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05 dicembre 2019

Minambiente: LE CONNESSIONI TRA SALUTE E CAMBIAMENTI CLIMATICI

Tratto da MInistero dell’Ambiente .

LE CONNESSIONI TRA SALUTE E CAMBIAMENTI CLIMATICI



Su iniziativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), i lavori del pomeriggio del 3 dicembre al Pagilione italiano sono stati dedicati ad analizzare le connessioni tra salute e cambiamenti climatici. In particolare, sono state affrontate due questioni: i rischi che il cambiamento climatico comporta per le determinanti ambientali della salute, compresi il cibo, l’acqua e la qualità dell’aria; i miglioramenti che deriverebbero alla salute umana da una mitigazione dei cambiamenti climatici, a cominciare dalla riduzione dei sette milioni di persone morte ogni anno in seguito all’inquinamento dell’aria. L’intenzione del WHO è quella di fare della Cop del prossimo anno 2020 la “Health Cop”.

I cosiddetti “health cobenefits” della mitigazione del cambiamento climatico sono stati uno dei temi chiave anche al recente Climate Action Summit, che si è tenuto lo scorso settembre a New York. In quella occasione oltre 50 governi si sono impegnati ad allineare le politiche relative alla qualità dell’aria con quelle concernenti il cambiamento climatico.

La Cop 26, che si terrà il prossimo anno nel Regno Unito e in Italia, è considerata una delle più importanti degli ultimi cinque anni perché ai paesi partecipanti sarà richiesto di aggiornare e incrementare l’ambizione dei propri impegni rispetto allo storico accordo di Parigi del 2015.

All’incontro sono intervenuti: Federica Fricano, dirigente per gli affari europei e il negoziato internazionale sul clima, Ministero italiano dell’Ambiente; Maria Neira, WHO; Paolo Lauriola, FNOMCeO, Federazione Italiana dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri; rappresentanti delle ong Italian Climate Network, Welcome Trust e Lancet.

Proprio in questi giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha presentato un corso di formazione online rivolto ai professionisti del negoziato sul cambiamento climatico che fornisce una preparazione di base sui negoziati nell’ambito delle Nazioni Unite e su come includere gli aspetti del cambiamento climatico relativi alla salute negli stessi negoziati. Il corso è disponibile gratuitamente a questa piattaforma: https://eliademy.com/catalog/catalog/product/view/sku/2d33348284

04 dicembre 2019

Inquinamento ambientale e salute

Tratto da Aboca
Inquinamento ambientale e salute
Per una medicina responsabile


Negli ultimi decenni sono stati pubblicati numerosi studi che dimostrano la strettissima correlazione tra salute e ambiente ed è quindi di fondamentale importanza concepire l’ambiente come un fattore determinante per la salute di tutti.
L’inquinamento è ormai un fenomeno ubiquitario e capillare e l’esposizione ad agenti biologici (quali gli alimenti transgenici e i virus), fisici (come le radiazioni ionizzanti e non-ionizzanti), e chimici (metalli pesanti, pesticidi, diossina, ecc.) che persistono nell’ambiente, si bio-accumulano negli esseri umani e causano alterazioni dell’espressione genica, riguarda l’intera popolazione umana, le generazioni future e l’intera eco-biosfera.
L’OMS ha recentemente stimato che 1/4 delle malattie e delle morti dovrebbe essere oggi attribuito a fattori ambientali modificabili, e quindi prevenibili.
Esiste la diffusa, ma vaga, consapevolezza che tra i determinanti di salute vi siano cause ambientali come l’accumulo di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua, nei suoli, nei cibi, così come c’è la consapevolezza di nuove insidie, come la diffusione invasiva e pervasiva dei campi elettromagnetici; ma non è sufficiente.
Le ricadute sulla salute sono sempre più evidenti e sono testimoniate dalla transizione epidemiologica che fa registrare un aumento delle malattie cronico-degenerative e produce l’aumento dei costi biologici e sanitari, mettendo a rischio la sostenibilità del sistema sanitario stesso.
In questo contesto i medici possono esercitare un ruolo attivo e centrale, poiché hanno le capacità, il dovere e la responsabilità di agire nell’interesse pubblico, trasferendo sia alle comunità che alle istituzioni le informazioni sui rischi legati alle modificazioni ambientali e sui vantaggi che si avrebbero evitando tali rischi.
I medici devono affermare la tutela del diritto, individuale e collettivo, alla salute e ad un ambiente salubre, e in questo ambito i medici di ISDE, Associazione Medici per l'Ambiente, credono che, per la sopravvivenza di un sistema sanitario pubblico, sia necessario e indispensabile un continuo confronto tra scienza medica e società.

L’aria ci uccide. L’Italia è prima in Europa per morti precoci da polveri sottili

Tratto da  Anter

L’aria ci uccide. L’Italia è prima in Europa per morti precoci da polveri sottili

È un conto alla rovescia cruciale quello scandito dallo studio scientifico di The Lancet, che analizza il legame tra salute, inquinamento dell’aria e cambiamento climatico, ponendo l’umanità a un bivio
È un record di cui avremmo fatto volentieri a meno quello che vede il nostro Belpaese in cima alla classifica europea di decessi in età precoce, causati da esposizione alle polveri sottili PM2,5. Ben 45.600 quelli registrati nel 2016, che sono stati calcolati anche dal punto di vista economico, come un danno da 20 milioni di euro (stima che tiene conto della dimensione e della struttura della popolazione dei vari Paesi, dei livelli d’inquinamento dell’aria e che assegna un “valore economico” di 50 mila euro a una vita umana).

