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Tratto dalla Pagina Facebook del Medico Isde Giovanni Ghirga
Il cambiamento climatico è una crisi tanto grave quanto la Covid-19 04/05/2020. Un nuovo sondaggio Ipsos, condotto in 14 Paesi ha rilevato che globalmente il 71% dei cittadini – e il 72% degli italiani – concorda che il cambiamento climatico è un evento grave tanto quanto la pandemia. L’indagine mostra un ampio sostegno alle azioni dei governi per dare priorità al cambiamento climatico nella ripresa economica dopo il Covid-19, con il 65% degli intervistati a livello globale che concorda sull’importanza di questo aspetto. La maggioranza dell’opinione pubblica mondiale (68%) è d’accordo sul fatto che se i governi nazionali non agiscono ora per combattere il cambiamento climatico, deluderanno i propri cittadini e il 57% afferma che sarebbe scoraggiato dal votare per un partito politico le cui politiche non prendono sul serio il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico rimane il problema ambientale più importante a livello globale, con il 37% che lo cita come uno dei tre principali problemi ambientali. Altre questioni ambientali importanti per i cittadini sono l’inquinamento atmosferico (33%) e la quantità di rifiuti che generiamo (32%), seguiti dalla deforestazione (26%) e dall’inquinamento idrico (25%). La preoccupazione per le prime quattro questioni è aumentata da due anni. Secondo la ricerca inoltre la maggior parte dei cittadini è disposto ad esercitare il proprio potere d’acquisto: evitare prodotti che hanno molti imballaggi è il cambiamento più popolare, con il 57% a livello globale e condiviso dal 58% dei cittadini italiani. Evitare di acquistare nuovi prodotti condiviso dal 52% dei cittadini globali, risparmiare energia in casa (50%), riciclare (49%) e risparmiare acqua in casa (49%). Anche in questo caso, le opinioni dei cittadini italiani sono molto in linea con quanto affermato dai cittadini a livello mondiale. Il sondaggio è stato condotto online tra oltre 28.000 adulti tra il 16 aprile e il 19 aprile 2020. Panorama Sanitá 2020. IN REALTA' I CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO UNA CRISI MOLTO PIÙ GRANDE.
È troppo lenta questa decarbonizzazione.E il cambiamento climatico avanza
L’intensità media di carbonio in rapporto al Pil globale sta calando, ma molto meno di quello che servirebbe per limitare l’aumento delle temperature a +1,5-2 gradi. L’analisi di PwC.
L’economia globale è ancora troppo agganciata ai combustibili fossili e si allontana sempre di più l’obiettivo di limitare l’incremento della temperatura media a +1,5-2 gradi entro la fine del secolo.
Questo, in sintesi, è il messaggio diffuso dalla società di consulenza PwC nella nuova edizione del suo Low Carbon Economy Index, che sottolinea l’enorme “buco” tra la retorica dell’emergenza climatica e le risposte date finora da governi, istituzioni e imprese in tutto il mondo.
Difatti, dal 2000 al 2018 l’intensità media di carbonio a livello mondiale, calcolata in tonnellate di anidride carbonica in rapporto al prodotto interno lordo (tCO2/m$GDP), è diminuita ogni anno dell’1,6% come riassume il grafico sotto.
Molto meno, quindi, del tasso di decarbonizzazione richiesto per contenere il surriscaldamento del nostro Pianeta a un paio di gradi centigradi: in questo caso, secondo le stime di PwC, l’intensità di carbonio dovrebbe calare del 7,5% l’anno e ancora di più (-11,3%) volendo puntare a un aumento della temperatura di circa un grado e mezzo.
Nel 2018, ricordano gli esperti di PwC, il Pil globale è cresciuto del 3,7% e il consumo energetico è salito del 2,9% mentre le emissioni di CO2 sono anch’esse cresciute (+2%), a causa del ruolo sempre dominante dei carburanti fossili nel mix energetico complessivo.
Così la carbon intensity è diminuita meno della metà in confronto al valore registrato nel 2015: -1,6% nel 2018 vs -3,3% tre anni prima e di questo passo, spiega PwC, i paesi del G20 non raggiungeranno nemmeno gli obiettivi fissati nei loro piani nazionali per contribuire alla riduzione delle emissioni (NDC: Nationally Determined Contributions).
Nella tabella seguente osserviamo i cinque paesi che nel 2018 hanno segnato i risultati migliori: tra questi l’Italia con un calo dell’intensità di carbonio pari al 4% in confronto ai dodici mesi precedenti e un taglio delle emissioni correlate agli usi energetici del 3,2% nel paragone con il 2017.
Tuttavia, in media il tasso della decarbonizzazione nel periodo 2000-2018 (-1,9%) è stato abbastanza in linea con il valore mondiale (-1,6%) quindi anche il nostro paese dovrà intensificare moltissimo gli sforzi.
Germania, Messico, Francia e Arabia Saudita sono le altre nazioni del G20 che hanno visto diminuire di più la carbon intensity lo scorso anno rispetto al 2017.
