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30 giugno 2015

In attesa del vertice sul clima: "Verso Parigi, tra diritto alla salute e rischi climatici"

Verso Parigi, tra diritto alla salute e rischi climatici

In attesa del vertice sul clima, un rapporto sottolinea i rischi per la salute causati dal cambiamento climatico

CRONACA Prima del vertice sul clima di Copenaghen, nel 2009, la rivista medica The Lancet e lo University College di Londra avevano chiesto a un’apposita commissione una rassegna della letteratura su riscaldamento globale e salute umana. Prima di quello di Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre 2015, esce Health and Climate Change“, 53 pagine però fitte fitte, con una visione più ampia dei problemi (economia, aumento e invecchiamento della popolazione, sistemi di previdenza, sviluppo urbano, risorse idriche, energetiche e alimentari, inquinamenti, conflitti, migrazioni, percezioni dei rischi, opinione pubblica, informazione ecc.) e alcune proposte per risolverli. Sembra più allarmato del precedente, forse perché questa volta la commissione comprende numerosi autori cinesi, e per l’assenza di provvedimenti ed investimenti che rafforzino la tutela della salute, in particolare nei paesi in via di sviluppo dove “rischiano di essere annullati i progressi fatti negli ultimi 50 anni” (la figura 7 è eloquente).
I poveri sono già i più colpiti dagli eventi meteorologi estremi e dai “disastri climatici”, come dimostrano le alluvioni ricorrenti e le recenti ondate di caldo in India e in Pakistan, e per gli ultimi 35 anni le statistiche aggiornate al 2014 appena pubblicate da Munich Re, i cui dati sono riassunti dall’Economist in questa tabellaMa la temperatura aumenta meno fra i Tropici che nelle zone temperate e fredde dell’emisfero nord, le quali non sono risparmiate. Negli Stati Uniti, da alcune settimane nel Washington, nell’Oregon e perfino in Alaska, si moltiplicano incendi che erano frequenti finora in stati meridionali come la California o il Colorado.
I cambiamenti climatici compromettono il diritto alla salute inteso come diritto a un ambiente salubre, che fra i diritti fondamentali prevale su ogni altro da quando lo hanno stabilito a Roma le sezioni congiunte della Corte di Cassazione, nel lontano 1979 (1). Il 24 giugno scorso il tribunale dell’Aia lo ha ribadito dando ragione a Urgenda, un’Ong olandese fondata da Marjan Minnesma, che dirige l’Istituto per le transizioni all’Università Erasmus, e daPier Vellinga dell’Università di Wageningen e della Libera Università di Amsterdam.
Nel novembre 2012, Urgenda aveva accusato il governo di non ridurre abbastanza le emissioni di anidride carbonica per raggiungere il taglio del 20% previsto dall’Unione Europea nel 2020. Il governo aveva fatto orecchio da mercante, e un anno dopo insieme a 856 cittadini, Urgenda aveva chiesto al tribunale di
1) dichiarare che un riscaldamento globale di oltre 2 gradi Celsius porterà alla violazione di diritti umani fondamentali in tutto il mondo
2) dichiarare che lo Stato olandese agisce illegalmente non contribuendo con la propria quota a prevenire un riscaldamento globale maggiore di 2 gradi Celsius
3) ordinare allo Stato olandese di ridurre drasticamente entro il 2020 le emissioni nazionali al livello stabilito dagli scienziati per contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi Celsius, ovvero di ridurle del 40% rispetto a quelle del 1990.
I giudici hanno ordinato al governo di tagliare le emissioni del 25% come minimo entro il 2020. Il governo farà probabilmente appello, nel frattempo la sentenza crea un precedente per un processo analogo in corso a Bruxelles, altro “plat paysdove l’opinione pubblica si ritiene ben informata dei rischi climatici ed è preoccupata soprattutto per l’innalzamento del livello del mare.
L’avvocato Stefano Nespor, autore del Governo dell’ambiente (Garzanti), direttore della Rivista giuridica dell’ambiente e uno dei fondatori dell’Environmental Lawyers Network International, ritiene che processi simili siano soprattutto un segnale mandato dalla cittadinanza. Ricorda che possono ottenere risultati politici anche se non giuridici. Fa l’esempio di quello perso nel 2011 da sei stati americani contro i gestori di centrali a carbone degli stati circostanti, che ha portato a norme più severe sulle emissioni di dette centrali e di quello vinto nel 2006 dagli Iwherekan del delta del Niger contro le emissioni da gas flaring della Shell.
In realtà il limite di 2°C è stato stabilito nel 2002 dai firmatari dalla Convenzione dell’ONU sui cambiamenti climatici. Molti scienziati – a cominciare proprio da Pier Villenga in un famoso articolo con Rob Swart del 1991 – ritenevano più prudente, anche se difficilmente realizzabile, non superare 1,5°C. Se ne ridiscute parecchio da alcuni mesi, perché il riscaldamento globale non è l’unico effetto pericoloso dei cambiamenti climatici, e perché ci sono stime e modi diversi di calcolare la “sensibilità del clima” al raddoppio, rispetto al Settecento, della concentrazione atmosferica di CO2 e gas equivalenti verso la quale ci stiamo avviando.
(1) Sentenza n. 5172, Persona e Ambiente:  il diritto alla salute, piuttosto (o oltre) che come mero diritto alla vita e all’incolumità fisica, si configura come diritto all’ambiente salubre”.

