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07 febbraio 2016

Quantificazione dei sussidi energetici fossili mondiali nel 2015: Dieci bilioni di dollari al minuto?

Tratto da http://comune-info.net

Dieci  milioni di dollari al minuto...

di Maria Rita D’Orsogna

È una cifra strabiliante: 5,3 trillioni di dollari, il 6 e mezzo percento del Prodotto interno lordo mondiale. È la quantificazione dei sussidi energetici fossili mondiali nel 2015.
È difficile fare un vero conto dei sussidi governativi all’industria fossile. Questo perché molte sono le definizioni di sussidi e ciascun governo le presenta secondo criteri propri. Ma quale che sia il modo di contare, sono sempre una enormità di fondi pubblici e di agevolazioni in tasse, in servizi, che finiscono dalle tasche di tutti a quelle di pochi.
La questione più importante di tutte è che oltre ai soldi veri e propri, alle agevolazioni fiscali, e a tutti i benefici “diretti” ci sono altri sussidi che è difficile quantificare: come si quantificano la salute delle persone, la distruzione dell’ambiente, i cambiamenti climatici che oil, gas e carbone hanno portato a questo martoriato pianeta?
Qualche mese fa, un report del Fondo Monetario Internazionale ha cercato di fare delle stime. Per il 2013 si parlava di 4.9 trillioni di dollari “benefici” per i nostri amici fossili; per il 2015 appunto di 5,3 trillioni. Questi “benefici” sono stimati essere sussidi diretti – cioè vile denaro – e indiretti cioè alberi e polmoni, ogni anno. Ci vuole un po’ di tempo per capire l’enormità della faccenda, ma tutti questi trillioni sono 5,300 miliardi di dollari, sono 5,300,000 milioni di dollari. O se vogliamo fare la divisione, sono 10 bilioni( non milioni ma bilioni:vedi il sottostante commento) al minuto, ogni santo minuto, ogni santo giorno.
Come è arrivato il Fondo Montetario Internazionale a questa stima che loro stessi dicono essere sorprendenti? Oltre ai miliardi diretti che dal pubblico sono finiti nelle tasche dei signori del fossile, tre quarti di questi 5,300,000 milioni di dollari sono stati stimati essere derivanti dai costi in salute.
Cioè stiamo rimpinguando le casse di oil gas e carbone con la nostra salute.
La cosa buffa ma non troppo è che David Coady, uno degli autori del rapporto del Fondo Monetario Internazionale, quando sono arrivati alla cifra di 5,3 miliardi di dollari, pensava di avere sbagliato a fare i conti. Ma poi si è accorto che le cifre erano giuste. “It is the true cost associated with fossil fuel subsidies”.
Per quanto riguarda i fondi diretti dalle stime di Oil Change International, una non-profit statunitense si calcola che se si mette tutto assieme e al netto di costi alla salute si arriva a cifre che oscillano dai 775 miliardi di dollari fino ai mille miliardi.
Il giorno 3 dicembre 2015 le agenzie internazionali Climate Change International e Climate Action Network hanno poi reso noto i livelli di sussidi diretti al solo petrolio nei paesi industrializzati e li hanno messi a confronto con i fondi stanziati per l’energia rinnovabile, nella forma del Green Climate Fund. Fanno 80 miliardi di aiutini per cercare monnezza. In media, si spende 40 volte di più sul petrolio che su sole e vento...... ......
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, se eliminassimo i sussidi all’industria fossile, le morti per inquinamento atmosferico verrebbero dimezzate e si potrebbero evitare 1.6 milioni di decessi e le emissioni in atmosfera calerebbero del 20 per cento. Questo non lo dice la D’Orsogna, lo dice il Fondo Monetario Internazionale che non mi pare proprio questo grande ente ambientale. Dal canto suo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che tenere le fonti fossili sottoterra porterà a benefici significativi alla salute e all’economia locale.
E in Italia? Secondo Oil Change International i fondi fossili diretti del nostro paese sono 3 miliardi e mezzo. Altri dati di Legambiente parlano di quasi 15 miliardi di dollari. Comunque sia, sono cifre enormi.
Infine, sempre secondo Oil Change International i paesi del G20 ogni anno usano circa 88 miliardi di dollari pubblici come sussidi alla ricerca di petrolio.
La cosa triste è che questi miliardi di sussidi esplorativi sono il doppio di quello che costerebbe portare elettricità e riscaldamento in tutte le case del pianeta entro il 2030.
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Riportiamo anche il sottostante commento
 di  Matteo                          7 febbraio 2016 at 19:39 #