Conto alla rovescia per la sopravvivenza

Ad assegnarci il triste primato lo studio Countdown on Health and Climate Change, (“conto alla rovescia su salute e cambiamento climatico”), pubblicato da The Lancet, autorevole collaborazione tra il giornale medico scientifico Lancet e 30 istituzioni, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Banca mondiale.
Lo studio, che colloca l’Italia anche all’undicesimo posto dell’analoga classifica mondiale, da anni si occupa di esaminare l’impatto del cambiamento climatico sulla salute umana, rilevando la stretta connessione che esso ha con i livelli sempre più elevati dell’inquinamento atmosferico.
Solo nel 2016 l’aria inquinata avrebbe causato 7 milioni di morti a livello globale, di cui 2,9 milioni dovuti in particolare proprio al PM2,5.  Se invece si prendono in considerazione anche altri fattori nocivi (come PM10, biossido di azoto e ozono), il numero dei decessi sale ancora di più. Solo qualche mese fa l’Oms aveva stimato che in Italia sono addirittura 80 mila le persone che muoiono a causa dell’aria inquinata, collocandoci intorno al nono posto nella triste classifica mondiale.
Secondo lo studio di The Lancet, comunque, è tutta l’Europa a passarsela piuttosto male in questo scenario. Il vecchio continente si colloca, infatti, in cima alla classifica mondiale di morti premature per PM2,5, appena prima dell’area Pacifico Occidentale. Seguono il sud-est asiatico, l’area del Mediterraneo orientale, l‘Africa e, per ultime, le Americhe.
Ma è, più in generale, l’aria delle metropoli a risultare irrespirabile. Delle 3.500 città extraeuropee con una popolazione di oltre 100.000 abitanti analizzate dallo studio, l’83% ha registrato livelli superiori al limite massimo di esposizione annuale raccomandato dall’OMS.  Una situazione drammatica è quella di Nuova Delhi, dove le PM2.5 hanno toccato livelli venti volte superiori al limite tollerabile dalle linee guida dell’Oms, tanto che il governatore Arvind Kejriwal è arrivato a paragonare la capitale indiana a “una camera a gas”.

Cosa sono le polveri sottili e cosa le causa

Le polveri sottili, o particolato, sono particelle solide e liquide disperse nell’atmosfera, generate dalla combustione fossile, dalla produzione industriale, dai trasporti e dagli impianti di riscaldamento e considerate tra i principali inquinanti  delle aree urbane.
I PM10 e soprattutto PM2,5 sono definiti particolato fine e ultrafine e possono penetrare nei polmoni e nel flusso sanguigno e causare gravi malattie cardiovascolari e respiratorie, a danno soprattutto dei più vulnerabili e dei più piccoli.
Tra i principali disturbi attribuiti a questi inquinanti vi sono aggravamento dei sintomi cardiaci nei soggetti predisposti e patologie acute e croniche come asma, bronchiti, enfisema, allergia e tumori.

L’umanità a un bivio

A fronte di questi dati, così allarmanti, lo studio prospetta due scenari, ponendo l’umanità
 a un vero e proprio bivio. Per spiegarlo in modo efficace, The Lancet ha realizzato 
anche un video in cui si prospettano due possibili scenari futuri, per un bambino che 
si trova a nascere oggi.
Proseguendo nella direzione attuale, senza intervenire in modo deciso per arrestare il cambiamento climatico, si andrà incontro a un costante peggioramento dell’inquinamento atmosferico e, conseguentemente, dello stato di salute delle future generazioni, con decine di milioni di morti in più nel prossimo decennio.
Scegliendo la strada della decarbonizzazione e della lotta al riscaldamento globale, impegnandosi dunque a contenere l’innalzamento delle temperarure ben al di sotto dei 2°C e possibilmente sotto l’1,5°C (come stabilito dall’accordo di Parigi) l’umanità potrà, invece,vedere progressivi e sensibili miglioramenti anche nella qualità dell’aria.
Incoraggianti le previsioni di alcuni scienziati, come William Collins, professore di chimica dell’atmosfera e modellistica dei sistemi terrestri all’Università di Reading, secondo cui le politiche di mitigazione del clima avrebbero “effetti sulla salute quasi immediati”. Fondamentale, in questo senso, l’impegno sinergico della collettività, dei governi e dell’industria.

