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31 gennaio 2018

Greenpeace:Inquinamento atmosferico: ogni respiro è un rischio


Tratto da  Italia che cambia

Inquinamento atmosferico: ogni respiro è un rischio

"I gas di scarico delle auto uccidono in Europa decine di migliaia di persone. Ogni giorno di ritardo nell’abbandonare le auto a diesel o benzina in favore di forme di mobilità pulita, porterà ulteriori morti e renderà inevitabili i blocchi delle auto". E' quanto ribadisce Greenpeace, in azione a Bruxelles.



Attivisti di Greenpeace sono entrati in azione ieri mattina a Bruxelles, scoprendo il loro petto e mostrando un lavoro di body art che ritrae i loro polmoni, per chiedere aria pulita e provvedimenti contro lo smog ai Paesi convocati d’urgenza oggi dal Commissario europeo per l’ambiente Karmenu Vella.

Nel 2017 la Commissione europea aveva messo in guardia cinque dei Paesi presenti all’incontro – Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito – riguardo a un imminente provvedimento della Corte Europea contro le ripetute violazioni degli standard comunitari sulla qualità dell’aria, in vigore dal 2010. Anche Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Slovacchia sono stati convocati oggi a Bruxelles, a causa del mancato rispetto delle leggi europee sulla qualità dell’aria. L’Italia, unico Paese insieme alla Francia, è sotto procedura d’infrazione sia per le concentrazioni di particolato che per quelle di biossido di azoto.
Foto di Greenpeace
“I gas di scarico delle auto uccidono in Europa decine di migliaia di persone. Mentre ci sono delle leggi in vigore per proteggerci, per anni i nostri governi non hanno intrapreso le azioni necessarie a riportare l’inquinamento atmosferico entro i limiti previsti”, dichiara Benjamin Stephan della campagna Inquinamento di Greenpeace. “Tutto ciò è criminale e deve essere sanzionato. Ogni giorno di ritardo nell’abbandonare le auto a diesel o benzina in favore di forme di mobilità pulita, porterà ulteriori morti e renderà inevitabili i blocchi delle auto”.

Come spiega il report di Greenpeace “Ogni respiro è un rischio”, il biossido di azoto – che negli ambienti urbani proviene per il 70-80 per cento dal settore dei trasporti, e in massima parte dai diesel – è classificato tra le sostanze certamente cancerogene. I suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. È inoltre particolarmente nocivo sui bambini.

“Il nostro auspicio è che l’intervento della Commissione sia effettivamente severo come è stato annunciato. È ora di ripristinare, urgentemente, la piena legalità ambientale a beneficio dei nostri polmoni”, dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «È difficile immaginare con quali credenziali l’Italia cercherà di scongiurare il deferimento alla Corte. Siamo un Paese in cui, mentre i livelli di  inquinamento atmosferico sono tra i peggiori in Europa, crescono le vendite di auto diesel, non si investe in mobilità alternativa, si continua a garantire le lobby delle fonti fossili. Sin qui, per trasformare la mobilità, specie quella urbana, in Italia si sta facendo poco più di niente”, conclude Boraschi.
Foto di Greenpeace
Greenpeace ricorda che in Italia, tra il 2013 e il 2015, di cinquanta milioni di euro stanziati per avviare la realizzazione di una rete di ricarica per i veicoli elettrici, sono stati infine spesi poco più di seimila euro.

I nove Paesi convocati oggi, Italia inclusa, hanno sempre superato i limiti di qualità dell’aria Ue per il biossido di azoto (NO2) dal 2010. La normativa Ue in materia impone agli Stati Membri di limitare l’esposizione dei cittadini agli inquinanti atmosferici nocivi e stabilisce come soglia massima per le concentrazioni medie annue di NO2 i 40 microgrammi per metro cubo (μg/m3), ovvero il valore individuato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la protezione della salute umana.

Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, in Europa si registrano annualmente 487.600 morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. In Italia l’esposizione a lungo termine al particolato, al biossido di azoto e all’ozono è direttamente legata a oltre 90 mila morti premature l’anno. L’Agenzia Europea dell’Ambiente calcola inoltre che in Europa, ogni anno, circa 75 mila morti premature sono causate dal solo biossido di azoto. All’Italia, in questa triste classifica, spetta il primato assoluto, con circa 17.300 casi di morte prematura e un tasso di incidenza sanitaria doppio rispetto alla media Ue.

