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22 luglio 2019

Il prezzo subdolo delle energie zombie .....

Tratto da comune.info

Il prezzo delle energie zombie

Francesco Gesualdi


Il 40% dell’energia elettrica mondiale proviene da centrali a carbone mentre acqua, sole e vento contribuiscono solo per il 25%. Perché? Perché i combustibili fossili continuano a godere di condizioni di favore: sovvenzioni alla produzione, garanzie sui prestiti bancari, assicurazioni sulle vendite all’estero, esenzioni fiscali. Ma la distorsione più ampia, ricorda Francesco Gesualdi, è rappresentata dalla possibilità di calcolare i prezzi dei combustibili fossili senza tenere conto dei costi umani, sociali, ambientali connessi alla loro produzione e al loro consumo




Questa estate infuocata contribuisce a farci capire che dobbiamo impedire alla temperatura terrestre di innalzarsi ulteriormente. Dal 1880 ad oggi è aumentata appena di un grado centigrado e già si vedono gli effetti.  I cambiamenti climatici non riguardano solo il futuro dei nostri figli e nipoti, sono realtà già oggi. Si verificano tempeste sempre più violente, incendi sempre più frequenti, penuria d’acqua per riduzione dei ghiacciai, innalzamento dei mari per  scongelamento delle calotte polari. Nessuno ha più certezza del destino del proprio territorio: l’alterazione delle piogge può trasformare ridenti paesaggi in deserti, città costiere in un intreccio di canali per l’avanzare del mare, ampi territori in distese d’acqua per lo straripamento dei fiumi. Con ricadute sociali inimmaginabili. Dal 2008 al 2018, nel mondo si sono avuti 265 milioni di sfollati per disastri naturali, molti di loro per l’instabilità del clima.
I cambiamenti climatici sono l’effetto indesiderato della nostra crescita economica. Per definizione la produzione esige energia, la sua scarsità è il motivo per cui in passato la produzione rimaneva pressoché stazionaria. Limite che la rivoluzione industriale ha superato con l’accesso ai combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) e l’invenzione di macchine capaci di trasformare il loro enorme potenziale energetico in movimento, calore, elettricità. Peccato che attraverso questa operazione si siano messe in libertà miliardi di tonnellate di anidride carbonica, in misura ben superiore alla capacità di assorbimento di oceani e sistema vegetale. Da cui l’accumulo di anidride carbonica in atmosfera con conseguente intrappolamento dei raggi solari, aumento della temperatura terrestre e cambiamento del clima che porta con sé calamità, alterazione della piovosità e quindi riduzione della produzione di cibo e migrazioni.
Gli scienziati ci dicono che per arginare la situazione dobbiamo dimezzare le emissioni di anidride carbonica da qui al 2030 e azzerarle entro il 2050. Detta in altri termini dobbiamo abbandonare i combustibili fossili. Ci stiamo provando, ma in maniera ancora troppo lenta. Basti dire che di tutta l’energia che consumiamo a livello mondiale, l’80% proviene ancora dai combustibili fossili. Non solo  petrolio e  gas, che assieme coprono il 53% del fabbisogno energetico mondiale, ma anche il carbone (assai più inquinante) che interviene per il 28%. E se guardiamo al modo in cui produciamo energia elettrica, per certi versi la situazione è ancora più riprovevole. Benché disponiamo di ottime tecnologie nel settore delle  rinnovabili, i fossili la fanno ancora da padroni. Il 40% dell’energia elettrica mondiale proviene  da centrali a carbone mentre acqua, sole e vento contribuiscono solo per il 25%. 