Alice Zampa

03 dicembre 2019

«Ridurre le emissioni per il bene della salute»

Tratto da corriere del ticino

«Ridurre le emissioni per il bene della salute»

AMBIENTE  
L’Organizzazione mondiale della sanità deplora la mancanza di impegno finanziario degli Stati per limitare gli effetti del cambiamento
climatico
La COP25 in Spagna rappresenta «un momento cruciale anche per la salute», ha sottolineato davanti alla stampa la direttrice della sanità pubblica all’OMS Maria Neira. Il cambiamento climatico è «una crisi di salute» che può provocare fino a 250’000 morti supplementari all’anno.
Secondo gli studi precedenti, i benefici per la salute di una riduzione delle emissioni di CO2 sarebbero doppi rispetto ai costi per l’applicazione del dispositivo per raggiungerla. E circa un milione di persone potrebbero essere salvate entro il 2050.
Per la prima volta l’OMS ha presentato oggi un rapporto sugli impegni nazionali dei Paesi sul clima e la salute. Oltre 100 di loro ha risposto, ma non la Svizzera né un certo numero di grandi attori come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia o Stati molto colpiti dall’inquinamento.
La metà dei Paesi che hanno partecipato hanno stabilito una politica o un piano nazionale sugli effetti del cambiamento climatico per la salute. Ma solo un po’ più di un terzo di loro ha impegnato finanziamenti per cominciare ad applicarli. Ancora peggio, meno del 10% ha avviato un dispositivo che permetterà di attuarli completamente.
Il cambiamento climatico andrà a incidere sulla «fattura» in futuro, deplora il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, che invita a operare immediatamente per preservare la salute.
Salute mentale, morti dovute ai disastri meteorologici, malattie di origini alimentari o idriche come il colera rappresentano minacce identificate dagli Stati.
Ma il 60% dei Paesi che hanno risposto rilevano che malgrado queste componenti la salute non è sufficientemente collegata alle iniziative nazionali e internazionali sul clima. I ministri della salute dovrebbero partecipare alle discussioni, insiste Neira. E i fondi dovrebbero provenire da attori internazionali come il Fondo verde per il clima e non aggiungere un «onere» supplementare sul sistema della salute, secondo Neira.
La sola esposizione all’inquinamento dell’aria costa complessivamente 5000 miliardi di dollari nel mondo. E la direttrice rileva che centinaia di miliardi di dollari di sovvenzioni sono attribuite alle energie non rinnovabili. Queste rappresentano il principale problema che alimenta gli effetti del cambiamento climatico sulla salute, afferma un responsabile di tale questione all’OMS, Diarmid Campbell-Lendrum.
Alcuni Paesi insulari colpiti dal riscaldamento climatico hanno lanciato iniziative positive come la riorganizzazione degli ospedali o il ricorso alle energie rinnovabili nei centri di sanità. Ma gli attori della salute, dei trasporti e dell’energia collaborano in meno del 25% degli Stati che hanno risposto. Solo il 20% dei contributi nazionali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra menzionano la salute.

01 dicembre 2019

Note di Grondacci :Note su ultime dichiarazioni di Regione Liguria .... sui biodigestori liguri

Tratto da  Note di Grondacci

L’Assessore all’Ambiente della Regione Liguria dichiara (QUI): Abbiamo bisogno di un biodigestore e di un sito di trattamento meccanico per ogni provincia”.

Si tratta di una dichiarazione che non corrisponde alla realtà delle procedure in corso in Liguria portate avanti dalla Amministrazione Regionale.  Una dichiarazione che se applicata tenendo conto di dette procedure ma anche dei dati sui fabbisogni provinciali e regionali contenuti nei piani di area e di ambito regionale, dimostrerebbe la inutilità di un progetto come quello previsto su Saliceti (Vezzano Ligure) quanto meno nelle dimensioni attualmente in sede di autorizzazione.


CONTESTUALIZZIAMO LA DICHIARAZIONE DELL’ASSESSORE SUGLI ATTI DI PIANIFICAZIONE VIGENTI E LE PROCEDURE AUTORIZZATIVE IN CORSO
Il Piano di Ambito Regionale approvato nell’agosto 2018 prevede il seguente fabbisogno di  trattamento di rifiuti organici in biodigestori per Provincia:
Imperia: 35.000 ton/anno (stima ottimale: 54.000)
Savona: 40.000  ton/anno (stima ottimale: 60.000)
Genova: 86.000 ton/anno (stima ottimale: 120.000)
Spezia: 29.500(ton/anno  (stima ottimale: 60.000 ma solo se si considerano 26.000 ton/anno dal Tigullio che quindi vanno detratti dai 120.000 di stima ottimale )

Tot fabbisogno reale LIGURIA  190.5000 ton/anno confermato dalla  DGR 331/2019 che istituisce la Inchiesta Pubblica per il progetto di biodigestore spezzino  e che fornisce peraltro un dato leggermente inferiore intorno alle 180.000 ton/anno
Stima evolutiva LIGURIA : 263.500 ton/anno

