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21 luglio 2018

DOROGNA:Cambiamenti climatici: il piccolo-grande Rhode Island porta in tribunale Shell, BP, Exxon e Chevron

 Tratto da Dorognablogspot

SUNDAY, JULY 15, 2018

Cambiamenti climatici: il piccolo-grande Rhode Island porta in tribunale Shell, BP, Exxon e Chevron




....E' lo stato piu' piccolo dell'unione USA. E' il Rhode Island, stato costiero a sud di Boston, di cui non si sente parlare mai.

In questi giorni pero' e' sulle cronache USA per avere denunciato, l'intero stato del Rhode Island, BP, Chevron, ExxonMobil e Shell ed altre 17 petrol-ditte per avere "consapevolmente" contribuito ai cambiamenti climatici, e per avere causato "catastrofiche conseguenze" al Rhode Island, alla sua economia, alle sue comunita', ai suoi residenti e ai suoi ecosistemi.

E questo lo dice l'Attorney General, l'equivalente dell' assessore alla giustizia dello stato del Rhode Island e dal nome Peter F. Kilmartin, dal suo twitter account. 
 
Sebbene ci siano state altre cause contro i petrolieri in giro per il mondo, questa e' la prima volta che uno stato USA lo fa in modo ufficiale.


Per molto tempo l'idea e' stata che i petrolieri fossero dei colossi troppo grandi per qualsiasi tipo di azione legale, protesta, e che semplicemente ci si dovesse inchinare a Big Oil.....
Invece in questi ultimi anni, sopratutto grazie alle proteste sempre piu' numerose contro i petrolieri e le loro azioni, dal fracking alle trivelle in mare, con le tante e tante iniziative popolari dal basso in tutto il mondo, Italia compresa, ci si rende conto che il potere dell'opinione pubblica puo' fare molto per fermarli.

Non siamo cosi deboli come pensavamo, specie quando l'eco delle loro nefandezze e della nostra resistenza si fa sentire in tutto il mondo.  E questo secondo me, da' anche coraggio e determinazione alla classe politica, se questa e' libera e non serva di nessuno. I politici che denunciano lo sanno che dietro di loro c'e' il consenso, e non un pubblico ignorante. 
In questa faccenda del Rhode Island, non c'e' solo l'Attorney General a denunciare i petrolieri, ma proprio tutta la classe politica dello stato: il governatore Gina Raimondo,  i parlamentari Jim Langevin e David Cicilline e il senatore Sheldon Whitehouse. Tutti compatti. 

Tutti senza paura.......

Quello che sappiamo pero' e' che questo del Rhode Island e' un passo storico per le conseguenze all'industria del petrolio a livello mondiale.

E non dico per dire......

I petrolieri sapevano quel facevano e che le loro azioni avrebbero messo a soqquadro il pianeta e le generazioni future. Lo hanno saputo per quasi 50 anni, secondo i loro documenti interni quando hanno iniziato loro stessi a studiare i cambiamenti climatici. Ciononostante hanno continuato a trivellare incuranti del pianeta, dei suoi abitanti e delle conseguenze catastrofiche del loro operato.

Sapevano che le loro azioni sarebbero state irreversibili. E invece hanno messo su un elaborato schema per nascondere la verita', ingannare il pubblico, insabbiare l'evidenza scientifica, creare dubbi nella mente della gente, dei regolamentatori, dei giornalisti, degli insegnanti e del pubblico in generale.

Nel Rhode Island, secondo Kilmartin, i petrolieri hanno violato la legge sull'inquinamento, l'Environmental Rights Act con il loro inquinamento e hanno distrutto regioni naturali dello stato.  
E dunque, il Rhode Island vuole che siano i petrolieri a pagare per l'innalzamento dei livelli del mare, delle siccita', delle precipitazioni estreme, delle ondate di calore e di altri eventi che hanno disturbato il naturale regime idrogeologico, ecologico e metereologico dello stato del Rhode Island. 
Non e' giusto che a pagare sia la collettivita', in nessuna maniera.
Non devono essere i residenti ne lo stato a pagare per rimediare eventi estremi come gli uragani
Harvey e Irma che hanno colpito il Rhode Island, ne tantomeno tutti quelli che colpiranno lo stato nel futuro......

Ad averceli dei politici cosi in Italia.

18 luglio 2018

Le energie rinnovabili mettono il turbo: c'è il sorpasso: costano meno del carbone.

