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11 luglio 2020

Covid 19: Se anche l’ aria è malata

Tratto da Il sostenibile

Diversi studi cercano di capire se esista un nesso tra trasmissione Covid e inquinamento atmosferico

In questi mesi ci siamo tutti interrogati sulla possibile correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid 19 e sul perché si sia diffuso così nell’area della Pianura Padana, risaputamente tra le più inquinate d’Europa. Può essere trasportato dalle particelle inquinanti? È più letale per le persone esposte più a lungo all’inquinamento?

Una ricerca italiana condotta da studiosi delle Università di Bari, Bologna, Milano e Trieste, insieme alla Società Italiana Medicina Ambientale (Sima), e rilanciata su tutti i media nazionali e internazionali ipotizza la trasmissione del virus attraverso il particolato, ovvero le particelle di inquinamento contenute nell’aria. Il condizionale è d’obbligo e una task force mondiale appositamente istituita cercherà di far chiarezza. Quel che però è noto ormai da anni è l’effetto deleterio dell’inquinamento atmosferico sull’apparato cardiocircolatorio.

In Italia anche l’aria è malata

Nel Rapporto annuale sulla qualità dell’aria pubblicato a fine 2019 dall’Aea (Agenzia Europea per l’Ambiente), l’Italia risulta essere il primo Paese dell'Ue per morti premature da biossido di azoto e il secondo per il particolato fine PM2,5, con un sistematico sforamento dei limiti di legge per i principali inquinanti atmosferici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli inquinanti che hanno dimostrato di avere effetti sulla salute sono il particolato, l'ozono, il biossido di azoto e il biossido di zolfo. L’Italia è tra i primi Paesi per concentrazione di polveri sottili, al punto che Torino contende a Parigi e Londra il primato di città europea più inquinata da biossido di azoto; tra le città più piccole, invece, spicca Padova per l'alta concentrazione media di PM2,5 e PM10. La situazione non migliora nelle aree rurali, con superamenti dei limitTRatti giornalieri di particolato registrati in 16 delle 27 centraline. Due milioni di italiani vivono in aree, soprattutto della Pianura Padana, dove i limiti Ue per i tre inquinanti principali sono continuamente violati.

Le ipotesi sul rapporto tra Covid e inquinamento

Alte concentrazioni di polveri fini per tutto il mese di febbraio potrebbero aver favorito un’accelerazione alla diffusione dell’epidemia nella Pianura Padana? Da questa ipotesi sono partiti due differenti studi di un gruppo di ricercatori della Sima con alcune Università italiane. Nel primo studio sono stati analizzati la correlazione fra la diffusione del virus SARS-CoV-2 nel nostro Paese e il numero di sforamenti di PM10 nel mese di febbraio, prima del lockdown, mettendo a confronto Nord e Sud.Continua su Il sostenibile


09 luglio 2020

Insieme a quella per l’ inquinamento atmosferico all ‘ Italia arrivano altre due procedure di infrazione ambientali .


Tratto da rinnovabili.it

Dove è finito il programma italiano sull’inquinamento atmosferico

L’Italia avrebbe dovuto adottare il proprio NAPCP oltre 1 anno fa. Il ritardo fa scattare la lettera di costituzione in mora da parte della Commissione Europea.

Insieme a quella per l’inquinamento atmosferico arrivano altre due procedure di infrazione in ambito ambientale

(Rinnovabili.it) – Ad oltre 1 anno di distanza dal termine massimo consentito, l’Italia non ha ancora adottato il proprio programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico (NAPCP). Per questo motivo, Bruxelles (che comunque ha concesso una sorta di “proroga” giustificata dalla difficile situazione economica e sociale derivante dall’epidemia) ha inviato ieri una lettera di costituzione in mora, primo passo della procedura di infrazione Ue.

I NAPCP sono uno degli strumenti lanciati dalla direttiva comunitaria 2016/2284, detta anche direttiva NEC, per ridurre alcuni inquinati atmosferici e migliorare la qualità dell’aria. Nel dettaglio, il provvedimento prende di mira gli ossidi di azoto (NOx), i composti organici volatili non metanici (Covnm), il biossido di zolfo (SO2), l’ammoniaca (NH3) e il particolato fine (Pm2,5). E impone agli Stati Membri di assumere impegni nazionali di riduzione (rispetto al 2005) da raggiungere entro il 2020 e il 2030.

La direttiva – si legge nel comunicato della Commissione -, mira ad ottenere livelli di qualità dell’aria che non comportino significativi impatti negativi e rischi per la salute umana e l’ambiente. Gli Stati membri devono adottare programmi di controllo dell’inquinamento atmosferico nei quali definiscono le modalità per il raggiungimento delle riduzioni concordate delle loro emissioni annuali”. Peccato che l’Italia, nonostante la presentazione del documento, non lo abbia mai adottato.

“Malgrado diversi solleciti, l’Italia e il Lussemburgo non hanno finora ottemperato a questo obbligo”, scrive l’esecutivo in una nota stampa. “La Commissione ha pertanto deciso di inviare lettere di costituzione in mora concedendo all’Italia e al Lussemburgo 3 mesi per l’adozione dei programmi. In caso contrario, la Commissione potrà decidere di inviare un parere motivato”.

Leggi anche L’inquinamento atmosferico riduce di 20 mesi l’aspettativa di vita dei bambini

Altre due procedure di infrazione di carattere ambientale

Oltre a quella riferita alla “direttiva Nec”, l’Italia è stata investita di altre due procedure di infrazione riguardanti la direttiva del 2004 sulla responsabilità per danno ambientale(2004/35/Ce) ed il regolamento del 2013 sul riciclaggio dei materiali ricavati dalla rottamazione delle navi (Ue 1257/2013).

Nel dettaglio, per quanto riguarda la responsabilità per danno ambientale, la Commissione ha verificato ed appurato la mancata garanzia legale nell’ordinamento italiano del diritto per tutte le categorie di persone fisiche e giuridiche di ricorrere presso le autorità nazionali competenti affinché intervengano per prevenire o riparare i danni ambientali. La terza procedura di infrazione riguarda invece la mancata adozione di misure volte a prevenire e punire l’elusione del Regolamento sul riciclaggio dei materiali navali, secondo il quale tutte le grandi navi che battono bandiera di uno Stato membro dell’Ue devono essere riciclate in modo sicuro e sostenibile. Gli stati devono designare autorità competenti che vigilino sul rispetto del regolamento ma, anche in questo caso, l’Italia s’è dimostrata carente.