Grazie dell’articolo, anche se i conti al minuto sono decisamente sbagliati in difetto: sono 10 bilioni al minuto, non 10 milioni. Il problema deriva dall’articolo originale inglese del The Guardian, che sbaglia scrivendo “$5.3tn (£3.4tn) a year, equivalent to $10m a minute every day”: basta fare il conto e si vede che si hanno 525.600 minuti in un anno, che per 10 milioni fa 5,256 bilioni, non trilioni.

05 gennaio 2016

WWF:Per questa Befana basta carbone

Tratto da Greenreport
L’appello del Wwf

Per questa Befana 

basta carbone

http://digilander.libero.it/orteip1/befana/befana16.gif
Dalle 12 centrali italiane il 13,5% dell’elettricità e il 40% delle emissioni CO2 del comparto
Oggi il Wwf torna oggi a chiedere «un’azione forte per la chiusura del carbone in Italia e il lancio della decarbonizzazione dell’energia e dell’economia
[5 gennaio 2016]
Il carbone oggi è «il nostro nemico». 
Parole del premier Matteo Renzi, pronunciate più di sei mesi fa durante gli Stati generali sul clima ospitati a Roma. Da allora non è però cambiato molto per il carbone italiano; come ha recentemente ricordato sulle nostre pagine Stella Bianchi (Pd e Globe Italia), «nel 2014 le centrali italiane hanno contribuito a coprire il 13,5% del fabbisogno di elettricità causando emissioni di CO2 per 39,4 milioni di tonnellate, pari al 40% delle emissioni dell’intero comparto termoelettrico.
Davvero ci serve l’energia prodotta dalle centrali a carbone? I dati ci dicono di no. Il nostro Paese ha una sovrabbondanza di centrali termoelettriche con una capacità installata doppia rispetto alla domanda di picco, senza considerare l’apporto delle rinnovabili.
Anche fermando le centrali a carbone continueremmo ad avere una sovrapproduzione di energia elettrica da centrali tradizionali che usano combustibili fossili».
Quella contro il carbone rappresenta (o meglio, dovrebbe rappresentare) una lotta da obiettivo minimo la seconda potenza industriale d’Europa, con l’Ue che da sempre si vanta di essere ai vertici mondiali per quanto riguarda le politiche ambientali. Eppure, nel Bel Paese ci limitiamo ancora a gridare periodicamente contro “l’emergenza smog” di turno, tamponata come di consuetudine tramite misure estemporanee quanto inefficaci, senza trovare la capacità politica necessaria per organizzare interventi di più ampio respiro. Anzi, secondo le stime del Fondo monetario internazionale in Italia si sussidia ancora oggi l’industria del carbone con 4,02 miliardi di dollari l’anno (di soldi pubblici).
Nel mentre, persino lo Stato che più di ogni altro al mondo fa largo uso di carbone – la Cina – ha scelto di imporre una moratoria sull’apertura di nuove miniere. Alla luce di questi fatti, oggi il Wwf torna oggi a chiedere «un’azione forte per la chiusura del carbone in Italia e il lancio della decarbonizzazione dell’energia e dell’economia. Bisogna agire subito per avviare la transizione dall’attuale modello di sviluppo, incentrato sui combustibili fossili, a un modello “green”, basato sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili, valorizzando le opportunità derivanti dall’applicazione dei criteri dell’economia circolare e dallo sviluppo di soluzioni eco-innovative nell’energia, nei trasporti, nell’edilizia, ecc.
Il carbone dolce che la Befana porta tradizionalmente ai bambini il 6 gennaio è l’unico carbone che piace all’ambiente, mentre il vero carbone è un combustibile  fossile che minaccia la nostra salute e il clima.
Come riporta il dossier curato dalla campagna del Wwf ‘No al carbone, si al futuro’, a parità di energia prodotta questo combustibile fossile rilascia in atmosfera, nei terreni e nelle acque, le maggiori quantità di inquinanti ed è inoltre la principale minaccia per il clima del pianeta, visto che le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale».