A detta di tutte le istituzioni internazionali, una delle ragioni per cui procediamo in maniera troppo lenta sulla strada della transizione energetica è perché i combustibili fossili continuano a godere di condizioni di favore che li rendono artificiosamente convenienti. Tre sono le vie attraverso le quali il loro prezzo può essere distorto rendendo conveniente il loro consumo. La prima strada è quella delle sovvenzioni alla produzione: soldi pubblici dati alle imprese energetiche a sostegno dei loro investimenti estrattivi. Secondo l’Ocse, nel 2017 sono ammontati a 24 miliardi di dollari ed hanno visto in prima linea Stati Uniti, Russia, Cina, Australia, Brasile che usano i soldi dei cittadini per sostenere l’estrazione di carbone e degli idrocarburi più reconditi come le scisti bituminose e i gas da argille. L’Organizzazione britannica Overseas Development Institute parla di energia zombie e si riferisce a tutti quei combustibili che senza sovvenzioni rimarrebbero dove sono perché non sarebbe conveniente portarli alla luce. Un ammontare che produce ogni anno più di 1 miliardo di tonnellate  di anidride carbonica corrispondente al 3% del totale emesso nel 2015. La stessa quantità emessa dal traffico aereo a livello mondiale.
I contributi in denaro sono la modalità più diretta di aiuto pubblico alla produzione, ma non l’unica forma di sostegno. Ne esistono anche di indirette come le garanzie sui prestiti bancari, le assicurazioni sulle vendite all’estero, le esenzioni fiscali. E sono proprio quest’ultime la seconda grande strada utilizzata dagli stati per sostenere i combustibili fossili non solo dal lato della produzione, ma anche del consumo. Valgano come esempio i tagli alle tasse accordati alle compagnie aeree, alle centrali termoelettriche, agli autotrasportatori, sugli acquisti di carburante.Esenzioni ad impatto negativo non solo per l’ambiente, ma anche per le casse pubbliche. In Italia, anno 2016, hanno determinato un mancato introito pari a 16 miliardi di euro. A livello dei 44 paesi più ricchi del mondo, la perdita è stata di 300 miliardi di dollari. Somme preziose mancate alla transizione energetica e al sostegno ai più paesi deboli contro i cambiamenti climatici.
Nella dichiarazione rilasciata dai capi di stato a conclusione del G20 di Osaka, è compreso anche l’impegno ad eliminare ogni forma di supporto ai combustibili fossili, ma è necessario che alle parole seguano i fatti. Ad esempio non è di buon auspicio che dopo quattro anni di costante riduzione,  nel 2017 i sostegni siano tornati a salire registrando un  aumento del 5% sul 2016.




E tuttavia le sovvenzioni e le esenzioni sono solo una minima parte dell’intera distorsione di prezzo permessa ai combustibili fossili. La distorsione più ampia è rappresentata dalla possibilità di calcolare i prezzi senza tenere in alcun conto  i costi umani, sociali, ambientali connessi alla loro produzione e al loro consumo. Aspetti che gli economisti definiscono esternalità, a rimarcare il diritto delle imprese di ignorarli perché fuori dal perimetro dei  costi di produzione. Un modo di concepire la formazione dei prezzi che ci fa vivere perennemente in tempo di saldi, realizzati però alle spalle del nostro pianeta e della nostra salute. Secondo una ricerca del Fondo Monetario Internazionale i danni ambientali e sanitari provocati dai combustibili fossili sono stimabili in 5mila miliardi di dollari, il 6,3% del Pil mondiale realizzato nel 2017. Se dovessimo includere nel prezzo dei combustibili fossili anche il risarcimento dei danni che provocano, il prezzo del carbone dovrebbe aumentare del 100%, quello del petrolio del 20%. Una prospettiva che ci fa tremare pensando al fiume di denaro che vedremmo uscire dai nostri portafogli, ma che ridurrebbe le emissioni di anidride carbonica del 28% e le morti da inquinamento del 46%.
Nell’Unione Europea si è cercato di mettere una toppa a questa distorsione con un sistema piuttosto complicato che impone alle imprese più inquinanti di pagare una sorta di tassa per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa. Ma l’importo pagato si aggira sui 15 euro a tonnellata, mentre a detta di molti dovrebbe essere almeno di 40 euro. Il sistema insomma è da perfezionare e in ogni caso deve accompagnarsi anche ad altre misure per evitare che gli inevitabili aumenti di prezzo al consumo finale aggravino ulteriormente le condizioni di vita delle fasce più deboli. La rivolta dei gilet gialli  deve servirci da monito per ricordarci che oltre a intervenire sui prezzi per riportarli a livelli più realistici bisogna intervenire sulla spesa pubblica per dotare la comunità di servizi pubblici capaci di sopperire i bisogni non più esaudibili per via privata a causa dei prezzi elevati. 
Tutto questo per confermare come sociale e ambientale siano due dimensioni inscindibili e come la difesa dell’ambiente vada cercata all’interno di un più ampio  progetto di società.

12 novembre 2010

Benzo(a)pirene, l’allarme dei pediatri

Tratto da Terra
Benzo(a)pirene, l’allarme dei pediatri

VELENI. Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera inviata al premier, ai ministri interessati, ai Parlamentari italiani ed europei sul rischio salute per i bambini a seguito dei recenti provvedimenti del governo Berlusconi.