Ora rimangono tre mesi per porre rimedio. 


Gli spermatozoi indicano la rotta Anti-virus

Gli spermatozoi indicano la rotta anti-virus 

Dalla Valle del Sele uno studio sul liquido seminale rivela il legame tra inquinamento e patologia

La popolazione che vive nelle aree più inquinate del mondo è maggiormente esposta al coronavirus. A rivelare la connessione tra l’inquinamento ambientale, la salute umana e il Covid, è uno studio scientifico internazionale condotto sugli spermatozoi considerati quali “sentinelle” della qualità ambientale e della salute umana, pubblicato su una rivista scientifica internazionale per ora in preprint, che vede la partecipazione dei ricercatori dell’Asl di Salerno, delle Università di Brescia, Varese, Federico II, del centro Hera di Catania e del Ministero dell’Ambiente. Studio che esaminando la sovrapposizione tra fattori, ovvero le aree con il più alto tasso di mortalità nel mondo per via del Covid 19, il livello di inquinamento atmosferico e la qualità del seme negli ultimi decenni, dimostra come la maggiore suscettibilità di una popolazione ai fenomeni patogeni quali il coronavirus, possa essere valutata attraverso l’analisi della qualità del seme maschile.
Primo degli autori dello studio, l’uro-andrologo dell’Asl di Salerno, presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana e autore di EcoFoodFertilty, Luigi Montano, i cui studi scientifici dimostrano che il liquido seminale sia un biomarcatore di esposizione alle condizioni ambientali. «Valutare gli indici di salute generale di una popolazione in relazione alle condizioni ambientali di un determinato luogo - spiega Montano - non solo con gli strumenti classici epidemiologici quali la mortalità o l’incidenza delle malattie, ma anche attraverso l’esame della qualità del seme può indicare la suscettibilità dell’uomo a diverse malattie, incluso il Covid. In pratica - svela lo studioso - le condizioni territoriali dannose per la salute umana, rendono le popolazioni più esposte a diversi insulti patogeni esterni ed il liquido seminale è il primo a risentirne e segnalare una condizione di stress generale dell’organismo». Così, grazie allo studio di Montano e di decine di ricercatori, viene evidenziato come la distribuzione dei contagi e l’indice di mortalità da Covid-19, a partire dall’area della città di Wuhan in Cina, Corea, Iran e il nord Italia, si è diffuso verso Spagna, Europa e New York, fra il 30° ed il 50° parallelo dell’emisfero nord, nella stagione climatica invernale quando il livello di inquinamento è più elevato. Temperatura, umidità, densità abitativa e inquinamento quali fattori principali per la diffusione del virus.
Proprio gli inquinanti atmosferici, infatti, esercitano attraverso stress ossidativo, infiammazione sistemica, squilibrio immunitario e coagulativo, un danno alle difese dell’organismo che facilità il contagio da coronavirus. Nelle cellule spermatiche quindi, ci sarebbe la possibilità di invertire la rotta, limitando la diffusione dell’epidemia, attraverso stili di vita alimentari sani e la tutela dell’ambiente. Le cellule degli spermatozoi mostrano un’alta sensibilità agli effetti proossidanti degli inquinati atmosferici, divenendo sentinelle dell’ambiente e indicando che nelle aree con maggiore pressione ambientale ci si può trovare di fronte ad una più alta incidenza di infertilità, di malattie cronico-degenerative e altre patologie. Liquido seminale che grazie all'intuizione di Montano, fornisce nuovi strumenti di valutazione degli effetti dell’impatto ambientale sulla salute e detta nuove linee scientifiche a disposizione delle Istituzioni per intervenire con la prevenzione primaria attraverso nuovi modelli metodologici per interventi di sanità pubblica nelle aree con maggiori criticità ambientali.
Mariateresa Conte

06 luglio 2020

Nanoparticelle metalliche tossiche inalate da aria inquinata trovate nel tessuto del cuore

Mitocondri (m) del cuore di un bambino di tre anni contenenti nanoparticelle elettrondense (indicate dalle frecce nere)T
Nanoparticelle metalliche di inquinamento atmosferico sono state trovate in importanti di cellule del tessuto del cuore nel corso di uno studio realizzato da esperti della Lancaster University, dell’Università del Montana e dell’Università del Valle del Messico.
I ricercatori, tramite la microscopia elettronica, hanno infatti rilevato la presenza di nanoparticelle metalliche tossiche all’interno dei mitocondri del tessuto cardiaco di vari soggetti deceduti. Si tratta di cellule molto importanti perché forniscono energia al cuore stesso.Tra le nanoparticelle individuate, ricche di ferro e di metalli, i ricercatori hanno scoperto anche il titanio trovato all’interno di cellule cardiache danneggiate di un ventiseienne. Hanno poi trovato nanoparticelle metalliche anche all’interno del cuore di un bambino di tre anni.

Si tratta di organi rimossi da persone morte a seguito di incidenti, persone che erano vissute a Città del Messico, considerata una delle città con l’atmosfera più inquinata del mondo.

Si tratta di risultati che gettano nuova luce su come l’inquinamento atmosferico possa causare lo sviluppo di malattie cardiache. Le particelle metalliche, una volta inseritesi stabilmente nelle cellule del tessuto cardiaco, possono infatti portare a stress ossidativo e ad altre tipologie di danni alle cellule, anche in cuori molto giovani come quelli dei bambini.
Le nanoparticelle vengono inalate attraverso l’apparato respiratorio e, tramite la circolazione del flusso sanguigno, possono giungere al cuore.

“Il fatto che abbiamo trovato queste particelle di metallo all’interno del cuore anche di un bambino di tre anni indica che le malattie cardiache possono iniziare presto nella vita, rivelando solo i suoi effetti clinici completi in seguito vita. È davvero urgente ridurre le emissioni di particelle ultrafini dai nostri veicoli e dall’industria prima di dare la malattia di cuore anche alla prossima generazione”, dichiara Barbara Maher, ricercatrice della Lancaster che ha guidato il team di studi insieme a Lilian Calderón-Garcidueñas.

Approfondimenti


Prof Mauro Minelli :L’inquinamento che scatena il Covid


MOLTO INTERESSANTE IL FINALE DELL'ARTICOLO....
Tratto da leccesette 

L’inquinamento che scatena il Covid....

Il professor Mauro Minelli ci spiega che non è colpa del SARS-CoV-2 che circola con le particelle inquinanti, ma potrebbe essere una reazione del nostro sistema immunitario al PM2.5, inquinante più presente al nord, a permettere alla malattia covid di proliferare nel nostro organismo.

