza precedenti su 18 mila coppie, anticipata dal Guardian, calcola un impatto negativo del 20% nelle aree con più alto inquinamento atmosferico

17 FEBBRAIO 2021

L'esposizione prolungata all'inquinamento atmosferico minaccia di aumentare in maniera significativa il rischio d'infertilità: a rilanciare l'allarme è uno studio senza precedenti al mondo per ampiezza, condotto sulle conseguenze causate dalla scarsa qualità dell'aria su un ampio e generico campione di popolazione. La ricerca è stata svolta in Cina, coinvolgendo 18 mila coppie, come anticipa in esclusiva il britannico The Guardian, e ha rivelato come quelle residenti in zone con un livello moderatamente alto di fenomeni inquinanti siano soggette a un 20% in più d'impatto negativo sulla fertilità......
Lo studio non è stato in grado di determinare come e quanto l'inquinamento dell'aria possa compromettere esattamente la fertilità, ma precedenti ricerche, nota il Guardian - avevano già dimostrato come le polveri sottili e altri inquinanti potessero essere all'origine di stati infiammatori nell'organismo di uomini e donne, in grado di danneggiare la produzione di ovuli e spermatozoi.

Conclusioni che - secondo Qin Li, ricercatore del Centre for Reproductive Medicine dell'Università di Pechino, e coordinatore di quest'ultimo lavoro - non possono non allarmare chiunque voglia diventare genitore. "Ormai sono numerosi gli studi che hanno accertato come l'inquinamento dell'aria sia associato a diversi effetti negativi sulle gravidanze - ha dichiarato Qin Li -. E il campione utilizzato nel nostro studio proviene da una porzione vasta e generalizzata di popolazione, con risultati che riteniamo dunque validi ad ampio spettro".



16 febbraio 2021

Tirreno Power, la rivelazione di Lo Presti:

 Tratto da IVG

Tirreno Power, la rivelazione
di Lo Presti: “Tentativo politico di riavviare gli impianti aggirando il sequestro.


Queste le dichiarazioni dell'ex direttore generale del Ministero dell'Ambiente.

 

Vado Ligure. “Giuseppe Lo Presti, direttore generale del Ministero dell’Ambiente e all’epoca dei fatti dirigente responsabile per il rilascio dell’AIA, dopo tanti ‘no so‘, ‘non ricordo‘ (tanto da essere richiamato dal giudice), ha dichiarato che nel maggio 2014 era in atto un tentativo politico di predisporre un atto normativo che avrebbe dovuto essere un vestito su misura per consentire a Tirreno Power di riavviare gli impianti a carbone secondo il piano da loro presentato e aggirare il sequestro penale che era intervenuto due mesi prima (marzo 2014)”.

“Tale documento – spiegano in pentastellati – proveniva dal Ministero dello Sviluppo Economico, e Lo Presti e i dirigenti del Ministero dell’Ambiente lo avrebbero dovuto ‘migliorare’ (da lì le esternazioni di Lo Presti, che era contrario all’operazione, emerse nelle intercettazioni dell’inchiesta, ‘Stiamo facendo una porcata… Stiamo scardinando i principi generali dell’ordinamento…. mi sputerei in faccia…‘)”.

Lo comunica, in una nota, il Movimento 5 Stelle savonese riportando la dichiarazione dell’ex direttore generale rilasciata nel corso dell’udienza di questa mattina nell’ambito del processo a carico di Tirreno Power per il quale sono imputati 26 persone, tra vertici e dirigenti dell’azienda, rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo.



“Dalle intercettazione dell’inchiesta, acquisite oggi in udienza, emerge che tale documento sarebbe dovuto essere successivamente consegnato direttamente all’avvocato di Tirreno Power Paola Severino (ed ex Ministro) al Ministro dello sviluppo economico Guidi. Lo Presti ha anche confermato che all’epoca di questi fatti c’erano stati contatti tra lui, il dirigente del Ministero Mariano Grillo e l’amministratore delegato di Tirreno Power Massimiliano Salvi” concludono.

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IVG: Processo Tirreno Power,nel mirino licheni e olio combustibile

Tratto da IVG 
Processo Tirreno Power, proseguono le deposizioni dei tecnici: nel mirino licheni e olio  combustibile .


