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10 marzo 2014

LA 7 - La Gabbia:Il caso Sorgenia e i rapporti della famiglia De Benedetti con il sistema bancario…

Tratto da Uomini Liberi  

Altro che ampliamento.......!  I debiti di Sorgenia
 Video sui debiti di Sorgenia parlano anche di Vado Ligure....GUARDA da la Gabbia


 Il caso Sorgenia e i rapporti della famiglia De

 Benedetti con il sistema bancario… (servizio di

 Edoardo Di Lorenzo)

23 novembre 2013

Enel: i #guerrieri vanno in Tv. Ma......L’inquinamento resta

Enel: i #guerrieri vanno in Tv.  L’inquinamento resta

STORIE DI CHI NON SI ARRENDE
......#Guerrieri, lo vedremo su La7.
Svilupperà l’idea originaria di quella campagna: metterà in scena gente comune, cittadini qualsiasi, padri, madri, lavoratori, disoccupati, giovani che si interrogano sul loro futuro…storie di persone che raccontano i loro grandi e piccoli atti di resistenza alle mortificazioni del quotidiano, alle difficoltà della crisi e di un Paese divenuto difficile da vivere e sopportare. Vanno in scena gli italiani “buoni”, insomma: quelli che, pur incolpevoli, non si arrendono e non mollano...... E a presentare ci pensa Saturnino, lo storico bassista di Lorenzo Cherubini Jovanotti.
  Si possono far vedere, ad esempio, quei cittadini di La Spezia che da anni si battono contro una centrale inquinante e inefficiente, per lo più ignorati dai media e dalle istituzioni?
Enel, un’azienda votata legittimamente al profitto come tante altre, ha tentato un’operazione interessante: ha voluto farsi promotrice – con la campagna #Guerrieri – di un grande (così sperava)racconto popolare. Ha inteso mettersi dalla parte dei deboli e dei dolenti, nobilitarne le storie, promuoverne le difficoltà a specchio mediatico collettivo. Ha tentato di allearsi con chi sta fuori dalle stanze dei bottoni. Perché anche costoro – o soprattutto costoro, visti i tempi che corrono – sono consumatori, potenziali clienti. Solo che questa alleanza è stata respinta, almeno sui social media che consentono e favoriscono scambi di comunicazione multi-direzionali. Da qui l’esigenza di portare questa stessa campagna in televisione, un media poco o per nulla interattivo. Ecco: ora dovremmo vedercela e stop, da bravi spettatori. Al più si potrà cambiare canale.
....Ebbene, Greenpeace ha le sue convinzioni in merito e non a caso porta avanti, da tempo, una campagna contro gli indirizzi industriali dell’azienda, chiedendo che abbandoni velocemente la fonte energetica più inquinante e dannosa per il clima: il carbone.
Enel è il primo utilizzatore di carbone come fonte di produzione termoelettrica, circa il 75% di quanto se ne brucia nelle centrali italiane. Vuol dire che Enel emette circa 27 milioni di tonnellate dianidride carbonica l’anno, con quegli impianti: quasi 12 volte le emissioni annuali di una città come Milano. Il parco generazione di Enel alimentato con fonti fossili, nel suo complesso, emette una quantità di CO2 pari alla somma delle emissioni attribuite al comparto dell’acciaio e del cemento, circa il 55 per cento in più di quanto attribuito ai grandi gruppi di raffinazione. Oltre una tonnellata di gas serra al secondo: un primato negativo ineguagliato e ineguagliabile in Italia.
Ma c’è di più. Una ricerca condotta nel 2011 dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) ha portato alla luce dati inquietanti sul livello di inquinamento atmosferico prodotto dalle industrie nel nostro continente. In Italia il primo posto in classifica, secondo quella indagine, spetta alla centrale a carbone Enel di Brindisi, il cui inquinamento provocherebbe danni economici fino a 700 milioni di euro l’anno, determinando un impatto sanitario pari a 119 casi di morte prematura.
Non c’è solo Brindisi, tuttavia. Enel possiede 8 delle 13 centrali a carbone operanti in Italia. E intende costruirne altre due. Uno studio commissionato da Greenpeace a un istituto di ricerca indipendente olandese applica alle emissioni delle centrali a carbone dell’azienda la stessa metodologia usata dall’AEA; e stima che la produzione a carbone di Enel, in Italia, è causa di una morte prematura al giorno e provoca danni ambientali, sanitari ed economici per circa 1,8 miliardi di euro l’anno. A livello europeo, gli impatti del carbone di Enel sono ancora maggiori: circa 1.100 casi di morte prematura l’anno e 4,3 miliardi di euro di danni. Soldi che Enel non paga, non rifonde.
Ecco: se non bastassero le bollette salate che recapita nelle case di molti tra noi, qui ci sono dei motivi in più per chiedere a Enel di cambiare. E per chiedere a Saturnino, di mostrare dei #Guerrieri non scontati. Ad esempio quelli che, da La Spezia a Brindisi, da Marghera a Civitavecchia, vogliono mettere fine all’età del carbone, respirare un’aria migliore, farla respirare ai loro figli.
Saturnino, che ne dici?
di Andrea Boraschi – Responsabile campagna Energia e Clima, Greenpeace Italia