La Centrale Enel di Vado Ligure .Un po' di storia convissuta con il carbone..........

RASSEGNA STAMPA TRATTA DALLA DOCUMENTAZIONE PER IL CONVEGNO DI SPOTORNO DEL 28-29  MAGGIO 1988 
  "LA CENTRALE ENEL  DI VADO LIGURE ANALISI ED EFFETTI SUL TERRITORIO"

Riportiamo alcuni vecchi articoli di giornali ,antecedenti agli anni 90 ,quando era ancora Enel.
Un problema che affligge il nostro territorio già' da troppi anni .......




 


..........Altri li pubblicheremo in seguito




UNA TERRA. UNA FAMIGLIA UMANA : Migliaia di persone alla marcia per ringraziare Papa Francesco dell’enciclica Laudato si

Tratto da Greenreport


Migliaia di persone alla marcia per ringraziare Papa Francesco dell’enciclica Laudato Si'
Il cambiamento climatico è un problema per chiunque abbia una coscienza morale


Marcia Papa
Alla marcia Una Terra, una Famiglia umana” organizzata da Focsiv a Roma per ringraziare Papa Francesco dell’enciclica “Laudati si’” hanno partecipato migliaia fedeli cattolici, di altre fedi religiose,  organizzazioni laiche della società civile, e comunità colpite dal cambiamento climatico per esprimere gratitudine a Papa Francesco per la pubblicazione della sua enciclica sull’ambiente e chiedere una politica ambientale più efficace ai leader mondiali.
Arianne Kassmanm, un’attivista per il clima dalla Papua Nuova Guinea che ha preso parte alla marcia per parlare degli effetti del cambiamento climatico nella regione del Pacifico, ha sottolineato che «In questo momento decisivo per la crisi climatica siamo particolarmente grati al Papa per aver pubblicato questa enciclica e aver contribuito a diffondere la consapevolezza di come il cambiamento climatico influenzi la vita di molte persone in ogni angolo della Terra. Il punto della questione è che l’umanità intera ha bisogno di restare unita per affrontare la crisi del nostro tempo. Il cambiamento climatico è un problema per chiunque abbia una coscienza morale».
Molti anche gli attivisti del Wwf e la presidente del Panda, Donatella Bianchi ha voluto ricordare  l’evento interreligioso, che il Wwf organizzò ad Assisi 30 anni fa nella Basilica di S. Francesco, tra gli esponenti delle cinque grandi religioni (cristiana, buddista, musulmana, induista, ebraica), lanciando un messaggio di alleanza e riconciliazione tra l’umanita’ ed il suo ambiente, indicando come impegno morale la cura e la conservazione del nostro pianeta.
«30 anni dopo Assisi – ha detto la Bianchi –  l’Enciclica di Papa Francesco fornisce una straordinaria analisi, completa e articolata sui mali della nostra casa comune, dando una dimensione etica fortissima al concetto di prendersi cura della nostra Terra. Un testo rivolto a tutti: cattolici, persone di tutte le fedi e non credenti. Si tratta di un richiamo alla responsabilità del mondo politico ed economico, ma anche un appello a tutta l’umanità a non abbandonare la speranza e darsi da fare. La nostra generazione ha il dovere di invertire la rotta, di affrontare le urgenze come il cambiamento climatico, che rischia di compromettere irrimediabilmente quegli equilibri dinamici che hanno consentito l’evoluzione della civiltà umana e in senso più ampio di tutte le forme di vita sulla terra , lo stato del pianeta per  come lo conosciamo oggi, e può colpire tutti, soprattutto i più deboli. L’adesione alla marcia di oggi per il Wwf è’ una chiamata alla responsabilità e all’azione, un invito che rivolgiamo a tutti: salviamo il clima, la nostra casa e l’umanità».
Tra i messaggi indirizzati al Papa in occasione della marcia c’era anche la richiesta di rendere il disinvestimento dai carburanti fossili parte integrante del suo messaggio morale di assoluta necessità di affrontare l’emergenza climatica. Perciò 350.org, e la sua associazione partner Italian Climate Network, hanno portato in piazza il messaggio “The Earth and the Poor are crying out for Divestment”, “La Terra e i Poveri chiedono di disinvestire”.
Padre Edwin Gariguez, segretario esecutivo della Caritas delle Filippine, ha sottolineato che «La campagna per il disinvestimento dai carburanti fossili si basa sulle stesse premesse etiche comunicate dal Papa nella sua enciclica. La campagna ha lo scopo di sottolineare l’immoralità dell’atto di investire nella fonte stessa dell’ingiustizia climatica che oggi ci troviamo ad affrontare. Ed è questo il motivo per cui speriamo che, sviluppando le premesse stesse del suo messaggio, Papa Francesco possa rendere il disinvestimento dai carburanti fossili parte integrante del suo appello affinché venga data una risposta immediata al problema del cambiamento climatico»....
Hoda Baraka, responsabile internazionale della comunicazione 350.org ed uno degli organizzatori della marcia di Roma, conclude: «L’unico modo per affrontare la crisi climatica è quello di liberare l’umanità dalla dipendenza dai combustibili fossili e dai loro effetti nocivi sulle nostre vite e sul pianetaQuesta enciclica contribuisce al cambiamento epocale che stiamo vivendo, semplicemente non possiamo continuare a trattare la Terra come un semplice mezzo da sfruttare». -
Continua  a leggere sull'articolo integrale


UNA TERRA. UNA FAMIGLIA UMANA

29 giugno 2015

Energie rinnovabili: senza sussidi pubblici ai combustibili fossili sole e vento costerebbero meno di petrolio e carbone


Fisico, docente universitario, attivista ambientale

Energie rinnovabili: senza sussidi pubblici ai combustibili fossili  sole e vento costerebbero meno di petrolio e carbone