Savona. Proseguono le deposizioni dei tecnici in Tribunale a Savona nell’ambito del processo a carico di Tirreno Power per il quale sono imputati 26 persone, tra vertici e dirigenti dell’azienda, rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo.

Dopo la deposizione, martedì scorso, di Fabrizio Minichilli, epidemiologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa e autore di un articolo, pubblicato nel 2019 sulla rivista Science of the Total Environment, incentrato proprio sulla possibile correlazione tra le emissioni di Tirreno Power e le patologie tra i residenti, oggi è toccato ad altri tre tecnici delle parti civili sviscerare dati e numeri sul possibile impatto della centrale.

Il primo ad essere ascoltato è stato il professor Gianni Tamino, docente dell’Università di Padova nel dipartimento di Biologia: il testimone ha relazionato i giudici sui risultati dell’attività di biomonitoraggio nell’area circostante la centrale di Vado realizzata mediante analisi dei licheni nel periodo 2006/07. La diffusione dei licheni è infatti ritenuta dall’accusa e dalla comunità scientifica un utile indicatore dal punto di vista ambientale per accertare una eventuale correlazione tra le emissioni della centrale e l’inquinamento dell’aria.

Quello dei licheni è un argomento già emerso nel corso del processo, quando nel 2019 Marco Mazzoni, coordinatore del gruppo istruttore che ha rilasciato l’Aia a Tirreno Power, fu chiamato a esprimersi proprio in merito agli studi sul tema. In quell’occasione Mazzoni affermò che il biomonitoraggio lichenico ‘non ha ragion d’essere dal punto di vista della certificazione della qualità dell’aria‘ sostenendo che si trattasse di ‘sensori che sono stati abbandonati da tutti‘”; una posizione contestata in seguito da Uniti per la Salute (anche in relazione alla presunta competenza di Mazzoni a esprimersi in merito, dato che non è un biologo).

Dopo Tamino è toccato all’ingegner Alfredo Pini, funzionario Ispra, chiamato a deporre in relazione all’attività di controllo svolta sulla centrale e sul monitoraggio delle emissioni della stessa. Pini si è soffermato soprattutto sulla vicenda dell’olio combustibile impiegato per l’accensione degli impianti: il 13 dicembre 2013 il Ministero dell’Ambiente vietò l’uso di olio con tenore di zolfo fino all’1% (come prescritto già dall’Aia del 2012) con effetto immediato.

Tirreno Power, inizialmente, non aveva recepito la prescrizione dell’Aia sulla riduzione del tenore di zolfo: sostenendo che avesse un impatto ambientale irrilevante, e non ricevendo risposta dal ministero, non la attuò (comportamento consentito dalla legge in caso di modifiche non sostanziali). In seguito l’intervento dell’Ispra spinse il Ministero a chiarire, dichiarando “non illegittimo” il comportamento dell’azienda fino a quel momento (13 dicembre 2013) ma imponendo da quel momento un adeguamento immediato. La centrale dovette quindi approvvigionarsi urgentemente di olio combustibile a basso tenore di zolfo (sotto lo 0,3%).

Nella sua deposizione Pini ha contestato proprio l’utilizzo dell’olio all’1% da parte di Tirreno Power prima del chiarimento del 13 dicembre 2013: secondo il testimone si sarebbe trattato (al contrario di quanto sostenuto dall’azienda) di una modifica sostanziale e quindi la centrale avrebbe dovuto fin da subito attenersi a quanto prescritto dall’Aia del 2012.



15 febbraio 2021

Domani nella Nuova udienza nel processo Tirreno Power sarà sentito come testimone il PRof . Gianni Tamino


Domani  16 febbraio 2021, nel contesto del processo nel quale sono a giudizio 26 manager ed ex manager di Tirreno Power rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo ,  presso il Tribunale di Savona sarà  sentito come testimone  il  Prof Gianni Tamino  

Gianni Tamino

Gianni Tamino è docente di Biologia generale all’Università degli Studi di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari. È stato membro della Camera dei Deputati e del Parlamento europeo, dove ha seguito in particolare la normativa comunitaria in tema di biotecnologie. È attualmente membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e della Commissione Interministeriale per le Biotecnologie. Sulle biotecnologie ha pubblicato numerosi lavori scientifici e divulgativi. ...