29 gennaio 2018

Italia convocata domani a Bruxelles, a un passo dalla Corte Europea

Tratto da Il Cambiamento

Smog: Italia convocata domani a Bruxelles, a un passo dalla Corte Europea

Smog: Italia convocata domani a Bruxelles, a un passo dalla Corte Europea

Quello che darà Bruxelles all'Italia sarà con ogni probabilità un ultimatum prima 

che si ritrovi direttamente davanti alla Corte Europea. Sulle misure 

anti-inquinamento proprio non ci siamo e il ministro di questo governo di 

fine-legislatura dovrà giustificarsi davanti al Commissario europeo per l'ambiente

 Karmenu Vella.



Domani, 30 gennaio, il Ministro dell’Ambiente italiano, insieme ai colleghi di altri otto stati UE, dovrà presentarsi a Bruxelles dal Commissario europeo per l’ambiente Karmenu Vella, per fornire un aggiornamento sulle misure pianificate dal nostro paese in materia di inquinamento atmosferico. Si tratta dell’ultima possibilità prima che l'Italia sia spedita direttamente davanti alla Corte di giustizia europea.

«L’Italia è tra i paesi membri ad essere sotto procedura di infrazione da parte della Commissione UE perché supera i limiti stabiliti dalla legge sia per l’inquinamento da biossido di azoto (NO2) che da particolato (PM10)» spiega Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. «In particolare, l’Italia ha già ricevuto il parere ragionato relativo alla prima procedura il 15 febbraio e quello relativo alla seconda il 27 aprile 2017. Il prossimo passaggio per entrambe le procedure sarà il deferimento dei due casi alla Corte di Giustizia Europea. Qualora gli sforamenti dovessero persistere, il nostro Paese rischia la condanna al pagamento di ingenti sanzioni pecuniarie. Questa convocazione è un motivo in più per far diventare il diritto a respirare aria pulita una priorità della campagna elettorale in corso».

A livello europeo, l’avvocato Ugo Taddei di ClientEarth, accoglie con favore l’impegno del Commissario Vella “per tutelare la salute di milioni di cittadini europei ed italiani, obbligati ogni giorno a respirare un’aria di cattiva qualità”. "Al tempo stesso, però - continua - è ora di passare dalle parole ai fatti, portando di fronte alla Corte di giustizia europea quegli stati che, come l’Italia, non stanno affrontando l’urgente problema dello smog e delle sue conseguenze sanitarie. I livelli di inquinamento atmosferico sono fuori legge da anni e, nemmeno dopo i pareri ragionati inviati lo scorso anno dalla Commissione, ci sono stati cambiamenti seri e sostanziali”.

“L’Italia – conclude Taddei – è uno dei pochi governi ad aver ricevuto questo ultimo avvertimento e non è un caso: i livelli di inquinamento sono tra i più alti in Europa, ma le misure proposte sono tra le meno ambiziose. È tempo di cambiare marcia e affrontare con determinazione l’emergenza inquinamento, che purtroppo è diventata una costante. In gioco c’è la salute di milioni di cittadini”.

Secondo un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente dello scorso ottobre, in Europa si registrano annualmente 487.600 morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. In Italia l’esposizione a lungo termine al particolato, al biossido di azoto e all’ozono è direttamente legata a oltre 90 mila morti premature l’anno. Con più di 1.300 decessi per milione di abitanti, il nostro Paese resta al di sopra della media europea (circa 820 decessi per milione di abitanti). L’Agenzia Europea dell’Ambiente calcola inoltre che in Europa, ogni anno, circa 75mila morti premature sono causate dal solo biossido di azoto. All’Italia, in questa triste classifica, spetta il primato assoluto, con circa 17.300 casi di morte prematura.

