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Giovanni Ghirga (medici per l' ambiente) replica alla Tirreno Power
“I danni prodotti dal carbone sono sempre inaccettabili”
La centrale Tirreno Power
ROBERTO PAVANELLO
Dopo l’intervista rilasciata dal dirigente del settore Ambiente della Tirreno Power, Enrico Erulo, nella quale veniva ribadita la regolarità dell’attività della centrale di Vado e denunciata l’ipotesi di portare altrove gli investimenti per il suo rinnovo ampliamento, a difendere le ragione dei «no carbone» ci pensa il medico pediatra Giovanni Ghirga pediatra di Civitavecchia e referente dell’Isde, medici per l’ambiente.
La dirigenza della Tirreno Power sostiene che la loro attività è in regola e porta a testimonianza della sua affermazione la «Valutazione annuale della qualità dell’aria» effettuata dalla Regione Liguria con l’Arpal nel 2011. Così come il rapporto di Legambiente «Ecosistema urbano 2012» che pone Savona al decimo posto per qualità ambientale tra i Comuni sotto gli 80 mila abitanti. Perché voi contestate questi risultati?
«Nessuno dei comitati, dei cittadini e dei medici Isde vuole entrare in merito se l’attività di Tirreno Power sia in regola o meno, semplicemente non spetta a noi. Tuttavia, anche se si rispettano le emissioni, gli effetti negativi sulla salute della popolazione che vive vicino ad una centrale a carbone rimangono sempre inaccettabili da qualsiasi punto di vista».
Date infatti invece al rapporto dell’Università di Stoccarda commissionato da Greenpeace sui danni alla salute causati dalle centrali elettriche a carbone in Europa.Secondo questo rapporto, Tirreno Power sarebbe la più inquinante tra le 13 in Italia e avrebbe causato nel 2010 120 morti.
La domanda è: se Medicina Democratica sta raccogliendo la documentazione per mettere in relazioni con la centrale malattie e morti sul territorio ed è lontana dai risultati, come è possibile che a Stoccarda arrivino a queste conclusioni?
«Numerosi anni fa l’Unione Europea ha finanziato un grande progetto chiamato “Externe” con l’obiettivo di valutare i costi della produzione di energia prodotta con l’uso del carbone e dell’olio combustibile. I risultati hanno dimostrato che, se si considerassero i costi “esterni” legati al danno ambientale, la spesa reale della produzione energetica sarebbe molto più alta.
Studi di alta qualità scientifica, che hanno coinvolto 50 centri di eccellenza in 20 paesi e durati 20 anni, hanno cercato di valutare l’entità del danno provocato al fine di poter applicare il principio di “chi inquina paga”.
La Commissione Europea ha così messo a disposizione alcuni programmi che permettono una valutazione del danno in rapporto al tipo ed alla quantità di inquinanti emessi da una determinata fonte di emissione».
I costi sanitari della produzione di
elettricità vengono raramente conteggiati nel costo dell'energia, ma
pesano sul bilancio sociale. Numerose ricerche provano a valutare le
esternalità e le conseguenze sulla salute. Diversi i metodi e i
parametri,ma su un punto sembra esserci accordo:è il carbone il killer
numero uno.
Il mondo ha bisogno di energia.
....Ma aumentare la produzione di energia ha effetti che, se non si
elabora un giusto e bilanciato mix energetico, possono diventare un
costo gravoso a livello sociale e sanitario.
Entro
la metà del secolo si prevede che globalmente i consumi di energia
raddoppieranno. Mediamente l'essere umano ha bisogno di 3.000 kWh all'anno per condurre una vita dignitosa.
La
scelta delle fonti su cui puntare è cruciale. ........
Nel corso del dibattito sulla tassazione delle emissioni di CO2, si è discusso a lungo della possibilità di assegnare un'impronta ecologica standardizzata
alle diverse fonti energetiche. Un compito che presenta non poche
contraddizioni: l'impatto del singolo impianto, infatti, andrebbe
valutato in base all'area in cui questo viene realizzato. A seconda
dell'importanza e della sensibilità dello specifico ecosistema
(uomo incluso) con cui le attività di produzione energetica
interagiscono, la valutazione dell'impronta ecologica di una fonte
potrebbe variare sensibilmente. Quello che si può fare è valutare la
quantità media di
inquinanti generata dal processo produttivo per le diverse fonti:
sappiamo, per esempio, che la produzione di energia da carbone comporta l'emissione in atmosfera di 900 grammi di CO2 per kWh,mentre vento e nucleare sono responsabili dell'emissione di appena 15 grammi di CO2.