Pubblichiamo le  Considerazioni di Gianni Tamino, docente di Biologia all’Università di Padova, in merito al biomonitaraggio circostante la Centrale elettrica di Vado Ligure

sotto  lo riportiamo integralmente :
Considerazioni di Gianni Tamino, docente di Biologia all’Università di Padova, in merito al biomonitaraggio circostante la Centrale elettrica di Vado Ligure, realizzato mediante analisi dei licheni nel periodo 2006-2007, in ottemperanza alle prescrizioni del Ministero dell’Ambiente (provvedimento 10541/VIA/A.O.13.B DEL 08.10.2001)..


Da una prima analisi dei dati riportati nella relazione tecnico-scientifica, risulta una situazione particolarmente allarmante per quanto riguarda lo stato dell’ambiente circostante la centrale. Infatti nella stessa relazione si afferma a pag. 141 “È stato così stabilito che le concentrazioni nel materiale vegetale di mercurio, zinco, cadmio e rame, risentono di una considerevole influenza antropica.” E a pag. 66 si afferma: “Sembra esistere quindi una discreta componente antropica responsabile delle concentrazioni degli stessi sul territorio”. Quello che però non è evidenziato nella relazione è che, nell’area di maggior influenza da parte della centrale (la cosiddetta area C di pag. 66), vi sono concentrazioni di metalli, in particolare di mercurio molto preoccupanti: valori compresi tra 1,61 e 2,61 parti per milioni (ppm) per il mercurio (con punte di 13,06 poco più a sud dell’area in questione); valori tra 159 e 1210 ppm per lo zinco, valori tra 0,75 e 12,46 ppm per il cadmio e, infine valori compresi tra 3,47 e 2611 per il rame.  È doveroso far notare che nella tabella di Nimis e Bargagli del 1999 (lavoro preso in considerazione dagli autori della relazione tecnico-scientifica) i massimi valori riscontrati, considerando tre diverse aree del paese per un totale di 100 misurazioni, sono 1,84 ppm per il mercurio, 358 ppm per lo zinco, 9,04 ppm per il cadmio e 161 ppm per il rame: come si può notare, tutti valori decisamente inferiori a quelli massimi riscontrati attorno alla centrale di Vado Ligure. Per confronto è utile ricordare che, in un recente rapporto sulla laguna di Marano e Grado e aree limitrofe (Biomonitoraggio del mercurio aerodisperso tramite licheni come bioaccumulatori nella laguna di Marano e Grado e Basso Bacino scolante, del 30 aprile 2012), il valore massimo riscontrato per il mercurio vicino all’area industriale di Torviscosa è pari a 0,40 ppm, molto inferiore sia a 13,06, ma anche a 2,61 e 1,61 ppm. Analogamente nell’area molto inquinata di Fusina e Porto Marghera (VE), nell’attività di biomonitoraggio del 2000 (realizzato dallo studio agroforestale “Terra Viva” di Vigevano), si riporta, come valore massimo riscontrato nei licheni, per il mercurio 0,09 ppm, per il cadmio 2,6 ppm e per il rame 44 ppm (lo zinco non è stato analizzato). Anche in questo caso i valori sono ben al di sotto addirittura dei valori minimi per il mercurio e dei valori massimi per cadmio e rame, riscontrati nell’area C attorno alla centrale di Vado Ligure. Tutto ciò, fermo restando la necessità di ulteriori approfondimenti e di ulteriori indagini, indica un forte inquinamento antropico della zona, causato, se non esclusivamente, sicuramente in parte rilevante dalla centrale di Vado Ligure



12 febbraio 2021

Marco Grondacci : i rapporti epistolari non chiuderanno il carbone e non fermeranno la centrale a gas....

