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23 gennaio 2018

Sabato allla Ubik la storia dell' Acna di Cengio

Sabato alla Ubik la storia dell'ACNA di Cengio, che insieme a quella della centrale a carbone di Vado è stata la principale lotta nella nostra Provincia sul piano dell'ambiente, della salute, della vita.
intervenite  numerosi e diffondete...!!
Sabato 27 gennaio ore 18 Libreria Ubik:
incontro con l'autore teatrale
ANDREA PIERDICCA 
e presentazione del libro + dvd
"Il fiume rubato.
117 anni di lotta di una valle per il suo fiume" 





Il progetto nasce con l'idea di celebrare 10 anni di cammino da quando Alessandro Hellmann pubblicò il libro "Cent'anni di Veleno", che raccontava magistralmente e per la prima volta nella sua interezza la lunga storia della Val Bormida e dell'ACNA di Cengio, la fabbrica dei veleni.
Da lì è nato "Il fiume rubato" di Andrea Pierdicca, uno spettacolo teatrale commovente, bellissimo. La Resistenza durata un secolo, gente comune, persone che hanno reagito, contadini, sindacalisti, poi le masse in movimento, il popolo in azione, conflitti tra contadini e operai, interessi e convenienze politiche, la guerra contro il mostro che inquina e che uccide, il nascondere la verità, il falsificare i dati, il non permettere i controlli, il far leva sul ricatto occupazionale. Un crescendo di tensione dalla fine dell'Ottocento al gennaio 1999, giorni della chiusura della 'fabbrica della morte'. Il popolo della Valbormida ha sofferto 1.000 morti in 100 anni. È questa la prima lezione di questa storia incredibile: un crimine può durare un secolo e riprodursi di generazione in generazione. Una lotta sul piano ambientale, della salute, della vita; una guerra come esempio di tutte le lotte anche recenti di questo territorio, come quella che ha portato al sequestro e alla chiusura dei gruppi a carbone della Centrale elettrica di Vado Ligure Tirreno Power.

22 gennaio 2018

Per inquinamento dell' aria l' Italia a un passo dalla sanzione UE



(Rinnovabili.it) – Il governo Gentiloni, e con esso il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, rischiano di lasciare all’Italia un’eredità economicamente pesante sul fronte delle politiche ambientali. Il Commissario Euroeo per l’Ambiente, Karmenu Vella, è infatti pronto a denunciare alcuni stati membri dell’Unione – tra cui il nostro – che non rispettano i parametri comunitari sulla qualità dell’aria. Lo rivela un articolo di Politico, dal quale si evince che l’Italia è tra i paesi bacchettati da Bruxelles, insieme a Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tutti i big, dunque, finiscono dietro la lavagna per l’eccessivo inquinamento dell’aria, problema al quale sembrano mancare i rimedi di lungo termine. La lettera di Vella è indirizzata al Ministero dell’Ambiente, e suona come una specie di ultimatum. I ministri degli stati coinvolti sarebbero stati convocati per un incontro, il prossimo 30 gennaio: al tavolo con l’Europa, dovranno portare piani convincenti e tempistiche chiare per rientrare nei limiti europei.
L’Italia, come la Francia, ha un duplice problema: alti livelli di biossido di azoto (NO2) e particolato atmosferico. Il primo è diretta conseguenza del numero di motori diesel che rombano sulle nostre strade. Se i governi non si adegueranno, «la Commissione procederà al passaggio successivo della procedura d’infrazione», il deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

>> Leggi anche: L’inquinamento atmosferico uccide 4 milioni di persone l’anno <<


«Se il ministro Galletti dovesse presentarsi a Bruxelles, il 30 gennaio prossimo, il nostro Paese si renderà certamente protagonista di un confronto imbarazzante – dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace – Il governo italiano è apparso in questi anni del tutto inoperoso sul fronte dell’inquinamento atmosferico. Si pensi all’assoluto nulla realizzato per il settore trasporti, con i fondi disponibili per la realizzazione di una rete di ricarica per i veicoli elettrici che non sono neppure stati spesi. Oggi l’auto privata alimentata con i derivati del petrolio è ancora protagonista assoluta della mobilità italiana, e il suo primato pesa in termini sanitari e di dipendenza energetica. Mentre molti Paesi stanno investendo in mobilità sostenibile, l’Italia è ferma al palo. Speriamo che l’intervento dell’Ue si traduca in una salutare scossa».
Secondo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), il Bel paese è ai vertici della triste classifica, con 90 mila morti premature all’anno per l’inquinamento dell’aria sulle 487.600 del continente. Con oltre 1.300 decessi per milione di abitanti, restiamo al di sopra della media europea, che si ferma a 820.