In altre parole, senza una riduzione rapida e drastica delle emissioni inquinanti, tra pochi anni si chiuderà l’ultima “finestra” utile per evitare le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici.
Secondo l'Accademia europea delle scienze la priorità a livello politico è quella di stabilizzare il clima e aumentare gli sforzi per ridurre leemissionidi gas serra con l’obiettivo di raggiungere un’economia a zeroemissioni fossili entro il 2050
In un recente lavoro l’Accademia Europea delle Scienze (ESASAC) si è occupata di cambiamento climatico, evidenziando alcune importanti sfide da mettere in atto, in particolare la riduzione delle emissioni in atmosfera e il monitoraggio degli eventi metereologici estremi.
Molta attenzione, in questo report, è dedicata agli effetti sulla salute, che sono complessi, non solo perché sono sia diretti che indiretti, ma anche in quanto si intersecano con molte questioni, come l’urbanizzazione, l’invecchiamento e le abitudini della popolazione.
I messaggi che l’Accademia delle Scienze lancia sono i seguenti:
il cambiamento climatico è su scala globale, risulta attribuibile all’attività umana e sta già colpendo la salute umana con un rischio sempre maggiore nel futuro
è necessario assumere decisioni importanti in breve tempo per far sì che le temperature non si alzino sopra i due gradi rispetto a livello pre-industriale, già questo ridurrebbe i rischi per la salute umana
alcuni benefici sulla salute si potrebbe ottenere, nel breve termine, optando per la decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni in atmosfera e l’adozione di misure di mitigazione dei cambiamenti climatici
gli effetti del cambiamento climatico sulla salute non sono confinati all’Europa ma vanno oltre i suoi confini
le soluzioni sono a portata di mano, ma sicuramente può essere fatto di più partendo dalle conoscenze attuali ma questo richiede una precisa volontà politica
la comunità scientifica ha un ruolo importante nel creare conoscenza e nel combattere l’ignoranza sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute e sui fattori che aumentano la vulnerabilità ma anche sulle strategie di mitigazione da adottare in stretta collaborazione con i decisori politici.
Secondo l'Accademia europea delle scienze la priorità a livello politico è quella di stabilizzare il clima e aumentare gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra con l’obiettivo di raggiungere un’economia a zero emissioni fossili entro il 2050.
A livello di società, è necessario costruire legami strategici tra adattamento e mitigazione, lavorando sul cambiamento climatico, ma anche sull’inquinamento e su altri settori. Questo presuppone la definizione di un chiaro confine tra ciò che è di competenza dell’UE e ciò che, invece, riguarda i singoli Stati con l'obiettivo di intergrare quanto più possibile le regole dell’una e degli altri.
Per quanto riguarda in particolare le politiche sanitarie, gli scienziati dell'Accademia sintetizzano il loro contributo nelle seguenti raccomandazioni.
La salute deve divenire un elemento trasversale di tutte le politiche, per questo è necessario:
riformare la strategia di adattamento per assicurare maggiore attenzione sulle conseguenze che i cambiamenti climatici hanno sulla salute
valutare l’impatto reale sulla salute delle strategie di adattamento e mitigazione legate ai cambiamenti climatici, come ad esempio quelle che riguardano i trasporti, l’energia e il settore immobiliare/edilizio, la qualità dell’aria, l’economia circolare, la bioeconomia, le politiche di migrazione
sviluppare sistemi alimentari sani e sensibili al cambiamento climatico sia a livello di nazione che di singole città in comune accordo con la politica agricola comune dell’UE
promuovere linee guida per una dieta sostenibile, valutando se e come l’UE, ma anche i singoli paesi membri, possono usare questi criteri per influenzare le politiche legate alla produzione di cibo
mettere in connessione il cambiamento climatico e gli obiettivi di salute con tutte le altre politiche non solo quelle dei paesi confinanti ma anche politiche internazionali, con particolare riferimento a quelle stabilite dall’Organizzazione mondiale della salute, dal G7 e dal G20.
La ricerca deve colmare i "gap" di conoscenza con un continuo impegno per comprendere i meccanismi dell’impatto dell’ambiente sulla salute.....
I dati devono essere intergrati per rafforzare la comprensione dei legami tra rischio ed esposizione, inoltre devono essere approfonditi i rapporti tra ambiente, politiche socio-economiche e dati sanitari.
Il rischio legato alla salute e dovuto ai cambiamenti climatici deve essere oggetto di comunicazione, risulta urgente aumentare la consapevolezza di quali possano essere gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute umana.
La comunità scientifica deve fare di più:
comprendere quali sono i comportamenti individuali ma anche quelli collettivi
opporsi alla disinformazione e alla polarizzazione delle idee
rafforzare la risposta attraverso maggiori servizi sanitari ed anche attraverso l’attività delle Agenzie europee.