Tratto da SKYTG24

Energie rinnovabili, c'è il sorpasso: costano meno del carbone

Un impianto fotovoltaico in Cina (Getty Images)
Le fonti alternative per produrre energia sono più economiche di quelle classiche. Aumentano gli investimenti: Cina leader, Italia bene nell'eolico, meno nel solare. Entro il 2050 la rivoluzione potrebbe essere completata
Le energie rinnovabili mettono il turbo. Il sorpasso storico si è realizzato negli scorsi mesi: le centrali eoliche e solari costano meno del carbone. Un cambiamento di grande portata con un trend che sembra destinato a caratterizzare il futuro della produzione di energia globale.

Il crollo dei costi

Il sorpasso è avvenuto per la prima volta negli ultimi mesi del 2017 in alcuni paesi come la Germania in Europa e Messico, Cile e Brasile tra Centro e Sudamerica. I dati sono fotografati dall'ultimo report di Irena, l'Agenzia internazionale delle energie rinnovabilinata nel 2010 in collaborazione con l'Onu. Secondo lo studio che comprende i dati del 2017, i costi dell'energia eolica sono scesi di un quarto nel giro di sette anni, tra il 2010 e il 2017. Nello stesso periodo di osservazione, il prezzo del fotovoltaico ha conosciuto quello che si potrebbe persino definire un crollo, essendo sceso del 73 per cento.

Il trend di crescita

Il costante calo dei prezzi è ovviamente accompagnato da una crescita degli investimenti. Il solare fotovoltaico è cresciuto del 32 per cento nel 2017, mentre nello stesso anno l’energia eolica è salita del 10 per cento. La crescita generale delle rinnovabili è trainata soprattutto dalla Cina........

La situazione in Italia

Stando ai dati, l'Italia non sta sfruttando a pieno la situazione favorevole per le fonti di energia rinnovabile. Se da un lato nello scorso anno si è registrato - sempre secondo il rapporto Irena - un +1,5 per cento di nuove installazioni di energia rinnovabile, dall'altro è altrettanto vero che il settore idroelettrico continua a far segnare un andamento altalentante. Secondo il report di Terna sul 2017, la produzione di elettricità generata dalle fonti rinnovabili lo scorso anno è leggermente diminuita rispetto al 2016. Il saldo resta in positivo grazie alle ottime performance dell'eolico, ma siamo ancora indietro per quanto riguarda l'elettrificazione dei trasporti. Si potrebbe fare meglio, ma la situazione resta positiva, soprattutto considerando che dal 2015 l'Italia ha raggiunto e superato il target sul consumo di energie alternative fissato dall'Ue per il 2020, con oltre il 17 per cento di consumi finali di energia prodotta da fonti rinnovabili.

Le prospettive

Nel frattempo le energie rinnovabili continuano a segnare nuovi record di produzione. Per esempio, il 4 gennaio 2018 l'eolico europeo ha prodotto oltre 2128 Gwh (gigawattora), una quantità in grado di coprire i fabbisogni di 160 milioni di famiglie e il 61 per cento della domanda industriale elettrica. Il ruolo delle energie rinnovabili sullo scacchiere produttivo ed economico internazionale sta diventando sempre più centrale. Secondo Bloomberg, entro il 2050 le fonti alternative, e pulite, domineranno la produzione di energia. Una partita sulla quale si giocherà anche parte del futuro degli equilibri globali. Tornando all'Italia, secondo uno studio del 2016 di quattro scienziati del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), il nostro Paese potrebbe raggiungere il 100 per cento di energia rinnovabile entro la metà del secolo. Una sfida difficile, ma possibile.

17 luglio 2018

er una vera economia circolare


Tratto da Il Cambiamento

SBLOCCAITALIA GAMEOVER: contro gli inceneritori, per una vera economia circolare


L'economia circolare come "scusa" per far rientrare dalla finestra gli inceneritori? 

È il "sospetto" del Movimento Legge Rifiuti Zero per l'Economia Circolare che ha 

avviato una mobilitazione per scongiurare questo escamotage.

