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10 gennaio 2015

1)Crisi petrolifera: Il destino di Willy il Coyote 2) Christophe McGlade e Paul Ekins: le riserve fossili da lasciare sotto terra.


Crisi petrolifera: Il destino 
di Willy il Coyote

Posted by Massimiliano Rupalti
Da “Bloomberg...” 

Gli investitori petroliferi sul punto di perdere trilioni di dollari in beni. Gore: è il momento di Willy il Coyote  (Di Alex Morales)

Clima: adesso o mai più

Una grande minaccia alle società di combustibili fossili si è spostata improvvisamente dai margini al centro della scena con un drammatico annuncio della più grande società energetica tedesca ed una lettera della Banca d'Inghilterra. 
Una minoranza in crescita di investitori e regolatori stanno sondando la possibilità che i depositi di petrolio, gas e carbone non fruttati – valutati complessivamente in trilioni di dollari – possano diventare beni immobilizzati quando i governi adottano politiche più stringenti sul cambiamento climatico.

http://www.bloomberg.com/video/popout/m8L74EMUTziIrLxK4HrVKw/143.641/

Il concetto che acquisisce trazione da Wall Street alla City di Londra è semplice. I limiti delle emissioni di biossido di carbonio saranno necessari per mantenere gli aumenti della temperatura a 2°C, secondo gli scienziati del clima il massimo consigliabile. Senza tecnologie per catturare i gas di scarico della combustione di combustibili fossili, la maggior parte dei depositi di petrolio, gas e carbone conosciuti dovrebbero rimanere sottoterra. Una volta raggiunto quel punto, diventano immobilizzati. Coi rappresentanti di più di 190 paesi riuniti per discutere le regole climatiche a Lima, l'argomento per cui bruciare tutto il petrolio, gas e carbone conosciuti del mondo distruggerebbe l'atmosfera si sta spostando oltre il regno dell'attivismo ambientalista.

Vendere tutto

La Storebrand ASA (STB), una società di servizi finanziari scandinava che gestisce 74 miliardi di dollari di beni, ha annunciato lo scorso anno che avrebbe disinvestito da 19 società di combustibili fossili. Quell'elenco da allora si è allargato a 35, includendo 15 produttori di carbone, 10 di sabbie bituminose e 10 società di servizi che usano prevalentemente carbone. “E' stata una decisione legata alla finanza e al clima e si è tenuto in considerazione i beni immobilizzati” ha detto al telefono da Oslo Christine Torklep Meisingset, a capo degli investimenti sostenibili della Storebrand. “Le società che si specializzano in progetti ad alta intensità di carbonio sono molto vulnerabili alle politiche climatiche ed ai cambi di regolamentazione”. 
L'ex vive presidente degli Stati Uniti Al Gore paragona i combustibili fossili di oggi ai mutui subprime del decennio passato che hanno innescato la crisi globale del credito. Il loro valore “è basato su un assunto altrettanto assurdo”, in particolare la nozione che tutto il petrolio, gas e carbone conosciuti verranno consumati. “Gli investitori che non hanno ancora fatto i conti col problema delle immobilizzazioni sono come la classica scena dei cartoni animati di Willy il Coyote, dove il coyote corre oltre il bordo del burrone, continuando a muovere le gambe per un bel po' prima che la gravità faccia il suo lavoro”, ha detto Gore al telefono da Nashville, Tennessee.
“Ci sono investitori la fuori le cui gambe si stanno muovendo a mezz'aria”.
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Tratto da Qualenergia

Studio: le riserve fossili da lasciare sotto terra.


È finito il tempo dei giochetti sul clima, si comincia a fare sul serio. Questo è il pensiero che viene leggendo la ricerca pubblicata su Nature il 7 gennaio (allegato in basso), che dettaglia a quale (enorme) parte di riserve di combustibili fossili il mondo dovrà rinunciare se vuole veramente contenere le temperature terrestri sotto a quel +2°C sui livelli preindustriali, che i climatologi hanno indicato alla politica come limite da non superare per evitare effetti devastanti.
L’idea di calcolare quante riserve di combustibili fossili debbano restare, con le loro potenziali emissioni di CO2, sottoterra, non è nuova, ma per la prima volta Christophe McGlade e Paul Ekins, dell’Institute for Sustainable Resources, dell’University College di Londra, hanno illustrato in dettaglio quanto gas, petrolio e carbone si dovrà rinunciare a estrarre nelle varie regioni del mondo. Con risultati decisamente scioccanti, per l’entità dei tagli che dovrebbero affrontare le nazioni che hanno quelle risorse come principale o unica fonte di entrate.
McGlade ed Ekins hanno utilizzato un modello matematico che mette in relazione le emissioni con l’aumento delle temperature medie terrestri, calcolando che per mantenere entro il 2050 la temperatura terrestre sotto ai +2°C, con almeno un 50% di possibilità, bisognerà non aggiungere nei prossimi 40 anni all’aria più di 1100 miliardi di tonnellate di CO2. Il problema è che, per rispettare quel limite, 2/3 delle riserve conosciute (intese come sottoinsieme economicamente sfruttabile delle risorse fossili totali) su cui contano per fare cassa compagnie private e Stati, non dovranno essere estratte......
Scorrendo le tabelle prodotte dai due ricercatori, per esempio, si scopre che solo il 12% del carbone mondiale potrà ancora essere bruciato, con la Cina ed India che potranno usare solo il 13% delle proprie riserve, l’EU l’11%, l’Africa il 10%, gli Usa il 5% e la Russia appena il 3%.

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