 
E' praticamente una ecatombe. Dalla scorsa estate sono scomparsi oltre 100.000 posti di lavoro nell’oil and gas in tutto il mondo. Il numero di trivelle continua a calare: nello scorso anno solo qui negli Usa mille pozzi sono stati chiusi perché non più economicamente fruttuosi. Ci sono ora “solo” 860 trivelle attive nel paese. Tutte le principali ditte hanno dovuto rivedere i propri progetti di trivellazione, a breve, a medio termine, con licenziamenti, fusioni, vendite, tagli. E questa ecatombe non riguarda solo gli Usa: si parla di licenziamenti nel Regno Unito, recessione in Alberta, Canada problemi di stabilità in Venezuela la cui economia dipende dai petroldollari, mancanza di manutenzione nei pozzi del Brasile.
E poi c’è la scienza – il Papa! -che continuano a ricordarci che i cambiamenti climatici sono veri, e sono una cosa di oggi, fatta da noi, fatta dal troppo pompare e bruciare idrocarburi che ne soffriremo noi, i nostri figli ed il creato intero.
Questo tempo di cambiamenti così radicali per la geopolitica mondiale, e di presa di coscienza a livello cosi capillare, porta con se una opportunità enorme per la nostra generazione e per quelle che verranno. Si può e si deve avere il coraggio di cambiare il nostro modo di generare e di usare energia.
Le rinnovabili corrono, crescono, assieme ai migliori tentativi di migliorare la nostra efficienza energetica, nonostante tutti gli ostacoli seminati da petrolieri, lobby e speculatori  ciecamente aggrappati allo status quo Nonostante tutti i gufeggiamenti, il costo dell’energia sostenibile continua a scendere, ci sono investimenti e progressi nel creare batterie capaci di immagazzinare l’energia in eccesso, i villaggi indiani trovano nuova vita con soluzioni di energia solare low-tech, la Tesla ci fa sognare, la Germania ci mostra la strada maestra, e ogni giorno nei laboratori le migliori menti cercano di fare nuovi passi verso pannelli solari sempre più efficienti.
Non è più una questione di produrre energia, costi quel che costi e distruggi quel che distruggi, quanto invece come fare per gestire il tutto e perfezionare la nostra transizione verso l’energia sostenibile in modo fluido. E’ solo una questione di volontà.. 
E qui è il nocciolo della questione: usiamola questa crisi dei petrolieri del fracking contro quelli dell’Opec per “decidere” di guardare in grande, per programmare oltre le trivelle, e non per aggrapparci ai relitti del passato.
E’ facile: togliamo ogni forma di sussidio ai petrolieri – 550 miliardi di dollari nel 2014 a livello planetario.  Una cifra con troppi zero a ditte che non hanno fatto altro che avvelenare noi, le nostre democrazie, il pianeta.
Proprio oggi esce un rapporto di REN 21, una think tank dedicata al mondo rinnovabile, secondo il quale, tolti i sussidi governativi, il costo dell’energia rinnovabile è minore di quella da fonti fossili.
Sì, il sole e il vento costano meno del petrolio e del carbone, se queste ultime non ricevessero i soldi delle nostre tasse. E nonostante tutto, a livello globale, il 28% dell’energia elettrica generata nel 2014 è stata dalle rinnovabili, che sono raddoppiate in soli dieci anni.
In Italia, secondo Legambiente, regaliamo circa 9 miliardi di dollari ai petrolieri ogni anno. Perché dobbiamo dare i nostri soldi pubblici all’Eni? Alla Schlumberger? Alla Shell? Di cosa esattamente in cambio? Di trivelle e di air-gun nei nostri mari? Di particelle tossiche nei nostri polmoni? Perché tutti questi sussidi non li diamo invece alle rinnovabili, alla scuola, alla sanità, alle opportunità per i giovani invece? Mistero.
Ancora, gli analisti finanziari ricordano che negli anni a venire i costi delle rinnovabili caleranno ancora, rendendole ancora più accessibili. Specie nei paesi in via di sviluppo il solare e il vento a microscala faranno la parte da leone per quanto riguarda i nuovi investimenti, eclissando quelli nel petrolio, carbone e nucleare.
Ecco, io credo che non ci sia un momento più propizio di questo per “voler” cambiare: il supporto pubblico, la tecnologia, i risvolti economici, gli esempi ci sono tutti. E da questo punto di vista l’Italia non manca di niente. Basta solo volerlo ed essere seri. E se veramente lo si vuole, caro Matteo Renzi, se inizia a seminare e a programmare, invece che bucare, ce la facciamo molto prima di quanto lei non possa pensare.

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Tratto da Infobuildenergia

Rapporto REN21, record per eolico e solare fotovoltaico nel 2014

Dalle rinnovabili lo scorso anno il 59% della nuova potenza elettrica installata nel mondo

Il nuovo rapporto presentato nei giorni scorsi della organizzazione REN21, mostra che nel 2014 le rinnovabili a livello mondiale sono cresciute raggiungendo 135 GW di nuova capacità, la capacità totale è salita a 1.712 GW, segnando un + 8,5% rispetto all'anno precedente. Sono 164 i paesi che hanno introdotto target sulle rinnovabili, grazie anche a politiche di sostegno. Per la prima volta negli ultimi decenni grazie allo sviluppo delle rinnovabili l'economia mondiale è cresciuta senza un parallelo aumento delle emissioni di CO2, nonostante l’aumento dell’1,5% del consumo mondiale di energia. Ciò soprattutto grazie ai risultati raggiunti dalla Cina per promuovere una crescita più sostenibile, attraverso efficienza energetica ed energie rinnovabili.

In particolare si legge nel Rapporto, a fine 2014 le rinnovabili contavano per il 27,7% della potenza elettrica mondiale, soddisfacendo il 22,8% della domanda elettrica.

Medaglia d’oro al fotovoltaico che tra il 2004 e il 2014 è aumentato di 48 volte, passando da 3,7 GW ai 177 GW; bene anche l’eolico, passato da 48 a 370 GW.