#SBLOCCAITALIAGAMEOVER: contro gli inceneritori, per una vera economia circolare
«Produzione, consumo, recupero e smaltimento: questi gli elementi alla base del 
processo di produzione all'interno del paradigma economico in cui siamo immersi.
 Un sistema che, di fronte alla continua crescita della domanda di risorse e ai costi,
 economici e ambientali, mostra chiaramente la sua inadeguatezza»: a dirlo è il 
Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare, che ha avviato una 
mobilitazione per dire un no secco alla politica dell'incenerimento dei rifiuti e 
soprattutto per evitare che proprio l'incenerimento sia fatto passare per "pratica 
viruosa" travestendolo da "economia circolare" dei rifiuti.
«Occorre rimettere in equilibrio il sistema di produzione e consumo attuale con la
 disponibilità delle risorse e con la tutela dell’ambiente naturale, attraverso la nuova
 visione di un Economia Circolare vera - dicono i promotori - Un nuovo modello in 
cui la produzione e gestione di scarti venga progettata per evitare di produrre rifiuti 
non riciclabili, in cui la generazione e distribuzione di energia avvenga da sole fonti
 rinnovabili e in cui la dimensione locale trovi valorizzazione. Alcuni segnali
 incoraggianti sono arrivati dall’Unione Europea, con l’adozione di un pacchetto di
 misure sull'economia circolare e con l’approvazione delle quattro recenti Direttive 
Europee del 30 maggio. Queste stabiliscono una gerarchia dei rifiuti che dà priorità
 alla riduzione, al riuso, al riciclo ed al recupero di materia , evidenziando come
queste modalità di corretta gestione dei rifiuti non siano più una battaglia di pochi
 ma un obiettivo concreto delle istituzioni europee. Purtroppo però non sempre le
 istituzioni nazionali sembrano recepire e sostenere in maniera forte e coerente 
questa transizione, come avvenuto nel 2014 in Italia con il cosiddetto decreto
 Sblocca Italia che, con l’art 35, si pone in aperto contrasto con questo processo
 dando priorità all’incenerimento dei rifiuti».


CONTRADDIZIONI E RISCHI ART.35 SBLOCCA ITALIA
«Nato con l’alibi di evitare le procedure di infrazione della Ue in merito al massiccio
 ricorso alle discariche, l’articolo 35 risulta pieno di contraddizioni - spiegano dal
 Movimento - Costruire nuovi inceneritori ed aumentare il carico termico di
 quelli esistenti, il tutto senza effettuare una valutazione ambientale strategica
 (VAS), significa aumentare in modo massiccio le emissioni in atmosfera di
 polveri sottili contenenti sostanze tossiche e cancerogene . Ma significa
 anche puntare su un modello industriale speculativo,  rafforzando il monopolio di
 quattro grandi società multi-utility italiane che fanno profitti attraverso gli incentivi 
pubblici inseriti nella bolletta elettrica, tralasciando e addirittura ostacolando quello 
che è il punto focale del nuovo paradigma europeo dell’economia circolare, ossia
 il recupero di materia attraverso pratiche come il riciclo e il riutilizzo. Sono ben 8 i
 nuovi impianti di icenerimento previsti, tutti nel Centro Sud e per circa 1,8 milioni 
di tonnellate annue di rifiuti da bruciare, senza considerare il potenziamento dei 40
 impianti esistenti, localizzati soprattutto nel Nord, corrispondente ad un altro
 milione di tonnellate annue di rifiuti da incenerire».
«Queste “previsioni nazionali impiantistiche” vengono addirittura definite 
“infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale", senza
 riconoscere un ruolo simile agli impianti volti al trattamento dei rifiuti ai fini di riciclo
 e riuso. Recenti indagini scientifiche di enti pubblici hanno oramai dimostrato il 
nesso diretto tra l’immissione in atmosfera di polveri ultrasottili contenenti sostanze
 tossiche che si accumulano nella catena alimentare, e l’aumento vertiginoso di
 malattie cancerogene e danni al patrimonio genetico,  in particolare nei bambini 
delle comunità che vivono nel raggio di venti chilometri da questi impianti. 
Sarebbe però una grande leggerezza ridurre la pericolosità degli inceneritori solo
 alle comunità che vivono in prossimità di inceneritori di rifiuti, essendo dimostrato
 che i venti favoriscono la diffusione di queste particelle ultrasottili a centinaia di 
chilometri di distanza dagli  impianti stessi, trasportando molecole di diossine e 
metalli pesanti, particolarmente dannose per la salute umana                                                                                
 Sono queste le  ragioni che ci hanno spinto a ricorrere contro il decreto attuativo 

dell’articolo in questione e a perseverare in questa battaglia legale fino all’ordinanza

 del TAR del Lazio del 24 aprile che, finalmente, ha riconosciuto la validità delle
 nostre istanze consegnando a noi, e alla cittadinanza tutta, una grande
 vittoria».Continua qui

16 luglio 2018

...Brindisi, il carbone, l’inquinamento e i danni alla salute

Tratto da Qualenergia del 18 ottobre 2017

...Brindisi, il carbone, l’inquinamento e i danni alla salute.


Entro il 2030, al massimo, tutte le centrali a carbone italiane dovrebbero essere chiuse.

A fermarsi soprattutto dovrebbe essere quella Enel di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi, la più grande centrale elettrica italiana, con i suoi 2.640 MW, recentemente tornata all’onore delle cronache, non per le solite denunce sull’inquinamento atmosferico che provoca, ma per una inedita varietà, che si potrebbe chiamare “inquinamento cementizio”.......