Paolo Siani, presidente Associazione culturale pediatri
Annamaria Moschetti, Acp Puglia e Basilicata
Alberto Ugazio, presidente Società italiana di pediatria
Giuseppe Mele, presidente Federazione Italiana Medici Pediatri

Stupisce molto aver appreso che il nostro Governo il 13.8.2010 con il Decreto Legislativo n. 155 abbia spostato al 31 dicembre 2012 il divieto di superamento del livello di 1 nanogrammo a metro cubo per il benzo(a)pirene. Tale divieto era in vigore dal 1-1-1999 per le aree urbane sopra 150.000 abitanti. Stupisce perché i danni, anche severi e irreversibili, sulla salute umana e dei bambini in particolare, conseguenti all’esposizione a sostanze chimiche sono oramai noti e documentati da ampia letteratura scientifica. L’impegno prioritario dei Governi pertanto è quello di controllare e ridurre quanto possibile l’immissione di sostanze tossiche nell’ambiente.

Molto in questo senso è ancora da fare, ma molto è stato fatto grazie alla normativa europea e anche italiana a dimostrazione di una costante e doverosa attenzione dei Governi al problema. Tale decreto legislativo di fatto mantiene ancora per 2 anni i cittadini italiani al rischio di esposizione a livelli elevati di questo pericolosissimo inquinante, svincolando le aziende inquinanti dall’obbligo di abbattere le emissioni in eccesso. In particolare, mantiene in questa inaccettabile situazione di rischio i cittadini ed i bambini di Taranto, città in cui l’acciaieria più grande d’Europa, l’Ilva, immetterebbe, secondo i calcoli dell’Arpa Puglia, il 98% del benzo(a)pirene presente nel quartiere più vicino.

Desta preoccupazione inoltre osservare che, ai sensi del Decreto Legge, il valore obiettivo, 1 nanogrammo al metro cubo, anche dopo la data indicata, dovrà essere osservato purché ciò non comporti “costi sproporzionati”. E' compito della comunità scientifica porre all’attenzione del Governo i “costi umani” dovuti all’esposizione al benzo(a)pirene che, come recita la direttiva 2004/107/CE del Parlamento europeo, è agente cancerogeno genotossico.

Ci preme inoltre ricordare che la letteratura scientifica dimostra che l’esposizione in gravidanza ad elevati livelli di benzo(a)pirene comporti il rischio di ridurre il Quoziente Intellettivo del neonato, aumenti il rischio di malattie respiratorie del bambino e, poiché il feto può essere fino a 10 volte più suscettibile al danno del Dna, possa tramite esposizione prenatale incrementare molto il rischio cancerogeno. Si chiede pertanto, in considerazione dei rischi per la salute sproporzionati ed inaccettabili derivanti dall’esposizione a livelli elevati di tale agente cancerogeno, che il Governo riveda le sue decisioni con la massima urgenza e ripristini integralmente la precedente normativa sul benzo(a)pirene.

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Tratto dal blog del Comitato per Taranto

La petizione sul benzo(a)pirene alla Camera


Inquinamento atmosferico: Legambiente domani alla Camera dei Deputati presenta la petizione sul benzo(a)pirene
Tra i primi firmatari Cogliati Dezza, Realacci, Vendola, Poli Bortone, Schittulli, Stefàno, Camusso e Landini


Nomi illustri della politica di tutti gli schieramenti, del sindacato e del mondo scientifico hanno firmato la
petizione sul benzo(a)pirene lanciata un mese fa da Legambiente per chiedere al Governo di rivedere con urgenza il decreto legislativo 155/2010, meglio noto come

“legge salva Ilva”,

che ha peggiorato la normativa sulla presenza di questo inquinante killer nell’aria delle grandi città italiane......

“Nonostante il benzo(a)pirene sia un potente cancerogeno - ricorda Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - il Governo con un decreto approvato in piena estate ha prorogato al 31 dicembre 2012 la scadenza per ridurre la sua concentrazione nell’aria sotto la soglia di 1 nanogrammo per metro cubo. È una proroga imperdonabile che prolunga l’esposizione di milioni di cittadini ad un inquinante killer in città come Taranto, Trieste, Venezia o Padova o aree metropolitane come quelle di Milano e Torino. Per questo chiederemo alla Commissione ambiente della Camera dei deputati di attivarsi per convincere il governo a fare marcia indietro”....

La riduzione delle emissioni di benzo(a)pirene deve essere ottenuta con interventi sugli impianti industriali e sulle altre fonti con costi anche rilevanti,

perché il diritto alla salute dei cittadini e dei lavoratori va garantito in ogni caso.

Solo con un’industria innovativa e davvero sostenibile infatti il nostro Paese sarà in grado di affrontare in modo efficace la crisi economica e occupazionale, esorcizzando disastrose ipotesi di delocalizzazione degli impianti”.

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