Solar PV Global Capacity, 2004–2014 



Gli investimenti globali in rinnovabili l'anno scorso sono stati più che doppi rispetto a quelli in combustibili fossili e sono cresciuti del 17% sul 2013, toccando i 270,2 miliardi di dollari, 301 miliardi di dollari se si includono anche idroelettrico e i biocarburanti. Anche l’occupazione nel settore delle energie rinnovabili sta crescendo rapidamente. Nel 2014, si stima che 7,7 milioni di persone in tutto il mondo abbiano lavorato direttamente o indirettamente nel settore.

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Il Fatto Quotidiano : Savona, maxi deposito di bitume al porto “Sarà danno irreversibile per la città”

Tratto da Il Fatto Quotidiano 

Savona, maxi deposito di bitume al porto “Sarà danno irreversibile per la città”



28 giugno 2015

Si chiama archeologia industriale: Ex fabbriche d'armi o miniere di carbone possono salvare intere aree dalla povertà

Tratto da Linkiesta
Dove vai in vacanza? In una miniera di carbone

Francesco Floris

La West Point Foundry fu una delle più importanti fabbriche per la lavorazione del ferro, produttrice di armi americane fra il 1817 e il 1911. Nata da un'intuizione di James Madison dopo la guerra del 1812 fra i neonati Stati Uniti d'America e alcune colonie britanniche, vi si produceva il Parrott Rifle, un mezzo di artiglieria pesante molto utilizzato durante la Guerra di Secessione, oltre a fucili, munizioni e prodotti in ferro per usi civili.

Si trova nello Stato di New York proprio vicino all'accademia militare omonima e venne chiusa in seguito al calo della domanda di ghisa che la portò alla bancarotta.

Oggi è una delle migliaia di mete recensite su Tripadvisor : la si raggiunge a piedi con un agibile sentiero, ci si gode la brezza del fiume Hudson e si toccano i cannoni con cui un secolo e mezzo fa degli americani sparavano ad altri americani.

Si chiama archeologia industriale, due parole che di primo acchito sembrano contraddirsi: branca riconosciuta dell'archeologia tout court, insegnata nelle università, dibattuta in convegni e pubblicazioni scientifiche e – fatto non da poco – può salvare alcune aree dalla povertà.

Ex fabbriche d'armi o miniere di carbone recensite su Tripadvisor possono salvare intere aree dalla povertà

Il bacino della Ruhr nella Renania settentrionale, Germania, era il cuore pulsante dell'industria carbonifera, siderurgica e del legname tedesco, tanto da essere uno dei principali oggetti di contesa con belgi e francesi prima e dopo la conclusione della Grande Guerra: veniva sfruttato intensivamente per le riparazioni belliche stabilite a Parigi nel 1919 e in più occasioni venne occupato militarmente. Se si cerca oggi su Google la parola “Ruhr”, dopo i profili di Wikipedia e Treccani, il primo risultato contiene l'espressione “turismo”: 200 musei, 120 teatri, 3.500 monumenti industriali – un lungo elenco di siti che con il carbone e il legname non c'entrano nulla.

Quando estrarre carbone divenne inefficiente, sia dal punto di vista economico che da quello ecologico, quando il Governo federale tedesco decise di ridurre al minimo indispensabile la produzione nazionale e tagliò i sussidi e le sovvenzioni all'industria per rientrare nei parametri di deficit di bilancio, ci furono aspri scontri con i sindacati e blocchi autostradali, ma nulla fermò il licenziamento di personale e la chiusura degli stabilimenti. L'intera regione si stava rapidamente deindustrializzando.

Venne messo in atto un imponente piano di investimenti misto pubblico-privati che si concretizzò nella Zeche Zollverein ad Essen – una delle più vaste miniere al mondo per estensione e capacità produttiva, oggi patrimonio dell'UNESCO. Si ripercorrono le tappe della filiera e dei cicli di estrazione, al suo interno è ospitato il Red Dot Museum, il più grande museo di design del pianeta.

A Bochum, una vecchia centrale a gas che riforniva le acciaierie è stata ristrutturata con la fattezze di una cattedrale gotica, per non parlare delGasometro di Oberhausen, un edificio circolare di 117 metri che serviva per stoccare il gas, dove si organizzano musical e concerti in un pirotecnico spettacolo di luci proiettate lungo le pareti cilindriche.