Le cause dello smog


21 gennaio 2018

Peacelink : Il sindaco quantifichi i danni e presenti il conto all' Ilva


Tratto da InchiostroVerde


Ilva Taranto M5S Taranto
Nuovo Wind Day e nuova interruzione del servizio scolastico domani nel quartiere Tamburi di Taranto.  PeaceLink chiede che il sindaco di Taranto si faccia soggetto promotore del principio “chi inquina paga” in modo che chi gestisce l’ILVA risarcisca l’intera città per ogni giorno di Wind Days, quantificando tutti i danni diretti e indiretti provocati dalla paralisi delle attività cittadine causate dai Wind Days.
Fra i danni arrecati alla collettività non bisogna dimenticare anche la mancata fruizione del servizio scolastico.  Non è superfluo ricordare che la legge italiana punisce chi “cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico”.
Recentemente anche i commercianti del quartiere Tamburi hanno lamentato una riduzione degli introiti durante i Wind Days. Il sindaco deve affidare ad enti super partes una quantificazione dei danni, da quelli sanitari (+25% di ricoveri dei bambini nei quartieri a rischio) a quelli economici e sociali provocati dall’inquinamento.
Il sindaco ha una specifica responsabilità nell’applicazione del principio “chi inquina paga” che gli deriva dall’articollo 3‐ter del dlgs 152/2006. Tale articolo impone a tutti gli enti pubblici e privati e alle persone fisiche e giuridiche pubbliche o private, di garantire la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi naturali e del patrimonio culturale attraverso una “adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, dell’azione preventiva, della correzione in via prioritaria alla fonte dei danni causati all’ambiente, nonché al principio «chi inquina paga» che, ai sensi dell’articolo 174, comma 2, del Trattato dell’Unione Europea, regolano la politica della comunità in materia ambientale”.
L’ILVA dovrebbe risarcire l’intera comunità se venisse accertato e quantificato un danno complessivo durante i Wind Days che rientri nel principio «chi inquina paga». PeaceLink pertanto chiede che il sindaco faccia quantificare il danno sanitario, sociale ed economico complessivo per ogni Wind Day in modo da presentare il conto all’ILVA.
Se venisse compiuta tale quantificazione Arcelor Mittal non acquisterebbe più l’ILVA e lo stabilimento chiuderebbe per sempre. Infatti nessun privato sarebbe disposto ad acquistare un’azienda che debba contabilizzare nel bilancio gli attuali enormi costi e disagi scaricarti sull’intera comunità. Fino ad ora ILVA è rimasta sul mercato perché nessun sindaco si è fatto promotore di una quantificazione dei costi esterni dell’ILVA e di un’azione di risarcimento preventivo.
Infine PeaceLink considera di vitale importanza una capillare informazione sui rischi dei Wind Days e una diffusa della prevenzione primaria, in particolare fra le mamme del quartiere Tamburi, che riguardi la conoscenza della composizione chimica delle polveri con cui la popolazione entra in contatto.
Per PeaceLink
Fulvia Gravame
Luciano Manna
Alessandro Marescotti

20 gennaio 2018

Comunicato di Peacelink :Dopo ogni Wind Day i cittadini devono essere risarciti.

Dopo ogni Wind Day i cittadini devono essere risarciti

Il comunicato stampa di Peacelink


Oggi i cittadini di Taranto sono investiti da un secondo Wind Day consecutivo.
Durante la notte i vetri delle case hanno tremato per la violenza del vento e stamattina i balconi sono pieni di polvere proveniente da Nord Ovest, ossia l'area geografica in cui c'è l'ILVA con i suoi immensi parchi minerali ancora scoperti.
Riteniamo che chi inquina ripaghi - per ogni giorno di Wind Day - tutti i cittadini di Taranto del danno arrecato a ciascuna famiglia. Questo è un punto che avanziamo per l'accordo di programma con Arcelor Mittal. In questo comunicato descriviamo la fondatezza giuridica della richiesta che avanziamo al Primo Cittadino.
Ovviamente non si può inserire tale punto senza una perizia super partes che accerti oltre ogni ragionevole dubbio la provenienza delle polveri che si depositano sui balconi.
L'Associazione PeaceLink, in quanto ente esponenziale per la tutela degli interessi collettivi, avanza quattro richieste ufficiali.Continua a leggere qui :https://www.peacelink.it/ecologia/a/44977.html

19 gennaio 2018

Greenpeace: ultimatum UE all’Italia sull’inquinamento atmosferico....