04 agosto 2015

1)Obama: un segnale forte per la politica climatica internazionale. 2)Obama in guerra contro il carbone, in Italia sussidi per 4,02 miliardi di dollari l'anno.

Tratto da Swissinfo.ch

Obama: un segnale forte per la politica climatica internazionale.obama epa coal

Con il Clean Power Plan, il piano per le energie pulite annunciato lunedì da Barack Obama, gli Stati uniti potrebbero riprendere la leadership mondiale nel campo della protezione del clima, ritengono molti commentatori della stampa svizzera. La svolta energetica annunciata dal presidente americano, che sarà combattuta dai repubblicani, apre nuove prospettive per il Vertice sul clima di Parigi. 

„Il progetto di Obama è esemplare“, sostengono il Tages-Anzeiger e il Bund nel loro commento comune, per i quali, con il Clean Power Plan, il governo americano comincia seriamente a trasformare il suo approvvigionamento energetico e a compiere “un passo avanti credibile verso la protezione del clima”. 
“La sostituzione delle centrali a carbone con forme energetiche più pulite è la strada che gli scienziati invitano a imboccare già da molto tempo. La combustione del carbone produce infatti le più grandi emissioni di CO2. Rispetto al progetto di legge, la versione finale va ancora più lontano: le nuove norme dovrebbero spingere i produttori di energia ad investire maggiormente nel solare e nell’eolico, piuttosto che nelle centrali a gas, le quali non avranno più alcun futuro in una società post-fossile”, aggiungono i due giornali. 
Con questo piano, “Obama invia un segnale forte anche a livello di politica climatica internazionale. Ora aumentano le chance di convincere, oltre all’UE e alla Cina, anche altri paesi emergenti, come il Brasile e l’India, ad accettare un accordo sul clima efficace”, prevedono il Tages-Anzeiger e il Bund, rilevando come l’obbiettivo di ridurre di un 2% annuo le emissioni di CO2 fino al 2025, stabilito ora dagli Stati uniti, vada perfino oltre quanto fissato dalla Svizzera. 

Guerra contro il carbone 

“Coloro che criticano le nuove direttive per la protezione del clima parlano, non completamente a torto, di una guerra contro il carbone”, scrive la Südostschweiz. “Obama non deve prendere queste critiche come una protesta giustificata, ma piuttosto come un riconoscimento. Il coro di reazioni dei contrari alla protezione del clima mostra che le nuove regolamentazioni potrebbero essere effettivamente efficaci. 
Anche per il quotidiano della Svizzera sud-orientale, questa iniziativa costituisce “il più vasto tentativo lanciato finora da Obama per riportare gli Stati uniti all’avanguardia internazionale nella protezione del clima. Ciò che lascia ben sperare per il Vertice di Parigi sul clima, in programma in dicembre. Dopo che anche i cinesi hanno promesso di fare di più, le prospettive per un accordo su nuovi obbiettivi climatici a partire dal 2020, dopo la scadenza del Protocollo di Kyoto, non sono mai state così buone”. 
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Tratto da Greenreport
Negli Usa la seconda industria carbonifera del
 Paese ha dichiarato bancarotta

Energia pulita: Obama contro il

 carbone, in Italia sussidi per 


4,02  miliardi di dollari l’anno

Secondo il Fondo monetario nel Belpaese versati circa 60 euro procapite, una stima prudente
                      di  Luca Aterini

Risultati immagini per obama against coal

Il Piano per l’energia pulita a marchio Obama è stato appena pubblicato dall’Epa, l’Environmental Protection Agency degli Stati Uniti; l’annuncio del Clean power plan, poche ore prima, è stato preceduto da quello dell’Alpha Natural Resources. Ieri mattina il secondo più grande produttore statunitense di carbone ha dichiarato bancarotta, schiacciato da un debito di 3,3 miliardi di dollari.
Può essere un caso, ma è certo che nei prossimi mesi e anni arriveranno altre notizie di questo tenore. Il Clean power plan, un documento di portata storica per una realtà come quella statunitense, prevede una riduzione dei gas serra emessi dalle centrali per la produzione di energia elettrica del 30% entra il 2030, rispetto ai livelli del 2005. Questo l’obiettivo federale, declinato per ogni stato a stelle e strisce; ognuno di loro potrà decidere come raggiungere il target, ma il Piano spinge l’acceleratore sulla chiusura delle centrali a carbone (il combustibile fossile in assoluto più impattante) e la produzione di nuova energia da fonti rinnovabili.