Attualmente gli impianti in fase di autorizzazione, o comunque previsti dal Piano di Ambito Regionale sono:
1. Progetto di biodigestore di Taggia – Imperia
E’ stata avviata una procedura di VIA unificata con autorizzazione.
CAPACITÀ DI TRATTAMENTO:  103.000 TON/ANNO (DI CUI 54.000 TON/ANNO DI ORGANICI)
2. Progetto  Biodigestore Isola del Cantone – Genova
Attualmente ha avuto la VIA positiva dalla Regione ma non la autorizzazione unica dalla Città Metropolitana. Il TAR Liguria con sentenza n° 877 del 2018 ha annullato la VIA positiva. In attesa di discutere appello al Consiglio di Stato.
CAPACITÀ DI TRATTAMENTO: 33.000 TON/ANNO
3. Progetto Biodigestore Località Scarpino (Ge)
È previsto dal Piano di Ambito Regionale ma non c’è ancora un progetto formalmente presentato.
POTENZIALITÀ IMPIANTO: 60.000 TON/ANNO (MINIME SCRIVE IL PIANO DI AMBITO REGIONALE ma si potrebbe arrivare tranquillamente a 90.000 circa)
4. Progetto biodigestore Saliceti (Vezzano Ligure)
L’impianto sarà in grado di trattare fino a 60.000 t/a di rifiuto organico da avviarsi a Digestione Anaerobica e circa 30.000 t/a di “Verde”.  Il  progetto è sottoposto a procedimento di provvedimento autorizzatorio unico regionale.

A questi progetti e/o impianti occorre aggiungere :
1. Impianto Ferrania Ecologia Srl – Comune Cairo Montenotte: 
Impianto esistente nuovamente autorizzato per ampliamento nel 2018 TOTALE ATTUALE DI CAPACITÀ DI TRATTAMENTO 85.000 TONNELLATE/ANNO
2. Progetto Biodigestore Vado Ligure
È nel Piano di Ambito Regionale ma non è ancora stato presentato un progetto. TOTALE ATTUALE CAPACITÀ DI TRATTAMENTO POENZIALE: 60.000 TON/ANNO

Ora anche non volendo considerare l’ultimo impianto (quello di Vado) e senza considerare l’impianto previsto a Spezia il totale di capacità di trattamento previsto è di 232.000 ton/anno (Taggia + Isola + Scarpino + Cairo). Quindi per il fabbisogno ad oggi ritenuto necessario dal Piano di Ambito Regionale (180-190.000 ton/anno) siamo già oltre il tetto necessario. Se vogliamo considerare il fabbisogno potenzialmente evolutivo massimo (c.a. 260.00 ton/anno) allora basterebbe per Spezia un impianto di circa 30.000 ton/anno, guarda caso proprio le dimensioni del progetto iniziale di Re.Cos SpA poi trasformato in impianto da 60.000 ed oltre ton/anno per accogliere i rifiuti organici del Tigullio)
Ora mettiamo che l’appello in Consiglio di Stato bocci definitivamente il progetto di Isola del Cantone, nei calcoli suddetti verrebbero a mancare circa 33.000 ton/anno che potrebbero essere assolutamente colmate realizzando su Scarpino un impianto di capacità simile a Cairo Montenotte.

I calcoli suddetti dimostrano quindi che seguendo il ragionamento dell’assessore insieme con i fabbisogni realistici da qui al 2020 ed oltre non solo sarebbe sufficiente un impianto per provincia ma non ci sarebbe bisogno di un mega impianto in Provincia di Spezia per portarci i rifiuti organici di metà della provincia di Genova.

D’altronde questo è quello che afferma il Piano Regionale di gestione rifiuti del 2015 (vedi scheda riprodotta all'inizio del post). Ma su questo torneremo in seguito per non allungare troppo le dimensioni del presente post.


Ma diciamo la verità il vero problema sta in questo passaggio, che riporto a fianco, della delibera del Comitato di Ambito Regionale per il ciclo dei rifiuti n° 11 del 11 luglio 2019.  Quindi le dimensioni del progetto di biodigestore  su Saliceti dipendono dai ritardi nella realizzazione degli impianti per il bacino di Genova altro che esigenze di chiusura del ciclo dei rifiuti di cui parla l'Assessore Regionale all'Ambiente!     ........Continua qui

Focus - Carbone: siamo a una svolta?

Tratto da Focus

Carbone: siamo a una svolta?

Nel 2019 l'utilizzo del carbone, ossia del motore che ha dato inizio e vita alla rivoluzione industriale, è calato del 3 per cento a livello globale. Bene, ma non si può certo parlare di decarbonizzazione.

Secondo l'Emission Gap Report 2019 dell'UNEP (United Nations Environment Programme) siamo ancora molto lontani dagli obiettivi che molti Paesi si sono dati per contrastare il riscaldamento globale di origine antropica (ossia quello provocato dalle attività umane) e i conseguenti cambiamenti climatici. Nel 2018 le emissioni globali di anidride carbonica hanno raggiunto i 37,5 miliardi di tonnellate: un record assoluto. E se alla CO2 si aggiungono gli altri gas serra il totale globale arriva a oltre 55 miliardi di tonnellate. Sarebbe necessario come minimo dimezzare il totale globale, se davvero vogliamo contenere l'aumento della temperatura media della Terra sotto i due gradi centigradi da qui al 2050 - e in ogni caso, secondo l'UNEP, l'obiettivo ideale di 1,5 °C ci sta sfuggendo.