A
partire dai dati sulle emissioni, si può fare un ulteriore passo per
calcolare i costi reali delle fonti energetiche. In altri termini si può
cercare di valutare il danno, ovvero, brutalmente, contare i morti.
Alcuni lo chiamano deathprinted è il prezzo, in termini di vite umane, della produzione di energia.È
un indice di mortalità che misura il numero di decessi(per malattie
respiratorie e per alcuni tipi di tumori) per kWh prodotto dalle diverse
fonti energetiche, combinando le morti dirette e le stime
epidemiologiche.
I risultati coincidono con quelli che si ottengono quando si misura l'impronta ecologica:il killer numero uno è il carbone.Per ogni mille miliardi di chilowattora prodotti, il carbone, da cui si produce il 50% dell'elettricità del mondo, fa 170.000 morti (28.000
in Cina, contro 15.000 in America, soprattuto come risultato della
regolamentazione delle emissioni introdotta dal Clean Air Act), il
petrolio ne fa 36.000, mentre biofuel e biomasse si attestano a 24.000. ..............
I numeri sopra riportati sono il risultato di diversi studi, messi insieme (qui) da Brian Wang, direttore di nextbigfuture.com,
uno dei portali scientifici più famosi negli USA. Ma all'argomento sono
state dedicate parecchie ricerche e molti sono i tentativi di assegnare
un numero al tasso di mortalità legato alle varie fonti energetiche.
È
stato pubblicato nel 2005 ExternE, uno studio della Commissione Europea (v.
pdf allegato) che valuta le esternalità della produzione di energia
considerando tutti gli inquinanti emessi dai vari tipi di impianti e
valutandone in dettaglio le conseguenze sanitarie.
Più recente e molto completo, ma riferito al solo scenario americano, è il rapporto“Hidden Costs of Energy, unpriced consequences of energy production and use” della National Academy of Science,
che assegna un valore economico alle esternalità e ai costi sanitari
delle emissioni. “Nel determinare il nesso tra emissioni e conseguenze
sanitarie bisogna fare una distinzione di base – ci spiega James Hammitt,
uno degli autori della ricerca. –
Infatti, la CO2 ha pochi o nulli
effetti sulla nostra salute, se non per il fatto che condiziona il clima
e questo può, sul lungo termine, influenzare la salute, ma questi
effetti sono difficilmente quantificabili. Le emissioni che invece vanno
direttamente a influire sulla salute dell'uomo sono soprattuto quelle
di particolato, diossine, mercurio”.
Anche Greenpeace
da tempo si occupa delle conseguenze sanitarie della combustione delle
fonti fossili, con una particolare attenzione al carbone cui è dedicato
un rapporto pubblicato lo scorso aprile, secondo cui il carbone usato in Italia da Enel per produrre elettricità costerebbe al nostro Paese un morto al giorno.
“Gli inquinanti che giocano un ruolo chiave nel provocare le morti che
il nostro rapporto denuncia sono il particolato fine (PM 2.5) e l'ozono.
– ci dice Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace
Italia –
Il modello che abbiamo utilizzato non considera invece una
serie di elementi su cui non c'è la stessa solidità in termini di
relazione quantitativa tra esposizione e danno. Quindi esclude ossidi di
azoto e di zolfo come gli idrocarburi, anche se le centrali
termoelettriche emettono grosse quantità di questi inquinanti:le
emissioni annue di ossido di azoto della centrale di Porto Tolle, per
esempio, equivalgono a quelle di tre milioni e mezzo di auto che fanno
10.000 chilometri all'anno. Nel nostro rapporto la stessa centrale viene
ritenuta responsabile di 66 morti premature all'anno”.
Il
problema è tutt'altro che locale perché la caratteristica di inquinanti
come il particolato sottile è quella di spostarsi su ampi raggi ed è
l'esposizione a sorgenti lontane a creare più problemi.“Quando
valutiamo gli effetti di una centrale alla foce del Po dobbiamo prendere
in considerazione un'area che arriva fino a Milano. Sull'intero parco
Enel il carbone può essere considerato responsabile di 13 morti per terawattora
(contro i 4 del gas). Se consideriamo solo gli impianti nuovi, che
usano tecnologie più avanzate, i decessi sono tra 5 e 6 per terawattora
per il carbone, mentre si scende al di sotto dell'unità per il gas”. Non
sono i numeri della più popolosa e meno regolamentata India dove,
secondo una recente dichiarazione della presidente del Fondo Monetario
Internazionale, ogni anno morirebbero 70.000 persone a causa del carbone, ma sono comunque numeri su cui riflettere, dal momento che esistono alternative più sicure.