Insomma, una volta ancora il carbone ci sorprende con la sua capacità di danneggiare l’ambiente in modi sempre nuovi e originali: già un anno prima, per esempio, Enel aveva dovuto risarcire i danni a 59 contadini intorno a Cerano, per il rilascio di povere di carbone sui loro campi.

Ma, naturalmente, i danni peggiori il carbone li fa alla salute delle persone, e in questo Brindisi, uno dei poli industriali più importanti del Meridione, ha fatto suo malgrado da laboratorio a cielo aperto per decenni, come ha dimostrato un recente rapporto epidemiologico che ha suscitato meno interesse sulla stampa nazionale della vicenda delle ceneri.

«La nostra città e provincia sono vittime della politica dei “poli industriali” dei decenni passati, che concentrava impianti altamente inquinanti in aree ristrette, portando sì occupazione, ma al costo di un numero incalcolabile di morti e malattie», dice Stefano Alparone, ex consigliere comunale per il M5S di Brindisi.

«Basti considerare che ospitiamo in un raggio di pochi chilometri non solo la centrale a carbone di Cerano, ma anche il petrolchimico Eni, con le sue emissioni di idrocarburi e altri composti organici, quelle della centrale elettrica Enipower, una ciclo combinato a gas da 1.170 MW, e quelle di una piccola centrale a biomasse ospitata in uno zuccherificio, oltre ad altri impianti impattanti. E fino al 2012 era anche in funzione una quarta centrale elettrica, quella a carbone di Edipower da 1.200 MW, vicina al centro abitato e, per non disturbare gli aerei nel vicino aeroporto, dotata di camini alti meno di 60 metri».

Gli effetti di questo assedio industriale li descrive lo Studio Epidemiologico sugli effetti delle esposizioni ambientali di origine industriale sulla popolazione residente a Brindisi, una collaborazione fra Asl brindisina, Dipartimento di epidemiologia della Asl Roma1 e Arpa Puglia, che per la prima volta ha analizzato in dettaglio l’impatto inquinante delle industrie brindisine sul territorio e le conseguenze sulla salute della popolazione fra 1991 e 2014.

In pratica lo studio ha preso in considerazione 223mila abitanti di Brindisi città e Provincia, e ne ha seguito cause di morte e di ospedalizzazione, incrociando questi dati con la presenza sul terreno di tre tipi di inquinamento: polveri PM 10 e anidride solforosa (SO2), dati portati dai fumi delle centrali a carbone, e i composti organici volatili (COV) delle emissioni del petrolchimico

L’inquinamento, ha dimostrato lo studio, era molto pesante nelle aree intorno alle zone industriali, fra gli anni ’90 e primi anni del 2000, ed è poi progressivamente calato, per l’adozione di filtri e per la chiusura di impianti, in primo luogo quella della famigerata centrale Edipower.

In particolare le emissioni di SO2 hanno raggiunto un picco di 50mila tonnellate/anno nel 1995, e oggi sono a 10mila, i PM 10 sono passati da 2.400 t/anno a 300, i COV da 200 t/anno a 1.200.

Nel periodo peggiore, la metà degli anni ‘90, è evidente un aumento, fra zone meno e più inquinate da PM10 e SO2, del 16% della mortalità per tumori maligni (+115% per le leucemie, + 63% per quelli alla vescica), +62% di infarti cardiaci tra gli uomini e +38% di infiammazione di bronchi e polmoni fra le donne.

Un aumento di mortalità, anche se meno estremo, per le stesse cause si registra anche nelle aree più inquinate dai COV del petrolchimico.

Nel periodo 2001-2013 è stato misurato invece il rischio di ricovero, in rapporto all’inquinamento e si è trovata una relazione per diabete, malattie neurologiche, patologie cardio e cerebrovascolari, con un rapporto molto forte per l’inquinamento da SO2.

L’esposizione ai COV è invece associata a un aumento di malformazioni congenite nel primo anno di vita, ma non più dal 2010 in poi.

Fra periodo 2000-2004 e il 2010-2013, infatti, l’aumento del rischio di ricovero fra zone più inquinate e zone meno inquinante, pur persistendo, è diventato un quarto per la SO2 e la metà per i COV, a dimostrazione che la situazione è migliorata.

«Un calo certo positivo, ma non del tutto rassicurante, perché i fumi che ci siamo respirati dalla nascita in poi, agiranno magari fra decenni, provocando tumori che altrimenti non ci sarebbero stati», ricorda Alparone.