UNA GOCCIA NEL MARE. Tra scelte politiche, guerre commerciali e spasmodica ricerca di nuove fonti fossili, c'è un piccolo trend positivo da registrare per il 2019: il rapporto "novembre 2019" sulla produzione di energia elettrica da carbone, commentato su Carbon Brief, infatti, mette in evidenza un'importante riduzione nell'uso del carbone per l'anno in corso: si parla di circa il 3 per cento in meno, equivalente a circa 300 terawattora - qualcosa come tutta l'energia elettrica prodotta da carbone in Spagna, Germania e Regno Unito. La decrescita ha visto ai primi posti gli Stati Uniti, alcuni Paesi dell'Unione Europea e la Corea del Sud. Bene, e tuttavia, per gli autori dello studio, se anche il calo nell'uso del carbone dovesse continuare su questa strada, non sarà sufficiente a tenere i livelli di anidride carbonica al di sotto di ciò che serve per evitare che la temperatura media globale aumenti di 2 °C da qui alla fine del secolo.


L'uso del carbone dal 1985 al 2019
L'uso del carbone dal 1985 al 2019. | BP, ELAB. LUIGI BIGNAMI
PRIMI PASSI. Secondo Bob Ward, direttore del Grantham Research Institute (UK), è comunque un segnale da apprezzare e incoraggiare: «Sembra che la produzione di energia elettrica da carbone diventi meno interessante, almeno là dove ormai è più economico generare elettricità da gas naturale e da fonti rinnovabili». Ma anche Ward ammette che bisognerà attendere ancora qualche anno per capire se la flessione osservata in questi anni nell'uso del carbone (per esempio nel 2016 e nel 2017) sia la conseguenza delle varie crisi economiche e politiche o un segnale forte verso la decarbonizzazione. 
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MADRID COP 25, Guterres: "Clima? Sforzi inadeguati, manca la volontà politica"


Tratto da Euronews

COP 25, Guterres: "Clima? Sforzi inadeguati, manca la volontà politica"
Con il consueto incontro con la stampa ha preso il via la conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici che si tiene a Madrid fino al 13 dicembre sotto la presidenza del governo del Cile. Obiettivo principale di questa edizione 2019 della COP 25, quello di portare a termine alcuni dei compiti fissati nell’Accordo di Parigi. Critico il Segretario Generale delle Nazioni Unite.

"Ciò che manca ancora è la volontà politica
- afferma il Segretario Generale dell'Onu Antonio Guterres - La volontà politica di mettere un prezzo sul carbonio, la volontà politica di fermare i sussidi ai combustibili fossili, la volontà politica di smettere di costruire centrali a carbone dal 2020 in poi, la volontà politica di spostare la tassazione dal reddito al carbonio, tassare l'inquinamento anziché le persone".

L’Accordo di Parigi ruota intorno a un punto fondamentale: mantenere la media dell’aumento del riscaldamento globale al di sotto dei 2°C.

"Ma siamo chiari, fino ad ora i nostri sforzi per raggiungere questi obiettivi sono stati assolutamente inadeguati - continua Guterres - Gli impegni presi a Parigi porterebbero comunque ad un aumento della temperatura di circa tre gradi Celsius, ma molti paesi non stanno nemmeno rispettando tali impegni."

L'obiettivo è zero emissioni entro il 2050 per evitare disastri ambientali e sociali. A Madrid tanti i giovani a manifestare per il clima. Attesa anche la loro paladina, Greta Thunberg.

29 novembre 2019

IVG: Processo Tirreno Power, riflettori puntati sui valori “autocertificati” per il rilascio dell’Aia .

Tratto da Ivg 

Processo Tirreno Power, riflettori puntati sui valori “autocertificati” per il rilascio dell’Aia 

L'accusa punta il dito contro alcuni comportamenti ritenuti "contraddittori", come la modifica di quei valori più volte in pochi anni

Savona. E’ proseguito ieri, con la deposizione di Marco Mazzoni, coordinatore del gruppo istruttore che ha rilasciato l’Aia alla centrale di Vado Ligure, il processo per disastro ambientale e sanitario colposo a carico di Tirreno Power.

Nel corso dell’ultima udienza la Procura ha cercato, con Mazzoni, di ripercorrere parte dell’iter che ha portato al rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale per sottolineare quelle che vengono ritenute dall’accusa “contraddizioni” nel comportamento dell’azienda.

Al centro della testimonianza sono finiti i parametri necessari proprio al rilascio dell’Aia. Secondo quanto accertato, i valori delle emissioni realizzate dalla centrale vadese non rispettavano (soprattutto nel pcaso della SO2) i limiti massimi dati dal ricorso alle “Best Available Techniques”, cioè le migliori tecnologie disponibili sul mercato. Detto in altri termini, i gruppi di Tirreno Power, piuttosto datati, avevano emissioni ben superiori a quanto possibile con impianti più recenti e all’avanguardia (già nel 2012 il ricorso alle “migliori pratiche”, sebbene non ancora obbligatorio per la legge italiana, era un preciso obiettivo individuato dall’Unione Europea).


Per eliminare questa difformità, il gruppo istruttore incaricato del rilascio dell’Aia propose a Tirreno Power una riduzione delle ore di lavoro, in modo da diminuire la quantità totale di emissioni nel tempo e non superare il limite semestrale di tonnellate di sostanze rilasciate.

