
Fonte: Ufficio stampa SIPNEI 200
E se l'epidemia di obesità dipendesse anche dalle sostanze chimiche disperse nell'ambiente? L'ipotesi è stata presentata da Carla Lubrano, endocrinologa dell'Università Sapienza di Roma, al Congresso della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI).
L'obesità e il sovrappeso sono in aumento in tutti i paesi occidentali: in Italia, oggi, è in sovrappeso un maschio adulto su due, una donna su tre e un bambino su tre. Le modificate abitudini di vita associate ad altri fattori di rischio, come l'appartenenza alle classi meno agiate e un basso livello di istruzione, possono essere responsabili. Accanto all'eccesso di cibo, recenti ricerche hanno preso in considerazione l'esposizione a sostanze chimiche ad attività endocrina presenti nell'ambiente come responsabile di tale epidemia.
Gli "interferenti endocrini" sono composti chimici presenti nell'ambiente in grado di modificare il sistema ormonale umano causando effetti dannosi a livello del singolo individuo, della sua progenie e/o di gruppi di individui. Il tessuto adiposo rappresenta sia il bersaglio che il sito d'accumulo di inquinanti ambientali, specialmente di quelli più resistenti alla degradazione chimica o biologica, i cosiddetti POPs (Persistent Organic Pollutants). Tali sostanze sono in grado di interagire con diversi recettori presenti nel nucleo della cellula e in tal modo di modificare la proliferazione, la differenziazione, il metabolismo e le funzioni delle cellule del tessuto adiposo, influenzando lo sviluppo di obesità e di malattie associate come diabete e coronaropatia.
Recentemente sono stati pubblicati studi epidemiologici nell'uomo riguardanti le strette correlazioni esistenti tra livelli circolanti di pesticidi organoclorurati e prevalenza di sindrome metabolica e insulino-resistenza (che sono condizioni che conducono al diabete); è stata dimostrata inoltre un'associazione positiva tra indice di massa corporea e massa adiposa da un lato e livelli plasmatici di pesticidi organoclorurati dall'altro.
L'esposizione a sostanze chimiche e a metalli pesanti presenti nell'ambiente, sia durante la vita fetale che successivamente, sembra quindi essere in grado da un lato di 'riprogrammare' il metabolismo delle cellule grasse nel senso dello sviluppo dell'obesità e dall'altro di interferire con i meccanismi di regolazione dell'introito calorico e del dispendio energetico, giocando un ruolo preminente nello sviluppo dell'epidemia di obesità e delle malattie correlate.
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