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25 settembre 2014

Processo Enel Porto Tolle: si agì al fine di incrementare gli utili d'impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini”.

Tratto da Il Fatto Quotidiano.


Processo Enel Porto Tolle,“Scaroni ha non indifferente capacità a delinquere”.

La definizione è nelle motivazioni della sentenza di condanna emessa il 31 marzo scorso per il disastro ambientale della centrale di Porto Tolle. "Scaroni agì al fine di incrementare gli utili d'impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini”.Il nuovo ad: "Rinunciamo a riconversione a carbone"

Paolo Scaroni dimostra una “non indifferente capacità a delinquere”. E non stiamo parlando delle indagini per le presunte mazzette sui pozzi petroliferi, ma delle motivazioni della sentenza del Tribunale di Rovigo che lo scorso 31 marzo ha condannato gli ex amministratori di Enel Paolo Scaroni e Franco Tatò a tre anni di reclusione per disastro ambientale, in termini di messa in pericolo della salute della popolazione.

Appena depositate, sono l’ennesima tegola sul capo dell’ex manager pubblico oltre che un macigno per i gestori di impianti industriali nel mirino di altre procure.
 In 113 pagine il collegio giudicante ricostruisce la vicenda processuale innescata dalle emissioni inquinanti della centrale termoelettrica di Porto Tolle tra il 1998 e il 2009.
E una frase riassume l’esito e colpisce più di altre l’attenzione: “La pena inflitta risulta adeguata alla non indifferente capacità a delinquere dimostrata dai prevenuti (gli a.d. Tatò e Scaroni), i quali hanno agito al fine di incrementare gli utili d’impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini”.


La “capacità di delinquere”, si legge nelle carte, sostanzia dalla fatto che entrambi gli ad (Scaroni dal 2002) anziché porsi l’obiettivo di conformarsi al dettato normativo in fatto di riduzione delle emissione e salvaguardia della salute pubblica “agirono in senso contrario, omettendo da un lato di dare corso agli interventi di ambientalizzazione della centrale annunciati dall’azienda fin dal 1994 e sostenendo dall’altro progetti di riconversione che prevedevano l’uso di combustibili dotati di maggior impatto ambientale rispetto al metano”.
Il tutto, in sintesi, al fine di consentire una produzione energetica sostenuta e a basso costo, grazie ai mancati interventi di desolfurazione degli impianti e all’uso di combustibili ad alto tenore di zolfo che presentavano prezzi di acquisto inferiori ad altri. Attività ad altissimo impatto ambientale per la popolazione residente sul territorio del delta del Po che ha potuto proseguire indisturbata fino al 2009 anche grazie a puntuali deroghe pervenute da Roma.