Greta Thunberg ci aveva avvisati, potremmo dire, se l’ipotesi sostenuta da alcuni studi sull’inquinamento fosse confermata. Il professor Mauro Minelli ci spiega che non è colpa del SARS-CoV-2 che circola con le particelle inquinanti, ma potrebbe essere una reazione del nostro sistema immunitario al PM2.5, inquinante più presente al nord, a permettere alla malattia covid di proliferare nel nostro organismo. “Nelle persone residenti in aree territoriali più massivamente e cronicamente esposte ad alti livelli di PM2.5 si verrebbe a determinare, soprattutto a livello polmonare, un’aumentata espressione di ACE-2, da intendersi come dispositivo di difesa attivato dall’organismo per salvaguardarsi dall’azione continuativamente aggressiva del particolato sottile - spiega il professor Minelli - E sarebbe proprio questa organizzazione recettoriale, nata con intenti protettivi ma poi rivelatasi trappola paradossale, a giustificare l’elevato tasso di incidenza e poi anche di mortalità  della CoViD-19 nelle regioni del nord”. 

STRALCIO DELL' INTERVISTA AL PROFESSOR MAURO MINELLI 

Professore, considerando l’evidente differenza fra macroaree del paese relativamente all’incidenza e alla mortalità da CoViD-19, è lecito ipotizzare una qualche interferenza sostenuta da fattori esterni al virus capaci di  aumentarne l’aggressività?  

“La potenziale correlazione tra inquinamento ambientale ed epidemia di CoViD-19 è oramai ampiamente descritta nella letteratura scientifica più recente ed accreditata e in diversi Paesi, tra i quali l’Italia, il dibattito sul tasso di mortalità da 2019-nCov correlato all’intervento di specifici inquinanti va sempre più aprendosi, dopo essere rimasto quasi misconosciuto nei mesi iniziali della pandemia....

Dunque, secondo quanto ipotizzato in questo studio condotto da ricercatori dell’Università di Harvard, una persona che vive per decenni in un’area geografica significativamente esposta soprattutto al particolato fine, ha circa il 10% di probabilità in più di ammalarsi e di morire di coronavirus rispetto a qualcun altro residente in una regione con appena 1 microgrammo in meno del medesimo agente nocivo in un metro cubo d’aria”.....

...... Le evidenze a supporto di questa interessante ipotesi partono dal 2018, anno nel quale alcuni ricercatori cinesi pubblicano un primo importante lavoro nel quale evidenziano un preciso nesso di causalità tra esposizione prolungata al PM2.5 e gravi lesioni infiammatorie a carico dei polmoni. Al centro di questo rapporto il coinvolgimento dell’ACE2 (Enzima di Conversione dell’Angiotensina 2), lo stesso che poi si è rivelato essere il recettore-chiave grazie al quale il nuovo coronavirus riesce ad insinuarsi nelle cellule dell’ospite innescando il processo patologico del quale è capace.  Dunque, nelle persone residenti in aree territoriali più massivamente e cronicamente esposte ad alti livelli di PM2.5, come da anni accade in alcune zone del nord-Italia, si verrebbe a determinare soprattutto a livello polmonare un’aumentata espressione di ACE-2, da intendersi come dispositivo di difesa attivato dall’organismo per salvaguardarsi dall’azione continuativamente aggressiva del particolato sottile. E sarebbe proprio questa organizzazione recettoriale, nata con intenti protettivi ma poi rivelatasi trappola paradossale, a giustificare l’elevato tasso di incidenza e poi anche di mortalità  della CoViD-19 nelle regioni del nord rispetto a quelle del centro-sud, in tal modo correlando all’ambiente la differente distribuzione e severità della malattia virale nelle diverse macroaree del paese”...

“Come già detto, io credo si possa del tutto escludere l’opzione secondo cui l’azione nociva dei fattori inquinanti si sia giocata sulla generica capacità di questi ultimi di favorire la diffusione del coronavirus. Sarebbe lettura naif di un problema, invece, piuttosto complesso. Molto più plausibile e fondata risulta, invece, l’ipotesi per la quale il particolato sottile predisponga le persone più intensamente esposte ad un maggiore rischio di malattia. ....

 Quali sono, a suo avviso, le ricadute operative di questa lettura “ecologica” del fenomeno CoViD? E quali suggerimenti si sarebbero potuti trarre credibilmente nella gestione sociale e sanitaria dell’epidemia?  

“Per quanto il ‘senno di poi’ serva risaputamente a molto poco, mi verrebbe subito da dire che, se solo ci si fosse stata una serena disponibilità a prestare un minimo di attenzione verso analisi scientifiche serie e referenziate a disposizione di tutti, le misure di contenimento si sarebbero potute differenziare in forma più logicamente discriminata e non indistintamente “ricopiata” su tutto il territorio nazionale, senza alcun discernimento che non fosse il pedissequo richiamo al salvifico ‘lockdown’. L'analisi logica dei dati, infatti, avrebbe potuto far prevedere che alcune macroaree, rispetto ad altre,  sarebbero state meno colpite in quanto mancanti di quelle situazioni ambientali scatenanti rivelatesi predisponenti, e non sarebbe stato necessario prolungare, in quelle aree, il periodo di chiusura e i pesanti disagi conseguiti.

Certo il PM2.5 è agente ambientale capace di realizzare un’aggressione subdola rispetto alla quale molto poco può fare il singolo cittadino impossibilitato a difendersi da un particolato assai minuto, che non può decidere di smettere di respirare, inodore e capace di penetrare anche negli ambienti chiusi. E’ sui governi e sulle amministrazioni che ricade, dunque, la responsabilità di normare i flussi di inquinanti regolamentando, attraverso l’adozione di norme precise, l’entità delle emissioni autoveicolari e derivanti dalla combustione industriale di carburanti fossili.

E’ su quest’ambito, molto più che sui guanti e sulle mascherine, che avremmo voluto e vorremmo vedere convintamente e seriamente impegnati i nostri decisori e i loro consulenti, senza alcuna pretesa che non sia quella di sostituire, agli azzardi previsionali e alla scelta emozionale e tutto sommato facile della paura (e del catastrofismo), la lucidità e la conoscenza, uniche formule capaci, contro ogni quarantena fisica e mentale, di ripristinare la tranquilla fiducia nell’oggi e, soprattutto, nel domani”.

Gaetano Gorgoni 
Leggi l'articolo integrale su leccesette

01 luglio 2020

RIMBORSO ECONOMICO ALLE PERSONE COLPITE NELLA SALUTE DAGLI INQUINANTI IMMESSI NELL’ AMBIENTE CON LA COMBUSTIONE DEI RIFIUTI.