Mazzoni, in udienza, ha confermato che per individuare quel valore limite ci si erap basati su un dato “autodichiarato” da Tirreno Power, che in quella fase non poteva essere verificato con precisione: l’unico modo era mediante un misuratore a camino. Misuratore che venne installato in seguito con parecchio ritardo e in un punto diverso (sui condotti orizzontali). Per questo motivo, la commissione non ha avuto possibilità di verificare con certezza il dato.


La Procura ha sottolineato una notevole fluttuazione del parametro “autodichiarato” dall’azienda in diversi periodi: nel 2007, al momento della richiesta dell’Aia, era più basso di quello proposto nel 2012 (anno della concessione dell’autorizzazione). E lo stesso valore era tornato ad abbassarsi, due anni dopo, al momento del rinnovo.

Sempre in sede di rinnovo dell’Aia, nel 2014 Tirreno Power si era impegnata a rispettare valori emissivi molto migliori a quelli del 2012; eppure, ha sottolineato l’accusa, in quello stesso anno l’azienda aveva affermato di non poter migliorare ulteriormente quel dato (i gruppi a carbone erano troppo vecchi). Insomma, nel 2014 Tirreno Power prometteva uno “sforzo” sui vecchi gruppi giudicato non fattibile (perchè antieconomico) solo due anni prima.

Nella sua deposizione Mazzoni ha confermato di aver chiesto conto di questa discrasia all’azienda, definendosi “seccato”: l’unica spiegazione fornita, ha detto in aula, è stata quella relativa ad un “cambio di dirigenza”, con l’arrivo di vertici che, rispetto ai precedenti (che consideravano l’intervento troppo costoso e preferivano investire nella creazione del nuovo gruppo Vl6), ora valutavano in maniera più positiva un adeguamento degli impianti.

La prossima udienza è in programma il 17 dicembre e vedrà la deposizione di un consulente.

28 novembre 2019

Nota Stampa : Udienza odierna processo Tirreno Power.

Comunicato di Uniti per la Salute


In merito alla udienza odierna nel  processo per disastro ambientale e sanitario colposo relativo alla centrale di Vado Ligure nel quale sono a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power si ritiene doveroso precisare quanto riteniamo sostanziale e punto centrale. Dopo una complessa prolusione di un legale della difesa, alla sua precisa domanda riassuntiva se il teste Mazzoni potesse dichiarare che la soluzione dello SME a camino (prescrizione dell' AIA 2012 n.d.r.) non fosse tecnicamente corretta, il teste Mazzoni ha dato come risposta un no secco e categorico.
Ad ulteriore domanda sulla non rappresentatività della misurazione a camino, il teste ha nuovamente risposto con un no deciso.
Si ricorda che la prescrizione aia 2012 prevedeva che SME a camino non andasse a sostituire le apparecchiature sul condotto orizzontale, ma ad aggiungersi ad esse ,evidentemente come ulteriore garanzia.
Si ricorda altresì che il teste , a domande sulla questione lichenica, ha ribadito di non essere un biologo.

Per quanto riguarda la precedente testimonianza della dott. Minervini ( già dirigente del settore ambiente della Regione Liguria) si ribadisce che la stessa ha confermato che nel maggio 2014, successivamente al sequestro dei gruppi a carbone, si è sentita letteralmente "presa per i fondelli" dall'azienda che, improvvisamente e contrariamente a quanto sostenuto in precedenza, presentava un piano che, fin da subito e con semplici interventi di manutenzione, prevedeva di contenere le emissioni di SO2 di quasi la metà rispetto a quanto autorizzato in sede di AIA del 2012 e di ridurre significativamente anche le emissioni di NOx e CO. Ha ribadito inoltre che riteneva inattendibili i sistemi di monitoraggio delle emissioni - SME - adottati dall'azienda (non a camino) e non veritieri i dati sulle emissioni di polveri.

BLOCK FRIDAY :4°sciopero mondiale per il clima domani a Savona

Riceviamo e pubblichiamo 

4°sciopero mondiale per il clima domani a Savona

Ecco il programma definitivo della giornata di domani, che prevede corteo e interventi al mattino e attività di pulizia e proiezione presso il Nuovofilmstudio del docu-film Antropocene* al pomeriggio!
Speriamo sarete con noi e ci aiuterete a divulgare l’evento!
Siamo costantemente in allerta, terrorizzati che qualche nuova disgrazia possa capitare. BASTA!
La natura ce lo sta sbattendo in faccia sempre più spesso, gli scienziati lo urlano sempre più frequentemente: È TEMPO DI CAMBIARE!
È TEMPO DI AGIRE o SARÀ TROPPO TARDI!

Che altro deve succedere perché ci rendiamo conto della gravità della situazione in cui ci troviamo?!?
Il nostro stile di vita, (l’economia, il consumismo, l’incuria) sta avendo un impatto senza precedenti sull’ambiente e sui cambiamenti climatici!!
VENERDÌ 29 NOVEMBRE ci sarà il BLOCK FRIDAY, per dire no al consumismo sfrenato, che ha un costo ambientale immenso, e di cui il Black Friday è la peggiore delle celebrazioni!
Che tu sia bambino, adolescente, adulto, anziano: QUESTA CRISI TI RIGUARDA!
Scendi in piazza con noi!
I referenti locali del movimento Fridays for future Savona.