Secondo Gina McCarthy, il direttore dell’Agenzia per la protezione ambientale Usa, applicare il piano comporterà in totale investimenti per 8,4 miliardi di dollari, ma con un ritorno fino a sei volte più ampio: in totale i benefici attesi oscillano dai 34 ai 54 miliardi di dollari. Evidenti anche i guadagni in termini di salute:  McCarthy stima che il Clean power plan possa evitare fino a 3.600 morti premature (il 90% in meno di quelle dovute alle emissioni), 90 mila attacchi d’asma nei bambini, 1.700 ricoveri ospedalieri in meno e 300mila giorni d’assenza da scuola e lavoro per malattia.

Non sarà un percorso facile da percorrere, ma il Piano appena varato rappresenta una delle più decisive eredità politiche del presidente Obama, che è riuscito a far valere la sua leadership in un Paese dove gli scettici del cambiamento climatico sono una parte rilevante dell’opinione pubblica e della classe politica. Allo stesso tempo, il Piano è riuscito a cogliere la domanda di cambiamento che arriva da un’altrettanto vasta fetta di cittadini e imprese. Non a caso, per un’azienda che chiude – l’Alpha Natural Resources –, altre 365 (colossi come Adidas, Ceres, eBay, Unilever, L’Oreal) hanno scritto una lettera ai governatori degli Stati federati, appoggiando il Piano del presidente Obama. L’onda del cambiamento verso un’economia a più basso tenore di carbonio sta già montando, e cavalcarla significa riuscire a coglierne anche i più importanti ritorni economici.

La posta in gioco è talmente alta che a essere penalizzata è addirittura, come sottolineato dal Financial Times, l’industria dello shale gas, protagonista dell’economia americana negli ultimi anni. Rispetto alle prime bozze del Clean power plan, Obama ha ridotto il ruolo del gas come fonte energetica di transizione, in favore di una maggiore spinta all’efficienza energetica e alle energie rinnovabili: rispetto al 2008, tra 15 anni la potenza eolica installata negli Usa sarà cresciuta del 300%, quella fotovoltaica del 2000%.
Si tratta non solo di obiettivi numerici, ma di una visione politica per contrastare i cambiamenti climatici e creare nuove opportunità economiche. Visione un tempo protagonista in Europa, che adesso si è messa a coda, nonostante rappresenti ancora oggi la fetta di economia più pulita tra i giganti del mondo, Usa e Cina compresi.

Il caso italiano è emblematico di questa frenata: le energie rinnovabili rappresentano ormai il 43,3% (circa 56,8 TWh) della produzione di energia elettrica nazionale e il 37,1% dei consumi elettrici, ma il governo Renzi ha iniziato a remare al contrario e dare nuovo sfogo alle trivellazioni petrolifere. Il famoso Green act, annunciato ormai sette mesi fa, se esiste è ancora ben chiuso all’interno di qualche cassetto. La bozza di decreto per gli incentivi alle fonti rinnovabili non fotovoltaiche privilegia zuccherifici e inceneritori, mentre il Collegato ambientale (alla legge di Stabilità 2013…) muffisce ancora nelle aule parlamentari, con il suo – pur modesto – carico innovativo per quanto riguarda la promozione delle materie prime seconde, tema tradizionalmente e incomprensibilmente ignorato in ambito politico.