Tutto questo ha fatto sì che la Ruhr venisse nominata Capitale della Cultura Europea nel 2010. Non Venezia, Vienna o Budapest, ma una vallata attraversata da un fiume che ha visto nella sua storia più eserciti che pittori.

L'esperienza tedesca è stata riproposta in miniatura qualche centinaio di chilometri più a sud, in Austria, dove turisti e visitatori si immergono per qualche ora nel monte Dürnnberg per esplorare le viscere della più antica miniera visitabile del mondo, quella di Hallein, dove vi si estraeva “l'oro bianco” – il sale.

A Schwaz, nel Tirolo, si possono cavalcare per novanta minuti i vagoni che scendevano lungo i binari fino a 800 metri di profondità – al netto di compagni di viaggio claustrofobici – per poi risalire carichi di argento.

In Italia si parla meno di archeologia industriale......
Fabbrica del Vapore, villaggio operaio di Crespi D'Adda, il Lingotto di Torino sono solo gli esempi più noti di l'archeologia industriale in Italia 

Il riuso delle fabbriche per scopi turistici passa sotto silenzio ma è più diffuso di quanto si pensi nel nostro Paese: l'arcinoto Lingotto di Torino ne è il classico esempio, la centrale elettrica Montemartini di Roma, fino ad approdare nel Sulcis, Sardegna, area falcidiata dalla deindustrializzazione, dove le ex miniere offrono panorami suggestivi immersi nella natura e un grande patrimonio costituito da edifici e un parco macchine risalente al ventesimo secolo.Continua a leggere qui