28 gennaio 2018

A Milazzo, diecimila cittadini dicono NO all’inceneritore di San Filippo del Mela



27 gennaio 2018

Ilva, arriva il ricorso al presidente della Repubblica avverso il DPCM del 29 settembre 2017

Tratto da Inchiostro Verde 

Ilva, arriva il ricorso al presidente della Repubblica contro il Dpcm

Ilva, ricorso straordinario dei cittadini a Mattarella
27 GENNAIO 2018
Alle vicende Ilva si aggiunge un altro tassello: un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il DPCM del 29 settembre 2017 con richiesta di sospensiva. Lo rende noto  la prof.ssa Lina Ambrogi Melle, già promotrice di un ricorso collettivo alla CEDU e presidente del Comitato Donne e Futuro per Taranto Libera. Di seguito la sua nota stampa.
Il prof. avv. Andrea Saccucci insieme all’avv. Matteo Magnano e all’avv. Roberta Greco, dello Studio legale internazionale di Roma che già ci rappresenta davanti alla Corte dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo nel ricorso contro lo Stato italiano per violazione con le sue leggi “salva Ilva” dei diritti alla vita, alla salute ed alla vita familiare dei tarantini, hanno notificato oggi un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il DPCM del 29 settembre 2017 con la richiesta di sospensiva.
All’iniziativa, promossa dalla professoressa Lina Ambrogi Melle, partecipano numerosi cittadini di Taranto e le associazioni “Giustizia per Taranto”, “PeaceLink” e “Fondo Antidiossina”, indignati da questi continui decreti del governo italiano che calpestano i diritti fondamentali dell’Uomo alla vita, alla salute e alla sicurezza di noi tarantini.
Abbiamo deciso di impugnare questo DPCM del 29 settembre 2017 che ha valore di nuova AIA per l’Ilva perché altrimenti diventerebbe efficace e definitivo fino al 2023 e nessuno potrebbe successivamente intervenire anche in caso di reiterazione di reati gravissimi poiché i nuovi acquirenti dell’Iva, come gli attuali commissari straordinari, sono protetti da un’anomala immunità penale ed amministrativa ......
Noi non possiamo rimanere inermi difronte ad una politica che continua a proteggere gli interessi economici di privati a discapito della salute di una popolazione e sentiamo il dovere di percorrere fino in fondo ogni possibile strada legale per ottenere giustizia e rispetto per le nostre vite.
Già nel luglio 2012 ci fu un’ordinanza di sequestro senza facoltà d’uso di alcuni impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto perché causa di malattie e di morti e diversi studi epidemiologici successivi, come l’aggiornamento dello studio Forastiere, attestano che “l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e morte. Riducendo l’inquinamento si otterrebbero subito miglioramenti sulla salute e la mortalità a breve termine”.
Va aggiunto che la VDS (Valutazione del Danno Sanitario) effettuata dall’ARPA Puglia ha stabilito che,anche se venissero realizzate tutte le prescrizioni AIA, a Taranto permarrebbe un rischio sanitario inaccettabile con almeno 12500 persone a rischio di contrarre il cancro per le emissioni velenose del siderurgico. E’ chiaro pertanto che l’unico modo per affrontare e risolvere questa terribile situazione sanitaria ed ambientale sia quella già realizzata a Genova nel 2005 con la chiusura dell’aria caldo dell’Ilva e l’avvio di serie bonifiche all’interno e all’esterno dell’azienda.

26 gennaio 2018

Centrale Tirreno Power : ministero e associazioni ambientali ammessi come parti civili.

Immagine tratta da La Stampa oggi in edicola
Tirreno Power, ministero e associazioni ambientali ammessi come parti civili.


Immagine tratta da Il Secolo XIX oggi in edicola 
Centrale , gli ambientalisti nel processo.

25 gennaio 2018

News:Tirreno Power, ministero e ambientalisti ammessi come parti civili nel processo

Tratto  da Il Secolo XIX

Tirreno Power, ministero e ambientalisti ammessi come parti civili nel processo

Vado Ligure - Ministero dell’Ambiente e sei associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente, Wwf, Anpana, Medicina Democratica e Uniti per la Salute) sono state ammesse dal giudice come parti civili nell’udienza preliminare in corso sul caso Tirreno Power, il presunto disastro ambientale e sanitario colposo che vede sotto accusa ventisette imputati tra cui i vertici dell’azienda. 
«Oggi è un gran giorno - ha detto Giovanni Durante, portavoce della Rete Savonese Fermiamo il Carbone - è stata riconosciuta dal giudice la rilevanza del lavoro svolto in tutti questi anni. Abbiamo grande fiducia nel lavoro della magistratura, e questo è un passo importante nella strada della verifica di una verità giudiziaria». Per Medicina Democratica questa «è una prima vittoria». 
Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio di 26 persone tra cui i vertici dell’azienda.