Il 40% dell’energia elettrica mondiale proviene da centrali a carbone mentre acqua, sole e vento contribuiscono solo per il 25%. Perché? Perché i combustibili fossili continuano a godere di condizioni di favore: sovvenzioni alla produzione, garanzie sui prestiti bancari, assicurazioni sulle vendite all’estero, esenzioni fiscali. Ma la distorsione più ampia, ricorda Francesco Gesualdi, è rappresentata dalla possibilità di calcolare i prezzi dei combustibili fossili senza tenere conto dei costi umani, sociali, ambientali connessi alla loro produzione e al loro consumo
Questa estate infuocata contribuisce a farci capire che dobbiamo impedire alla temperatura terrestre di innalzarsi ulteriormente. Dal 1880 ad oggi è aumentata appena di un grado centigrado e già si vedono gli effetti. I cambiamenti climatici non riguardano solo il futuro dei nostri figli e nipoti, sono realtà già oggi.Si verificano tempeste sempre più violente, incendi sempre più frequenti, penuria d’acqua per riduzione dei ghiacciai, innalzamento dei mari per scongelamento delle calotte polari. Nessuno ha più certezza del destino del proprio territorio: l’alterazione delle piogge può trasformare ridenti paesaggi in deserti, città costiere in un intreccio di canali per l’avanzare del mare, ampi territori in distese d’acqua per lo straripamento dei fiumi. Con ricadute sociali inimmaginabili. Dal 2008 al 2018, nel mondo si sono avuti 265 milioni di sfollati per disastri naturali, molti di loro per l’instabilità del clima.
I cambiamenti climatici sono l’effetto indesiderato della nostra crescita economica. Per definizione la produzione esige energia, la sua scarsità è il motivo per cui in passato la produzione rimaneva pressoché stazionaria. Limite che la rivoluzione industriale ha superato con l’accesso ai combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) e l’invenzione di macchine capaci di trasformare il loro enorme potenziale energetico in movimento, calore, elettricità. Peccato che attraverso questa operazione si siano messe in libertà miliardi di tonnellate di anidride carbonica, in misura ben superiore alla capacità di assorbimento di oceani e sistema vegetale. Da cui l’accumulo di anidride carbonica in atmosfera con conseguente intrappolamento dei raggi solari, aumento della temperatura terrestre e cambiamento del clima che porta con sé calamità, alterazione della piovosità e quindi riduzione della produzione di cibo e migrazioni.
Gli scienziati ci dicono che per arginare la situazione dobbiamo dimezzare le emissioni di anidride carbonica da qui al 2030 e azzerarle entro il 2050. Detta in altri termini dobbiamo abbandonare i combustibili fossili. Ci stiamo provando, ma in maniera ancora troppo lenta. Basti dire che di tutta l’energia che consumiamo a livello mondiale, l’80% proviene ancora dai combustibili fossili. Non solo petrolio e gas, che assieme coprono il 53% del fabbisogno energetico mondiale, ma anche il carbone (assai più inquinante) che interviene per il 28%. E se guardiamo al modo in cui produciamo energia elettrica, per certi versi la situazione è ancora più riprovevole. Benché disponiamo di ottime tecnologie nel settore delle rinnovabili, i fossili la fanno ancora da padroni. Il 40% dell’energia elettrica mondiale proviene da centrali a carbone mentre acqua, sole e vento contribuiscono solo per il 25%.
A detta di tutte le istituzioni internazionali, una delle ragioni per cui procediamo in maniera troppo lenta sulla strada della transizione energetica è perché i combustibili fossili continuano a godere di condizioni di favore che li rendono artificiosamente convenienti. Tre sono le vie attraverso le quali il loro prezzo può essere distorto rendendo conveniente il loro consumo. La prima strada è quella delle sovvenzioni alla produzione: soldi pubblici dati alle imprese energetiche a sostegno dei loro investimenti estrattivi. Secondo l’Ocse, nel 2017 sono ammontati a 24 miliardi di dollari ed hanno visto in prima linea Stati Uniti, Russia, Cina, Australia, Brasile che usano i soldi dei cittadiniper sostenere l’estrazione di carbone e degli idrocarburi più reconditi come le scisti bituminose e i gas da argille. L’Organizzazione britannica Overseas Development Institute parla di energia zombie e si riferisce a tutti quei combustibili che senza sovvenzioni rimarrebbero dove sono perché non sarebbe conveniente portarli alla luce. Un ammontare che produce ogni anno più di 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica corrispondente al 3% del totale emesso nel 2015. La stessa quantità emessa dal traffico aereo a livello mondiale.
I contributi in denaro sono la modalità più diretta di aiuto pubblico alla produzione, ma non l’unica forma di sostegno. Ne esistono anche di indirette come le garanzie sui prestiti bancari, le assicurazioni sulle vendite all’estero, le esenzioni fiscali. E sono proprio quest’ultime la seconda grande strada utilizzata dagli stati per sostenere i combustibili fossili non solo dal lato della produzione, ma anche del consumo. Valgano come esempio i tagli alle tasse accordati alle compagnie aeree, alle centrali termoelettriche, agli autotrasportatori, sugli acquisti di carburante.Esenzioni ad impatto negativo non solo per l’ambiente, ma anche per le casse pubbliche. In Italia, anno 2016, hanno determinato un mancato introito pari a 16 miliardi di euro. A livello dei 44 paesi più ricchi del mondo, la perdita è stata di 300 miliardi di dollari. Somme preziose mancate alla transizione energetica e al sostegno ai più paesi deboli contro i cambiamenti climatici.