DALLA PAGINA FACEBOOK DEL MEDICO ISDE GIOVANNI 
GHIRGA
Trascrizione dell’intervento del Dr. Giovanni Ghirga, ISDE Civitavecchia, alla Audizione per la Conferenza dei Servizi sull’inceneritore di rifiuti proposto a Tarquinia dalla Società A2A, avvenuta il 30 giugno 2020, ore 15:30.
"In un momento di tale sofferenza, paura, indecisione e speranza, non si può non parlare del rapporto tra inquinamento dell’aria (anche da incenerimento dei rifiuti) ed infezione da SARS-CoV-2. Uno studio effettuato dal Department of Biostatistics, Harvard T.H. Chan School of Public Health, Boston, MA, USA, pubblicato nello scorso aprile, ha dimostrato che ad ogni aumento del PM2.5 di 1 μg / m3 di aria è associato un aumento dell'8% del tasso di mortalità per COVID-19. Non si dovrebbe dunque in alcun modo proseguire in questo iter autorizzativo per rispetto di fronte alle decine di migliaia di persone decedute per coronavirus.
In base a quanto comunicato nelle mie precedenti osservazioni:
VISTO il danno secondario alle emissioni provenienti anche dalla combustione dei rifiuti, in relazione al cancro che potrebbe essere causato dalla esposizione alle polveri fini PM2.5. Tale danno comporta anche una grave spesa economica per la società di circa 2 milioni di euro a paziente;
VISTO il danno secondario alle emissioni provenienti anche dalla combustione dei rifiuti, in relazione all’insorgenza di disturbi del neurosviluppo, quali la sindrome dello spettro autistico, in seguito alla esposizione al mercurio, al piombo, alle diossine ed altri elementi e sostanze tossiche. Tale danno comporta anche una pesante spesa economica per la società di circa 2 milioni di euro a paziente;
VISTO il danno (parziale) ormai accertato, soprattutto alla salute 
pubblica ma anche all’ambiente, di circa 21 euro per ogni tonnellata di rifiuti bruciata;
VISTA la recente consapevolezza anche da parte della Danimarca, in seguito agli alti livelli di cancro e di disturbi del neurosviluppo nella stessa nazione, sfociata nella dichiarazione da parte di rappresentanti del governo di ridurre la combustione dei rifiuti;
VISTI i recentissimi risultati di uno studio che ha coinvolto oltre 68 milioni di persone con più di 65 anni, il quale ha confermato il rapporto tra mortalità prematura e polveri fini PM2.5 (Xiao, Science Advances, 2020):
SI CHIEDE alla Regione Lazio, nel caso sfortunato per tutta la
 
popolazione che sia autorizzata la costruzione dell’inceneritore di rifiuti in oggetto, SE ESISTA GIÀ UN PROGETTO DI FINANZIAMENTO REGIONALE CHE ABBIA COME FINE UN RIMBORSO ECONOMICO MILIONARIO DOVUTO ALLE PERSONE COLPITE NEL LORO STATO DI SALUTE DAGLI INQUINANTI EMESSI DALL'INCENERIMENTO DEI
RIFIUTI".
In fede
 Dr. Giovanni Ghirga

Ernesto Burgio : Inquinamento, interferenze sul genoma umano e rischi per la salute

Tratto da Omceoar.it
  Ernesto Burgio
AMBIENTE E SALUTE
Inquinamento, interferenze sul genoma umano e rischi per la salute

 COSA SI DOVREBBE INTENDERE PER 
AMBIENTE E SALUTE?
Se il tema ambiente e salute riscuote scarso interesse tra i medici è perché lo si affronta in gene- re in modo superficiale e poco scientifico. Se ci si rendesse conto che ambiente è letteralmente tutto, una fonte continua di sollecitazioni e informazioni che inducono le cellule e gli organismi in genere a rispondere attivamente e adattivamente: modificando nel breve periodo l’espressio- ne genica di milioni di cellule (cioè tipi e quantità delle proteine prodotte) e nel medio-lungo termine lo stesso assetto (epi)genetico e fenotipico degli organismi.
 E se tenessimo presente che Homo sapiens ha cambiato in pochi decenni la stessa composizione molecolare dell’ecosfera, modificando i cicli biogeochimici che la regolano. Se, insomma, anziché parlare di ambiente e inquinamento in modo vago e impreciso, definissimo con chiarezza il significato di questi ter- mini per meglio valutare la portata delle trasformazioni che abbiamo apportato all’ambiente in un così breve lasso di tempo e le possibili conseguenze che tutto questo potrebbe avere sullo sviluppo ontogenetico di ogni singolo individuo e, quindi, sulla stessa evoluzione filogenetica della nostra specie, il discorso sarebbe diverso. A questo scopo, dovremmo renderci anche pie- namente conto del peso che hanno i nostri modelli nella rappresentazione, comprensione e valu- tazione dei problemi: rappresentazione e valutazione alquanto diverse a seconda che si decida di utilizzare il paradigma neodarwinista, oggi predominante, nel quale l’ambiente ha un ruolo essenzialmente selettivo (sia pur indiretto) sulle infinitesime modifiche stocastiche che avven- gono nel nostro genotipo oppure un modello neolamarckiano, istruttivo e costruttivo, in base al quale ogni informazione proveniente dall’ambiente potrebbe indurre organismi, cellule e geno- mi a modificarsi attivamente e in modo adattivo e predittivo [altrimenti detto: se si propende per l’attuale paradigma DNA/gene-centrico nel quale il “programma genetico” è essenzialmen- te e stabilmente inscritto nel nostro DNA e si trasmette quasi immutato di generazione in gene- razione, oppure per un modello di genoma fluido/dinamico in grado di modificarsi attivamente in risposta alle sollecitazioni/informazioni provenienti dall’ambiente]. È venuto, insomma, il momento di metter mano a un nuovo e più complesso modello di Medicina Ambientale, nella piena consapevolezza che se riusciremo, finalmente, a dotare questa disciplina emergente di solide basi scientifiche, l’interesse di medici e uomini di scienza sarebbe assicurato.


AUMENTO DELLA MORTALITÀ IN SEGUITO ALL ‘ ESPOSIZIONE ALLE POLVERI SOTTILI....