02 ottobre 2012

“L’infedele” a Taranto: in diretta dal rione Tamburi l’Ilva e la vita nel ricatto

Tratto da  Taranto Il Quotidiano Italiano

 

“L’infedele” a Taranto: in diretta dal rione Tamburi l’Ilva e la vita nel ricatto.

2 ottobre 2012) TARANTO – Piazza Gesù Divin Lavoratore nel Quartiere Tamburi di Taranto per una sera torna ad essere una Piazza d’Italia. Inquinata, corrotta, dimenticata. Fino alla diretta tv con Gad Lerner e il suo programma “L’Infedele’’ di La7.  

.........

In mezzo, davanti, dietro, il popolo urlante, squarciato dal ricatto e sottomesso a un destino da cui non si trova via d’uscita se non nella rabbia.

La pediatra Grazia Parisi nel quartiere Tamburi a contatto con tumori, malattie, racconta di bambini con le mani sporche di quei minerali e quelle polveri che invadono l’aria. Ne ha persi tanti, ne sta perdendo altri, come ogni medico di questo quartiere, di questa città.
Dal palco Sabrina mostra un sacchetto con quella polvere che ogni giorno si deposita sulla sua casa, sul suo balcone, entra nelle sue stanze e nei suoi polmoni. La realtà che fa a pugni con gli interventi dal palco, dall’intervista all’attuale presidente Ilva Bruno Ferrante appena sbarcato sul suolo terrestre dalla Luna, al primo cittadino Stefàno, inerme, immobile, incalzato da Rosella Balestra sulle dichiarazioni passate sui miglioramenti dell’Ilva.
L’economista Viesti resta aggrappato all’idea di una Taranto da tenere legata all’industria. Un‘industria eco-compatibile. Con innovazione tecnologica, investimenti concreti e rapidi. Una chimera nell’Italia senza piano industriale e con un’Autorizzazione Integrata Ambientale in arrivo che pesa già come un macigno.
Passando per i Sindacalisti Fim Cisl che portano avanti la testi della bonifica gradualmente insieme alla produzione. Fischiati, criticati, accusati di non essere mai veramente dalla parte dei lavoratori. Il contatto con il rischio e lo sciopero strumentalizzato significano diritti calpestati.
Il filo conduttore della puntata sono le menzogne. Quello che si è sempre nascosto, la vittoria del profitto a discapito della vita.  
Gli inciuci di Archinà per tessere relazioni con politica e chiesa invece di investire in tecnologie avanzate i milioni di utili.
Il legame dei padroni Riva con le Istituzioni dopo l’Affare Alitalia. Quello che il Ministro dell’Ambiente Clini continua a non ammettere, cioè la sua responsabilità sulle Aia passate e quella che sta per arrivare.

