
Tratto da QualEnergia.
Quando la parola d'ordine è 'disinvestiamo nel fossile'
Nuove forme di lotta e di pressione si
stanno sviluppando per sbloccare l’impasse sui cambiamenti climatici
negli Usa.
Un forte movimento, ad esempio, sta crescendo per forzare la vendita di azioni di società coinvolte nel settore dei combustibili fossili.....
Oggi sono 210 i campus americani coinvolti nella campagna “Let’s divest from fossil fuels!” volta a far vendere le azioni delle società legate a queste attività. E il movimento si sta allargando. Mike McGinn, sindaco
di Seattle, ha invitato il fondo pensione degli impiegati, il Seattle
City Employees’ Retirement System che gestisce 1,9 miliardi $, a non
investire più nei comparti fossili e a iniziare un’azione di uscita da
questo settore. Anche il mondo religioso si sta
mobilitando. La United Church of Christ cui afferiscono 1,2 milioni di
fedeli in giugno voterà per aderire alla campagna lanciata dalla
associazione 350.org.
L’argomentazione
di fondo deriva dalla riflessione che larga parte (80% secondo alcune
stime) delle riserve di combustibili fossili del pianeta non dovranno
essere utilizzate per non superare l’incremento di 2 °C della temperatura dell’aria
richiesto dalla comunità scientifica per evitare conseguenze
catastrofiche....
Accanto a questa iniziativa, sta crescendo la mobilitazione per bloccare l’autorizzazione alla realizzazione dell’oleodotto Keystone,
infrastruttura fondamentale per garantire l’espansione dell’estrazione
del petrolio dalle sabbie bituminose del Canada. Obama, dopo avere una
prima volta rinviato la decisione, dovrà pronunciarsi nei prossimi mesi
su questo delicato tema.
Nel novembre
del 2011 quindicimila cittadini hanno manifestato di fronte alla Casa
Bianca per chiedere di bloccare l’oleodotto e in tutto il paese sta
crescendo la pressione per portare il 17 febbraio decine di migliaia di
attivisti a Washington per un “Climate Rally”. Nei giorni scorsi 18 tra i più prestigiosi climatologi hanno
inviato una lettera al presidente chiedendo di evitare la realizzazione
dell’oleodotto perché contraria agli interessi del pianeta e del paese.
Insomma,
le dichiarazioni prima di Obama e poi del neoeletto Segretario di Stato
Kerry sull’importanza della lotta ai cambiamenti climatici e la
crescente pressione dal basso testimoniano un cambio di
passo. E’ possibile forse che gli Usa si spostino su posizioni più
attive e impegnate, facilitando il raggiungimento di quell’accordo
internazionale sul clima che dovrà essere definito entro i prossimi 35
mesi.
30 gennaio 2013
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