Tratto dalla pagina Facebook del Medico ISDE
 Giovanni GHIRGA




UNO STUDIO CHE HA COINVOLTO OLTRE 68 MILIONI DI PERSONE CON PIÙ DI 65 ANNI, HA CONFERMATO L’AUMENTO DELLA MORTALITÀ’ IN SEGUITO ALLA ESPOSIZIONE ALLE POLVERI FINI.

Il rafforzamento degli standard statunitensi di qualità dell'aria per l'inquinamento da polveri fini, in conformità con le attuali linee guida della World Health Association (WHO), potrebbe salvare più di 140.000 vite nel corso di un decennio, secondo un nuovo studio della Harvard TH Chan School of Public Health. 
La nuova ricerca si basa su uno studio del 2017 che ha dimostrato che l'esposizione a lungo termine all'inquinamento da PM2.5 e da ozono, anche a livelli inferiori agli attuali standard di qualità dell'aria degli Stati Uniti, aumenta il rischio di morte prematura tra gli anziani (> 65 anni). 
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno esaminato I DATI di 16 anni di 68,5 MILIONI di persone iscritte a Medicare – considerando fattori confondenti come l'indice di massa corporea, il fumo, l'etnia, il reddito e l'istruzione.
I risultati sono stati coerenti in tutti e cinque i diversi tipi di analisi, offrendo ciò che gli autori hanno definito "le prove più affidabili e riproducibili fino ad oggi" sul LEGAME CAUSALE TRA ESPOSIZIONE A PM2.5 E MORTALITÀ ANCHE A LIVELLI INFERIORI ALL'ATTUALE STANDARD STATUNITENSE DI QUALITÀ DELL’ARIA DI 12 µg / m3 L'ANNO (più basso di quello europeo che è di 25 µg / m3 l’anno).
Gli autori hanno scoperto che una riduzione annuale ad un valore limite di 10 µg / m3 dell'inquinamento da PM2,5 porterebbe a una riduzione del 6% -7% del rischio di mortalità. 
Sulla base di tale constatazione, hanno stimato che se gli Stati Uniti abbassassero lo standard PM2.5 annuale a 10 µg / m3 (la linea guida annuale dell'OMS), 143.257 vite sarebbero salvate in circa un decennio.       
Il corrispondente economico è elevatissimo.

Xiao Wu, Danielle Braun, Marianthi-Anna Kioumourtzoglou, Francesca Dominici. Evaluating the Impact of Long-term Exposure to Fine Particulate Matter on Mortality Among the Elderly. Science Advances, 2020

30 giugno 2020

CENTRALE A CARBONE DI CIVITAVECCHIA: SABATO 4 LUGLIO MANIFESTAZIONE PER LA SUA CHIUSURA

                                          Tratto da Lagone.it

                           
RIPORTIAMO LA SEGUENTE DICHIARAZIONE SULLA CENTRALE A CARBONE DI TORRE VALDALIGA NORD
SABATO 4 LUGLIO dalle ore 10.30: nei pressi della centrale a carbone TVN di Civitavecchia con i comitati e i movimenti provenienti da tutta Italia
Negli ultimi mesi molte imprese del settore energetico ma anche ministri e parlamentari di ogni schieramento, sostengono a gran voce che l’Italia è già pronta ad attuare una transizione ecologica epocale in piena sintonia con le indicazioni che arrivano dall’IPCC

In realtà, quella che da molti viene spacciata come la riconversione “green” del sistema energetico nazionale, sta posizionando il gas, che di ecologico non ha nulla, al centro di tanti costosissimi progetti sparsi in tutta Italia.

Dalle trivelle ai gasdotti, dai rigassificatori alle nuove centrali, passando per gli hub del gas e per la metanizzazione di intere regioni, il nostro Paese continua ad autorizzare e ad investire miliardi di euro nei combustibili fossili.

Così, legittimate anche da alcuni importanti documenti di indirizzo nazionale (SEN e PNIEC in primis, nonostante le osservazioni formalmente prodotte da un centinaio di associazioni) molte imprese continuano a lavorare indisturbate alla realizzazione di grandi opere inquinanti e climalteranti.

IN QUESTO SCENARIO IL TIMORE CHE IL PHASE OUT DEL CARBONE NON VENGA AFFATTO COMPLETATO ENTRO IL 2025 È PIÙ CHE CONCRETO.
Alcuni gruppi attualmente alimentati a carbone potrebbero, infatti, rimanere in piedi per essere usati come riserva fredda. Al danno delle nuove centrali a gas si aggiungerebbe, dunque, la beffa di impianti a carbone non del tutto smantellati.
.

Per questo, sabato 4 luglio i comitati attivi nella campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile” si sono dati appuntamento a Civitavecchia e chiedono a Governo e istituzioni competenti:

1) che siano chiuse tutte le centrali a carbone ancora attive sul territorio italiano entro e non oltre il 31 dicembre 2025;

2) che venga vietata la realizzazione di nuove centrali turbogas a partire dai progetti di Brindisi, Civitavecchia, Fusina e La Spezia;

3) che siano bloccati tutti i cantieri afferenti alla realizzazione di opere riconducibili all’estrazione, al trasporto e allo stoccaggio di combustibili fossili;

4) che cessi immediatamente ogni forma di finanziamento pubblico ai combustibili fossili, gas compreso;

5) che i fondi così recuperati vengano utilizzati per la bonifica dei siti inquinati e per un serio utilizzo delle energie rinnovabili.

Per tutti questi motivi, perché la transizione ecologica non sia la nuova facciata del solito modo di fare impresa a danno del territorio e delle comunità, la campagna nazionale chiama al presidio di sabato 4 luglio a Civitavecchia

“Per il clima, fuori dal fossile”

 

Vaccinazione antinfluenzale: la posizione di ISDE

Tratto da Isde

Vaccinazione antinfluenzale: la posizione di ISDE Italia

Abbiamo letto con sorpresa che, in previsione della complessa situazione infettivologica che potrebbe venirsi a creare nel prossimo autunno – inverno per l’insorgenza dell’influenza stagionale e della possibile ripresa di Covid 19, il Ministero della Salute nella Circolare del 5 giugno 2020 raccomanda un’estesa vaccinazione antinfluenzale che coinvolga anzitutto le seguenti categorie: bambini oltre 6 mesi, anziani oltre 65 anni, donne in gravidanza, sanitari. Tali raccomandazioni in alcune regioni si stanno già trasformando in obblighi, e ciò suscita notevole sconcerto da parte di Associazioni Mediche e di Riviste scientifiche[1] [2].