Fa strano vedere poi Carbone, il segretario dell’A.N.M., dover difendere le scelte del Gip Todisco, della Giustizia , che ha agito “col buon senso prima che con la Costituzione. Con un ipotesi di reato, di disastro ambientale, l’unica soluzione resta il sequestro.”
Non è strano, invece, rendersi conto che l’opinione più lucida, disarmante, concreta, viene dal popolo, rappresentato sul palco da Cataldo Ranieri del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
Un ragazzone che non sta nella sedia per quanto è alto e per quante ne vorrebbe dire. A chi parla delle sentenze sull’Ilva come di un fulmine a ciel sereno risponde dicendo che “mentono sapendo di mentire. Di non rispettare 60 anni morti”.
“I capisquadra non hanno mai scioperato con noi per i nostri diritti – continua Ranieri – noi abbiamo manifestato provando a bloccare la produzione, non la nostra città che ha già subito troppo. Pensiamo con quest’occasione ai nostri problemi veri e a come risolverli partendo da chi ha le colpe. Lo Stato e Riva devono pagare.”
Dietro queste parole ci sono esperienze di vita da cui ripartire. Ripartire dal popolo. Perché intorno al palco, lontani dalle telecamere, ce ne sono tanti altri che girano con foto di cari persi per le malattie causate dall’Ilva, con le carte infinite di Asl e ospedali che provano la loro fine ormai inesorabile.
Perché dalla protesta dell’Apecar in mezzo ai sindacati che protestavano contro la Magistratura l’Italia si è accorta che a Taranto l’industria è fatta di persone e che una città non deve morire lavorando.
Chi si sdegna dei metodi da stadio, degli slogan duri, delle urla, non hai mai provato la rabbia del vivere ricattati, dell’urlo strozzato in gola per la stanchezza di essere ormai, comunque, divisi e condannati.
In mezzo, davanti, dietro, il popolo e una scritta: “Sì ai diritti, No ai ricatti’’.

QUI è possibile vedere l’intera puntata de “L’infedele’’.

30 agosto 2012

1)TARANTO: ASSEMBLEA PUBBLICA RIONE TAMBURI 2)Comunicato di PeaceLink su riunione Commissione AIA Ilva

Tratto da Noalcarbone

INVITIAMO LA CITTADINANZA A PARTECIPARE AL CORTEO DI GIOVEDI’ 30 AGOSTO CHE PARTIRA DA PIAZZA ORSINI (EX MERCATO DELLA FRUTTA) ALLE ORE 19:30 E PROSEGUIRA’ SINO A PIAZZA GESU’ DIVIN LAVORATORE DOVE SI TERRA’ UN’ASSEMBLEA PUBBLICA.
 

COSA CHIEDIAMO:

SALUTE: PERCHÉ IL DIRITTO ALLA VITA NON ACCETTA COMPROMESSI
AMBIENTE: PERCHÉ NON PERMETTEREMO PIÙ CHE IL NOSTRO TERRITORIO VENGA SFRUTTATO E DEVASTATO IN NOME DEL PROFITTO
OCCUPAZIONE: PERCHE É INACCETTABILE CHE IN UNA CITTA’ COSI’ INDUSTRIALIZZATA CI SIA IL 30% DI DISOCCUPAZIONE
REDDITO: PER GARANTIRE UN‘ ESISTENZA DIGNITOSA A LAVORATORI E CITTADINI DI TARANTO DOPO 50 ANNI DI RICATTO E INQUINAMENTO.


AGLI ABITANTI DI VIA ORSINI E PIAZZA GESU’ DIVIN LAVORATORE CHIEDIAMO DI PARTECIPARE ALLA PROTESTA APPENDENDO AI LORO BALCONI LENZUOLA SPORCHE DI MINERALE.

In serata si terrà il collegamento in diretta televisiva con la trasmissione "Piazza Pulita" in onda sul La7 dalle ore 21.10.
"E' importante esserci, è fondamentale farsi sentire"

Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

_______________

Tratto da Peacelink

Comunicato di PeaceLink su riunione Commissione AIA Ilva


È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, piuttosto che l’Ilva di Taranto possa ottenere l’autorizzazione AIA.