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24 gennaio 2018

Stop TTIP dà la sveglia ai politici: il 10 febbraio tutti a Milano

Tratto da Il Cambiamento 


In questi anni la campagna Stop TTIP ha visto una vera e propria escalation di visibilità e non certo grazie ai media mainstream. E ha ottenuto risultati importanti, come impedire che il CETA fosse ratificato in Senato. Ora, per rafforzare l'argine contro lo strapotere delle multinazionali e l'azzeramento dei diritti, l'appuntamento è il 10 febbraio a Milano.

Stop TTIP dà la sveglia ai politici: il 10 febbraio tutti a Milano

Si terrà il 10 febbraio prossimo a Milano l'assemblea nazionale di tutti i comitati Stop TTIP della campagna. L'appuntamento è dale 11 alle 18 in corso Giuseppe Garibaldi (QUI tutte le informazioni) e non è stato organizzato "per caso". A due settimane dalle elezioni politiche che stanno scaldando gli animi e preoccupando non poco certi partiti, i promotori della campagna per dire no ai trattati transnazionale che calpestano i diritti di Stati e cittadini si raccolgono insieme per programmare e progettare le prossime azioni. E per capire bene da che parte stanno i politici in corsa...
«Nel 2017 insieme abbiamo compiuto un'impresa: impedire che il CETA, il trattato economico e commerciale tra UE e Canada, fosse ratificato in Senato - spiegano dalla Campagna 

- Nel 2018 vogliamo spingerci ancora più in là, chiedendo fin da subito al prossimo Parlamento di schierarsi contro gli accordi tossici che minacciano la nostra agricoltura, l'ambiente, i diritti del lavoro, la privacy e i servizi pubblici. Abbiamo le forze di sollevare una nuova ondata di pressioni su tutti i candidati alle prossime elezioni del 4 marzo. Per questo, invitiamo tutti i Comitati locali e le organizzazioni che hanno sempre supportato questa campagna a partecipare all'Assemblea nazionale di Stop TTIP Italia il prossimo 10 febbraio presso il Centro di Aggregazione Multifunzionale in corso Garibaldi 27 a Milano. L'invito è a partecipare numerosi, per ritrovarci dopo questi mesi e anni di battaglie comuni e rilanciare con forza le istanze che questo movimento nato dal basso ha saputo portare in primo piano sulla scena politica nazionale».
Grande è stata la soddisfazione a dicembre 2017 quando le Camere sono state sciolte prima della ratifica del Ceta. «I trattati commerciali iniqui diventano argomento di campagna elettorale. Grazie a tutte le persone, i comitati, le associazioni, i sindacati, i partiti e le imprese che hanno lottato, resistito, cambiato una storia che volevano già scritta» hanno detto dalla Campagna Stop TTIP. Un grazie è andato anche agli oltre 100 eletti tra Camera e Senato che hanno detto "no" alla ratifica.
Per facilitare l'organizzazione da parte del comitato di Milano, chi partecipa invii una e-mail di conferma a stopttipitalia@gmail.com entro venerdì 26 gennaio.
Per saperne di più...Leggi qui


22 gennaio 2018

Per inquinamento dell' aria l' Italia a un passo dalla sanzione UE



(Rinnovabili.it) – Il governo Gentiloni, e con esso il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, rischiano di lasciare all’Italia un’eredità economicamente pesante sul fronte delle politiche ambientali. Il Commissario Euroeo per l’Ambiente, Karmenu Vella, è infatti pronto a denunciare alcuni stati membri dell’Unione – tra cui il nostro – che non rispettano i parametri comunitari sulla qualità dell’aria. Lo rivela un articolo di Politico, dal quale si evince che l’Italia è tra i paesi bacchettati da Bruxelles, insieme a Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tutti i big, dunque, finiscono dietro la lavagna per l’eccessivo inquinamento dell’aria, problema al quale sembrano mancare i rimedi di lungo termine. La lettera di Vella è indirizzata al Ministero dell’Ambiente, e suona come una specie di ultimatum. I ministri degli stati coinvolti sarebbero stati convocati per un incontro, il prossimo 30 gennaio: al tavolo con l’Europa, dovranno portare piani convincenti e tempistiche chiare per rientrare nei limiti europei.
L’Italia, come la Francia, ha un duplice problema: alti livelli di biossido di azoto (NO2) e particolato atmosferico. Il primo è diretta conseguenza del numero di motori diesel che rombano sulle nostre strade. Se i governi non si adegueranno, «la Commissione procederà al passaggio successivo della procedura d’infrazione», il deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