Qualenergia:Transizione energetica e clima, c’è poco da stare sereni

Tratto da QualEnergia

Transizione energetica e clima, c’è poco da stare sereni

Le spinte che remano contro il cambiamento del sistema di approvvigionamento energetico e la lotta al global warming sono forti e agguerrite, e dalla loro parte stanno i governi da sempre organici all’industria energetica tradizionale. Uno sguardo, senza troppe illusioni, dal livello mondiale fino al nostro Paese. Ovunque si prova a rallentare un cambiamento che richiede invece una forte accelerazione.
In molti confidano che dalla Cop 21 di Parigi possa uscire un risultato positivo e, per molti versi, storico per la lotta contro cambiamenti climatici. Si parla di svolta, di segnali che sembrano promettenti, di leader che si adoperano per la riuscita, e molte dichiarazioni ottimistiche si sprecano dopo l’importante Enciclica papale. .........
Finora, e siamo a 21, l’approccio dei negoziati oltre a dimostrarsi fallimentare, non ha portato a nessun cambiamento determinante nel sistema di approvvigionamento energetico (e dove è stato intrapreso ha avuto origine da altre dinamiche). Il motivo è da ricercarsi nel fatto che ci si è mossi sempre nell’ambito circoscritto degli interessi dell’industria fossile-nucleare e della ricerca del consenso economico, oltre che energetico.
Un esempio è dato dal meccanismo dello scambio delle emissioni, rivelatosi, quando non controproducente, chiaramente inefficace allo scopo, ma sul quale la Commissione Europea vuole continuare a puntare, assicurando quote gratuite ai settori, dicono, che sono maggiormente esposti al rischio di rilocalizzazione. Insomma i negoziati internazionali sul clima sono stati finora un buon alibi per la stragrande maggioranza dei governi per procrastinare le decisioni più nette. Un continuo rinvio.
Ma non è questo che dovrebbe preoccupare. Altri rischi per il clima sembrano profilarsi all’orizzonte che si confondono e contrastano con le notizia più positive, che comunque ci sono.
Governi e istituzioni internazionali, da sempre organici e sinergici con la lobby dell’industria fossile, si dichiarano a volte, entro i propri confini, pronti a trattare per il clima, anche se poi sanno che la parola d’ordine è “o si va avanti tutti insieme oppure si aspetta il prossimo giro”. Il ‘rischio’ connesso alle loro dichiarazioni, quasi mai destabilizzante per l’industria energetica convenzionale, è comunque calcolato.
Governi molto ecologici nei proclami, ma poi, come svela l’ultimo rapporto del WWF International, capaci di forti contraddizioni. Un esempio? Finanziano in vari modi  combustibili fossili, a cominciare dal carbone. Lo fanno sotto il tappeto, “Under the rug” (pdf), che è proprio il titolo del documento in questione. Si denuncia qui come i governi nascondono, grazie alla finanza pubblica, un notevole sostegno all’industria del carbone: circa 73 miliardi di dollari tra il 2007 al 2014.
Andiamo sul fronte dell’industria del petrolio. Piuttosto battagliera e indifferente a quei ‘fanatici ecologisti’ del G7 che hanno dichiarato in Germania, ad Elmau il 7-8 giugno, che usciremo, addirittura, a fine secolo dalla sua dipendenza (la dichiarazione dei Leader). .....