La principale motivazione avanzata per l’estensione della vaccinazione è l’ipotesi che la maggior copertura vaccinale contro l’influenza sarebbe vantaggiosa nel “semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti, dati i sintomi simili tra Covid19 e Influenza”.ISDE Italia ritiene che:

  • la motivazione addotta sia debole e basata su ipotesi non validate in modo adeguato (l’efficacia della vaccinazione si aggira tra il 30 e il 40%): inserire una variabile quale l’incremento della vaccinazione antinfluenzale potrebbe viceversa aumentare anziché diminuire il “rumore di fondo”, con il rischio che i vaccinati pensino, al sorgere di un po’ di febbre o al primo starnuto, di essere affetti da Covid19.
  • una vaccinazione antinfluenzale generalizzata alle suddette categorie non è basata su prove scientifiche adeguate e – al di fuori di specifiche categorie a rischio – ancora non si dispone di un chiaro rapporto favorevole costi/benefici né rischi/benefici.
  • l’obbligo, già anticipato in alcune regioni, appare improprio dal punto di vista scientifico, giuridico ed etico e probabile causa di logoranti contenziosi.

ISDE Italia pertanto, in attesa di avere prove più chiare da ricerche con disegni di alta validità, indipendenti da sponsor commerciali e condotte da ricercatori senza relazioni finanziarie con i produttori, auspica una moratoria su estensioni generalizzate della vaccinazione antinfluenzale e sugli obblighi disposti da alcune Regioni e auspica che:

  • la politica si impegni ad assicurare un ambiente antidogmatico favorevole a un dibattito scientifico libero, non basato sul “principio di autorità” ma sulle migliori prove ad oggi disponibili, trasparente, esente da conflitti d’interessi.
  • si apra un confronto approfondito nelle sedi scientifiche e istituzionali dedicate, a livello nazionale e regionale, senza chiusure pregiudiziali, se possibile indicendo una Conferenza di Consenso aperta a un libero confronto di posizioni scientifiche, che metta al tavolo tutti i soggetti competenti e portatori di interessi.
  • la vaccinazione antinfluenzale continui a essere offerta in modo gratuito a categorie a rischio e quando liberamente richiesta, purché tutti siano informati in modo completo ed equilibrato delle incertezze scientifiche esistenti, per consentire un vero consenso informato, principio cardine per qualsiasi intervento sanitario.
[1]https://www.scienzainrete.it/articolo/ha-senso-estendere-vaccinazione-antinfluenzale/simonetta-pagliani/2020-06-18
[2]https://www.sostenibilitaesalute.org/la-vaccinazione-antinfluenzale-estesa-alla-popolazione-e-resa-obbligatoria-puo-risultare-piu-dannosa-che-utile-comunicato-stampa-del-16-giugno-2020/

28 giugno 2020

Marco Grondacci: Il governo nazionale vuole semplificare la Via : proposta sbagliata e confusa...

Tratto da Note diMarco Grondacci 
IL governo  vuole semplificare la VIA: proposta sbagliata e confusa

Ancora una proposta di semplificare la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Questa volta da parte del governo nazionale che mi pareva in materia ambientale nato per fare funzionare le procedure ambientali non per ridurne efficacia con inutili e pericolose semplificazioni.
Nell’ennesimo decreto legge semplificazioni ci sarà un articolo che prevede nel caso il procedimento di VIA non si concluda nei termini di legge la questione venga assorbita dal Consiglio dei Ministri.



Il Sole24ore oggi definisce la VIA come “uno dei poteri di veto più forti”.  Ma davvero è un potere di veto? Semmai questa procedura è diventata una giustificazione ex ante della compatibilità ambientale di un progetto, tanto che uno dei padri della introduzione della VIA in Italia scrisse qualche anno fa un libro intitolato: "Ecologia dell'Impatto Ambientale" !

In realtà la VIA, lo ricordo per gli smemorati, è un processo di valutazione  preventivo non sulla compatibilità ma sull'impatto di un progetto con un determinato sito. Non deve essere interpretata come una mera autorizzazione. Infatti nella VIA conta l’istruttoria prima ancora che l’atto conclusivo finale, se la istruttoria è sfalsata, se i presupposti del quadro conoscitivo su cui si fonda il progetto sono sfalsati, la decisione finale sarà comunque errata per l’ambiente e la salute pubblica a prescindere dai termini rispettati dalla legge e non sarà un consesso politico estraneo al procedimento di VIA specifico, come il Consiglio dei Ministri a colmare quei gap istruttori.
Non solo ma aumentando a dismisura i poteri del Consiglio dei Ministri si ledono due principi cardine della VIAla specificità del sito e la partecipazione della comunità interessata.
Quando chi ci governa capirà che nella VIA non contano i termini ma l'impostazione del progetto e il coinvolgimento preventivo della comunità interessata? 



Gli ultimi governi, precedenti al Governo Conte bis, hanno ridotto la VIA da procedura di valutazione preventiva dell’impatto ambientale di un progetto in un dato sito ad una mera autorizzazione ex ante di compatibilizzazione del progetto con il sito. Si veda gli articoli 27 e 27-bis del DLgs 152/2006 sul provvedimento autorizzatorio unico statale e regionale.

Quando la smetteranno di prendere in giro i cittadini meno informati rimuovendo il fatto che la VIA è già stata anche troppo semplificata come dimostrano i percorsi di molte grandi opere (infrastrutture, centrali termoelettriche), ad esempio per il progetto del terzo valico in Liguria (vedi QUI)

I VINCOLI NORMATIVI PER GARANTIRE IL RISPETTO DEI TERMINI DELLA CONCLUSIONE DELLA VIA ESISTONO MA NON VENGONO RISPETTATI

Ma c’è di più perché già nella attuale versione della normativa nazionale sulla VIA ci sono vincoli normativi per rispettare i termini del procedimento: 
Per la verifica di assoggettabilità a VIAil comma 12 articolo 19 del DLgs 152/2006 recita: “12. I termini per il rilascio del provvedimento di verifica di assoggettabilità a VIA si considerano perentori ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 2, commi da 9 a 9-quater, e 2-bis, della legge 7 agosto 1990, n. 241.”
Per la procedura ordinaria di VIA il comma 7 dell’articolo  25 del DLgs 152/2006 recita: “7. Tutti i termini del procedimento di VIA si considerano perentori ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 2, commi da 9 a 9-quater, e 2-bis, della legge 7 agosto 1990, n. 241.”
Questi riferimenti alla legge 241 sono ripetuti anche negli articoli 27 e 27-bis del DLgs 152/2006 relativamente al Provvedimento unico in materia ambientale e al 
Provvedimento autorizzatorio unico regionale che come ho già scritto sopra assorbono anche la VIA.

