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Visualizzazione post con etichetta Milleproroghe 2016. Mostra tutti i post
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09 gennaio 2016

1000PROROGHE E TANTO SMOG



1000 Milleproroghe e tanto smog.

Sapete qual è stato uno dei principali provvedimenti preso dal Governo ....nel bel mezzo dell’ennesima emergenza smog?
Il decreto-legge Milleproroghe, con cui è stata prorogata di un anno, al 1 gennaio 2017, l’entrata in vigore dei limiti europei per le emissioni dei grandi impianti di combustione!
Eppure ci son già stati ben dieci anni di tempo (2006-1 gennaio 2016) per adeguarsi.
Il decreto-legge 30 dicembre 2015, n. 210 (art. 8, comma 2°) permette, quindi, alle varie centrali a carbone ...  e alle centrali che funzionano con scarti della produzione ....di continuare a inquinarci i polmoni e allietarci l’esistenza.
Da Taranto a Genova, da Brindisi a Civitavecchia, da Monfalcone a Porto Tolle, a Vado Ligure, adAugusta, Priolo, Melilli.
Ce ne parla Gianfranco Amendola, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia, uno dei padri del diritto ambientale in Italia.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus


    da Il Fatto Quotidiano8 gennaio 2016
Mentre, a fine anno, l’Italia soffocava nello smog, il governo, zitto zitto, che ti ha fatto? Ha approvato un bel decreto legge Milleproroghe con cui ha prorogato di un anno, al 1 gennaio 2017, la entrata in vigore dei limiti stabiliti dall’Europa per le emissioni dei grandi impianti di combustione, i quali avevano già avuto ben 10 anni di tempo (dal 2006 al 1 gennaio 2016) per adeguarvisi.
Quindi, per almeno un altro anno – fino al prossimo Milleproroghe – la nostra salute sarà ancora “tutelata” con dei limiti che, da tempo, sono stati ripudiati in sede europea perché ritenuti troppo blandi.
E’ vero che la proroga riguarda i “vecchi” impianti, che hanno presentato istanza di deroga ma, in realtà, come bene ha scritto Il Fatto Quotidiano, di impianti nuovi, dal 2006, ce ne sono ben pochi; e tutti hanno chiesto la deroga E, peraltro, se anche non ci sarà un altro Milleproroghe, niente paura, il Testo Unico ambientale prevede che, a certe condizioni (certificate dai gestori degli impianti), la proroga possa arrivare fino al 2023.
Di certo, riguarda, tra l’altro, tutte le centrali Enel a carbone: quelle – per intenderci – che, come avviene a Civitavecchia (situazione che conosco bene per esperienza personale), quando si vedono pennacchi di fumo e si va a chiedere conto, risultano sempre in regola con i limiti di legge e con le prescrizioni della loro speciale autorizzazione (Aia, Autorizzazione integrata ambientale, rilasciata dal Ministero dell’Ambiente, dopo un iter complesso che si fonda, in gran parte, sulle dichiarazioni relative al ciclo produttivo, provenienti dalla stessa azienda interessata).
Tanto più che il controllo sul rispetto di queste prescrizioni è affidato, sostanzialmente, alle stesse aziende. Ripetendo quanto 6 mesi fa ho già scritto su questo blog, a Civitavecchia, la verifica sul rispetto dei limiti si basa sui rilevamenti fatti solo dall’Enel stessa; gli organi di controllo pubblici previsti dalla legge (Ispra e Arpa) non hanno neppure lo strumento idoneo a campionare i fumi delle ciminiere e sono così carenti di personale e mezzi da rendere veramente utopistico pensare che possa esservi un controllo pubblico, adeguato e continuato, su aziende di grandi dimensioni e complessità. Una richiesta della Procura di istituire un presidio di controllo fisso presso l’Enel non ha mai avuto risposta.
Il che significa che queste grandi aziende non rischiano niente neppure se provocano un disastro ambientale. La nuova legge sugli ecoreati, infatti, richiede che il disastro sia provocato “abusivamente”; e come si fa a dirlo, di un disastro che non viola la legge (con le sue deroghe e le sue proroghe) senza alcuna prova di superamento dei limiti? L’assurdo più grave è che questa situazione di favore riguarda proprio le industrie più potenzialmente inquinanti e pericolose per la salute pubblica, cioè quelle con Aia.
Ed è ancora più grave che, negli ultimi anni, in nome della “crescita”, proprio queste industrie siano state favorite apertamente. Nel 2014, il governo Renzi, con il D. Lgs n. 46 del 4 marzo, ha addolcito o depenalizzato le violazioni commesse da aziende con Aia. E così oggi, se una carrozzeria non rispetta le prescrizioni dell’autorizzazione rischia sanzione penale; ma se è una centrale  (con Aia) la sanzione è, di regola, solo amministrativa e il gestore non si sporca neppure la fedina penale.
Tre mesi dopo, lo stesso governo, con il decreto legge n. 91 (del 24 giugno) aggiungeva, per gli impianti con Aia che….le Autorizzazioni Integrate Ambientali rilasciate per l’esercizio di dette installazioni possono prevedere valori limite di emissione anche più elevati e proporzionati ai livelli di produzione….” (art. 13, comma 7).
Insomma, l’importante è questa “crescita” basata sui combustibili fossili. Tutto il resto è “emergenza” che passa e si dimentica. Ma fino a quando?