Tratto da http://www.meteoweb.eu/2018/01/greenpeace-inquinamento-atmosferico/1032732/
Il nostro Paese, secondo l’articolo di Politico, sarebbe sotto accusa insieme alla Francia per i livelli di concentrazione di due distinti inquinanti atmosferici: il biossido di azoto (NO2), tipico delle emissioni dei motori diesel, e il particolato atmosferico. Secondo Greenpeace, dunque, è del tutto verosimile che la lettera indirizzata alla Germania, di cui è venuto in possesso Politico, sia stata effettivamente indirizzata anche all’Italia.
I toni della lettera che avrebbe raggiunto i vari ministri suonano particolarmente severi. Vi si legge che se i governi nazionali non risponderanno per tempo “la Commissione procederà al passaggio successivo della procedura d’infrazione, ovvero al deferimento alla Corte” dell’Unione europea; e che l’appuntamento del 30 gennaio sarebbe da considerarsi come “l’ultima opportunità (per i Paesi coinvolti, prima della Corte) per informare delle misure adottate per porre rimedio alla situazione”.
Se il ministro Galletti dovesse presentarsi a Bruxelles, il 30 gennaio prossimo, il nostro Paese si renderà certamente protagonista di un confronto imbarazzante“, dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Il governo italiano è apparso in questi anni del tutto inoperoso sul fronte dell’inquinamento atmosferico. Si pensi all’assoluto nulla realizzato per il settore trasporti, con i fondi disponibili per la realizzazione di una rete di ricarica per i veicoli elettrici che non sono neppure stati spesi. Oggi l’auto privata alimentata con i derivati del petrolio è ancora protagonista assoluta della mobilità italiana, e il suo primato pesa in termini sanitari e di dipendenza energetica. Mentre molti Paesi stanno investendo in mobilità sostenibile, l’Italia è ferma al palo. Speriamo che l’intervento dell’Ue si traduca in una salutare scossa“, conclude Boraschi.
L’Agenzia Europea dell’Ambiente, in un rapporto dello scorso ottobre, “dimostra chiaramente i primati negativi del nostro Paese. Secondo l’Agenzia – prosegue la nota – in Europa si registrano annualmente 487.600 morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. In Italia l’esposizione a lungo termine al particolato, al biossido di azoto e all’ozono è direttamente legata a oltre 90 mila morti premature l’anno. Con più di 1.300 decessi per milione di abitanti, il nostro Paese resta al di sopra della media europea (circa 820 decessi per milione di abitanti). L’Agenzia Europea dell’Ambiente calcola inoltre che in Europa, ogni anno, circa 75 mila morti premature sono causate dal solo biossido di azoto. All’Italia, in questa triste classifica, spetta il primato assoluto, con circa 17.300 casi di morte prematura.”

18 gennaio 2018

Inquinamento atmosferico e salute cardio-respiratoria: tre nuovi importanti studi

Tratto da Micron https://www.rivistamicron.it/temi/inquinamento-atmosferico-e-salute-cardio-respiratoria-tre-nuovi-importanti-studi/