Sul punto i giudici non hanno dubbi.
La mera autorizzazione – per altro tacita – al funzionamento della centrale non è sufficiente ad escludere reati suscettibili di incidere sulla salute delle persone. Si legge in proposito nella sentenza (pag. 26): “Tali violazioni, infatti,condussero al pregiudizio di un bene, “la salute” di una generalità indefinita di individui, avente rango costituzionale, e come tale estraneo al c.d. “rischio consentito’, ossia a quel novero di eventi di danno e di pericolo, la cui verificazione non è penalmente rilevante, essendo controbilanciata dalla scriminante dell’esercizio del diritto. L’attività imprenditoriale, infatti, non può svolgersi in contrasto con “l’utilità sociale” (art. 49 Cost.) e non può compromettere il bene salute (art. 32 Cost.). Pertanto, la stessa non può essere legittima ove vulneri in modo significativo tale bene giuridico e diviene colpevole se ciò avviene nella consapevolezza di violare precise disposizioni legislative”
E i giudici non fanno sconti. “Ciò costituisce chiaro indice del dolo insito nelle condotte nell’intera vicenda”, si legge a pagina 92 della sentenza. Condotte “dettate dalla volontà di contenere i costi di esercizio delle centrale e quindi aumentare gli utili di impresa, omettendo di destinare sufficienti risorse alla salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente circostante”. Oltre a rimarcare la posizione grave di Scaroni, già condannato nel primo processo Enel che si era celebrato ad Adria nel 2006 (confermata in Cassazione 2011), il collegio rileva che non ci sono le condizioni per concedere le attenuanti generiche “considerato il comportamento processuale tenuto dagli imputati, i quali non hanno manifestato alcuna forma di resipiscenza in ordine alle condotte poste in essere”. E in effetti, a botta calda, Scaroni si dimostrerà quasi sprezzante: “Porto Tolle, nessun disastro. Pensavo di essere assolto“. E invece i magistrati condannano e con la mano pesante. ....
Ma non è finita. Perché mentre gli inquirenti milanesi sono sulle tracce del “tesoretto” di Scaroni, che avrebbe accumulato ingenti ricchezze attraverso un sistema tangentizio di commesse petrolifere, i giudici di Rovigo hanno stabilito che i due manager dovranno pagare in solido tra loro 400 mila euro a titolo di risarcimento dei soggetti costituiti in giudizio (ministeri dell’Ambiente e della Salute, associazioni, comuni di Porto Tolle e Rosolina, Provincia di Rovigo…). La partita economica è solo all’inizio. La sentenza si conclude infatti non con una ammenda pecuniaria che lava il reato ma con la richiesta di ripristino dei danni ambientali che con tutta probabilità saranno oggetto di un procedimento in sede civile. 
Dal valore potenzialmente devastante (anche per Enel, non citata a giudizio sul fronte penale): una stima dell’Ispra dello scorso gennaio valutava danni ambientali e sanitari per 3,6 miliardi di euro.
Oltre al giudizio in oggetto, le motivazioni della sentenza sono già destinate a fare giurisprudenza e sollevare polemiche.
 Accolgono in pieno l’impianto accusatorio mosso dal pm Manuela Fasolato che ha condotto una solitaria battaglia per anni, finendo pure sotto un procedimento disciplinare dai tratti a dir poco surreali che tutt’ora pende al Csm (il 21 novembre l’udienza). Tra le altre contestazioni, quella di “lavorare troppo”. La Procura Generale della Repubblica ha chiesto due volte l’archiviazione, le incolpazioni in parte sono cadute e in parte sono state riformulate tenendo in piedi quella di “interferenza grave” contro il Ministero dell’Ambiente. Il motivo? Mentre a Roma gli organi tecnici e politici erano impegnati a valutare il mega progetto di riconversione della centrale, il pubblico ministero che stava istruendo l’accusa a Rovigo si era permessa di trasmettere a quegli organi una perizia che segnalava le gravi sottostime e gli errori nelle valutazioni delle emissioni depositate agli atti. A fin di bene, volendo evitare ulteriori danni alla salute e all’ambiente e sotto. Ma sotto processo è finita lei, e poco importa se quello stesso ministero si è costituito parte civile e se i giudici le hanno dato ragione piena.
La sentenza accoglie il principio per cui in un processo per inquinamento ambientale non è necessario produrre la prova del singolo legame di causalità per le varie patologie, è sufficiente la correlazione stabilita dall’incrocio della prova epidemiologica e quella ambientale.
Un macigno, si diceva, per gli altri impianti oggi nel mirino delle procure: dalla Tirreno Power di Vado Ligure (Sorgenia) a Brindisi (Enel), passando per le centrali di Monfalcone (A2a), Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia (Enel).
Infine si registra, proprio a ridosso della sentenza che tra l’altro inibisce a Enel di proseguire l’attività alle condizioni attuali, la decisione dell’azienda di rinunciare al mega progetto di riconversione a carbone, ipotesi giudicata peggiorativa dai consulenti della Procura di Rovigo e messa agli atti anche nelle motivazioni della sentenza......
Leggi l'articolo integrale su Il Fatto Quotidiano

Leggi anche:

Amianto, chiusa inchiesta per i morti Olivetti. Indagati De Benedetti e Passera

Le ipotesi di reato contestate sono l'omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Le indagini riguardano la morte di una ventina di lavoratori che tra la fine degli anni '70 e '90 hanno lavorato in reparti a stretto contatto con il minerale cancerogeno.