08 gennaio 2016

Non Vado a carbone:La difficile transizione dalle vecchie alle nuove industrie

Tratto da Sanremo news

Non Vado a carbone

La difficile transizione dalle vecchie alle nuove industrie.

C’è sempre un regalino di fine anno per gli inquinatori. Con il decreto Milleproroghe, infatti, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 30 dicembre, il Governo ha salvato per altri dodici mesi - fino al 31 dicembre 2016 - i “grandi impianti di combustione”, cioè le centrali che producono energia elettrica, alimentate da fonti fossili e con una potenza installata di almeno 50 megawatt. Significa che tali impianti potranno continuare a emettere più sostanze inquinanti di quelle previste dal mai applicato codice dell’ambiente del 2006. Quel provvedimento aveva accolto una direttiva europea per limitare l’inquinamento dei colossi energetici; peccato che, di proroga in proroga, dopo dieci anni nulla è cambiato.
È bastato chiedere l’ennesima deroga entro il 31 dicembre 2015 e il torbido gioco era fatto. Ora tutti quei bestioni elettrici costruiti prima del 2006 possiedono una licenza di sforare i valori massimi di emissioni. Stabilimenti petrolchimici, inceneritori, centrali a carbone, di cui otto della sola Enel: l’elenco dei grandi impianti corre lungo l’intero Stivale. Lo stesso Governo che si preoccupava per lo smog e predisponeva delle azioni per ripulire l’aria nelle città (abbassamento dei riscaldamenti, sconti sui mezzi pubblici e velocità ridotta a 30 km/h) si stava adoperando per mantenere in vita delle centrali obsolete e pericolose per la salute pubblica. Con il lasciapassare dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’autorità competente che avrebbe dovuto pronunciarsi definitivamente sul mancato rispetto dei limiti di biossido di zolfo, ossidi di azoto e polveri. In Liguria c’è un esempio di quanto sia complessa la transizione dalle fonti energetiche tradizionali alle tecnologie più pulite. Le unità a carbone di Vado Ligure sono spente, perché l’impianto di Tirreno Power è stato posto sotto sequestro dalla procura di Savona, dopo essere finito al centro di un’inchiesta per disastro ambientale. Anche le vicende che ruotano intorno alle acciaierie Ilva a Taranto e Genova testimoniano che fermare i dinosauri del nostro tessuto industriale non è certo indolore (soprattutto perché aumenta la disoccupazione).
Per passare dallo sporco al verde, o quantomeno a un sistema produttivo più rispettoso dell’ambiente, il Governo dovrebbe chiudere la stagione dei regalini e delle proroghe. La transizione alle fonti rinnovabili è necessaria: a ripeterlo non sono solo le associazioni ecologiste, ma anche organizzazioni, come l’Agenzia internazionale dell’energia, ben più disposte ad ascoltare le ragioni dei principali inquinatori. Superare il vecchio senza arrendersi all’inattività, tuttavia, richiede dei piani industriali coraggiosi. La parola magica è “riqualificazione” dei siti da dismettere. Puntare su nuove attività, investire in macchinari più efficienti e dalle ridotte emissioni inquinanti; ricollocare i lavoratori con corsi di formazione. Ma posticipare i problemi, anziché tentare di risolverli (e magari beccarsi delle procedure d’infrazione da Bruxelles), resta la scorciatoia preferita di tutti i governi.