Nella dichiarazione rilasciata dai capi di stato a conclusione del G20 di Osaka, è compreso anche l’impegno ad eliminare ogni forma di supporto ai combustibili fossili, ma è necessario che alle parole seguano i fatti. Ad esempio non è di buon auspicio che dopo quattro anni di costante riduzione, nel 2017 i sostegni siano tornati a salire registrando un aumento del 5% sul 2016.
E tuttavia le sovvenzioni e le esenzioni sono solo una minima parte dell’intera distorsione di prezzo permessa ai combustibili fossili.La distorsione più ampia è rappresentata dalla possibilità di calcolare i prezzi senza tenere in alcun conto i costi umani, sociali, ambientali connessi alla loro produzione e al loro consumo.Aspetti che gli economisti definiscono esternalità, a rimarcare il diritto delle imprese di ignorarli perché fuori dal perimetro dei costi di produzione. Un modo di concepire la formazione dei prezzi che ci fa vivere perennemente in tempo di saldi, realizzati però alle spalle del nostro pianeta e della nostra salute. Secondo una ricerca del Fondo Monetario Internazionalei danni ambientali e sanitari provocati dai combustibili fossili sono stimabili in 5mila miliardi di dollari, il 6,3% del Pil mondiale realizzato nel 2017.Se dovessimo includere nel prezzo dei combustibili fossili anche il risarcimento dei danni che provocano, il prezzo del carbone dovrebbe aumentare del 100%, quello del petrolio del 20%. Una prospettiva che ci fa tremare pensando al fiume di denaro che vedremmo uscire dai nostri portafogli, ma che ridurrebbe le emissioni di anidride carbonica del 28% e le morti da inquinamento del 46%.
Nell’Unione Europea si è cercato di mettere una toppa a questa distorsione con un sistema piuttosto complicato che impone alle imprese più inquinanti di pagare una sorta di tassa per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa. Ma l’importo pagato si aggira sui 15 euro a tonnellata, mentre a detta di molti dovrebbe essere almeno di 40 euro. Il sistema insomma è da perfezionare e in ogni caso deve accompagnarsi anche ad altre misure per evitare che gli inevitabili aumenti di prezzo al consumo finale aggravino ulteriormente le condizioni di vita delle fasce più deboli. La rivolta dei gilet gialli deve servirci da monito per ricordarci che oltre a intervenire sui prezzi per riportarli a livelli più realistici bisogna intervenire sulla spesa pubblica per dotare la comunità di servizi pubblici capaci di sopperire i bisogni non più esaudibili per via privata a causa dei prezzi elevati.
Tutto questo per confermare come sociale e ambientale siano due dimensioni inscindibili e come la difesa dell’ambiente vada cercata all’interno di un più ampio progetto di società.
MOBILITIAMOCI PER SALVARE IL PIANETA E PER SALVARE LA NOSTRA STESSA SOPPRAVVIVENZA .
UNITI PER LA SALUTE ONLUS ADERISCE A FRIDAYS FOR FUTURE . Tratto da Facebook di Luca Mercalli : Mai tante crisi tutte insieme: clima, ambiente, energia, risorse naturali, cibo, rifiuti, economia. Eppure la minaccia della catastrofe non fa paura a nessuno. Come fare? Ci vuole una nuova intelligenza collettiva. Stop a dibattiti tra politici disinformati o in conflitto d’interessi.Se aspettiamo loro sarà troppo tardi, se ci arrangiamo da soli sarà troppo poco,ma se lavoriamo insieme possiamo davvero cambiare.
Il cambiamento deve partire dalle nostre case (più coibentate), dalle nostre abitudini, più sane e economiche: dal consumo d’acqua, ai trasporti, dai rifiuti alle energie rinnovabili e allo stop al carbone, dall’orto all’impegno civile!!
Al via la coalizione mondiale su sanità, ambiente e cambiamento climatico
Oms, Unep e Wmo insieme per ridurre i milioni di morti da inquinamento atmosferico
[4 giugno 2018]
Nei giorni scorsi, i leader dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms – World Health Organization), dell’United Nation environment programme (Unep) e dell’Organizzazione meteorologica mondiale (World meteorological organization – Wmo) hanno lanciato una coalizione mondiale sulla salute e il cambiamento climatico e spiegano che «Mentre i problemi ambientali, e in particolare l’inquinamento atmosferico, costano ogni anno la vita a 12,6 milioni di persone, uno dei principali obiettivi di questa coalizione è quello di ridurre questo numero».
La Wmo collabora già strettamente con Oms e Unep, ma questa nuova coalizione mondiale, prevista alla 22esima conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on climate change (Unfccc) di Marrakech del 2016, si baserà sui servizi meteorologi nazionali per rafforzare la protezione della salute contro i rischi ambientali e quelli legati al cambiamento climatico.