Sebbene ci sia chi continua a sostenere contro ogni evidenza e sensatezza che il riscaldamento globale non è reale, i ricercatori continuano a raccogliere dati – reali – e a studiare con il metodo scientifico come le azioni di oggi si rifletteranno sull’aumento della temperatura globale nei prossimi decenni e su come questi cambiamenti così immensamente rapidi si tradurranno in termini di salute, e di mortalità, della popolazione. Gli scienziati ipotizzano diversi scenari possibili, a seconda del tipo di azione che i governi decideranno e riusciranno a mettere in atto. Quello più allarmante, laddove nessuna azione dovesse essere messa in atto, prevede un aumento medio di temperatura dai 2.6 ai 4.8 gradi centigradi alla fine di questo stesso secolo (2081–2100) rispetto al periodo 1986-2005.
Il numero di dicembre di The Lancet Planetary Health contiene un importante studiocondotto da un team internazionale che ha confrontato i dati di centinaia di posizioni in varie regioni del mondo (451 sedi in 23 Paesi), caratterizzate da diversi climi, condizioni socioeconomiche e demografiche, livelli di sviluppo di infrastrutture e servizi di sanità pubblica differenti. Lo studio ha raccolto serie temporali giornaliere per temperatura e mortalità media per tutte le cause o solo per cause non esterne in un periodo di 30 anni, dal 1 gennaio 1984 al 31 dicembre 2015, in varie località in tutto il mondo attraverso una rete di ricerca collaborativa multinazionale.
Nelle aree temperate come il nord Europa, l’Asia orientale e l’Australia, il riscaldamento meno intenso e la forte diminuzione degli eccessi legati al freddo produrrebbero un effetto netto nullo o marginalmente negativo sulla mortalità, con una variazione netta nel periodo 2090-99 rispetto al 2010-19 che varia dal -1,2% in Australia allo 0,1% in Asia orientale in uno scenario di massima emissione, anche se le tendenze decrescenti si invertiranno nel corso del secolo. Viceversa, le regioni più calde, come le parti centrali e meridionali dell’America o dell’Europa, e specialmente il Sud Est asiatico, subirebbero una brusca impennata degli impatti sulla salute legati all’aumento delle temperature, con variazioni nette alla fine del secolo che andrebbero dal 3% in America centrale ad addirittura il 12,7% nel Sud Est asiatico. In altre parole, lo scenario peggiore “colpirebbe” in modo sproporzionato le regioni più calde e più povere del mondo.
Un confronto di questi risultati agghiaccianti con le possibili conseguenze di scenari con basse emissioni ha sottolineato ancora una volta l’importanza di puntare su politiche di mitigazione per limitare il riscaldamento globale e ridurre i rischi per la salute associati. Insomma: possiamo fare qualcosa per evitare tutto questo, ma il primo passo è che tutti prendano atto della realtà del problema, anche – soprattutto – se le conseguenze peggiori non ci toccano in prima persona.
Sempre lo stesso numero di The Lancet Planetary Health ha pubblicato anche un altro articolo sull’inquinamento dell’aria, in particolare sulla forte presenza dei particolati (PM10, PM2.5, PM1) in concentrazioni molto maggiori nei Paesi a basso e medio reddito rispetto ai Paesi ricchi del mondo. In altre parole, anche in termini di salute, chi ha meno (risorse, potere d’acquisto, accesso alle cure, resilienza…) finisce per avere meno. Lo studio pubblicato su questo numero, condotto dall’Università di Oxford, è la prima revisione sistematica di tutta la letteratura finora pubblicata sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute cardio-respiratoria. Sono stati esaminati 85 studi che hanno coinvolto anche 12 Paesi a basso reddito e quello che i ricercatori hanno osservato è che, anzitutto, nei Paesi più poveri brevi esposizioni ai particolati sono correlate con un rischio più elevato di mortalità fra la popolazione rispetto alla morbilità, cioè l’incidenza di malattie croniche. In questi Paesi, un aumento giornaliero di 10 μg /m³ di PM2.5 è stato associato a un aumento della mortalità per ragioni cardiovascolari dello 0,47% e allo 0,57% in più di mortalità respiratoria. Un aumento di 10 μg/m³ giornaliero di PM10 è stato associato invece a un aumento dello 0,27% della mortalità cardiovascolare e allo 0,56% della mortalità respiratoria.  
Tratto da Micron