Anche per quanto riguarda il carbone (sono ancora molte le centrali sul territorio) l’Italia non brilla. Glissando sul feeling col petrolio, il premier Renzi ha dichiarato che «oggi il nostro nemico è il carbone». 
Ma secondo i dati recentemente diffusi dal Fondo monetario (in allegato), l’Italia sussidia ancora il carbone con 4,02 miliardi di dollari l’anno, lo 0,19% del Pil: come se ogni italiano versasse di tasca sua 66,68 dollari (circa 60 euro). Considerando le altre fonti fossili, tali sussidi salgono a 220,32 dollari procapite, 13,27 miliardi (lo 0,62% del Pil). Secondo Legambiente i sussidi, tra diretti e indiretti, sono ancora di più e ammontano a 17,5 miliardi di euro nella sola Italia. Nel mondo toccano i 5,3 trilioni di dollari, il 6,5% del Pil globale e l’1,1% del Pil statunitense: Obama ha iniziato la sua crociata, ma il Paese finanzia ancora l’industria carbonifera con 633,08 miliardi di dollari l’anno. Se ancora ci fossero dubbi sul dove trovare le risorse per promuovere la riconversione ecologica dell’economia, negli Usa e altrove, i numeri parlano chiaro.

Allegati

28 maggio 2015

Scatta in Norvegia il D-Day carbone, il Fondo sovrano chiude gli investimenti.

Tratto da Adnkronos.com

Scatta in Norvegia il D-Day carbone, Fondo sovrano chiude gli investimenti

Una giornata storica per la Norvegia che muove verso l'addio al carbone. Il Wwf annuncia così che la Commissione Finanziaria del Parlamento norvegese ha confermato che il Fondo Sovrano Norvegese chiuderà con gli investimenti in carbone.L'accordo bipartisan raggiunto dal Comitato permanente per la Finanza e Affari Economici del Parlamento, riferisce l'associazione ambientalista, impone al Fondo Sovrano Norvegese - il fondo di investimenti più grande al mondo con 900 miliardi di dollari di investimenti totali - di cedere le sue partecipazioni in società che generano oltre il 30 per cento della loro produzione o dei ricavi da attività in miniere di carbone o in centrali elettriche a carbone. 
Secondo il Wwf, si stima che la mossa potrebbe vedere più 5,5 miliardi dollari di dismissione, compresi gli investimenti in aziende come la tedesca Rwe, la Cina Shenhua, Duke Energy da gli Stati Uniti, Australia AGL Energy, e della Polonia Pge. I commentatori, prosegue il Wwf, avvertono che la decisione del Parlamento norvegese, che si perfezionerà il 5 giugno, creerà un effetto domino sul resto del settore investimenti e sul mercato energetico internazionale.
 
Infatti, i criteri adottati dalla Norvegia rappresentano il provvedimento più forte mai preso contro il comparto dei combustibili fossili. Il Wwf ricorda che secondo il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) il carbone è ancora il combustibile fossile che riceve le maggiori sovvenzioni dagli Stati. Con questa mossa, evidenzia l'associazione ambientalista, "il Parlamento riconosce la sfida da una serie di esperti del clima, economisti, istituzioni finanziarie, politici di alto livello e gli ambientalisti di tutto il mondo".

Nelle ultime settimane la Norvegia è stata posta al centro dell'attenzione mondiale, grazie a una campagna internazionale #DivestNorway condotta da Future in our Hands, Greenpeace Norvegia e Wwf Norvegia. Le tre organizzazioni, in poche settimane, hanno raccolto - in uno sforzo congiunto con i partner internazionali 350.org, Avaaz e urgewald – decine di migliaia di firme a sostegno del disinvestimento dal carbone. La decisione "segna una delle più grandi vittorie per la campagna di disinvestimento globale che -ricorda il Wwf- ha recentemente ottenuto gli impegni dalla Chiesa d'Inghilterra, dell'Università di Edimburgo e di molti altri. E’ un passo importante per raggiungere l'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 2 gradi centigradi". "La situazione climatica è drammatica, occorre agire con urgenza e investire nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica, non nei combustibili del passato" commenta Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia.
Continua a leggere su  Adnkronos.com



Leggi anche su Il Sole 24 ore

                                           
La Norvegia disinveste anche dalle utilities che amano il carbone
Il più grande fondo sovrano del mondo, quello norvegese, accelera l’addio al carbone: dal 1° gennaio 2016 uscirà da tutte le società che da questo combustibile ricavano il 30% del fatturato o il 30% dell’energia prodotta. Una svolta cruciale quest’ultima, perché per la prima volta la campagna contro le fonti fossili - che sta coinvolgendo un numero crescente di investitori in tutto il mondo - va a colpire non solo le minerarie ma anche le utilities.