Il grande capo di Exxon ha detto che nel 2040 il consumo di energia aumenterà del 30% a causa della crescita della classe media globale e che il 75% di questo aumento verrà soddisfatto dai fossili. Il capo di Total dice che si dovranno trovare (esplorazioni nell’Artico?) 50 milioni di barili al giorno di petrolio in più per compensare l’esaurimenti dei giacimenti attuali. Come scrive Garavini “tutti questi potenti e autorevoli signori dell'energia prevedono consumi di idrocarburi in aumento e trivellazioni a tappeto entro il 2040 e chiedono ai Governi di pagare meno tasse per poter investire”. Ovviamente tutti, nessuno escluso, ritengono che l’accordo alla Cop 21 sarà ‘inoffensivo’.
Queste due finestre sul mondo dei fossili (e altre se ne potrebbero aprire) delineano uno scenario inconciliabile con gli obiettivi fondamentali per il clima e, ad esempio, con quanto ci ha detto la ricerca dell’Institute for Sustainable Resources dell’University College di Londra, apparsa a gennaio su Nature, dove si spiegava a quante riserve fossili conosciute bisognerà rinunciare per restare entro la soglia critica dei 2 °C: stiamo parlando dei 2/3 delle riserve economicamente sfruttabili che non dovranno mai essere estratte. Dunque, lo scenario che ne scaturisce sembrerebbe allo stato delle cose geopoliticamente ed economicamente improbabile perché su queste riserve ci puntano, oltre che le società di idrocarburi, pure gli Stati che vogliono fare cassa, come abbiamo già scritto su queste pagine. Però l’avvertimento ci dà l’esatta dimensione del problema del global warming e di cosa blocchi la macchina negoziale....
Questo quadro di stallo non migliora se guardiamo l’orticello di casa. Sono bastate poche dichiarazioni del sottosegretario De Vincenti e del premier Renzi nel corso degli Stati Generali dei cambiamenti climatici per gettare ancora di più nello sconforto chi ha un’idea di modello energetico diverso per il nostro paese. Uno ancora parla di tecnologia ponte (il gas) per poi un giorno sviluppare al meglio, chissà quando e come, le rinnovabili e l’altro dice che c’è un ‘unico’ (?) nemico (il carbone) e che le rinnovabili da sole non ce la fanno. E poi le solite chiacchiere ottimistiche e tattiche per procrastinare le scelte e non intaccare più di tanto l’assetto energetico attuale. E illudere tutti che ci si sta lavorando (a questo servono questi Stati Generali, no?). I cambiamenti tecnologici richiedono invece sempre un’accelerazione; non vanno frenati né contingentati, ma guidati e favoriti.  
I fatti poi dicono il contrario sull’azione governativa intrapresa: leggi retroattive (spalma-incentivi, forse anticostituzionale), un pessimo decreto sulle rinnovabili, leggine e regole che attaccano la generazione distribuita, soprattutto il fotovoltaico, la tecnologia che fa più paura, trivellazioni per la ricerca di idrocarburi anche nei nostri mari, infrastrutture inutili come la Tap e l’elettrodotto dell’Adriatico, ecc.
Renzi chiede sei mesi di tempo per discutere di questa “priorità per il paese e per il governo” (ma “senza fare annunci shock”, ci mancherebbe), fino alla Cop 21. E poi? Tempo non c’è più, invece di rinnovabili quante ne vuole, caro presidente Renzi. Serve solo una strada chiara da intraprendere e subito, senza aspettare accordi al ribasso dall’esterno. Le tecnologie ci sono, le idee, i programmi anche e l’industria delle tecnologie pulite è pronta....

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