L'inquinamento aumenta il crimine

Tratto da Hearthday                          L'inquinamento aumenta il crimine

Secondo uno studio statunitense, furti e omicidi sono direttamente proporzionali all'aumento dell'inquinamento dell'aria. La causa scatenante è l'ansia, generata dallo smog.
L’inquinamento dell’aria è un grave problema che influenza miliardi di persone nel mondo. I danni provocati all’ambiente e alla salute sono ben noti, così come tutte le conseguenze provocate al sistema economico: l’inquinamento dell’aria, stando ai numeri riportati dalla World Bank, costa 5 trilioni di dollari l’anno. Un dato ricavato tramite una serie di parametri, come la diminuzione della produttività per via delle vite perse e dell’aggravarsi delle condizioni di salute. In Italia, tra l’altro, l’autunno scorso abbiamo vissuto una vera e propria emergenza smog, con 25 città che hanno superato il limite di 35 giorni imposto con una media giornaliera oltre i 50 microgrammi per metro cubo previsto per le polveri sottili (PM10).
Recenti ricerche, però, dimostrano come il prezzo da pagare per l’inquinamento non sia esclusivamente per la salute e l’ambiente che ci circonda: sembra avere anche un costo moraleUno studio condotto dalla Columbia Business School, infatti, ha trovato una relazione tra lo smog e i comportamenti non etici. Tra cui omicidi e furti.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 10.000 città negli Stati Uniti nel corso degli ultimi 9 anni, riscontrando come l’aumento dei livelli d’inquinamento fosse direttamente proporzionale all’aumento di sei differenti categorie di reati. Studiati i dati, la ricerca della Columbia ha ricondotto questo fenomeno all’ansia che lo stesso inquinamento dell’aria scaturisce nelle persone. Diverse ricerche, infatti, sottolineano come l’ansia possa condurre ad assumere comportamenti violenti e aggressivi, e comportamenti non etici ma non violenti, come truffare a scopo di lucro.
Per accertarsi di questo nesso, è stato reclutato un gruppo di adulti americani e sono state mostrate loro 15 foto della Pechino contemporanea. Alcuni soggetti hanno potuto constatare foto della città inquinata, con un cielo grigio e coperto dallo smog. Altri partecipanti, invece, sono stati sottoposti alla visione delle stesse località ma in giorni di sole, con un cielo blu e chiaro. Successivamente, ad entrambi i gruppi, è stato richiesto di compilare un diario dettagliato di una potenziale giornata vissuta in quella città. Il gruppo, in un secondo momento, ha partecipato ad un gioco basato sul lancio di alcuni dadi: più il punteggio dei dadi sarebbe stato alto, più loro sarebbero stati pagati. 
I ricercatori hanno notato come i membri del gruppo che avessero visto le foto del cielo inquinato di Pechino, fossero gli stessi che al gioco dei dadi hanno barato per guadagnare di più. Così come i loro diari hanno mostrato – tramite lo studio di due esperti – più segnali d’ansia e di preoccupazione. Lo stesso studio è stato poi ripetuto anche in India.
La ricerca offre un’altra ragione convincente per ridurre i livelli d’inquinamento atmosferico. Quando gli ambienti “sono meno inquinati, sono più sicuri” affermano i ricercatori. I soldi che spendiamo per liberare i nostri cieli dallo smog e dall’inquinamento, potrebbero essere gli stessi che perdiamo per combattere la criminalità. Più l’aria che respiriamo è pura, infatti, più siamo puri noi.

14 gennaio 2018

Bank of America: "Il vero pericolo è il clima...

Tratto da La Repubblica 

Bank of America: "Il vero pericolo è il clima, serviranno 70mila miliardi di investimenti"

Secondo gli analisti, senza intervenire l'ambiente diventerà estremo entro la fine del secolo: soffrirà il 60% della popolazione e ci saranno costi pari al 5% del Pil

MILANO - Il 2016 è stato l'anno più caldo di sempre e abbiamo infilato una serie di record di surriscaldamento globale tanto che i 5 anni più caldi della storia si collocano tutti nel nuovo millennio. Nel 2016 il clima ha segnato il passo storico: le temperature medie sono risultate di 1 grado più alte rispetto al periodo antecedente l'industrializzazione. Non è solo una questione simbolica: significa che il pianeta è a metà strada verso quella soglia di due gradi di surriscaldamento entro il 2100 che sono visti come livello indicatore di una catastrofe per quanto attiene il cambiamento climatico.

Richiamando questi dati, gli economisti di BofA Merrill Lynch spiegano perché dalla tematica ambientale sarà impossibile scappare. In un report pubblicato a metà dicembre, la grande banca d'affari sostiene che le catastrofi ambientali e in ultima analisi il 'climate change' siano il rischio numero uno al mondo. Soltanto pochi giorni prima della sua fine, parlavano già del 2017 come il 41esimo anno conscutivo con temperature superiori alle media del 20esimo secolo. Ormai il clima "estremo", ovvero caratterizzato da condizioni che sono storicamente rare, copre il 10-12% del pianeta, contro lo 0,2% del periodo tra i 1951 al 1980.