«Uno studio Cnr del 2015 ha stimato che la sola centrale Enel provochi fra i 7 e i 44 morti in più ogni anno, quindi, anche se ormai funziona a ritmo ridotto, grazie alla riduzione dei consumi e alla diffusione di fotovoltaico eolico, prima la si chiude e meglio è».

14 luglio 2018

Dorsogna:L'Irlanda diveste da tutte le fonti fossili :e' la prima nazione del mondo a farlo

Tratto da Dorsognablogspot





L'Italia detiene ancora il 30% delle azioni dell'ENI ed e' ancora inguaiata con il petrolio. Noi non lo sappiamo, ma sono sicura che quel 30% condiziona molte delle nostre scelte a livello di nazione, delle nostre politiche, del coraggio (o mancanza di coraggio) dei nostri politici....

Invece dalla piccola Irlanda una grande bella notizia.
Una legge che fa si che piu di 300 milioni di euro in azioni di 150 ditte di petrolio, gas e carbone saranno vendute il piu' presto possibile.

La legge definisce una ditta "fossile" se il 20% dell suo introito arriva dall'esplorazione, sfruttaemento o raffinamento di fonti fossili; se una di queste ditte inverte il suo focus e cade sotto questo limite del 20% gli investimenti possono continuare. 

L'Iralanda cosi' diventa la prima nazione del mondo a divestire dalle fonti fossili secondo una legge passata con il supporto di tutti i partiti.

Tutti i partiti.

Tutti i partiti. 

La nazione nel suo complesso ha circa 8 miliardi di euro in fondi di investimento nazionale, e la legge da 5 anni di tempo per completare la vendita.

La Norvegia ha fatto lo stesso, divestendo il suo fondo pensionistico dalle fonti fossili, ma solo con il carbone. Non sanno ancora cosa fare con le azioni che detengono di petrolio e del gas. E come potrebbe essere altrimenti, visto che lo stesso fondo di investimenti pensionistici e' figlio del petrolio!

E cosi quello che sembrava un micro movimento ha preso piede e sono tanti i piccoli e grandi enti che hanno aderito, chiese, scuole, cittadine. E ora il governo d'Irlanda.

E anzi, Thomas Pringle il parlamentare irlandese che ha introdotto la legge dice che il movimento di divestimento mostra al mondo intere che occorre agire e pensare il grande per fermare la catastroficita' dei cambiamenti climatici. Dice che occorre guardare al dila' dei ritorni economici a breve tempo del mercato.

Dovremmo tutti seguire l'esempio dell'Irlanda, e fare molto di piu' per questo martoriato pianeta.

Io sarei contenta gia' se Costa annunciasse che l'Italia non rilascera' piu' nessun tipo di licenza petrolifera sul suolo, sottosuolo o nei mari d'Italia.

Non e' difficile, basta solo volerlo.

Dopo 25 anni di lotta 30mila contadini hanno battuto due giganti petroliferi Chevron – Texaco

Tratto da greenreport

Dopo 25 anni di lotta 30mila contadini hanno battuto i giganti petroliferi Chevron – Texaco

La Corte Costituzionale ecuadoriana ha rigettato anche l’ultimo ricorso contro le 3 sentenze che imponevano alla compagnia di riparare ai danni socio-ambientali prodotti dal 1964
[13 luglio 2018]
È arrivata ufficialmente la notizia che la Corte Costituzionale ecuadoriana ha rigettato l’ultimo ricorso della Chevron Corps, gigante petrolifero statutinense che ha sostituito la Texaco nelle attività estrattive del Paese, contro le sentenze (ben 3) che imponevano alla compagnia di riparare ai danni socio-ambientali prodotti dal 1964 nei dintorni della città di Nueva Loja.
Più di 9 miliardi di dollari per i circa 480mila ettari di foresta amazzonica, distrutti o contaminati in 25 anni di attività, e le 30mila persone danneggiati da liquami ed agenti tossici che l’azienda ha sversato nel suolo e nelle falde acquifere della zona. La decisione delal Corte Costituizonale è arrivata lo scorso 27 giugno ma è stata resa pubblica solo nella giornata dell’11 luglio. Tecnicamente la Corte ha respinto la richiesta di “azione di protezione straordinaria” richiesta da Chevron, perchè “non esiste la violazione di alcun diritto costituzionale”.
«Si tratta di un importante passo per ottenere finalmente giustizia», ha commentato Willian Lucitante, coordinatore esecutivo dell’Unione degli “Afectados” (danneggiati) dalla Texaco (la Udapt), che di fatto ha guidato la battaglia contro il colosso del petrolio. «Dopo 25 anni di lotta si può finalmente chiudere questo capitolo» . Secondo Lucitante ora la Chevron non ha più nessuna azione da fare, né scuse da accampare: «Adesso deve procedere con il recupero della foresta e la bonifica dell’area, dove sono presenti centinaia di sostanze tossiche che ci avvelanato».
«Una vittora storica – aggiunge Donald Moncayo, anche lui della Udapt – che si deve non solo alle migliaia di contadini e contadine che hanno subito i danni dell’attività estrattiva e che si sono ribellati, ma anche a tutte le associazioni internazionali che ci hanno sostenuto e a tutti i cittadini che nel mondo ci hanno aiutato attraverso petizioni, appelli e manifestazioni».
Il risultato storico di qusta sentenza diventa un precedente importante e un esempio per migliaia di lotte sociali, non solo in America Latina: «Questo sentenza non colpisce soltanto Chevron, ha detto Moncayo, ma rappresenta un precedente per giudicare le corporazioni che, generalmente con la complicità dello Stato, commettono crimini ambiantali e contro gli esseri umani. È  una vittoria contro l’intero sistema di impunità ed ingiustizia che opera nel pianeta. Nessuno avrebbe creduto che 30mila contadini poveri avrebbero avuto la meglio su una potenza come la Chevron  – conclude –  ma, dopo 25 anni di lotta, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo dimostrato che è possibile».