Le norme della legge 241/1990 già prevedono una procedura accelerata fino alla nomina di un commissario  che si sostituisce all’ufficio competente che non ha rispettato i termini della conclusione del procedimento di VIA. Non solo ma l’altro articolo citato della legge 241/1990 , l’articolo 2bis recita: “1. Le pubbliche amministrazioni e i soggetti di cui all'art. 1, comma 1-ter, sono tenuti al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento. 1-bis. Fatto salvo quanto previsto dal comma 1 e ad esclusione delle ipotesi di silenzio qualificato e dei concorsi pubblici, in caso di inosservanza del termine di conclusione del procedimento ad istanza di parte, per il quale sussiste l'obbligo di pronunziarsi, l'istante ha diritto di ottenere un indennizzo per il mero ritardo.”.
Ma queste norme non sono mai state applicate perché? Io un’idea la ho: forse perché andavano a toccare le responsabilità della casta dei burocrati come pure indirettamente degli amministratori pubblici ? Visto che molti procedimenti  non si chiudono nei termini per ragioni che con la natura del procedimento di VIA non hanno nulla a che fare! 


L'UNICO VERO POTERE DI INTERVENTO DEL GOVERNO NAZIONALE UTILE PER L'AMBIENTE IN CASO DI INADEMPIENZE DEI RESPONSABILI DEL PROCEDIMENTO DI VIA  

Ma c’è di più l’unico vero utile potere di intervento statale in caso di inadempienze da parte ad esempio delle Regioni e degli enti locali in materia di procedure ambientali come la VIA è previsto dall’articolo 8 della legge istitutiva del Ministero Ambiente (legge 349/1986) che prevede poteri di diffida e poi di ordinanza da parte del Ministro se l’inadempimento può  produrre un rischio per ambiente e salute pubblica. Ecco questo si che può essere un intervento sostitutivo utile ma non certo quello proposto ora dal Governo Conte! 


LE VERE RAGIONI DELLA INTRODUZIONE DI QUESTA ENNESSIMA "SEMPLIFICAZIONE" DELLA PROCEDURA DI VIA
Ma diciamo la verità la cultura di governo che sta dietro questa ennesima “semplificazione” delle procedure ambientali (c’è di mezzo anche il tentativo di spostare il parere della Soprintendenza sempre al Consiglio dei Ministri) è che spostando la decisione al Consiglio dei Ministri si vuole rimuovere il conflitto sul territorio rispetto a progetti che spesso vengono calati dall’alto in base ad interessi che la tutela dell’ambiente lo sviluppo sostenibile non c’entrano nulla!
Progetti calati dall’alto che violano i principi fondanti delle normative sulla valutazioni ambientali che sono:
1. la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) dei piani e programmi definisce con la partecipazione delle comunità locali preventivamente le localizzazioni sostenibili di progetti ed opere su un dato territorio
2. la VIA definisce a livello puntuale in attuazione dei piani valutati dalla VAS la compatibilità del singolo progetto con lo specifico sito. 

Di fronte agli scempi che il legislatore e gli amministratori pubblici hanno prodotto in questi anni nelle procedure di VAS e di VIA ormai, anche se non sempre, l’ultimo organo di resistenza per una corretta interpretazione di queste procedure secondo le loro finalità originaria, resta la magistratura comunitaria e nazionale come ho spesso dimostrato in questo blog. 


27 giugno 2020

Il MODA: no all'ampliamento della discarica del Boscaccio e al CSS da rifiuti

Tratto da La Nuova Savona

Il MODA: no all'ampliamento della discarica del Boscaccio e al CSS da rifiuti

Virginio Fadda: “E’ noto che l'incenerimento di combustibili derivati da rifiuti produce nei fumi pericolose diossine e metalli pesanti, mettendo a rischio la salute della popolazione esposta. L'Unione Europea chiede agli Stati membri di vietare il collocamento in discarica dei rifiuti riciclabili e biodegradabili entro il 2025 e  di impegnarsi per abolire quasi completamente il collocamento in discarica entro il 2030, ma qui in Liguria a Vado Ligure si progetta in direzione opposta”

Il MODA: no all'ampliamento della discarica del Boscaccio e al CSS da rifiuti

Presentazione VAS Savona 2017 (QUI): “... i dati progettuali ci consentono di ritenere che il pubblico impianto esistente in Località Boscaccio a Vado Ligure (affidato al momento in gestione, da parte del comune proprietario, alla società Ecosavona) sia ampiamente sufficiente a smaltire il rifiuto residuo per un arco temporale di 15 anni a partire dal 2021 (Start Up completa del nuovo sistema) e non sia pertanto necessario procedere a nuovi ampliamenti e/o alla costruzione di nuovi impianti...”

Del tutto inutile appare quindi l’ampliamento proposto oggi in Regione che prevede una prima fase di 786.000 metri cubi e una fase 2 con l’ampliamento a monte della Fase 1 per una volumetria totale lorda per i rifiuti di 1.489.000 m.c. .

In tale progetto la sezione di trattamento meccanico sarà implementata sostituendo il trituratore ed il vaglio attuali con nuove macchine e introducendo i macchinari necessari alla raffinazione della frazione secca ai fini della produzione di CSS.

Lo schema n. 37 della Regione Liguria del 7/10/2016 “Soluzioni per la chiusura del ciclo di gestione rifiuti” e la Deliberazione n. 6 del 27/7/2017 del “Comitato d'Ambito per il ciclo dei rifiuti” di Regione Liguria e Province liguri prevedono per l'Area savonese la chiusura del ciclo con la produzione di CSS combustibile e nella discarica del Boscaccio a Vado Ligure hanno previsto la produzione di combustibile da rifiuti CSS da 22.000 t/a a 30.250 t/a nell' ipotesi di raccolta differenziata al 65% mentre oggi in Regione siamo appena al 50% di RD ed in Provincia di Savona ancora al 60%.

Con invece una auspicabile Raccolta differenziata spinta (80-90 %), come avviene oggi in molte parti del Mondo e d’Italia (vedi ad esempio la Provincia di Treviso ed il Comune di Cairo Montenotte), si eviterebbe definitivamente la “chiusura del ciclo con la produzione di CSS ”programmata nella delibera regionale in premessa, eliminando così del tutto la produzione e la successiva combustione di CSS.