Le tre agenzie Onu evidenziano che «Si tratterà di migliorare il servizi climatologici, come le previsioni stagionali, che permettono di gestire meglio le malattie influenzate dal clima come il colera e la malaria gli allarmi di ondate di caldo – per lottare contro questo problema crescente – e i servizi di allerta precoce multi-pericoli in caso di condizioni meteorologiche a forte impatto, come i cicloni tropicali»......
La nuova Global coalition on health, environment and climate change punta a mettere in comune le competenze e a giungere a un migliore coordinamento. Uno dei risultati più immediati sarà la a Global Conference on Air Pollution and Health che si terrà il 30 ottobre e il primo novembre a Ginevra.
il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore esecutivo dell’Unep, Erik Solheim, e il segretario generale della Wmo Petteri Taalas, hanno presentato ai delegati dell’Assemblea mondiale annuale dell’Oms le priorità, le opportunità e le sfide dei mesi e degli anni a venire.
Tedros ha sottolineato che «Se vogliamo ottenere la “Salute per tutti”, dovremo limitare i costi della sanità e per questo occorrono tre cose. la prevenzione, la prevenzione e ancora la prevenzione. Dobbiamo fare in modo che l’aria sia pura, l’acqua potabile e l’alimentazione nutritiva».
Secondo l’Oms, ogni anno muoiono prematuramente 7 milioni di persone per malattie causate dall’inquinamento atmosferico come infarti vascolari e cerebrali, cardiopatie, infezioni respiratorie e cancri. Nella grande maggioranza delle città l’inquinamento atmosferico supera i limiti raccomandati dall’Oms. «Ma numerosi inquinanti pericolosi per la salute sono anche nocivi per l’ambiente e intensificano il cambiamento climatico – fanno notare l’Oms, Unep e Wmo – il black carbon emesso dai motori diesel, le stufe per cucinare e l’incenerimento dei rifiuti e l’ozono troposferico sono degli inquinanti pericolosi di breve durata di vita nell’atmosfera. Si stima che riducendo le emissioni di inquinanti di questo tipo, provenienti per esempio dalla circolazione dei veicoli, delle stufe per cucinare e dall’industria, potremmo contribuire a diminuire il riscaldamento globale di 0,5° C entro il 2050».
Taalas ha sottolineato che «E’ necessario combattere gli inquinanti a breve durata di vita, ma la grande sfida è quella di ridurre le emissioni di biossido di carbonio. In effetti, quest’ultimo è il principale gas responsabile dei cambiamenti climatici e persiste nell’atmosfera e negli oceani durante migliaia di anni. Nel 2017, le concentrazioni medie mondiali di CO2 avevano superato la soglia di 400 ppm e la media delle temperature è stata superiore di 1,1° C rispetto ai livelli dell’epoca pre-industriale. Il cambiamento climatico ha delle ripercussioni negative sulle economie dei Paesi in via di sviluppo e il osto delle catastrofi naturali, in particolare dei cicloni tropicali, l’anno scorso ha segnato un nuovo record».
Per questo il direttore generale della Wmo ha chiesto di «Accelerare l’applicazione dell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico per contenere l’aumento delle temperature al di sotto di 2° C entro la fine del secolo. Da un punto di vista realistico, ci attendiamo piuttosto un aumento da 2 a 4° C. Se utilizziamo tutte le risorse in combustibili fossili, sarà di 8° C. Il mondo dispone di 30 anni per ridurre la sua impronta di carbonio in combustibili fossili, tagliare le emissioni di gas serra e passare a energie pulite e rinnovabili, ricercando una soluzione efficace sia contro il cambiamento climatico che contro l’inquinamento».
Solheim è fiducioso. «La necessità urgente di combattere l’inquinamento in Paesi come la Cina ha dato un nuovo impulso agli sforzi di riduzione dei gas serra e alla lotta contro il cambiamento climatico a lungo termine. Se acceleriamo lo sfruttamento di fonti di energie rinnovabili, moriranno meno persone a causa del’inquinamento atmosferico, allora creeremo un ambiente senza inquinamento».
AMY GOODMAN: Siamo su Democracy Now!, democracynow.org, The War and Peace Report. Sono Amy Goodman. Questo caos climatico, che sembra non arrestarsi più, ha spinto numerose celebrità a mettere in guardia contro i pericoli del riscaldamento globale..... Ma cosa dobbiamo dire, non solo su quanto dice il Presidente Trump, ma anche sulla mancanza di copertura mediatica su questo argomento e sulla mancanza di informazioni sulle connessioni che esistono tra gli ultimi terribili uragani, già passati e in arrivo, sugli incendi, le tempeste, la siccità e su tutte le altre catastrofi che succedono nel resto del mondo e che ci fanno impallidire se mettiamo a confronto il numero dei decessi avvenuti nel nostro paese con i 1.300 provocati dalle inondazioni nel Sud asiatico ?