L’incipit della famosa frase del Vangelo di San Matteo ben si adatta alla fabbrica più inquinante d’Italia. Se si adotta nella procedura di autorizzazione AIA l’articolo 8 del decreto legislativo 59 del 2005 (è la normativa di riferimento dell’AIA) il cammello Ilva non entra nella cruna della procedura AIA.
Tale articolo fissa infatti i limiti emissivi più restrittivi possibili prendendo in considerazione le migliori tecnologie.
Oggi ho potuto esporre questi concetti a tutti i membri della Commissione AIA all’apertura dei lavori in Prefettura, assieme a Daniela Spera di Legamjonici.
Quando ho chiesto pubblicamente al referente del gruppo istruttore della Commissione AIA, Antonio Fardelli, se la Commissione intende o no adottare i limiti emissivi più stringenti indicati all’art. 8 del dlgs 59/2005 (quelli per cui sono in vigore le ordinanze della Procura di Taranto) la risposta è stata evasiva e imbarazzata. La domanda è stata da me posta più volte con grande nettezza. Ho chiesto più volte che il referente della Commissione AIA rispondesse con un sì o un no. Ma una risposta chiara non c’è stata. E non a caso.
Questo è un campanello d’allarme.
Se infatti si applicasse nell’area di Taranto l’art. 8 del decreto legislativo 58 del 2005, sarebbero garantite (lo dice la norma) “misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili, al fine di assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale”.
Ciò in concreto significherebbe che, per le sole polveri, la fase di cokefazione dovrebbe avere valori emissivi 70 volte inferiori (da 70 g/t a 1 g/t), il camino E312 per la sinterizzazione dovrebbe attenersi a emissioni 25 volte inferiori (da 85,5 kg/h a 3,4), l’altoforno in fase di caricamento dovrebbe inquinare 14 volte di meno (da 29,8 g/t a 2,1), il colaggio ghisa e loppa dovrebbe impattare 95 volte di meno sull’ambiente (da 40,1 g/t a 0,4) e l’acciaieria sarebbe obbligata a ridurre le emissioni di 15 volte (da 218 g/t a 14).
Il rafffonto è fra le emissioni degli impianti e i rendimento delle migliori tecnologie.
Gli impianti Ilva posti sotto sequestro non a caso non hanno i requisiti per ottenere l’AIA se si prendono in considerazione i valori emissivi più restrittivi sopra citati, elencati nelle Bref (BAT Reference), ossia nell’elenco delle migliori tecnologie (1).
Concedere l’AIA all’Ilva, applicando i valori emissivi più restrittivi previsti dalle Bref (e dall’ordinanza del GIP Todisco), sarebbe come concedere ad una vecchia Fiat 124 il bollino Euro 5. Sarebbe un’assurdità tecnica. I limiti tecnici non consentirebbero un’autorizzazione del genere anche nel caso la vecchia Fiat 124 venisse portata dal miglior meccanico del mondo. 
Fuor di metafora, lo stabilimento Ilva di Taranto, per l’area a caldo, ha dei limiti impiantistici strutturali che non consentono di allinerasi con i valori emissivi più rigorosi che la Procura richiede (e che richiederebbe anche una applicazione rigorosa dell’AIA).
Ho specificato ai membri della Commissione AIA che, se adottano i criteri più restrittivi previsti dall’art. 8 del dlgs 59/2005, sarebbe impossibile per loro giustificare tecnicamente il rilascio di una nuova AIA.
Questo principio è talmente chiaro che per tale motivo oggi chi guidava la Commissione AIA non si sbilanciava e non voleva dire né sì né no circa l’applicazione di questa norma restrittiva. 

Che per noi è la norma fondamentale da applicare.
Con fermezza e chiarezza è stato dato lanciato un chiaro messaggio alla Commissione AIA.
Se non verrà applicato l’articolo 8 della normativa AIA, saremo costretti a fare un esposto alla Procura della Repubblica.
In ogni caso l’AIA va discussa a produzione ferma, così come richiede la Procura.
Nel frattempo invieremo al Ministero dell’Ambiente la richiesta, nell’ambito dei prossimi passaggi della procedura AIA, di incontrare il Ministro Clini per esporre questi stessi concetti.

Nel frattempo noi vigileremo perché nessun cammello entri dalla cruna dell’ago.
Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink