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Visualizzazione post con etichetta Ministero dell’Ambiente. Mostra tutti i post
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11 ottobre 2017

Scritta oggi a Roma la parola fine in merito al carbone in Tirreno Power a Vado – Quiliano


Tratto da Rsvn

Scritta oggi a Roma la parola fine in merito al carbone in Tirreno Power

tirreno-powerVado Ligure. Questa mattina a Roma è stata scritta la prima parola fine ufficiale per la lunga e quarantennale storia del carbone nella centrale Tirreno Power di Vado – Quiliano.

Il gruppo istruttore formato da vari tecnici, tra i quali quelli dei Comuni interessati,riunito al ministero dell’Ambiente, ha modificato e ridotto l’Aia, autorizzazione ambientale esistente, a seguito della comunicazione da parte dell’azienda di voler abbandonare le fonti fossili di produzione. Decisa quindi la dismissione dei due gruppi e dell’annesso carbonile.
Ora si attende la convocazione della conferenza dei servizi che dovrà prendere atto di quanto discusso e deciso dal gruppo istruttore. Saranno presenti per l’occasione gli organi istituzionali, Regione, Provincia e Comuni interessati. Si tratta di un passaggio epocale dopo quello del 11 marzo 2014 quando i gruppi a carbone furono sottoposti a sequestro cautelativo da parte della magistratura savonese. Ora restano solo in attività i gruppi a turbogas.

28 novembre 2016

Il Ministero chiede a E.On i danni per i veleni che scorrevano sotto la centrale di Fiume Santo,

Tratto da La nuova Sardegna

Il Ministero chiede i danni per i veleni

Presidenza del Consiglio e dicastero dell’Ambiente hanno presentato istanza di costituzione di parte civile contro i manager

SASSARI. La presidenza del Consiglio dei Ministri e il ministero dell’Ambiente chiedono i danni a E.On per i “veleni” che scorrevano sotto la centrale di Fiume Santo, inquinando per anni terra e mare. La richiesta è stata formalizzata ieri mattina dall’avvocato Francesco Caput che - per conto dell’Avvocatura dello Stato - ha presentato un’istanza di costituzione di parte civile davanti al giudice delle udienze preliminari del tribunale di Sassari Rita Serra.

La stessa istanza è stata presentata dal comune di Porto Torres, dal Wwf -Italia e dal comitato “Tuteliamo il Golfo dell’Asinara, rappresentati dagli avvocati...Continua qui

17 luglio 2015

IL Sole 24 ORE: Così i funzionari dell’Ambiente volevano aggirare il sequestro

Tratto da Il Sole 24 ore

Così i funzionari dell’Ambiente volevano aggirare il sequestro

«Una versione due punto zero» chiede Giuseppe Lo Presti, dirigente del ministero dell’Ambiente. Un comma a una legge che consenta alla Tirreno Power di aggirare il provvedimento di sequestro della Procura di Savona. «Ho i conati», dice scherzando, ma la norma si rende necessaria.
È uno dei particolari che emergono dalle carte dei magistrati liguri, nell’indagine sulla centrale elettrica Tirreno Power di Vado Ligure. Un procedimento che conta 87 persone iscritte nel registro degli indagati per disastro ambientale, omicidio colposo e abuso d’ufficio. Gli investigatori dei carabinieri del Noe seguono con attenzione le conversazioni dei personaggi coinvolti nella vicenda. Tra questi spunta anche l’allora vice ministro del Mise, Claudio De Vincenti (attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio) il quale non risulta indagato. 
Dalle intercettazioni ambientali salta fuori una conversazione che svelerebbe un presunto malaffare radicato in ambienti ministeriali. E così Lo Presti discute con i funzionari del ministero dell'Ambiente Antonio Melillo e Antonio Fardelli. Lo Presti parte dalla vicenda Ilva, finita a Taranto in un’indagine per disastro ambientale: «Ma poi ci siamo evoluti rispetto all’Ilva…e su…facci una versione due punto zero» di una norma che consente alle industrie di continuare a produrre pur in presenza di un atto di sequestro dell'autorità giudiziaria. Tuttavia «la norma sul sequestro» è brutta fanno presente. Per Fardelli «non è brutta. Ha già un precedente. Le disposizioni di cui al comma uno… trovano applicazione anche quando l’autorità giudiziaria abbia adottato provvedimento di sequestro sui beni dell’impresa e delle aree dello stabilimento…in tale caso i provvedimenti di sequestro…non impediscono…nel corso dei 180 giorni…l’esercizio dell’attività di impresa a norma del comma uno…Dai mettigliela…mettigliela».
Marco Ludovico17 luglio 2015
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25 giugno 2015

OGGI NUOVO TAVOLO TECNICO A ROMA A PALAZZO CHIGI SULLA VERTENZA TIRRENO POWER

Stralcio  da Savona News
OGGI NUOVO TAVOLO TECNICO A ROMA A PALAZZO CHIGI SULLA VERTENZA TIRRENO  POWER
Dopo la notifica della conclusione delle indagini sull’inchiesta Tirreno Power agli 86 indagati che comprendono dirigenti aziendali, tecnici e amministratori pubblici locali, sono attese risposte dall’azienda e da Roma. 
Infatti per oggi, giovedì 25 giugno, è previsto a palazzo Chigi il tavolo tecnico sulla vertenza Tirreno Power al quale parteciperà Giulia Stella accompagnata dai rappresentanti dei lavoratori.
L'incontro  sarà un momento di confronto tra i ministeri dell’Ambiente, del Lavoro, dello Sviluppo Economico e l’azienda Tirreno Power di Vado Ligure.
 Infatti sono stati convocati a Roma le istituzioni territoriali (Comuni Vado Ligure, Quiliano, Regione), l’azienda Tirreno Power e i sindacati.
 
Al centro del tavolo le possibilità di ripresa dell'attività produttiva a fronte alla luce anche dei nuovi sviluppi dell'inchiesta della Magistratura savonese.


24 maggio 2015

Gianfranco Amendola - Ecoreati, il Ministro Galletti e il disastro ambientale abusivo

Gianfranco AmendolaTratto da Il Fatto Quotidiano

Ecoreati, il Ministro Galletti e il disastro ambientale abusivo

Pochi giorni fa, in una intervista all’Avvenire, il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, parlando della approvazione del DDL sugli ecoreati, ha difeso la formulazione del delitto di disastro ambientale (“chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale) in quanto le autorizzazioni  alle aziende a produzione ‘pericolosa’ vengono rilasciate dal suo Ministero con prescrizioni molto rigide; e la violazione di queste prescrizioni comporta che si agisce abusivamente e si rientra, quindi, nella sfera di punibilità del nuovo delitto.
E’ una affermazione importante, in quanto, in primo luogo, ammette onestamente, a differenza di tanti improvvisati pseudogiuristi, che quell”abusivamente’ attiene al possesso o meno di un’autorizzazione. Quindi, di regola, il disastro ambientale provocato da attività autorizzata non è punibile. Ed è condivisibile (in parte) anche il seguito: la violazione delle prescrizioni dell’autorizzazione comporta che si agisce ‘abusivamente’, con l’applicabilità del nuovo delitto.
Questo, tuttavia, non spiega la presenza di ‘abusivamente'; senza questo avverbio, sarebbe punibile chiunque cagiona un disastro ambientale a prescindere dal possesso e dal rispetto di un’autorizzazione; così come fa il codice penale quando punisce (senza ‘abusivamente’) chi provoca un incendio, un crollo o un disastro innominato.Il suo inserimento, invece, come riconosce il Ministro, limita la sfera di punibilità agli ‘abusivi’.
Ed è a questo punto che, rispettosamente, dissento da quanto dice il Ministro Galletti.
Le autorizzazioni (con prescrizioni) alle aziende a produzione ‘pericolosa’ si chiamano AIA (Autorizzazione integrata ambientale) e vengono rilasciate dal Ministero dell’Ambiente, dopo un iter complesso che si fonda, in gran parte, sulle dichiarazioni relative al ciclo produttivo provenienti dalla stessa azienda interessata; con gli evidenti rischi di carenze di prescrizioni. In più, il controllo sul rispetto di queste prescrizioni è affidato, sostanzialmente, alle stesse aziende.
Tanto per fare un esempio che conosco personalmente, il controllo sul rispetto dei limiti alle emissioni della centrale Enel a carbone di Civitavecchia, si basa sui rilevamenti fatti solo dall’Enel stessa; gli organi di controllo pubblici previsti dalla legge (Ispra e Arpa) non hanno neppure lo strumento idoneo a campionare i fumi delle ciminiere e sono così carenti di personale e mezzi da rendere veramente utopistico pensare che possa esservi un controllo pubblico, adeguato e continuato, su aziende di grandi dimensioni e complessità.
E allora, se una di queste industrie (con AIA) provoca un disastro ambientale, come si fa a dimostrare che lo ha cagionato ‘abusivamente’, indicando con certezza quali, quante volte e quando non sono state rispettate le prescrizioni? Tanto più che il decreto legge n. 91 del 2014, in nome della ‘crescita’, ha previsto che “….le Autorizzazioni Integrate Ambientali rilasciate per l’esercizio di dette installazioni possono prevedere valori limite di emissione anche più elevati e proporzionati ai livelli di produzione….” (art. 13, comma 7).
E tanto più che questo governo e gli altri governi dell’emergenza hanno favorito apertamente proprio le industrie con AIA (quelle più pericolose), sia depenalizzando espressamente le loro violazioni sia escludendole dalle sanzioni per le imprese; tanto che oggi, le violazioni ambientali di un autolavaggio vengono punite molto più pesantemente di quelle relative ad una centrale elettrica. Benevolenza che non può non influenzare anche il rilascio delle AIA con relative prescrizioni.
Resta da fare un’ultima precisazione. C’è ancora chi sostiene che, senza ‘abusivamente’, rischia l’incriminazione anche chi ha sempre agito correttamente; anzi, qualcuno ha anche scritto che potremmo rischiare tutti una incriminazione visto che le nostre auto inquinano.
Condivido, ovviamente, la preoccupazione di fondo, ma chi fa affermazioni di questo tipo ignora totalmente i principi base del diritto penale su elemento soggettivo, nesso di causalità, cause di giustificazione ecc.
Gli ecoreati sono delitti (non contravvenzioni) e qualsiasi studente di giurisprudenza sa benissimo che, se un evento non è prevedibile ed evitabile, e se qualcuno, in buona fede, si è sempre attenuto alle leggi, ed ha agito con diligenza e prudenza non rischia niente..............
E allora, resta la domanda iniziale: a chi serve quell’ “abusivamente”?
Leggi l'articolo integrale su  Il Fatto Quotidiano

21 novembre 2014

Inchiesta su Tirreno Power, funzionario del Ministero dell’Ambiente ascoltato in Procura a Savona.

Tratto da IVG

Inchiesta su Tirreno Power, funzionario del Ministero dell’Ambiente ascoltato in Procura.

 Si allunga la lista delle persone “informate sui fatti” ascoltate in Procura nell’ambito dell’inchiesta Tirreno Power. Questa mattina nell’ufficio del Procuratore Francantonio Granero è stato sentito un funzionario del Ministero dell’Ambiente, il dottor Giuseppe Lo Presti, che è a capo della divisione per il “Rischio rilevante e autorizzazione integrata ambientale” (uno degli uffici della direzione generale per le valutazioni ambientali).
L’audizione del dirigente, arrivato questa mattina da Roma, è durata qualche ora ed è terminata pochi minuti prima delle 14. Il dottor Lo Presti conosce molto bene la vicenda di Tirreno Power visto che rappresenta il Ministero dell’Ambiente nella conferenza dei servizi per la richiesta di rinnovo anticipato dell’Aia per la centrale di Vado Ligure. E’ facile qundi immaginare che i magistrati possano aver chiesto delle informazioni relative alla pratica di Tirreno Power, ma è probabile che dalla Procura siano arrivate anche domande più “astratte” e generali sul funzionamento delle procedure di rilascio dell’Aia e sulle Migliori Tecniche Disponibili (MTD).
Basta leggere infatti le competenze previste dall’incarico del funzionario (tra le quali figurano “Definizione e aggiornamento delle linee guida per l’individuazione e l’utilizzo delle migliori tecniche disponibili in materia di autorizzazione integrata ambientale”; “Coordinamento dei processi di autorizzazione integrata ambientale (AIA) anche in collaborazione con le altre Direzioni generali”; “Coordinamento ed organizzazione delle attività a supporto della Commissione IPPC”; “Gestione amministrativa dei procedimenti di rilascio delle AIA di competenza nazionale, anche avvalendosi dell’ISPRA”) per intuire che molti di questi aspetti possano interessare i pm che indagano sulla centrale.
Al termine dell’audizione dalla Procura non è arrivato nessun commento ufficiale, ma è chiaro che l’indagine continuerà a ritmo serrato continuando ad intrecciarsi con il destino dell’iter amministrativo attraverso il quale si sta cercando di far ripartire la centrale.
Olivia Stevanin

30 settembre 2014

Centrale Tirreno Power, il 18 ottobre a Roma si discute la nuova Aia


Tratto da RSVN

Centrale di Vado, 18 ottobre a Roma si discute la nuova Aia


Vado Ligure. Per la centrale di Vado Ligure, sotto sequestro dal marzo scorso, inizia un mese cruciale. 
Il 18 ottobre a Roma, infatti, è prevista la riunione presso il ministero dell’Ambiente che dovrà valutare la nuova Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale. 
Una cosa è certa i vecchi gruppi a carbone non verranno rifatti. Inoltre l’adeguamento tecnologico delle caldaie senza rifacimento integrale non potrà consentire il rispetto dei limiti emissivi inferiori delle Mtd.
Tirreno Power prevede due fasi per l’adeguamento dei gruppi esistenti e che nella seconda fase si avrebbero emissioni nell’intervallo delle Mtd attorno ai valori medi. Inoltre si ritiene necessario prevedere limiti entro l’intervallo delle Mtd nel rispetto della norme italiane ed europee.Continua a leggere  qui

Centrale di Vado, 18 ottobre a Roma si discute la nuova Aia

25 settembre 2014

Processo Enel Porto Tolle: si agì al fine di incrementare gli utili d'impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini”.

Tratto da Il Fatto Quotidiano.


Processo Enel Porto Tolle,“Scaroni ha non indifferente capacità a delinquere”.

La definizione è nelle motivazioni della sentenza di condanna emessa il 31 marzo scorso per il disastro ambientale della centrale di Porto Tolle. "Scaroni agì al fine di incrementare gli utili d'impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini”.Il nuovo ad: "Rinunciamo a riconversione a carbone"

Paolo Scaroni dimostra una “non indifferente capacità a delinquere”. E non stiamo parlando delle indagini per le presunte mazzette sui pozzi petroliferi, ma delle motivazioni della sentenza del Tribunale di Rovigo che lo scorso 31 marzo ha condannato gli ex amministratori di Enel Paolo Scaroni e Franco Tatò a tre anni di reclusione per disastro ambientale, in termini di messa in pericolo della salute della popolazione.

Appena depositate, sono l’ennesima tegola sul capo dell’ex manager pubblico oltre che un macigno per i gestori di impianti industriali nel mirino di altre procure.
 In 113 pagine il collegio giudicante ricostruisce la vicenda processuale innescata dalle emissioni inquinanti della centrale termoelettrica di Porto Tolle tra il 1998 e il 2009.
E una frase riassume l’esito e colpisce più di altre l’attenzione: “La pena inflitta risulta adeguata alla non indifferente capacità a delinquere dimostrata dai prevenuti (gli a.d. Tatò e Scaroni), i quali hanno agito al fine di incrementare gli utili d’impresa a discapito della sicurezza e della salute dei cittadini”.


La “capacità di delinquere”, si legge nelle carte, sostanzia dalla fatto che entrambi gli ad (Scaroni dal 2002) anziché porsi l’obiettivo di conformarsi al dettato normativo in fatto di riduzione delle emissione e salvaguardia della salute pubblica “agirono in senso contrario, omettendo da un lato di dare corso agli interventi di ambientalizzazione della centrale annunciati dall’azienda fin dal 1994 e sostenendo dall’altro progetti di riconversione che prevedevano l’uso di combustibili dotati di maggior impatto ambientale rispetto al metano”.
Il tutto, in sintesi, al fine di consentire una produzione energetica sostenuta e a basso costo, grazie ai mancati interventi di desolfurazione degli impianti e all’uso di combustibili ad alto tenore di zolfo che presentavano prezzi di acquisto inferiori ad altri. Attività ad altissimo impatto ambientale per la popolazione residente sul territorio del delta del Po che ha potuto proseguire indisturbata fino al 2009 anche grazie a puntuali deroghe pervenute da Roma.

Sul punto i giudici non hanno dubbi.
La mera autorizzazione – per altro tacita – al funzionamento della centrale non è sufficiente ad escludere reati suscettibili di incidere sulla salute delle persone. Si legge in proposito nella sentenza (pag. 26): “Tali violazioni, infatti,condussero al pregiudizio di un bene, “la salute” di una generalità indefinita di individui, avente rango costituzionale, e come tale estraneo al c.d. “rischio consentito’, ossia a quel novero di eventi di danno e di pericolo, la cui verificazione non è penalmente rilevante, essendo controbilanciata dalla scriminante dell’esercizio del diritto. L’attività imprenditoriale, infatti, non può svolgersi in contrasto con “l’utilità sociale” (art. 49 Cost.) e non può compromettere il bene salute (art. 32 Cost.). Pertanto, la stessa non può essere legittima ove vulneri in modo significativo tale bene giuridico e diviene colpevole se ciò avviene nella consapevolezza di violare precise disposizioni legislative”
E i giudici non fanno sconti. “Ciò costituisce chiaro indice del dolo insito nelle condotte nell’intera vicenda”, si legge a pagina 92 della sentenza. Condotte “dettate dalla volontà di contenere i costi di esercizio delle centrale e quindi aumentare gli utili di impresa, omettendo di destinare sufficienti risorse alla salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente circostante”. Oltre a rimarcare la posizione grave di Scaroni, già condannato nel primo processo Enel che si era celebrato ad Adria nel 2006 (confermata in Cassazione 2011), il collegio rileva che non ci sono le condizioni per concedere le attenuanti generiche “considerato il comportamento processuale tenuto dagli imputati, i quali non hanno manifestato alcuna forma di resipiscenza in ordine alle condotte poste in essere”. E in effetti, a botta calda, Scaroni si dimostrerà quasi sprezzante: “Porto Tolle, nessun disastro. Pensavo di essere assolto“. E invece i magistrati condannano e con la mano pesante. ....
Ma non è finita. Perché mentre gli inquirenti milanesi sono sulle tracce del “tesoretto” di Scaroni, che avrebbe accumulato ingenti ricchezze attraverso un sistema tangentizio di commesse petrolifere, i giudici di Rovigo hanno stabilito che i due manager dovranno pagare in solido tra loro 400 mila euro a titolo di risarcimento dei soggetti costituiti in giudizio (ministeri dell’Ambiente e della Salute, associazioni, comuni di Porto Tolle e Rosolina, Provincia di Rovigo…). La partita economica è solo all’inizio. La sentenza si conclude infatti non con una ammenda pecuniaria che lava il reato ma con la richiesta di ripristino dei danni ambientali che con tutta probabilità saranno oggetto di un procedimento in sede civile. 
Dal valore potenzialmente devastante (anche per Enel, non citata a giudizio sul fronte penale): una stima dell’Ispra dello scorso gennaio valutava danni ambientali e sanitari per 3,6 miliardi di euro.
Oltre al giudizio in oggetto, le motivazioni della sentenza sono già destinate a fare giurisprudenza e sollevare polemiche.
 Accolgono in pieno l’impianto accusatorio mosso dal pm Manuela Fasolato che ha condotto una solitaria battaglia per anni, finendo pure sotto un procedimento disciplinare dai tratti a dir poco surreali che tutt’ora pende al Csm (il 21 novembre l’udienza). Tra le altre contestazioni, quella di “lavorare troppo”. La Procura Generale della Repubblica ha chiesto due volte l’archiviazione, le incolpazioni in parte sono cadute e in parte sono state riformulate tenendo in piedi quella di “interferenza grave” contro il Ministero dell’Ambiente. Il motivo? Mentre a Roma gli organi tecnici e politici erano impegnati a valutare il mega progetto di riconversione della centrale, il pubblico ministero che stava istruendo l’accusa a Rovigo si era permessa di trasmettere a quegli organi una perizia che segnalava le gravi sottostime e gli errori nelle valutazioni delle emissioni depositate agli atti. A fin di bene, volendo evitare ulteriori danni alla salute e all’ambiente e sotto. Ma sotto processo è finita lei, e poco importa se quello stesso ministero si è costituito parte civile e se i giudici le hanno dato ragione piena.
La sentenza accoglie il principio per cui in un processo per inquinamento ambientale non è necessario produrre la prova del singolo legame di causalità per le varie patologie, è sufficiente la correlazione stabilita dall’incrocio della prova epidemiologica e quella ambientale.
Un macigno, si diceva, per gli altri impianti oggi nel mirino delle procure: dalla Tirreno Power di Vado Ligure (Sorgenia) a Brindisi (Enel), passando per le centrali di Monfalcone (A2a), Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia (Enel).
Infine si registra, proprio a ridosso della sentenza che tra l’altro inibisce a Enel di proseguire l’attività alle condizioni attuali, la decisione dell’azienda di rinunciare al mega progetto di riconversione a carbone, ipotesi giudicata peggiorativa dai consulenti della Procura di Rovigo e messa agli atti anche nelle motivazioni della sentenza......
Leggi l'articolo integrale su Il Fatto Quotidiano

Leggi anche:

Amianto, chiusa inchiesta per i morti Olivetti. Indagati De Benedetti e Passera

Le ipotesi di reato contestate sono l'omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Le indagini riguardano la morte di una ventina di lavoratori che tra la fine degli anni '70 e '90 hanno lavorato in reparti a stretto contatto con il minerale cancerogeno.

18 marzo 2014

DIALOGO COSTRUTTIVO :Tirreno Power, via d’uscita ma «sotto tutela».

Tratto da LA STAMPA

Tirreno Power, via d’uscita ma «sotto tutela»

«Dialogo costruttivo» tra l’ex Guardasigilli Severino (avvocato dell’azienda), i pm e il giudice che ha disposto il sequestro dei gruppi a carbone. Ce la farà Tirreno Power a rispettare i limiti Mtd prescritti dal magistrato per consentire il riavvio degli impianti?

SAVONA
Tirreno Power prova, pur avendo tecnicamente ancora quattro giorni per ricorrere al tribunale del Riesame contro il decreto di sequestro dei suoi impianti a carbone nella centrale di Vado Ligure, a «dialogare» con Procura e tribunale per arrivare alla ripresa produttiva. E lo annuncia con una nota di poche righe, il giorno dell’incontro che l’ex Guardasigilli Paola Severino, a capo dello staff legale di Tirreno Power ha avuto a Savona con il procuratore Francantonio Granero, il sostituto Chiara Maria Paolucci e il giudice Fiorenza Giorgi. Un’ora con i primi, mezz’ora con la seconda. 
«Il dialogo dal punto di vista dei Pm è stato costruttivo» è stato l’unico commento del procuratore.  
Nel pomeriggio, la nota dell’azienda, estremamente prudente: «Un dialogo che proseguirà nei prossimi giorni, volto ad individuare le modalità più opportune per arrivare quanto prima alla ripresa di esercizio nell’ambito di un protocollo operativo che sottopone l’impianto a verifiche da parte di tecnici individuati dal giudice». 
Era la via d’uscita ipotizzata dal decreto di sequestro: prevede che la centrale elettrica adotti la centralina Sme, già prevista dall’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale del dicembre 2012, che questa venga «tarata» da tecnici nominati dal giudice stesso e che le emissioni vengano contenute nei limiti delle «Mtd» o «Bat», le «migliori tecnologie disponibili»: si va dalla metà a un quinto delle emissioni attuali per biossido di zolfo, ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri sottili.  
Sempre ieri, a Vado, sono scesi in piazza, con due diversi cortei, sia i lavoratori di Tirreno Power e delle ditte esterne in appalto sia i dipendenti del Terminal Rinfuse Italia, con delegazioni di altre aziende della zona...........
Sulla possibilità concreta che Tirreno Power, con gli attuali impianti a carbone costruiti nel 1971, possa davvero rispettare i limiti di emissione fissati dalle «migliori tecnologie disponibili», gli ambientalisti sono scettici da sempre. Anche l’ipotesi di un funzionamento a regime ridotto ha senso soltanto se - come prescritto dal giudice - i valori delle emissioni saranno certi, monitorati «in continuo» e valutati non con medie mensili o semestrali, ma «giorno per giorno».  
Dal ministero dell’Ambiente, infine è arrivata in queste ore una diffida per l’azienda circa i lavori - mai cominciati - della nuova unità da 460 megawatt prevista dal «cronoprogamma» allegato all’autorizzazione Aia. Tirreno Power ha 30 giorni per avviare i lavori. 
In caso contrario, l’autorizzazione al funzionamento dei vecchi gruppi a carbone - rilasciata soltanto in funzione del nuovo gruppo da costruire - potrebbe decadere .
Su LA STAMPA  l'articolo integrale

03 marzo 2014

Centrale a Carbone di Saline Ioniche , coordinamento Area Grecanica: ancora presto per cantare vittoria


Tratto da Reggiotv.it
Dopo la pronuncia del tar del Lazio 

Centrale a Carbone di Saline, coord. Area Grecanica: ancora presto per cantare vittoria

Davanti alla sezione 2 quater del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sezione di Roma, venerdì 28 febbraio è stato chiamato il ricorso del Coordinamento Associazioni Area Grecanica No al Carbone, avverso il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 giugno 2012, che ha dichiarato la compatibilità ambientale e l’autorizzazione all’esercizio al progetto proposto dalla S.E.I. S.p.A., concernente la realizzazione di una centrale termoelettrica alimentata a carbone, di potenza elettrica di 1320 MWe, da ubicarsi in Saline Ioniche nel Comune di Montebello Ionico (RC), nonché del decreto del Min.dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare n. 115 del 5.04.13, con il quale è stata decretata la compatibilità ambientale e l’autorizzazione integrata ambientale al successivo esercizio relativamente al progetto proposto dalla SEI spa.
.............
L’avvocatura Regionale, nella persona dell’Avv. Benito Spanti, ha chiesto al Presidente del Tribunale di voler concedere un rinvio in modo da consentire alla difesa della Regione di produrre ulteriori memorie a difesa.............
A detta richiesta di rinvio si è associata la difesa del Coordinamento, mentre gli avvocati della SEI hanno chiesto di discutere i ricorsi, ritenendolimaturi per la decisione, pur rimettendosi in ultimo alle decisioni del Tribunale.
Il Tribunale ha ritenuto di aderire alle richieste dei ricorrenti ed ha rinviato la causa all’udienza del 29 maggio. La notizia diffusa secondo cui la costruzione della centrale sarebbe ormai cosa fatta è da ritenersi falsa.