Il futuro rischia di essere altrettanto catastrofico. In uno scenario "business as usual", ovvero senza che nulla si faccia sul punto, le temperature globali potrebbero salire di 4 gradi entro la fine del secolo, con picchi di +12 gradi. Con il 60% della popolazione ormai colpita da una situazione di clima estremo, il costo complessivo di questo scenario sarebbe di 5 punti percentuali di Pil e sconvolgerebbe soprattutto i Paesi emergenti. Se si vuole restare entro la soglia di 2 gradi di riscaldamento, dopo il picco previsto per il 2020, le emissioni devono dimezzarsi entro il 2050. Ogni ritardo ulteriore rischia di essere fatale.
La mappa: dove colpirà il climate change (fonte: BofA Merril Lynch su Syngenta, UNEP, Cline)
La mappa: dove colpirà il climate change (fonte: BofA Merril Lynch su Syngenta, UNEP, Cline)
"Tecnologie dirompenti stanno trasformando ogni settore, inclusa la mitigazione del clima e degli effetti dei cambiamenti climatici, dove ci sono strumenti tecnologici in grado di risolvere problemi in maniera più incisiva", dice il report passando ad analizzare quelli che possono essere i vincitori della battaglia per il clima che il pianeta deve giocoforza combattere. "Le rinnovabili e l'efficienza energetica possono aiutarci a percorrere oltre l'80% della via verso un riscaldamento inferiore a 2 gradi", dicono ancora gli esperti. Il mercato dell'energia pulita vale ora 300 miliardi di dollari l'anno "e può provvedere al 70-80% della capacità energetica aggiuntiva al 2040, tempo entro il quale i tre quarti della produzione potrebbe arrivare dalle fonti low-carbon". .......

Isde: “Quello che la senatrice-farmacologa non sa”

Tratto da Isde 

Comunicato stampa  di Isde:

“Quello che la senatrice-farmacologa non sa”

Non è consuetudine di ISDE Italia (Medici per l’Ambiente) esprimere valutazioni in merito alle dichiarazioni pubbliche di rappresentanti della politica e delle istituzioni.
 Quando però le dichiarazioni inquadrano i fatti in modo distorto e al tempo stesso pretendono di fornire indirizzi che attengono alla salute pubblica e alla tutela dell’ambiente, l’attenzione di ISDE Italia viene inevitabilmente sollecitata.
Scarica il nostro comunicato stampa in risposta all’articolo “Gli Equivoci sul Glifosato” della senatrice Elena Cattaneo

12 gennaio 2018

Da danni ambientali 12,6 milioni morti l'anno,ma questo non deve continuare. Intesa Onu-Oms

Tratto da Ansa
Da danni ambientali 12,6 milioni morti l'anno, intesa Onu-Oms

Tedros direttore dell' OMS:"La nostra salute è direttamente correlata alla salute dell'ambiente in cui viviamo.

Obiettivo intensificare azioni comuni
Dallo smog al surriscaldamento globale, dagli inquinanti chimici alla siccità, i danni ambientali provocano circa 12,6 milioni di morti ogni anno. Una vera emergenza che Unep (il programma dell'Onu per l'ambiente) e Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno deciso di fronteggiare firmando un accordo di collaborazione mirato a contenere i rischi per la salute dell'ambiente. Sottoscritto a Nairobi da Erik Solheim, capo dell'Unep, e Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms, rappresenta l'accordo formale più significativo in oltre 15 anni di azione congiunta nell'ambito delle questioni ambientali e sanitarie.

L'obiettivo è intensificare le azioni comuni per combattere l'inquinamento atmosferico, i cambiamenti climatici e la resistenza antimicrobica, nonché migliorare il coordinamento della gestione dei rifiuti e dei prodotti chimici, la qualità dell'acqua e problemi alimentari e nutrizionali.

"C'è un'urgente necessità che le nostre due agenzie lavorino più strettamente insieme per affrontare le minacce critiche alla sostenibilità ambientale e al clima, che sono le fondamenta per la vita su questo pianeta", ha dichiarato Solheim.

"La nostra salute è direttamente correlata alla salute dell'ambiente in cui viviamo. Insieme, i pericoli di aria, acqua e sostanze chimiche uccidono più di 12,6 milioni di persone all'anno, ma questo non deve continuare", ha dichiarato Tedros.

La nuova collaborazione crea un quadro più sistematico per la ricerca congiunta, lo sviluppo di strumenti, il monitoraggio degli obiettivi di sviluppo sostenibile e il sostegno ai forum regionali sulla salute e l'ambiente.

Recommon :Assicurazioni, uscite dal business del carbone! Lo dice anche il Financial Times

Tratto da Recommon

Assicurazioni, uscite dal business del carbone! Lo dice anche il Financial Times

In un editoriale pubblicato lo scorso 9 gennaio, anche il Financial Times chiede alle principali compagnie assicurative del pianeta di smettere di finanziare e investire nel comparto carbonifero, tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Un messaggio forte e chiaro dal più importante quotidiano economico-finanziario del Pianeta, che non è certo noto per avere delle posizioni ambientaliste.
“Gli assicuratori europei credono chiaramente che ormai il carbone rappresenti una minaccia reputazionale più grande di quanto non sia un’opportunità commerciale. Questo è uno sviluppo logico e benvenuto”, si legge nell’editoriale, che ha seguito di un giorno un articolo in cui si faceva il punto sul tema, riprendendo il rapporto della campagna Unfriend Coal (di cui fa parte Re:Common) e ricordando che Axa e Zurich, per citare le più importanti, sono tra quelle società che stanno compiendo dei passi decisivi per abbandonare per sempre l’inquinantissima polvere nera.
Molte assicurazioni hanno già smesso di investire nel carbone: non ha molto senso adottare una politica di disinvestimento a meno che non cambino anche le pratiche di sottoscrizione”, ha sottolineato il Financial Times, lanciando così un importante monito anche a quelle compagnie del settore assicurativo che al momento sembrano nicchiare. Come l’italiana Generali…

