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18 febbraio 2015

22 Marzo 2014:Tirreno Power, l’ok del ministero un mese prima del sequestro.

Data l' importanza dei contenuti ripubblichiamo un articolo tratto da Il Secolo XIX  del 22 marzo 2014 

Tirreno Power, l’ok del ministero un mese prima del sequestro


Savona - Il giudice scrive «neghittosità» . È l’indolenza, la pigrizia che diventa sospetto, quella degli «organi pubblici chiamati a svolgere le attività di controllo». Così sostiene il giudice Fiorenza Giorgi, questo scrive nelle 45 pagine del decreto di sequestro che il 10 marzo ha spento la centrale a carbone di Vado Ligure. Una chiusura provvisoria, ma anche un atto che dall’apertura del 1971 non si era mai verificato. E il gip, nello spiegare le ragioni del suo provvedimento, parla in modo diretto di «gravi omissioni della politica». Si sospetta che Tirreno Power non abbia rispettato le regole del gioco ed è per questo che 5 suoi dipendenti sono indagati dalla Procura di Savona per disastro ambientale doloso. Le regole sono quelle contenute dentro l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, una cornice che per i magistrati savonesi è «estremamente vantaggiosa e frutto di un sostanziale compromesso in vista della costruzione di un gruppo a carbone», una costruzione «meramente ipotetica». Così gli «organi pubblici» e «la politica» sono stati chiamati direttamente in causa, nelle parole di chi da quattro anni ha deciso di indagare sulla centrale ligure.
«Chi non ha fatto rispettare le regole? Chi ha agito con indolenza? Ancora non è facile dare una risposta univoca», è il giudizio raccolto tra i magistrati savonesi.
Per ricostruire il puzzle si può partire dalla base del «disegno criminoso», da quelle che sono le prescrizioni non rispettate e indicate a pagina 3 del decreto del gip Fiorenza Giorgi. Per il giudice resta «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», quella che l’11 marzo scorso ha spento con un’ordinanza la centrale a carbone della Tirreno Power.
Ma il “vaso” non c’era e non c’è ancora, era un rilevatore dei fumi emessi dall’impianto (Sme, tecnicamente) che doveva essere collocato entro il 14 settembre 2013, in una posizione precisa, a circa 200 metri d’altezza, sulla ciminiera e non alla base. La posizione non è irrilevante, così dice pure il gip Giorgi che ha firmato le 45 pagine dell’ordinanza di spegnimento e che a pagina 3 scrive, testualmente che Tirreno Power e i suoi dirigenti indagati «non provvedevano all’installazione, sul camino E2, relativo ai gruppi a carbone VL3 e VL4, del misuratore di portata e di monitoraggio in continuo previsto al punto 3 del paragrafo dieci dell’Aia». Insomma, il rilevatore, lo Sme, non era al suo posto. Il termine per montarlo sulla ciminiera era scaduto il 14 settembre di un anno fa.
Lo Sme a camino non c’è, ma nessuno pare accorgersene. Meglio, nessuno rileva la sua assenza come una inosservanza alla prescrizione dell’Aia. Lo fanno per primi, almeno secondo le carte oggi disponibili, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico incaricati dai magistrati Granero e Paolucci di fare un sopralluogo all’impianto. È il 4 novembre 2013, la prescrizione per l’installazione a camino dello Sme è scaduta da quasi due mesi. «In verità l’assenza dello Sme è stata segnalata anche dal sopralluogo fatto a gennaio 2014 dagli ispettori dell’Ispra (competenza ministeriale, ndr) e da quelli dell’Arpal (competenza regionale) e sono stati loro a segnalarli agli organi competenti e alla Procura», è la risposta di Renata Briano, assessore regionale all’Ambiente. Nel verbale dell’ispezione non c’è traccia di questa violazione.
Il documento in possesso anche dell’azienda e visionato da Il Secolo XIX apre un nuovo scenario. Tirreno Power sosteneva di aver ottemperato alla prescrizione dell’Aia.Meglio, spiegava e spiega che lo Sme già c’è, non a camino, ma alla base dell’impianto. «Una variazione non sostanziale dell’Aia e quindi dovrebbe essere accettata», chiedeva l’azienda al ministero dell’Ambiente. E il ministero dell’ambiente accetta questa tesi, con un parere trasmesso alla Tirreno Power e all’Ispra. 
Quando? Il 21 febbraio 2014, casualmente un giorno prima del giuramento del governo guidato da Matteo Renzi. Quando la poltrona del ministero dell’Ambiente è di fatto vagante e il suo titolare Andrea Orlando è già stato destinato alla Giustizia. E il suo sostituto Gian Luca Galletti di fatto non si è ancora insediato. Allora chi ha preso la decisione? Il ministro uscente o gli uffici? Mistero, per ora. 
Riavvolgiamo il nastro: a settembre 2013 scade la prescrizione per ottemperare all’installazione dello Sme, a novembre i carabinieri rivelano l’infrazione e la segnalano alla Procura di Savona, a gennaio di quest’anno Ispra e Arpal non verbalizzano la violazione. Il 21 febbraio 2014 i funzionari del ministero dell’Ambiente dicono che quel rilevatore può non essere collocato a camino. Meno di un mese dopo, il 14 marzo il giudice per le indagini preliminari della Procura di Savona dice che quella inosservanza all’Aia «è la goccia che ha fatto traboccare il vaso». E anche per questo dice temporaneamente stop al carbone a Vado.
Per questo, ma non solo. A pagina tre dell’ordinanza firmata dal gip Giorgi sono cinque i punti contestati che contribuiscono a formalizzare l’accusa di disastro ambientale colposo, per ora formalizzata solo nei confronti di cinque dipendenti di Tirreno Power. 
Oltre alla mancata installazione dello Sme, ci sono anche il mancato rispetto del crono programma previsto dall’Aia, l’utilizzo per l’accensione di olio combustibile con tenore di zolfo superiore alla prescrizione, mancanza del monitoraggio in continuo e superamento il 16 ottobre 2013 al «valore limite di emissioni in concentrazione relativamente al parametro “metalli su polveri” e in particolare per il parametro cromo e i suoi composti».

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