* “Antropocene” è il completamento, dopo “Manufactured Landscapes” e “Watermark”, di una trilogia di documentari sull’impatto degli esseri umani sul pianeta Terra. Un viaggio in sei continenti, narrato dalla voce di Alba Rohrwacher, per accostare i diversi modi nei quali l’uomo sta utilizzando le risorse terrestri e modificando la Terra come mai prima, più di quanto facciano i fenomeni naturali. La tesi dell’Anthropocene Working Group, un ensemble multidisciplinare e transnazionale di scienziati che ha avviato i suoi studi nel 2009, è che gli ultimi 10.000 anni costituiscano un’era geologica vera e propria. Ma siamo veramente entrati in una nuova era geologica? Il film di uno dei più acclamati landscape photographer, Edward Burtynsky, con i pluripremiati Jennifer Baichwall e Nicholas de Pencier, sintetizza la ricerca dell’Anthropocene Working Group sui segni inconfutabili di come dall’Olocene il nostro pianeta stia entrando nell’epoca dell’Antropocene. Un viaggio attraverso tutto il mondo realizzato con tecniche fotografiche avanguardistiche per prendere coscienza della responsabilità della specie umana nel plasmare il destino del proprio habitat. Riconoscere i segnali di questo impatto è il primo passo verso il cambiamento, per raggiungere metodi di sussistenza che diano sicurezza agli ecosistemi terrestri.  

27 novembre 2019

È ora di ascoltare la scienza contro l’inquinamento

Tratto da Culturaidentita’

È ora di ascoltare la scienza contro l’inquinamento


Si stima che ogni anno nel mondo siano circa 13 milioni i decessi attribuibili ad ambienti insalubri e 1,5 milioni a inquinamento, inteso come l’insieme delle alterazioni provocate dall’immissione in atmosfera, acqua e suolo di sostanze contaminanti nocive di per sé o perché in quantità tale da rendere impossibile l’auto-depurazione da parte dell’ecosistema. Sono inquinanti i residui e i sottoprodotti delle attività industriali e agricole, ma anche i rifiuti biologici che produciamo e che interferiscono con le catene alimentari: il complesso di queste sostanze incide sull’ambiente, ma provoca anche alterazioni e mutazioni dei geni fino all’eventuale sviluppo di un tumore. Il cancro infatti è una malattia ambientale su base genetica. All’origine delle neoplasie troviamo mutazioni genetiche, e queste sono spesso la conseguenza degli effetti di ciò che abbiamo intorno, che mangiamo o respiriamo. In alcune zone d’Italia l’emergenza è palpabile: il nuovo rapporto Sentieri (informazioni raccolte fra il 2006 e il 2013 in 28 dei 45 siti di interesse nazionale monitorati dal progetto di sorveglianza epidemiologica, ovvero aree dove gli inquinanti sono abbondantemente in eccesso, da Porto Marghera, a Venezia, all’area industriale di Taranto) dell’Istituto Superiore di Sanità indica un eccesso di tumori maligni del 9% nella fascia d’età fra 0 e 24 anni, con picchi di incremento del 66% per le leucemie mieloidi acute o del 62% per i sarcomi molli. Non è un caso che si parli di giovani e giovanissimi: bambini e ragazzi sono più vulnerabili di fronte agli inquinanti ambientali. Troppo spesso si pensa al cancro come una malattia della terza età sottovalutando che l’aumento dell’incidenza dei tumori riguarda tutte le età e soprattutto l’infanzia, specialmente negli ultimi anni. L’incremento dei casi nel nostro Paese desta preoccupazione: si ammala di cancro un bimbo ogni 5-600 (ogni anno in Italia si registrano circa 1500 nuovi casi negli under 14, ndr) e nonostante i miglioramenti della medicina il tumore è tuttora la prima causa di morte per malattia in età pediatrica. I meccanismi principali che potrebbero essere implicati in questo aumento derivano proprio dall’interazione con un ambiente “malsano” che sui bambini è particolarmente dannoso: i lattanti, per esempio, in proporzione respirano volumi d’aria doppi e bevono sette volte di più rispetto all’adulto, in più nei bimbi l’eliminazione delle sostanze tossiche è fisiologicamente meno efficiente e i danni sono maggiori, trattandosi di un organismo in via di sviluppo. I guai peraltro iniziano già con l’esposizione dell’embrione o del feto (diretta o attraverso la placenta) ad agenti fisici, biologici o chimici in grado di danneggiare il DNA o di indurre alterazioni epigenetiche nei tessuti, ovvero apporre “bandierine” sul genoma che non lo modificano ma portano poi a un’espressione differente del DNA, “programmandolo” quindi in senso negativo. Questi segnali epigenetici si trasmettono dai genitori ai figli, per cui anche un’alterazione provocata dall’esposizione di mamma e papà all’inquinamento ambientale può avere ripercussioni a lungo termine sulla prole, a prescindere dalla presenza di alterazioni genetiche vere e proprie. L’ereditarietà delle modifiche epigenetiche indotte dall’ambiente può perciò comportare un effetto a cascata che in futuro potrebbe far ulteriormente “esplodere” i casi di tumore. Va detto però che a fronte dell’incremento costante dell’incidenza dei tumori si registra una diminuzione della mortalità, che oggi si aggira intorno al 65% e che potrebbe diminuire ancora, proprio se intervenissimo per migliorare l’ambiente che ci circonda. Viviamo immersi in un ambiente che non è l’ideale, poco ma sicuro. Però è sbagliato pensare che non possiamo fare nulla per proteggerci, o anche per migliorare la situazione a tutto vantaggio delle generazioni future. Anzi, quasi sempre una scelta di salute personale si trasforma in un atto positivo per l’ecosistema generale. Uno stile di vita sano resta il pilastro principale per proteggersi dalle malattie e la dieta mediterranea, che si distingue per un ampio consumo di frutta, verdura e carboidrati, è la scelta giusta per la prevenzione dei tumori ma anche per proteggere l’ambiente: in una nazione come la nostra il 30 per cento dell’impronta ecologica, quindi del consumo di territorio e risorse, è connesso proprio a produzione e consumo di cibo e l’alimentazione mediterranea oltre a costare di meno rispetto a una in “stile statunitense” (è stato stimato che un menu all’occidentale costi circa 6 euro al giorno, una giornata di dieta mediterranea 4 euro, ndr), ha infatti un minor impatto ambientale. La prevenzione poi passa anche da un adeguato esercizio fisico, che può scongiurare il 70% di patologie come infarti, ictus, diabete e riduce anche il rischio di tumori nell’adulto.