>> Leggi anche: L’inquinamento atmosferico uccide 4 milioni di persone l’anno <<


«Se il ministro Galletti dovesse presentarsi a Bruxelles, il 30 gennaio prossimo, il nostro Paese si renderà certamente protagonista di un confronto imbarazzante – dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace – Il governo italiano è apparso in questi anni del tutto inoperoso sul fronte dell’inquinamento atmosferico. Si pensi all’assoluto nulla realizzato per il settore trasporti, con i fondi disponibili per la realizzazione di una rete di ricarica per i veicoli elettrici che non sono neppure stati spesi. Oggi l’auto privata alimentata con i derivati del petrolio è ancora protagonista assoluta della mobilità italiana, e il suo primato pesa in termini sanitari e di dipendenza energetica. Mentre molti Paesi stanno investendo in mobilità sostenibile, l’Italia è ferma al palo. Speriamo che l’intervento dell’Ue si traduca in una salutare scossa».
Secondo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), il Bel paese è ai vertici della triste classifica, con 90 mila morti premature all’anno per l’inquinamento dell’aria sulle 487.600 del continente. Con oltre 1.300 decessi per milione di abitanti, restiamo al di sopra della media europea, che si ferma a 820.

Le cause dello smog


21 gennaio 2018

Peacelink : Il sindaco quantifichi i danni e presenti il conto all' Ilva


Tratto da InchiostroVerde


Ilva Taranto M5S Taranto
Nuovo Wind Day e nuova interruzione del servizio scolastico domani nel quartiere Tamburi di Taranto.  PeaceLink chiede che il sindaco di Taranto si faccia soggetto promotore del principio “chi inquina paga” in modo che chi gestisce l’ILVA risarcisca l’intera città per ogni giorno di Wind Days, quantificando tutti i danni diretti e indiretti provocati dalla paralisi delle attività cittadine causate dai Wind Days.
Fra i danni arrecati alla collettività non bisogna dimenticare anche la mancata fruizione del servizio scolastico.  Non è superfluo ricordare che la legge italiana punisce chi “cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico”.
Recentemente anche i commercianti del quartiere Tamburi hanno lamentato una riduzione degli introiti durante i Wind Days. Il sindaco deve affidare ad enti super partes una quantificazione dei danni, da quelli sanitari (+25% di ricoveri dei bambini nei quartieri a rischio) a quelli economici e sociali provocati dall’inquinamento.
Il sindaco ha una specifica responsabilità nell’applicazione del principio “chi inquina paga” che gli deriva dall’articollo 3‐ter del dlgs 152/2006. Tale articolo impone a tutti gli enti pubblici e privati e alle persone fisiche e giuridiche pubbliche o private, di garantire la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi naturali e del patrimonio culturale attraverso una “adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, dell’azione preventiva, della correzione in via prioritaria alla fonte dei danni causati all’ambiente, nonché al principio «chi inquina paga» che, ai sensi dell’articolo 174, comma 2, del Trattato dell’Unione Europea, regolano la politica della comunità in materia ambientale”.
L’ILVA dovrebbe risarcire l’intera comunità se venisse accertato e quantificato un danno complessivo durante i Wind Days che rientri nel principio «chi inquina paga». PeaceLink pertanto chiede che il sindaco faccia quantificare il danno sanitario, sociale ed economico complessivo per ogni Wind Day in modo da presentare il conto all’ILVA.
Se venisse compiuta tale quantificazione Arcelor Mittal non acquisterebbe più l’ILVA e lo stabilimento chiuderebbe per sempre. Infatti nessun privato sarebbe disposto ad acquistare un’azienda che debba contabilizzare nel bilancio gli attuali enormi costi e disagi scaricarti sull’intera comunità. Fino ad ora ILVA è rimasta sul mercato perché nessun sindaco si è fatto promotore di una quantificazione dei costi esterni dell’ILVA e di un’azione di risarcimento preventivo.
Infine PeaceLink considera di vitale importanza una capillare informazione sui rischi dei Wind Days e una diffusa della prevenzione primaria, in particolare fra le mamme del quartiere Tamburi, che riguardi la conoscenza della composizione chimica delle polveri con cui la popolazione entra in contatto.
Per PeaceLink
Fulvia Gravame
Luciano Manna
Alessandro Marescotti

20 gennaio 2018

Comunicato di Peacelink :Dopo ogni Wind Day i cittadini devono essere risarciti.