13 luglio 2018

Terra dei Fuochi: il riscatto parte dalla bonifica dell’uomo....

Tratto da Italia che cambia 

Terra dei Fuochi: il riscatto parte dalla “bonifica dell’uomo” 

La Terra dei Fuochi può divenire luogo di sperimentazione di metodologie per contrastare i danni dell'inquinamento ambientale sulla nostra salute. Un'occasione di riscatto che dovrebbe partire dalla “bonifica dell'uomo”.....


Grazie alle molteplici attività di ricerca sulla valutazione dell’inquinamento ambientale ed umano e sulle possibili strategie di risanamento nel territorio campano, la ”terra dei fuochi” può divenire un laboratorio di eccellenza per lo studio delle nuove metodologie di valutazione e di terapia nei siti ad alto indice di inquinamento. Questo uno dei concetti principali emersi nell’ambito del convegno “Terra dei Fuochi, la linea di partenza”, organizzato dall’Ordine dei Biologi e dal DD Clinic Research Institute Onlus.

La comunità scientifica, in primis, sta creando sinergie per trasformare il problema in soluzione e far sì che la “terra dei fuochi” diventi un volano fondamentale per la gestione integrata dello studio e del trattamento delle patologie dovute all’inquinamento, come il cancro.

Più volte nell’ambito dell’incontro tenutosi sabato 7 luglio a Francolise, in provincia di Caserta, si è posto l’accento sul concetto di “bonifica dell’uomo” da cui bisogna partire per trasformare il problema in soluzione.
convegno-terra-fuochi
Capelli e liquido seminale: sentinelle della salute
La dott.ssa Papa ha illustrato come l’analisi del capello sia un valido strumento di analisi dei metalli pesanti in traccia. Le Università di Genova, Casert e Salerno cooperano per produrre dati su una vasta scala di popolazione. Il Cadmio e il Piombo, neurotossici e cancerogeni, si sostituiscono nell’organismo rispettivamente al Calcio e allo Zinco, ma anche le nanoparticelle possono essere individuate da tale analisi.

Tra gli esperti intervenuti al convegno anche il dott. Luigi Montano, medico e ricercatore dell’ASL di Salerno, che ha presentato il progetto Eco Food Fertility. “Il liquido seminale è l’indicatore migliore per il biomonitoraggio umano della salute, in generale, e della qualità ambientale: è il sistema organo funzionale sentinella. Si riesce a fare una valutazione più complessiva del danno, degli effetti prevalenti e di come bonificare. Negli ultimi 50 anni la concentrazione spermatica si è ridotta del 50%. I cocktail di sostanze tossiche della produzione industriale e agricola, le radiazioni elettro-magnetiche dei cellulari, il fumo, l’inattività fisica e il cibo industriale hanno azione antiandrogena. Aggiungiamo, poi, che nel Sud Europa, per i cambiamenti climatici, si sta alterando la temperatura dei testicoli che dovrebbe essere di 2 gradi C° al di sotto della temperatura corporea”.Qui l'articolo integrale

Civitavecchia, rifiuti a Torre Nord: Enel smentisce e la Regione pure.......

Roma, i rifiuti a Civitavecchia: bruciati nella centrale Enel a carbone
di Donato Robilotta
Emergenza rifiuti, la soluzione che covava sotto la montagna di immondizia che copre Roma diventa ufficiale: il Css, il combustibile solido secondario ottenuto dopo la separazione di vetro, metalli, inerti e organico, verrà bruciato nella centrale Enel di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia e nei cementifici di Colleferro e Guidonia.