Australia: la mega batteria Tesla ha già superato le aspettative e salva gli australiani dal blackout

Tratto da Rinnovabili.it

Australia: la mega batteria Tesla ha già superato le aspettative

mega batteria Tesla

La batteria Tesla di Hornsdale salva gli australiani dal blackout

(Rinnovabili.it) – È passato poco più di un mese dalla sua attivazione e la mega batteria Tesla, costruita nel South Australia, ha già dimostrato di poter superare qualsiasi ottimistica previsione. Il progetto si è portato dietro fin dall’inizio una buona quota di clamore mediatico sia in patria che all’estero. Questo non solo perché qualsiasi cosa tocchi Elon Musk, il ceo di Tesla, è destinato a suscitare clamore, ma anche perché il sistema di accumulo realizzato a Hornsdale detiene attualmente il titolo di impianto al litio più grande al mondo, grazie ad una potenza da 100 MW e una capacità di 129 MWh. E come se non bastasse, la società è riuscita a realizzarlo in tempi strettissimi: meno di cento giorni.

Ora, 48 giorni dopo il taglio del nastro, la mega batteria Tesla lascia nuovamente a bocca aperta. L’aspetto che sta suscitando maggiore interesse è il rapido tempo di risposta del sistema per attenuare le principali interruzioni di corrente verificatesi nella rete elettrica australiana da quando è stato attivato ad oggi. I tempi di risposta si aggirano in media attorno a una poca manciata di secondi, ma non mancano vere e proprie prestazioni record come quando è stata chiamata a supplire il deficit di Loy Yang A, centrale a carbone nello stato di Victoria, una delle più grandi del paese.

Il 14 dicembre, una delle 4 unità dell’impianto termoelettrico Loy Yang A ha ridotto improvvisamente la propria produzione. Prima di poter essere soccorsa dalla collega di Gladstone (centrale a carbone da 1680 MW), la megabatteria Tesla è entrata in funzione rispondendo al calo di elettricità in rete in soli 0,14 secondi. Il ministro dell’energia del South Australia, Tom Koutsantonis, ha elogiato pubblicamente il risultato: “Si tratta di un record e gli operatori nazionali sono rimasti scioccati dalla velocità e dall’efficienza con cui la batteria è stata in grado di immettere questo tipo di energia nel mercato” Continua qui

11 gennaio 2018

Riesame dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata alla societa' Tirreno Power.....per Vado Ligure

Tratto da Gazzetta Ufficiale

MINISTERO DELL'AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL
TERRITORIO E DEL MARE


COMUNICATO

Riesame dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata alla societa' Tirreno Power S.p.a., in Roma, per l'esercizio dell'installazione nei Comuni di Vado Liguree Quiliano. 17A08729)
(GU Serie Generale n.3 del 04-01-2018)


Leggi tutto sulla Gazzetta Ufficiale

Il fracking e il gas non sono una soluzione climatica, sono gran parte del problema

Tratto da Greenreport

Risolto il mistero dell’aumento delle emissioni di metano: la colpa è in gran parte di gas e petrolio 