Dopo ogni Wind Day i cittadini devono essere risarciti

Il comunicato stampa di Peacelink


Oggi i cittadini di Taranto sono investiti da un secondo Wind Day consecutivo.
Durante la notte i vetri delle case hanno tremato per la violenza del vento e stamattina i balconi sono pieni di polvere proveniente da Nord Ovest, ossia l'area geografica in cui c'è l'ILVA con i suoi immensi parchi minerali ancora scoperti.
Riteniamo che chi inquina ripaghi - per ogni giorno di Wind Day - tutti i cittadini di Taranto del danno arrecato a ciascuna famiglia. Questo è un punto che avanziamo per l'accordo di programma con Arcelor Mittal. In questo comunicato descriviamo la fondatezza giuridica della richiesta che avanziamo al Primo Cittadino.
Ovviamente non si può inserire tale punto senza una perizia super partes che accerti oltre ogni ragionevole dubbio la provenienza delle polveri che si depositano sui balconi.
L'Associazione PeaceLink, in quanto ente esponenziale per la tutela degli interessi collettivi, avanza quattro richieste ufficiali.Continua a leggere qui :https://www.peacelink.it/ecologia/a/44977.html

19 gennaio 2018

Greenpeace: ultimatum UE all’Italia sull’inquinamento atmosferico....

Tratto da http://www.meteoweb.eu/2018/01/greenpeace-inquinamento-atmosferico/1032732/
Il nostro Paese, secondo l’articolo di Politico, sarebbe sotto accusa insieme alla Francia per i livelli di concentrazione di due distinti inquinanti atmosferici: il biossido di azoto (NO2), tipico delle emissioni dei motori diesel, e il particolato atmosferico. Secondo Greenpeace, dunque, è del tutto verosimile che la lettera indirizzata alla Germania, di cui è venuto in possesso Politico, sia stata effettivamente indirizzata anche all’Italia.
I toni della lettera che avrebbe raggiunto i vari ministri suonano particolarmente severi. Vi si legge che se i governi nazionali non risponderanno per tempo “la Commissione procederà al passaggio successivo della procedura d’infrazione, ovvero al deferimento alla Corte” dell’Unione europea; e che l’appuntamento del 30 gennaio sarebbe da considerarsi come “l’ultima opportunità (per i Paesi coinvolti, prima della Corte) per informare delle misure adottate per porre rimedio alla situazione”.
Se il ministro Galletti dovesse presentarsi a Bruxelles, il 30 gennaio prossimo, il nostro Paese si renderà certamente protagonista di un confronto imbarazzante“, dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Il governo italiano è apparso in questi anni del tutto inoperoso sul fronte dell’inquinamento atmosferico. Si pensi all’assoluto nulla realizzato per il settore trasporti, con i fondi disponibili per la realizzazione di una rete di ricarica per i veicoli elettrici che non sono neppure stati spesi. Oggi l’auto privata alimentata con i derivati del petrolio è ancora protagonista assoluta della mobilità italiana, e il suo primato pesa in termini sanitari e di dipendenza energetica. Mentre molti Paesi stanno investendo in mobilità sostenibile, l’Italia è ferma al palo. Speriamo che l’intervento dell’Ue si traduca in una salutare scossa“, conclude Boraschi.
L’Agenzia Europea dell’Ambiente, in un rapporto dello scorso ottobre, “dimostra chiaramente i primati negativi del nostro Paese. Secondo l’Agenzia – prosegue la nota – in Europa si registrano annualmente 487.600 morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. In Italia l’esposizione a lungo termine al particolato, al biossido di azoto e all’ozono è direttamente legata a oltre 90 mila morti premature l’anno. Con più di 1.300 decessi per milione di abitanti, il nostro Paese resta al di sopra della media europea (circa 820 decessi per milione di abitanti). L’Agenzia Europea dell’Ambiente calcola inoltre che in Europa, ogni anno, circa 75 mila morti premature sono causate dal solo biossido di azoto. All’Italia, in questa triste classifica, spetta il primato assoluto, con circa 17.300 casi di morte prematura.”