NAOMI KLEIN:......Credo che sia davvero il momento di spiegare le connessioni tra questi eventi, perché gli scienziati del clima ci avvertono da decenni che viviamo su un pianeta più caldo ed il caldo tra rendendo questo : un pianeta estremo. E un mondo estremo diventa una specie di palla che rimbalza tra il troppo e il non abbastanza. Troppe precipitazioni che diventano eventi estremi, non solo la pioggia, ma anche la neve – ricordiamoci di quelle bizzarre tempeste di Boston, poi ci sono inverni con poca neve e all’improvviso si scarica giù una quantità di neve mai vista – e poi non c’è abbastanza acqua, così si creano le condizioni perfette per i fuochi che bruciano e che scappano fuori da ogni controllo. Ma il fuoco è una parte normale del ciclo delle foreste, solo che quello che vediamo ora è molto di più, ecco perché vediamo incendi e fuochi in quantità mai registrate, per esempio nell’area urabana di Los Angeles, un filo di fumo che un paio di settimane fa ha attraversato il paese dal Pacifico all’Atlantico, un intero continente coperto da un pennacchio di fumo, e nessuno che ne abbia parlato, perché era più importante parlare di Irma che stava per arrivare giù in Florida.
Quindi, questo è il mondo estremo — stiamo cominciando a intravederlo — quel mondo dal quale avevano cercato di metterci in guardia. E sentiamo frasi come “la nuova normalità”, ma queste sono parole è un po’ fuorvianti, perché non credo che – in queste cose – esista una normalità. Vedi, è esattamente la imprevedibilità che dobbiamo cercare di capire. E penso che un mondo più caldo significhi solo che ci sono sempre meno intervalli tra un evento estremo e un altro.
AMY GOODMAN: Quindi adesso abbiamo il sindaco di Houston, Sylvester Turner, che ha annunciato di aver nominato Chief Recuperation Officer di Houston, l’ex CEO della Shell Oil Company, Marvin Odum. Turner ha dichiarato in una intervista: “Con tutte le risorse e gli ingegni che esistono a Houston, per me è stato un passo naturale cercare qualcuno capace di risolvere i problemi e creare partnership pubblico-privato, e cercarlo fuori dallo staff del mio municipio, qualcuno desideroso di aiutarci nella ricostruzione dopo inondazioni senza precedenti. … E con questo arriviamo al tuo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. Quando ci si trova in mezzo ad un disastro, come si deve affrontare per trasformarlo in una opportunità?
NAOMI KLEIN: Bene, voglio dire noi dobbiamo reagire a crisi come questa. Le crisi sono messaggi. Sono messaggi che ci dicono che qualcosa non funziona nel sistema. Sai, non si tratta solo di disastri naturali. Si tratta di disastri che sono diventati qualcosa di innaturale, che sono diventati innaturalmente delle catastrofi, certamente per effetto dell’impatto del cambiamento climatico, ma anche per effetto della deregulation, per effetto delle diseguaglianze e delle ingiustizie razziali.
E l’industria del petrolio ne è il centro nevralgico. Se guardiamo al modo in cui una tempesta si trasforma da disastro in catastrofe, come è successo con Harvey, vediamo dove si può arrivare quando l’impatto dell’intersezione dei flussi dell’acqua, impatta con una industria del petrolio e del gas che sono state deregolate e con una industria petrolchimica capace di creare una infernale zuppa tossica, come tu hai ampiamente detto, Amy, giusto? E la stessa cosa accade con la violenza delle tempeste, che diventano ancora più forti per effetto dell’impatto globale provocato da queste e anche da altre industrie. Quindi, l’industria del petrolio e del gas sta rendendo più violento l’impatto delle tempeste a livello locale, cosa che abbiamo visto in città come Houston, e poi a livello mondiale, e questo per un effetto cumulativo della combustione di tutti questi carburanti fossili.
E allora, chi andiamo a cercare per fare il responsabile della ricostruzione se non un ex CEO della Shell Oil, una delle più grandi società petrolifere che conosciamo — e di cui conosciamo le responsabilità — per l’impatto delle emissioni globali che provengono essenzialmente dalla combustione di materiali fossili.Questa roba dovrebbe essere lasciata dove sta e non dovrebbe essere usata.E questo parlando della Exxon, della Shell, della BP e delle altre società dell’industria e naturalmente del carbone, perché hanno tutte contribuito a rendere ancora più grave questo disastro. Quindi è davvero un mondo che si sta andando al rovescio, un mondo in cui quelli che sono i responsabili,quelli che dovrebbero pagare il conto dei disastri prodotti, invece vengono chiamati, come esperti, a pianificare come spendere il denaro pubblico,cosa questa che è una vera necessità ma che dovrebbe — in un mondo che avesse una mente sana — essere speso per progettare una transizione veloce verso il 100% di energie rinnovabili, usando tutte le tecnologie disponibili.