Era scritto nella delibera di giunta sul fabbisogno, la 199 del 2016, e interventi vari ma ora dalla Pisana arriva la conferma ufficiale. Ma andiamo con ordine su questa vicenda dell’emergenza rifiuti che ha fatto impazzire la maionese con i vertici della Regione e del Campidoglio che invece di rendere le dovute decisioni se le danno di santa ragione giocando a scaricabarile......
Leggi tutto qui

12 luglio 2018

Termovalorizzatori ed effetti sulla salute dei bambini

Due interessanti immagini tratte da Facebook del Medico Isde Giovanni Ghirga per rinfrescare la memoria sulle problematiche dell'incenerimento.


11 luglio 2018

Altraeconomia: Inceneritori e rifiuti pericolosi. Le nuove norme sfidano i bilanci

Tratto da Altraeconomia

Inceneritori e rifiuti pericolosi. Le nuove norme sfidano i bilanci

Dal 5 luglio di quest’anno si applica il nuovo regolamento europeo che potrebbe costringere i gestori degli impianti a spendere molto di più per smaltire correttamente scorie e ceneri.....
Sul calendario degli inceneritori italiani c’è una data cerchiata in rosso: 5 luglio 2018. Da quel giorno, infatti, scatta in tutta l’Unione europea l’applicazione del nuovo regolamento comunitario che riguarda la classificazione della pericolosità dei rifiuti per l’ambiente (il 2017/997). E in quanto regolamento, le sue pagine vanno prese alla lettera da tutti gli Stati membri. Italia compresa. Per le scorie e le ceneri pesanti prodotte dagli impianti di incenerimento potrebbe essere una rivoluzione: applicando i criteri del regolamento, infatti, da rifiuto “non pericoloso” potrebbero risultare rifiuto “pericoloso”. Il condizionale è d’obbligo, perché nonostante sia stato dato oltre un anno di tempo alle imprese e alle autorità competenti “per adattarsi ai nuovi requisiti” -come si legge nel testo adottato dal Consiglio dell’Ue l’8 giugno 2017-, il nostro Paese rischia di trovarsi impreparato.
“Questo regolamento era molto atteso”, spiega il dottor Giovanni Cherubini, dell’ufficio Analisi chimiche dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA) del Friuli-Venezia Giulia. “Fino ad oggi -continua Cherubini- i Paesi europei potevano adottare discipline autonome rispetto all’attribuzione della caratteristica di pericolo HP 14 ‘Ecotossico’”. L’Italia -che si riferiva alla cosiddetta normativa ADR (legge 125/2015)- era tra questi. Con le nuove regole europee, invece, i ben più restrittivi limiti di concentrazione delle sostanze pericolose vengono abbassati anche di dieci volte. E la definizione di “Ecotossico” contenuta nel regolamento (con criteri annessi) varrà per tutti: “Rifiuto che presenta o può presentare rischi immediati o differiti per uno o più comparti ambientali”.
Risultato? Molti rifiuti verranno riclassificati da non pericolosi a pericolosi, e potrebbe trattarsi ad esempio di ceneri pesanti o scorie, dove sono presenti ossidi di rame o di zinco e il cui limite di concentrazione passa da 25mila mg/kg a 2,5mila mg/kg. Non è questione di poco conto. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), i 41 inceneritori che nel nostro Paese hanno trattato rifiuti urbani (26 al Nord, 8 al Centro e 7 al Sud), hanno prodotto 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti, il 23% del “totale incenerito” (dati 2016). La maggioranza schiacciante di questi, e cioè 1 milione di tonnellate, faceva riferimento proprio alla voce “ceneri pesanti e scorie”, classificate prima del 5 luglio 2018 come “non pericolose”. Quelle già “pericolose”, invece, sono al di sotto delle 153mila tonnellate......
 “Su richiesta del ministero dell’Ambiente si provvederà tuttavia a elaborare una nota tecnica per fornire agli operatori economici interessati indicazioni sulle modalità di applicazione dei due differenti metodi (metodo delle sommatorie e test di ecotossicità)”......