Romm: il fracking e il gas non sono una soluzione climatica, sono gran parte del problema
Il recente studio “Reduced biomass burning emissions reconcile conflicting estimates of the post-2006 atmospheric methane budget”  di Nasa, National Center for Atmospheric Research Usa, Sron – Netherlands Institute for Space Research e università di Utrecht, pubblicato su Nature Communications, ha messo insieme i pezzi del puzzle del recente aumento del metano atmosferico, un potente gas serra, e risolto quelle che sembravano contraddizioni inconciliabili nelle varie tesi per spiegare questo l’aumento.
La Nasa spiega che «Dal 2006 le emissioni di metano sono aumentate drasticamente. Diversi team ppi di ricerca hanno prodotto stime valide per due fonti note di aumento: le emissioni dell’industria petrolifera e del gas e la produzione microbica negli ambienti tropicali umidi come paludi e risaie. Ma quando queste stime sono state aggiunte alle stime di altre fonti, la somma è stata considerevolmente maggiore rispetto all’aumento osservato. In effetti, ogni nuova stima era abbastanza grande da spiegare da sola l’intero aumento>.
John Worden del Jet Propulsion Laboratory della Nasa (California Institute for Technology) e i suoi colleghi si sono concentrati sugli incendi che stanno subendo un cambiamento a livello globale. Secondo un nuovo studio che ha utilizzato le  osservazioni satellitari del Moderate Resolution Imaging Spectrometer della Nasa. tra i primi anni 2000 e il periodo 2007 – l 2014, l’area bruciata ogni anno è diminuita di circa il 12% e, fanno notare i ricercatori statunitensi e olandesi, «L’ipotesi logica sarebbe che le emissioni di metano provenienti dagli incendi siano diminuite di circa la stessa percentuale», ma, utilizzando le misurazioni satellitari di metano e monossido di carbonio, il team di Worden ha riscontrato che «il reale calo delle emissioni di metano era quasi il doppio di quanto suggerirebbe tale ipotesi».
Sudhanshu Pandey e Thomas Röckmann della Sron  spiegano a loro volta che «Dopo che i nostri colleghi americani hanno rilevato una tendenza alla combustione delle biomasse, siamo stati in grado di determinare l’effetto che aveva sulla quantità di metano nell’atmosfera. In un modello computerizzato, abbiamo calcolato vari scenari modificando i contributi apportati dalle diverse fonti di metano. Abbiamo quindi selezionato gli scenari in cui la composizione isotopica corrisponde alle osservazioni effettive»
Quando gli scienziati hanno sottratto la grande diminuzione delle emissioni degli incendi dalla somma di tutte le emissioni, il bilancio del metano si è rivelato corretto, lasciando spazio agli aumenti provenienti sia dai combustibili fossili che dalle zone umide.  Alla Nasa sottolineano che «La maggior parte delle molecole di metano nell’atmosfera non ha caratteristiche identificative che rivelano la loro origine. Rintracciare le loro fonti è un lavoro investigativo che coinvolge più linee di evidenze: misurazioni di altri gas, analisi chimiche, firme isotopiche, osservazioni sull’uso del suolo e altro». Worden aggiunge: «Una cosa divertente di questo studio è stata la combinazione di tutte queste diverse prove per mettere insieme questo puzzle».
Un indizio sono gli isotopi di carbonio nelle molecole di metano. I ricercatori dicono che «Delle tre fonti di metano esaminate nel nuovo studio, le emissioni degli incendi contengono la maggiore percentuale di isotopi di carbonio pesante, le emissioni microbiche sono le più piccole e le emissioni di combustibili fossili sono nel mezzo. Un altro indizio è l’etano, che (come il metano) è un componente del gas naturale. Un aumento di etano atmosferico indica l’aumento delle fonti dei combustibili fossili. Gli incendi emettono monossido di carbonio e metano, e le misurazioni di tale gas sono un indizio finale».
Il team di Worden ha utilizzato i dati sul monossido di carbonio e sul metano rilevati da Troposphere, un misuratore degli inquinanti di cui è dotato il satellite Terra della Nasa e il Tropospheric Emission Spectrometer  dell’Aura, sempre della Nasa, per quantificare le emissioni del metano degli incendi e «I risultati mostrano che queste emissioni sono diminuite molto più rapidamente del previsto».
Mettendo insieme le prove isotopiche provenienti dalle misurazioni della superficie terrestre con le nuove emissioni calcolate per gli incendi boschivi, il team ha dimostrato che «Circa 17 teragrammi all’anno [dell’aumento delle emissioni di metano] sono dovuti ai combustibili fossili, altri 12 provengono da zone umide o risaie, mentre gli incendi diminuiscono di circa 4 teragrammi all’anno». il totale porta a 25 teragrammi all’anno ((27,5 milioni di tonnellate), il peso di circa 5 milioni di elefanti: esattamente l’aumento osservato.
Su ThinkProgress Joe Romm tira le conclusioni: «La Nasa  ha scoperto che la maggior parte dell’enorme aumento delle emissioni globali di metano nell’ultimo decennio effetti proviene dall’industria dei combustibili fossili e che questa crescita è “sostanzialmente più ampia” di quanto si pensasse in precedenza. E questo significa che il gas naturale non è una soluzione climatica»...... Continua a leggere qui