Sono di qualche giorno fa le dichiarazioni che giungono dalla Procura di Savona, che da tempo sta indagando per disastro ambientale e omicidio colposo i vertici di Tirreno Power, proprietario della centrale a carbone di Vado Ligure. I consulenti della procura ligure hanno studiato come ricadono al suolo le emissioni delle ciminiere di Vado Ligure in base a correnti, rilievi montuosi, venti, concludendo che si possono “addebitare con certezza alle emissioni della centrale a carbone di Vado Ligure oltre 400 vittime”. Inoltre,secondo il procuratore capo, Francantonio Granero, ci sarebbero stati "tra i 1700 e i 2000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012".
Aggiungere altro a quanto dichiarato ci sembra superfluo.
Un mostro del genere non ha nulla a che vedere con l’idea di sviluppo, in nessuna parte del mondo. 
Non siamo disposti a barattare per una manciata di posti di lavoro la nostra terra, il nostro futuro, i nostri sogni, le nostre speranze che un giorno vogliamo regalare ai nostri figli.
Attendiamo fiduciosi la discussione dei ricorsi andando avanti sempre più determinati. 

13 gennaio 2014

Centrale Enel di Porto Tolle, “un danno economico da risarcire di 3,6miliardi”

Tratto da Il Fatto Quotidiano


Una perizia dell'Ispra depositata nel processo "Enel bis" a Rovigo per la prima volta calcola i costi della mortalità e dei danni ambientali per le emissioni in eccesso prodotte dall'impianto termoelettrico a olio. La quantificazione del danno potrebbe costituire un precedente anche rispetto ad altri casi, da Vado Ligure a Brindisi. "Chi inquina paga", esultano gli ambientalisti, ma per i legali della società si tratta di una stima "abnorme"

Un risarcimento da 3,6 miliardi per danno ambientale e sanitario. Questa la cifra che i periti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) hanno quantificato, per la prima volta, rispetto all’impatto economico per lo Stato della centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo: 2,6 miliardi di danni sanitari, essenzialmente per la mortalità in eccesso, più un miliardo per omessa ambientalizzazione. Centrale gestita da Enel, colosso energetico italiano e seconda utility quotata in Europaa processo per disastro ambientale. A chiedere la perizia, firmata da Leonardo Arru su incarico dell’avvocatura di Stato, i ministeri di Ambiente e Salute, parte civile nel procedimento – denominato ‘Enel bis’ – insieme alle associazioni.
Una notizia che non piace (quasi) a nessuno, tanto che a parlarne è solo la stampa locale. Non piace a Enel che a fine dicembre aveva esultato per una riduzione dell’indebitamento da 42 a 40 miliardi ora virtualmente gravato dal rischio di future, pesantissime, passività. Non piace al governoche tramite il Tesoro (31,2%) è il primo azionista di riferimento e carezzava da tempo l’idea di vendere quote per fare cassa. E ora si trova in mezzo a una surreale disputa tra ministeri in cui lo Stato fa causa a se stesso. Sarà poi pane per le agenzie di rating che da mesi incrociano un balletto di svalutazioni e rivalutazioni su titolo e prospettive della seconda società italiana per capitalizzazione di Borsa
La perizia è di fine novembre 2013 ma è rimasta confinata nell’ambito del procedimento che si tiene al tribunale di Rovigo per disastro ambientale che è prossimo alla conclusione (la sentenza è prevista per marzo 2014).
  Eppure potrebbe – secondo il legale di parte civile Matteo Cerutidiventare un precedente per una serie di situazioni pendenti ad altissimo impatto ambientale oggetto d’indagine o di processi di riconversione: dalla Tirreno Power (ex Enel oggi gruppo De Benedetti) di Vado Ligure (Savona), per la quale la locale procura indaga per gli stessi capi di imputazione, passando per le centrali di Brindisi (Enel), Monfalcone in provincia di Gorizia (A2a), Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia (Enel).
Non a caso associazioni ambientaliste che si sono costituite nel processo, come Greenpeace, ritengono la perizia un significativo passo avanti non solo per l’entità dell’importo risarcitoriorichiesto ma perché mette in chiaro il principio per cui ‘chi inquina paga’. Il conto arriva sul Delta del Po per cause di ordine storico, industriale e perfino politico. La centrale costruita negli anni Ottanta a pieno regime emetteva più anidride solforosa (SO2 ) di qualunque altro impianto fisso in Italia. Ancora nel 2002 si stima sprigionasse da sola il 10% di tutte le emissioni di SO2 imputabili a qualsiasi altra fonte sul territorio nazionale. Per i reati ambientali connessi al funzionamento della centrale, la responsabilità dei direttori dell’impianto e degli amministratori delegati di Enel spa dell’epoca, Paolo Scaroni e Franco Tatò, è stata definitivamente accertata in Cassazione nel 2011 ma i reati erano ormai prescritti: restavano le conseguenze patrimoniali che la corte d’appello di Venezia sta quantificando. 
Ulteriori indagini e perizie hanno poi permesso di accertare il nesso causale tra le emissioni e le conseguenze di ordine ambientale e sanitario sulla popolazione, in particolare sui bambini. Così è partito il processo “Enel bis” che vede oggi imputati una decina di dirigenti Enel che si sono avvicendati tra il 1998 e il 2009. Secondo la procura di Rovigo, che procede per disastro doloso, avrebbero trascurato l’installazione di impianti che avrebbero consentito di tutelare la salute dei residenti e del territorio provocando un significativo aumento dei ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie della popolazione infantile. A comparire davanti al collegio saranno anche l’attuale amministratore delegato Fulvio Conti e i suoi predecessori. E’ in questo procedimento che il ministero dell’Ambiente, parte civile insieme a quello della Salute, tramite l’avvocatura dello Stato distrettuale di Venezia, ha chiesto di valutare anche i danni economici per lo Stato. Danni per l’appunto quantificati in 3,6 miliardi.