Un progetto che potrebbe in effetti essere ridisegnato in tempi brevissimi e in modo equo e giusto, ma questo significherebbe che le persone che sono state maggiormente danneggiati dal modo di fare di oggi, quelle comunità che sono state avvelenate da queste industrie, quegli uomini che hanno respirato l’aria tossica, dovrebbero essere in prima fila nel possedere e nel controllare come si produce la loro propria energia rinnovabile, lavorandoci dentro, ecco, assicurandosi che i lavoratori che perdono il posto di lavoro perché le vecchie industrie chiudono, vengano prontamente riqualificati e impiegati nella produzione e nella economia di una nuova energia pulita. Beh, pensiamo davvero che la Shell possa essere il buon pastore per guidare un processo come questo? Ovviamente no. ....
Il cambiamento climatico aumenterà i casi di morte prematura
Se le tendenze rimarranno le stesse, l’inquinamento atmosferico causato dal cambiamento climatico provocherà un ulteriormente aumento delle mortipremature. A lanciarel’allarme su Nature Climate Change, sono stati i ricercatori della University of North Carolina a Chapel Hill, secondo cui l’inquinamento atmosferico causerà circa 60 mila morti premature nel 2030 e ben 260 mila nel 2100.
Per capirlo, lo studio, uno dei più approfonditi su come il cambiamento climatico possa influenzare la salute pubblica attraverso l’inquinamento atmosferico, si è servito dei risultati delle più importanti ricerche di modellazione del cambiamento climatico a livello mondiale. “Il cambiamento climatico influenza le concentrazioni di inquinanti nell’atmosfera e avrà un forte impatto anche sulla salute di tutto mondo, causando milioni di morti premature persone ogni anno per inquinamento atmosferico”, precisa l’autore dello studio, Jason West.
Più precisamente, le temperature più calde accelerano le reazioni chimiche che creano inquinanti atmosferici come l’ozono e polveri sottili, già noti per avere effetti negativi sulla salute pubblica.Così, West e il suo team di ricercatori hanno associato i dati dei diversi modelli climatici globali per riuscire a determinare il numero di morti premature a causa dell’ozono e del particolato sia nel 2030 che nel 2100. Per ciascun modello, il team ha poi valutato i cambiamenti previsti per l’inquinamento atmosferico che potrebbero essere associati ai cambiamenti climatici futuri. Dai risultati dello studio è emerso che i cambiamenti climatici potrebbero causare un aumento delle morti premature da inquinamento atmosferico in tutte le regioni del mondo: più precisamente, circa 60mila nel 2030 e circa 260mila nel 2100. “La nostra scoperta è il segnale più chiaro che i cambiamenti climatici saranno dannosi per la qualità dell’aria e, quindi, per la nostra salute”, spiega West. “Per capirlo abbiamo collaborato con alcuni dei migliori gruppi di modellazione del clima in tutto il mondo negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Giappone e Nuova Zelanda, rendendo questo studio il più completo che esista riguardo questa tematica”
C'è voluta la minaccia del razionamento dell'acqua a Roma per far finire, finalmente e con colpevole ritardo, sulle prime pagine dei grandi media generalisti la questione degli impatti del cambiamento climatico in Italia.
La soddisfazione è ben magra, ma dal piccolo della nostra testata di settore possiamo dire: “ve l'avevamo detto”.
Da anni infatti riportiamo le numerose pubblicazioni scientifiche che mettono in guardia sugli impatti del global warming per il nostro Paese, e non solo in coincidenza con le cosiddette “emergenze”, se di emergenze si può parlare riguardo alle manifestazioni di un cambiamento climatico ben noto e in atto da tempo.
La crisi idrica in atto
La situazione attuale, che oggi sarà forse un po' alleviata da un po' di maltempo, almeno al Nord, è nota: secondo i dati Crea, ente di ricerca del Mipaaf, gli ultimi mesi hanno fatto registrare temperature di 3,2 °C superiori alla media del periodo associate ad un dimezzamento delle precipitazioni: -53% rispetto alla media del mese di giugno.
I gravissimi effetti li abbiamo sotto gli occhi e stanno colpendo anche in regioni in cui normalmente la siccità non era un problema, come la pianura padana, dove, ad esempio, il livello idrometrico del Po - dal cui bacino idrico dipende il 35% della produzione agricola nazionale - è sceso 3,23 metri sotto lo zero idrometrico.
Secondo il Mipaaf, questo sta causando perdite di produzione nell'ordine del 40-50% nel settore cerealicolo, oltre ad una consistente contrazione nella produzione nazionale di latte.
Se “l'emergenza” è finita sui giornali solo in questi giorni, la crisi va fatta iniziare già alla fine del 2016, peraltro quasi completamente ignorata: nell'inverno 2016-2017 (sempre dati Crea) le precipitazioni si sono praticamente dimezzate in tutta Italia, scendendo del 47,4%, con un picco negativo a dicembre in cui è caduta addirittura il 67% di acqua in meno sulla Penisola e in particolare sulle regioni del Nordest.
Il ruolo del global warming
Non è mai facile stabilire quanto un singolo evento meteorologico estremo, come un ondata di calore e la siccità proche ci sta colpendo, sia da attribuire al cambiamento climatico in atto. La scienza non lascia invece alcun dubbio sulla tendenza che vede aumentare la frequenza e l'intensità di questi fenomeni, questa sì attribuibile con certezza al global warming.