16 gennaio 2012

Udienza preliminare per la centrale Enel.Per il PM le emissioni fecero ammalare i bambini del Delta

Tratto da Estense .com

Udienza preliminare per la centrale Enel

Per il pm le emissioni fecero ammalare i bambini del Delta

Il tribunale di Rovigo ha ammesso la costituzione di parte civile per i comuni di Goro e Mesola, per la Regione Emilia-Romagna, per il Parco del Delta del Po e per la Provincia di Ferrara. Con loro anche un novero di associazioni ambientaliste come Legambiente, Wwf, Greenpeace e Italia Nostra.
È la prima vittoria delle parti ferraresi, assistite dagli avvocati Carmelo Marcello e Claudio Maruzzi (Goro e Mesola), e Riccardo Venturi (Delta e Provincia) all’udienza preliminare sulla vicenda della centrale Enel di Porto Tolle.
Il giudice Alessandra Testoni ha accolto inoltre le costituzioni di Ariano Polesine, Loreo, Porto Viro, Rosolina, del parco del Delta e della Provincia di Rovigo. Bocciata invece quella dell’associazione di consumatori Aduc, per un difetto di legittimazione insito nel suo statuto.
La materia del contendere riguarda il presunto inquinamento scaturito dalla centrale di Porto Tolle dal 1998 al 2002, che avrebbe provocato in maniera massiccia patologie all’apparato respiratorio nei bambini fino ai 14 anni del Delta del Po. Nel raggio di 25 chilometri dalla struttura, infatti, si sarebbero riscontrati incrementi di asma e altre affezioni bronchiali dell’11 al 16%. Secondo la pubblica accusa, sostenuta dal pm Manuela Fasolato, la centrale doveva essere adeguata alle normative vigenti in materia ambientale.
Per non aver ottemperato a quei dettami e non aver quindi abbattuto le emissioni nocive il pm – che sostiene la correlazione tra inquinamento e insorgenza di patologie respiratorie – ha chiesto il rinvio a giudizio per omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro di dieci persone, tra amministratori Enel ed ex direttori della centrale di Porto Tolle.
L’udienza preliminare è stata aggiornata a martedì 17, quando parleranno le parti civili. Altre date sono state fissate per il 7 e il 14 febbraio.

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Leggi  anche su Radio Radiale

Processo Enel Porto Tolle.

Al termine della discussione, che si svolge a porte chiuse,
la presidente Dottoressa Alessandra Testoni dovrà decidere
se rinviare o meno a giudizio dirigenti di centrale e
amministratori dell'Enel nel periodo 1998-2009.
Si tratta di un processo pilota, che ruota intorno 
all'accertamento del nesso causale tra l'asserita
omissione dell'istallazione di "apparecchi destinati a 
prevenire disastri" e l'aumento di malattie respiratorie, 
  nei maschi fino ai 14 anni,nei pressi della Centrale.
Nesso causale dimostrato, secondo l'ipotesi accusatoria
sostenuta dal sostituto procuratore presso il tribunale di
Rovigo Dott.ssa Manuela Fasolato, dalla perizia del
Prof. Crosignani,direttore della sezione di 
Epidemiologia dell'Istituto Tumori di Milano.



Sotto  si può ascoltare l'audio dell'Avvocato Bruno 
Martellone di parte civile(prov. Rovigo) per azione popolare
in  cui vi sono alcune informazioni interessanti......... .
Riportiamo solo due stralci:
 ....Inquinamento  prodotto  dalla centrale comunque accertato
nella causa  definitiva.
Si rileva l'esistenza di un collegamento indiscutibile
tra l'inquinamento stesso e la generale endemica 
situazione di malattie cardiovascolare e polmonari 
che riguardano tutta la popolazione....
Le amministrazioni non tutte.... si sono costituite parte civile.
Stanno a guardare,attendono.
Questo mi sembra particolarmente grave .
Perchè  anche dalla esposizione del Pubblico Ministero è 
emersa una violazione sistematica della normativa 
da parte dell'Enel ma anche un atteggiamento diuturno
di omissione dei controlli da parte degli enti locali......