 Interessante post  tratto da Note di Grondacci 

Centrale Enel a Spezia: i rapporti epistolari non chiuderanno il carbone e non fermeranno la centrale a gas

Il Ministro dello Sviluppo Economico scrive (vedi lettera a fianco) al Sindaco di Spezia sulla vicenda del rinvio della chiusura definitiva della centrale termoelettrica a carbone

La risposta del Ministro è meramente interlocutoria in quanto si limita ad affermare che convocherà il tavolo per discutere sulla chiusura della centrale in questione “pur garantendo l’approvvigionamento energetico necessario alla sicurezza del sistema elettrico e ciò anche con l’apporto diretto di TERNA – responsabile del rilascio dei parere relativa alla adeguatezza del sistema" e coinvolgendo il Ministero dell’Ambiente competente al rilascio della VIA in relazione ad altri impianti di generazione nel Nord Italia.

Insomma una mera ricostruzione semplificata di quelle che sono le competenze e i ruoli nella vicenda in questione. 

Ma la normativa cosa dice specificamente? Perché a questo punto, vista la confusione del dibattito politico cittadino sulla vicenda, sarà il caso di descriverla brevemente di seguito e soprattutto, anche alla luce di questa lettera, cosa occorre fare sulla vicenda continuazione centrale a carbone oppure nuova centrale a gas a Spezia?.....Continua a leggere qui riportiamo le conclusioni 


CONCLUDENDO: UN PERCORSO DI AZIONE …  

Quindi Il Comune di Spezia, la Regione Liguria ma soprattutto anche i rappresentanti politici locali di PD, 5stelle e centro sinistra in generale dovrebbero chiedere al nuovo governo che riprenda in mano i limiti della impostazione sopra descritta senza perdere tempo dietro i calcoli di Terna. Perché Terna cambi i suoi calcoli occorre che cambi il quadro di programmazione energetica frutto di una interpretazione restrittiva del meccanismo del capacity market. 

È vero che una parte di GW sono stati assegnati ma è altrettanto vero che:

1. Il PNIEC  (QUI) prevede come necessari solo 3.000 MWe per la transizione al 2025 (attualmente sono alla VIA del Ministero dell’Ambiente oltre 13.000 MWe - QUI)   

2. Sono alla verifica di assoggettabilità a VIA del Ministero dell’Ambiente oltre 1200 MWe di potenziamento (upgrade) di impianti a gas esistente per il distretto nord del sistema elettrico nazionale, quello dove, secondo la nota del Ministero dello Sviluppo Economico, mancherebbero i 500 MWe per far chiudere la centrale a carbone spezzina entro il 2021

3. come dimostrato da studi anche di Enea i sistemi di accumulo energetico rappresentati dai pompaggi idroelettrici presenti in Italia, sono attualmente sottoutilizzati (come affermano gli stessi dati di Terna) . Alla luce della necessità di incrementare il contributo delle fonti rinnovabili non programmabili (solare ed eolico), e del ruolo fondamentale che gli accumuli saranno chiamati a svolgere per assicurare la stabilità della rete elettrica, appare opportuno richiamare questi impianti, da tempo esistenti ed operativi, verso un utilizzo adeguato alle necessità della transizione energetica.

4. gli indirizzi nuovi della UE sono di passare dalla riduzione del 40% di emissioni di gas serra entro il 2030 (rispetto al 1990) a 55% e questo dovrà comportare una revisione degli stessi Piani Nazionali Integrati Energia Clima (PNIEC).


Quindi se si attuasse velocemente, ovviamente i tempi sono da qui alla fine del 2021 massimo inizio 2022, quanto indicato dai punti 2,3,4 sopra esposti si potrebbe ridurre drasticamente la necessità di tutti i nuovi impianti a gas (compreso quello previsto a Spezia), creare le condizioni per chiudere le centrali a carbone come quella spezzina nei tempi previsti o al massimo sforando di pochi mesi la data del 31/12/2021.

Ma per far questo ci vuole un Ministero dello Sviluppo Economico che riprenda in mano le decisioni strategiche sul sistema di produzione elettrico del Paese, un Ministero dell’Ambiente che nei procedimenti di VIA in corso sulle nuove centrali a gas rilevi sito per sito le incompatibilità specifiche ma anche le contraddizioni con quanto enunciato nelle stesse normative UE e nello stesso PNIEC. 

Si è perso tempo prezioso in questi due anni nel giocare, da parte di tutto gli interlocutori politici e istituzionali nazionali regionali e locali, allo scaricabarile......

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