Tratto da Altreconomia 206 — Luglio/Agosto 2018

10 luglio 2018

L'avvertimento arriva dall’ENEA : Clima, in Italia 7 nuove aree costiere a rischio inondazione

Tratto da Qualenergia

Clima, in Italia 7 nuove aree costiere a rischio inondazione


Sette nuove aree costiere italiane sono a rischio inondazione per l’innalzamento del Mar Mediterraneo sia a causa dei cambiamenti climatici che delle caratteristiche geologiche della nostra penisola.
L'avvertimento arriva dall’ENEA attraverso nuove stime che indicano una ‘perdita’ di decine di chilometri quadrati di territorio entro fine secolo.
In Italia continentale sono state individuate quattro località, tutte sul versante adriatico: tre in Abruzzo – Pescara, Martinsicuro (Teramo) e Fossacesia (Chieti) – e una in Puglia – Lesina (Foggia) – con previsione di arretramento delle spiagge e delle aree agricole.
Le altre tre zone individuate sono tutte sulle isole con differenti estensioni a rischio, dai 6 km2 di perdita di territorio a Granelli (Siracusa), ai circa 2 kmdi Valledoria (Sassari), fino a qualche centinaio di mMarina di Campo sull’Isola d’Elba (Livorno - nella mappa sotto tutte le aree a rischio, nel video la spiegazione).
Queste nuove mappe di rischio allagamento sono state presentate il 5 luglio a Roma durante il vertice organizzato dall’ENEA su cambiamenti climatici e variazione del livello del Mediterraneo che ha riunito per la prima volta in Italia, esperti italiani di organizzazioni nazionali e internazionali, tra le quali Ministero dell’Ambiente, MIT di Boston, CNR, ISPRA, INGV, CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, oltre che ENEA.
Durante l'evento è stata presentata l'idea di un nuovo modello climatico, su cui i ricercatori dell’ENEA, in collaborazione con il MIT di Boston e la comunità scientifica italiana, stanno lavorando grazie al supporto del supercalcolatore CRESCO6 dell’ENEA, che integra dati oceanografici, geologici e geofisici per previsioni di innalzamento del livello del Mediterraneo molto dettagliate e a breve termine.
“Finora le nostre proiezioni di aumento del livello del mare si sono basate su dati dell’IPCC, la maggiore istituzione mondiale per il clima, che stimano l’innalzamento globale delle acque marine fino a quasi 1 metro al 2100. Ma questi dati difettano di dettagli regionali e per colmare questa lacuna stiamo realizzando un modello unico al mondo che combina diversi fattori, come la fusione dei ghiacci terrestri – principalmente da Groenlandia e Antartide – l’espansione termica dei mari e degli oceani per l’innalzamento della temperatura del Pianeta, l’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi e dalle maree, ma anche l’isostasia e i movimenti tettonici verticali che caratterizzano l’Italia, un paese geologicamente attivo dove si manifestano con grande frequenza bradisismi e terremoti anche nelle aree costiere”, spiega il climatologo Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di “Modellistica climatica e impatti” dell’ENEA.Leggi tutto

09 luglio 2018

L'inquinamento atmosferico fa aumentare in modo importante i nuovi casi di diabete


Tratto da Today

L'inquinamento atmosferico fa aumentare in modo importante i nuovi casi di diabete

La relazione tra polveri sottili e malattia è significativa, anche a livelli di smog accettati dalle istituzioni sanitarie: uno studio su milioni di persone quantifica per la prima volta l'entità del problema.

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Respirare aria inquinata comporta un rischio significativo

 di sviluppare diabete, anche a livelli di smog oggi considerati "accettabili". Lo stabilisce uno studio 
pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet 
Planetary Health, il primo a quantificare i danni
delle polveri sottili sulla capacità dell'organismo umano di regolare gli zuccheri nel sangue.

Il diabete è una delle malattie croniche a più rapido aumento nel mondo: attualmente interessa oltre 420 milioni di persone, e le sue cause principali sono riconducibili a obesità, alimentazione
insalubre, stili di vita troppo sedentari. Studi passati avevano suggerito, inoltre, una relazione tra diabete e inquinamento 
dell'aria: il particolato atmosferico più fine può raggiungere attraverso i bronchi la circolazione sanguigna, aumentare i 
livelli di infiammazione e ridurre la produzione di insulina.

LA CONTA DEI DANNI. Mancava però una stima di quanto

 lo smog potesse incidere sulle nuove diagnosi di diabete. 
I ricercatori della Scuola di Medicina dell'Università di 
Washington e del Veterans Affairs (VA) del St. Louis Health
 Care System hanno calcolato che globalmente, e soltanto 
nel 2016, l'inquinamento dell'aria ha contribuito ad almeno
 3,2 milioni di nuovi casi di diabete, che rappresentano il 
14% del totale delle nuove diagnosi per quell'anno.

Il diabete legato allo smog ha determinato la perdita, in totale, 

di 8,2 milioni di anni di vita sana nel mondo - il 14% di tutti 
gli anni di vita sana andati in fumo a causa di questa malattia. 
Negli USA sono stati 150.000, i nuovi casi di diabete 
attribuibili all'inquinamento atmosferico.Leggi tutto qui