18 gennaio 2018

Inquinamento atmosferico e salute cardio-respiratoria: tre nuovi importanti studi

Tratto da Micron https://www.rivistamicron.it/temi/inquinamento-atmosferico-e-salute-cardio-respiratoria-tre-nuovi-importanti-studi/

Sebbene ci sia chi continua a sostenere contro ogni evidenza e sensatezza che il riscaldamento globale non è reale, i ricercatori continuano a raccogliere dati – reali – e a studiare con il metodo scientifico come le azioni di oggi si rifletteranno sull’aumento della temperatura globale nei prossimi decenni e su come questi cambiamenti così immensamente rapidi si tradurranno in termini di salute, e di mortalità, della popolazione. Gli scienziati ipotizzano diversi scenari possibili, a seconda del tipo di azione che i governi decideranno e riusciranno a mettere in atto. Quello più allarmante, laddove nessuna azione dovesse essere messa in atto, prevede un aumento medio di temperatura dai 2.6 ai 4.8 gradi centigradi alla fine di questo stesso secolo (2081–2100) rispetto al periodo 1986-2005.
Il numero di dicembre di The Lancet Planetary Health contiene un importante studiocondotto da un team internazionale che ha confrontato i dati di centinaia di posizioni in varie regioni del mondo (451 sedi in 23 Paesi), caratterizzate da diversi climi, condizioni socioeconomiche e demografiche, livelli di sviluppo di infrastrutture e servizi di sanità pubblica differenti. Lo studio ha raccolto serie temporali giornaliere per temperatura e mortalità media per tutte le cause o solo per cause non esterne in un periodo di 30 anni, dal 1 gennaio 1984 al 31 dicembre 2015, in varie località in tutto il mondo attraverso una rete di ricerca collaborativa multinazionale.
Nelle aree temperate come il nord Europa, l’Asia orientale e l’Australia, il riscaldamento meno intenso e la forte diminuzione degli eccessi legati al freddo produrrebbero un effetto netto nullo o marginalmente negativo sulla mortalità, con una variazione netta nel periodo 2090-99 rispetto al 2010-19 che varia dal -1,2% in Australia allo 0,1% in Asia orientale in uno scenario di massima emissione, anche se le tendenze decrescenti si invertiranno nel corso del secolo. Viceversa, le regioni più calde, come le parti centrali e meridionali dell’America o dell’Europa, e specialmente il Sud Est asiatico, subirebbero una brusca impennata degli impatti sulla salute legati all’aumento delle temperature, con variazioni nette alla fine del secolo che andrebbero dal 3% in America centrale ad addirittura il 12,7% nel Sud Est asiatico. In altre parole, lo scenario peggiore “colpirebbe” in modo sproporzionato le regioni più calde e più povere del mondo.
Un confronto di questi risultati agghiaccianti con le possibili conseguenze di scenari con basse emissioni ha sottolineato ancora una volta l’importanza di puntare su politiche di mitigazione per limitare il riscaldamento globale e ridurre i rischi per la salute associati. Insomma: possiamo fare qualcosa per evitare tutto questo, ma il primo passo è che tutti prendano atto della realtà del problema, anche – soprattutto – se le conseguenze peggiori non ci toccano in prima persona.
Sempre lo stesso numero di The Lancet Planetary Health ha pubblicato anche un altro articolo sull’inquinamento dell’aria, in particolare sulla forte presenza dei particolati (PM10, PM2.5, PM1) in concentrazioni molto maggiori nei Paesi a basso e medio reddito rispetto ai Paesi ricchi del mondo. In altre parole, anche in termini di salute, chi ha meno (risorse, potere d’acquisto, accesso alle cure, resilienza…) finisce per avere meno. Lo studio pubblicato su questo numero, condotto dall’Università di Oxford, è la prima revisione sistematica di tutta la letteratura finora pubblicata sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute cardio-respiratoria. Sono stati esaminati 85 studi che hanno coinvolto anche 12 Paesi a basso reddito e quello che i ricercatori hanno osservato è che, anzitutto, nei Paesi più poveri brevi esposizioni ai particolati sono correlate con un rischio più elevato di mortalità fra la popolazione rispetto alla morbilità, cioè l’incidenza di malattie croniche. In questi Paesi, un aumento giornaliero di 10 μg /m³ di PM2.5 è stato associato a un aumento della mortalità per ragioni cardiovascolari dello 0,47% e allo 0,57% in più di mortalità respiratoria. Un aumento di 10 μg/m³ giornaliero di PM10 è stato associato invece a un aumento dello 0,27% della mortalità cardiovascolare e allo 0,56% della mortalità respiratoria.  
Tratto da Micron