Anche sulla causa del cambiamento climatico la scienza ci dice chiaramente che dipende dall'aumento dei gas serra messi in atmosfera dall'uomo, CO2 da combustibili fossili in primis. Ma si sono ormai innescati effetti a catena che coinvolgono l’aumento delle temperature delle superfici marine e la riduzione dei ghiacci, che a loro volta contribuiscono ad accelerare lo sconvolgimento in atto.
Il Mediterraneo e l’Italia in particolare – riportavamo qualche settimana fa citando una pubblicazione su Climate Signals - è un osservato speciale dei climatologi, perché considerato un “hotspot” dove potranno verificarsi le conseguenze più negative legate ai cambiamenti climatici: non solo ondate di calore e scarse precipitazioni estive, ma anche desertificazione di vaste aree, scioglimento dei ghiacciai alpini, incendi e così via.
Anche l'Agenzia Europea per l'Ambiente (AEA), nel suo ultimo rapporto "Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2016", avvertiva che proprio nell'area del Mediterraneo si avranno gli impatti più gravi del cambiamento climatico.........
Bloomberg contro Trump sul clima: “Cambi idea su accordi di Parigi, gli americani li sostengono”
Bruxelles – Il popolo degli Stati Uniti “è a favore della battaglia contro il cambiamento climatico e mi spiace che il nostro presidente Donald Trump abbia scelto di escludere gli Usa dall’accordo di Parigi, la mia speranza è che decida di cambiare idea perché è la cosa giusta da fare”. L’ex sindaco Repubblicano di New York e attuale inviato speciale dell’Onu per il cambiamento climatico, Michael Bloomberg, ha incontrato a Bruxelles il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. L’imprenditore ha voluto rassicurare l’Europa che, nonostante le scelte della nuova amministrazione, i cittadini e anche le aziende del Paese sarebbero a favore dell’accordo di Parigi. “Secondo i sondaggi gli americano capiscono che il cambiamento climatico è in atto e vogliono che si faccia qualcosa”. E sulla stessa linea sarebbero le aziende. “Quando vedi che la Exxon mobil (una delle più grande aziende petrolifere mondiali, ndr) sta guidando la battaglia perché gli Usa rimangano nel Cop21 hai un buon sentimento di cosa stia accadendo e di cosa siano le nostre aziende, del fatto che sappiano che sia la cosa giusta da fare e che credano sia anche economicamente sostenibile”, ha garantito Bloomberg.
Gli Stati Uniti, ha aggiunto, “sono arrivati a metà strada verso gli obiettivi di Parigi, e ci sono ancora 8 anni di tempo fino al 2025. La metà delle centrali a carbone sono state chiuse, o in corso di chiusura, e ci stiamo riconvertendo al gas, che è anche più economico e presto lo saranno pure le rinnovabili” e, anche se ora per i cittadini “rappresentano una piccola parte della soluzione al problema, al ritmo con cui si stanno sviluppando presto saranno una gran parte di questa soluzione”, ha concluso.
Questa bambina a 9 anni fa causa al governo indiano: "Troppo inquinamento"
Ridhima Pandey ha presentato una petizione al National Green Tribunal
A soli nove anni ha preso carta e penna e ha fatto causa al governo indiano per non aver saputo far fronte al problema del cambiamento climatico e per non essersi impegnato a sufficienza per proteggere l'ambiente. Ridhima Pandey, figlia di un militante ecologista indiano, ha presentato una petizione al National Green Tribunal, una corte speciale per le questioni ambientali, accusando il governo di aver fallito nel prendere i dovuti provvedimenti: "Tutto ciò - ha affermato la ragazza - avrà un impatto su di me e sulle future generazioni".
"In qualità di giovane cittadina - scrive Ridhima - faccio parte di quella classe di indiani più vulnerabili ai cambiamenti climatici cui non è ancora possibile, per questioni anagrafiche, prendere parte al processo decisionale".
In India si trovano quattro delle dieci città più inquinate del pianeta in termini di qualità dell'aria. Secondo uno studio di Greenpeace, 1,2 milioni di indiani muoiono ogni giorno per le eccessive concentrazioni di polveri sottili nell'aria. "Il mio Paese - si legge ancora nella petizione, resa nota da The Guardian - ha un enorme potenziale per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici, ed è a causa dell'inazione del mio governo che io mi rivolgo al National Green Tribunal".
Il ministero dell'Ambiente avrà due settimane di tempo per rispondere alla petizione. Pandey chiede che il governo dedichi una parte dei suoi fondi ad un piano ambientale, progettato in modo da ridurre e minimizzare le conseguenze dei cambiamenti climatici.
Ma com'è possibile che una bambina della sua età si interessi di questioni così importanti e decida di agire? A spiegarlo è il suo avvocato, Rahul Choudary: "I bambini in India sono informati dei problemi inerenti al cambiamento climatico e sugli effetti del suo impatto. Pandey sta chiedendo semplicemente al governo di fare il suo dovere nel proteggere le risorse naturali da cui la sua e le future generazioni dipendono per la sopravvivenza".