“Una valutazione cautelativa”: come viene calcolato il danno Il tecnico che ha firmato la perizia ha portato in aula i calcoli fatti per il periodo 1998-2009, riguardo alla diffusione di biossido di Zolfo(SO2) sulla base delle emissioni dichiarate da Enel al registro internazionale delle emissioni. La stima monetaria è stata fatta utilizzando la metodologia elaborata dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) e – avverte il perito – “con un orientamento cautelativo” (leggi nel box). Non quantifica, tra l’altro, taluni tipi di impatti come i danni all’ecosistema da acidificazione e deposito di ozono o quelli agli edifici e al patrimonio culturale. Ma si avvicina molto al danno presunto, anche perché alternativa non c’è visto che “non si può stabilire generalmente il danno ritenendolo linearmente proporzionale ai carichi di inquinamento”. Si può, invece, circoscrivere l’addendum di emissioni in eccesso che qualificano e quantificano il peggioramento del profilo emissivo, e moltiplicarlo per unità di costo-vita, laddove esistano indici di mortalità correlabili. Ebbene secondo il perito del ministero dal ’98 al 2009 ci sarebbero 2,6 miliardi di euro di danni connessi al rilascio di 418mila tonnellate di SO2 in eccesso rispetto a quelli rilasciati qualora la centrale avesse operato in un ipotetico regime a gas metano, come imponeva di fare la legge regionale veneta del 1997 istitutiva del Parco del Delta del Po. Ciascuna tonnellata viene moltiplicata per diversi coefficienti individuati in sede europea. 

La perizia si rifà ai metodi di calcolo individuati in sede europea in materia di quantificazione del danno sanitario nel programma Cafe  (The Clean Air for Europe Programme) partito nel 2001 e adottato nel 2005. “Valore di anno di vita perso” (Voly) nel quale ogni anno “perduto” per morte prematura è quotato circa 40mila euro e valore statistico di vita (Vls), che quota ogni morte prematura per inquinamento dell’aria circa 2 milioni. Il primo, usato da Ispra, produce stime del costo più basse, poiché ogni morte prematura da inquinamento da polveri sottili corrisponde a circa 10 anni di vita persi. 

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Centrale Enel di Porto Tolle, ecco le perizie sul tasso di mortalità, tumori e ricoveri

Rovigo e Adria distano nemmeno 30 km, la popolazione anziana è ugualmente distribuita. La seconda però è l’azienda sanitaria di riferimento per la popolazione del Polesine su cui insiste l'impianto. E infatti, come dimostrano le indagini epidemiologiche e i dati dell'Ussl, ci si ammala e si muore di più. A partire dai bambini.

3)..... Per il pm non è sufficiente e l’indagine sulle morti viene archiviata. Ma a marzo 2011 si riparte con le malattie respiratorie dei bambini. La base è un’indagine con questionari dell’Asl di Rovigo, Adria e Ferrara che aveva segnalato la ricorrenza di patologie asmatiche e respiratorie sulla popolazione pediatrica residente esposta: su 54 bambini la metà risultava affetta da asma, rinite allergica e dermatite topica. Ancora colpa della centrale? 
4) Per capirlo viene affidata la quinta perizia all’epidemiologo dell’Istituto dei tumori, Paolo Crosignani. A maggio 2012 la relazione accerta un significativo scostamento nei ricoveri ospedalieri per i bimbi, fino al 14% per i maschi, riconducibile all’esposizione di sostanze come SO2 e Vanadio, marker tipico delle centrali termoelettriche a olio combustibile nella flora.
 A stringere sulla centrale è la sovrapposizione dei dati epidemiologici a quelli sul deposito lichenico: le ricerche convergono, la centrale di Porto Tolle sembra l’unica fonte di inquinamento possibile fino alla provincia di Mantova.