E' ben noto che l'incenerimento di combustibili derivati da rifiuti in impianti dedicati, centrali termoelettriche e cementifici ( come autorizzato dalla Regione nel Piano rifiuti 2015 - QUI ) produce nei fumi pericolose diossine e metalli pesanti mettendo a rischio la salute della popolazione esposta. Tali inquinanti sono presenti anche nelle ceneri residuali della combustione che risultano così poi difficili da smaltire (allegato QUI).

L'Unione Europea chiede agli Stati membri di vietare il collocamento in discarica dei rifiuti riciclabili di plastica, metallo, vetro, carta e cartone e dei rifiuti biodegradabili entro il 2025 chiede di impegnarsi per abolire quasi completamente il collocamento in discarica entro il 2030...ma qui in Liguria a Vado Ligure si progetta in direzione opposta!

 

Virginio Fadda

23 giugno 2020

Comunicato di "Uniti per la Salute ODV" del 23 giugno

Comunicato di Uniti per la Salute ODV

Leggiamo su un giornale on line un articolo che riferisce alcune prese di posizione del sindaco di Vado.
Nel testo dell'articolo si riporta la seguente dichiarazione di Monica Giuliano: “E poi non potevo non ricordare tutti i lavoratori che negli anni scorsi hanno perso il lavoro a causa di scelte che a volte sono state fatte con parte di coscienza civica, ma certo con poco coscienza umana. Ogni azione, anche di chiusura, ha provocato danni enormi”.
Quella che lo stesso giornale on line, non smentito dalla dott. Giuliano, definisce come “frecciata, nemmeno troppo velata, a tutti quei soggetti (la Procura, ma anche i vari comitati) che hanno voluto la chiusura della centrale” ci lascia sconcertati.
Stupisce infatti non poco il fatto che un sindaco, che rappresenta un’istituzione pubblica, anche come autorità sanitaria, invece di ringraziare chi ha evidenziato le gravi problematiche per la salute emerse nelle indagini, ostenti questo atteggiamento nei confronti dalla Magistratura e di molti cittadini.
Per la precisione ci risulta che la Procura abbia chiesto a suo tempo il sequestro preventivo di detti gruppi a carbone e che detto sequestro sia stato disposto da un Giudice con un atto corredato da consistenti motivazioni e che non sia stato impugnato dalla società.
Inoltre è importante ricordare che, a conclusione del provvedimento di sequestro, il Giudice lasciava aperta la strada della riapertura dei gruppi a carbone precisando che: “Peraltro, ove la “Tirreno Power S.p.A.” provvedesse all’installazione di un sistema di controllo adeguato, ...omissis... potrà provvedersi al dissequestro dei detti impianti. “ (*)
Ci chiediamo dunque ancor oggi il perché l'azienda non abbia provveduto all'installazione del misuratore delle emissioni a camino, come richiesto dal giudice e previsto in tutte le centrali termoelettriche: dunque un onere niente affatto eccessivo che (ovviamente qualora i dati emissivi fossero stati entro i valori assicurati dall'adozione delle tecnologie del settore) avrebbe permesso
il dissequestro. Siamo, come tutti, molto sensibili alle gravi problematiche legate a chi ha ingiustamente perso il proprio lavoro, ma sarebbe opportuno esaminare con obiettività quanto fin qui emerso e riflettere su chi non ha saputo conciliare salute e occupazione.
Ci permettiamo poi di ricordare al sindaco, anche nella sua qualità di autorità sanitaria, provvista evidentemente di “coscienza umana” (che ovviamente non può andare disgiunta dalla "coscienza civica" tantomeno in un sindaco!) che sempre nel citato provvedimento di sequestro il Giudice scriveva: ”Non si può poi dimenticare - ed anzi è l’elemento di maggior rilievo - che il reato contestato prevede, come sua ipotesi sicuramente più grave, l’ingente danno alla salute provocato dal dimostrato aumento del ricoveri ospedalieri e del numero dei decessi riconducibile direttamente alla presenza della centrale”.
Ci pare importante infine rammentare che i dati agghiaccianti sull'impatto sanitario della centrale a carbone su cui si è basata la Procura, sono stati confermati da uno studio successivo del tutto
autonomo: l'indagine epidemiologica condotta dal CNR, massimo ente di ricerca italiano che ha accertato come dal 2001 al 2013 si sia registrato un aumento della mortalità pari al 49% nell'area
della centrale a carbone Tirreno Power a Vado Ligure. (**)

Cara Sindaco ci spieghi dove mai in un tale contesto deve stare la "coscienza umana"
23 giugno 2020
unitiperlasalute@libero.it

 
                                       

Note

(*) Dal provvedimento di sequestro : …..Tenuto conto della pregressa condotta della società che gestisce l’impianto, la quale, a parte le altre inottemperanze, non ha provveduto nei termini stabiliti dall’AIA alla collocazione dello SME ed alla calibratura del medesimo (tant’è che i dati del sistema di controllo non appaiono attendibili), la scrivente non ritiene sufficiente ai fini di cui sopra autorizzare la prosecuzione dell’attività dei gruppi a carbone subordinandola alla installazione di un sistema SME che consenta di controllare la riduzione ed il mantenimento delle emissioni nei limiti delle MTD.

Appare infatti assai probabile (per non dire certo) che il gestore, non diversamente da quanto ha fatto sino ad oggi, cerchi in ogni modo di rinviare sine die l’adempimento richiesto, in tal modo vanificando l’esigenza (che il sequestro vuole soddisfare) di ridurre le emissioni pericolose dell’impianto, scongiurando il protrarsi del danno per l’ambiente e la salute.

Peraltro, ove la “Tirreno Power S.p.A.” provvedesse all’installazione di un sistema di controllo adeguato, da calibrare e monitorare ad opera di uno o più tecnici nominati da questo Giudice, ai quali andrebbe anche affidato il compito di accertare, attraverso i controlli giornalieri dello SME, che i gruppi a carbone VL3 e VL4 siano gestiti in modo da mantenere le emissioni nei limiti delle MTD, potrà provvedersi al dissequestro dei detti impianti.


(**)(ANSA) – GENOVA 3 SET 2019 -Dal 2001 al 2013 si è registrato un aumento della mortalità pari al 49% nell'area della centrale a carbone Tirreno Power a Vado Ligure(Savona). Lo indica la ricerca dell'Istituto Gvdi fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ifc) pubblicata sulla rivista Science of the Total Environment.

Leggi su  IVG

Chiusura Tirreno Power, Uniti per la Salute risponde al sindaco di Vado: “Dichiarazioni sconcertanti” 

Il riferimento è alle parole di Monica Giuliano durante la  cerimonia per la demolizione del carbodotto....