26 novembre 2019

“ Questo convegno non e’ cio’ di cui Vado Ligure ha bisogno......


Articolo tratto da pag 11 de Il Fatto Quotidiano oggi in edicola 

Processo : sono 26  tra manager, amministratori e dirigenti  ,della Tirreno Power a giudizio  a Savona  per il disastro ambientale attorno alla centrale  ,prima a carbone , di Vado Ligure....

Tratto da Uomini Liberi

Tirreno Power
Da clienti sotto accusa a impresa modello
L’avvocato Severino li porta alla Luiss
Chi si sfila, chi prende le distanze. E chi si arrabbia perché questo convegno non è ciò di cui Vado Ligure ha bisogno. Oggi alla Business School dell’università Luiss di Roma è previsto: “Teaching case Tirreno Power, dalla crisi a modello di sviluppo condiviso”. Partecipano il renziano ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova, il segretario Uiltec Paolo Pirani, il sindaco di Vado Ligure (Savona) Monica Giuliano, il professore di Economia aziendale Enrico Laghi e Fabrizio Allegra, direttore generale della Tirreno Power. Insomma, tutti entusiasti per la ex centrale a carbone, oggi convertita a metano, al centro di un processo per disastro ambientale e sanitario colposo che coinvolge ex manager e dirigenti.
Ciliegina sulla torta, una schiera ospitata e promossa dalla vicepresidente della Luiss, l’ex ministro Paola Severino, che è anche l’avvocato dell’azienda nella causa in cui è citata come responsabile civile.

IL CONVEGNO tratterà della “recente, positiva” ristrutturazione dopo la “forte crisi” del settore termoelettrico” , con una analisi delle difficoltà a cui “la Tirreno Power ha reagito con tempestività e determinazione”. Le polemiche sono state immediate: in una delle prime versioni del programma era prevista anche la partecipazione del pentastellato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Mario Turco, il cui nome è poi scomparso. Si sono smarcati anche alcuni sindacati invitati, come la  Filctem-Cgil. “Siamo consapevoli della responsabilità che ci siamo presi per evitare che 200 lavoratori finissero in mezzo ad una strada come  era nelle intenzioni della società – spiegano in una nota, riferendosi alla crisi-.Ma fare di questo un esempio per la gestione della crisi industriale’, francamente, ci sembra poco rispettoso per chi da questa crisi ne è uscito con le ossa rotte. Basti pensare a 400 lavoratori in- diretti”.
Peraltro è in corso il processo a 26 tra manager, amministratori e dirigenti di Tirreno Power perl e accuse di disastro ambientale e sanitario colposo relative al pe- riodo 2003- 2014. Sono parte civile molte associazioni ma anche i ministeri dell’Ambiente e della Salute. Nelle scorse settimane, il Cnr aveva parlato di un aumento del 49% della mortalità nella zona in 12 anni,datic he Tirreno Power rigetta come “vecchi e già confutati”. “Negli anni l’azienda ha dimostrato di poter sopravvivere adeguandosi alla riduzione delle emissioni e alla chiusura dei gruppi a carbone. – dicono oggi i comitati -. E se l’avesse dimostrato anche prima del sequestro?
Cosa si vuole sostenere in questo illustre convegno, con magari un occhio al processo?”
INTANTO il sindaco di Quiliano (Savona), che ospita  parte dell’impianto, attende ancora di conoscere le dinamiche della reindustrializzazione iniziata a fine 2018:  “Fin qui solo informazioni vaghe”, osserva Nicola Isetta. Magari oggi ne saprà di più

VIRGINIA DELLA SALA E FERRUCCIO SANSA da Il Fatto Quotidiano