Le dimensioni del fondo, che gestisce ben 916 miliardi di dollari, implicano che il contraccolpo potrebbe essere pesante: il ministero delle Finanze norvegese stima che verranno cedute partecipazioni in 50-75 società, per un valore di almeno 4,5 miliardi di dollari. Oslo è un azionista importante anche di molte imprese italiane, per la precisione 135 a fine 2014, e tra queste ci sono sei utilities, che tuttavia non dovrebbero finire nel mirino del provvedimento, che è stato approvato con una decisione bipartisan dalla commissione Finanza del Parlamento e dovrebbe ricevere via libera definitivo dall’aula il 5 giugno. Norges Bank Investment Management (Nbim), che gestisce il fondo sovrano, possiede l’1,7% di Enel.....
, di Sissi Bellomo - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/V6VkmJ



19 maggio 2015

1)SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI, RISORSE MAGGIORI CHE ALLA SANITÀ 2) Fondo Monetario Internazionale: "alle fossili aiuti pubblici per 5.300 miliardi $/anno"

TRATTO DA  Rinnovabili.it

SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI, RISORSE MAGGIORI CHE ALLA SANITÀ


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(Rinnovabili.it) – Ogni minuto che passa i combustibili fossili ricevono 10 milioni di dollari in sussidi a livello mondiale. Provate a calcolare quanto faccia moltiplicato per un anno: oltre 5000 miliardi. Avete capito bene, oltre 5000 miliardi, pari al 6,5% del PIL mondiale, che finiscono diretti a sostegno di carbone, gas e petrolio. La cifra da sola è già impressionante, ma lo diventa ancora se si considera che supera le risorse sanitarie allocate a livello mondiale, parte delle quali sono necessarie proprio per i danni provocati alla salute dalle fonti fossili. Allarmismo? No, semplici calcoli, presentati stavolta dal Fondo Monetario Internazionale che le definisce i contro associati le più grandi esternalità negative mai stimate, in grado di produrre effetti controproducenti su efficienza economica, crescita e uguaglianza.

Sussidi ai combustibili fossili: di cosa si tratta?

Nell’articolo Act Local, Solve Global, l’istituto spiega in cosa consistono le sovvenzioni:  la differenza tra ciò che i consumatori pagano per l’energia e il suo “vero costo”, più l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto normale o di vendita di un paese. Questo “vero costo” comprende il costo di approvvigionamento e gli effetti nocivi su persone e ambiente legati a quell’energia, tra cui l’inquinamento e gli eventi meteorologici estremi causati dal climate change, gli incidenti e danni alle strade. Elementi di cui le compagnie energetiche non si fanno carico, scaricando piuttosto ogni responsabilità sui singoli Stati.
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Tratto da Qualenergia

Fondo Monetario Internazionale: "alle fossili aiuti pubblici per 5.300 miliardi $/anno"

A carbone, gas e petrolio vanno sussidi per il 6,5% del Pil mondiale. La stima è del Fondo Monetario Internazionale. Oltre agli incentivi espliciti nel conto pesano i costi scaricati sulla collettività. Tagliare il sostegno alle fonti fossili darebbe una spinta economica fortissima e renderebbe le energie rinnovabili competitive senza incentivi.
L'industria delle fossili percepisce aiuti pubblici, diretti e indiretti per 5.300 miliardi di dollari all'anno, vale a dire il 6,5% del Pil mondiale e 10 milioni di dollari ogni minuto. La stima, impressionante ma probabilmente sottodimensionata, arriva da un nuovo report del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Nel calcolo, oltre agli incentivi alla produzione di gas, petrolio e carbone e quelli al consumo, FMI include anche le esternalità negative, cioè i danni a salute, ambiente e clima che le fossili al momento non pagano, ma scaricano sulla collettività.
Se eliminassimo questi sussidi impliciti ed espliciti, si stima, le emissioni di gas serra calerebbero del 20%, un passo avanti determinante nella lotta al global warming sulla quale si stanno facendo pochi progressi. Eliminare il vantaggio che carbone, petrolio e gas si prendono a spese di tutti dimezzerebbe anche il numero delle morti premature causate ogni anno dall'inquinamento atmosferico.
Inoltre, eliminando questi aiuti e facendo pagare alle fossili i danni che creano, in molti Paesi si darebbe una spinta determinante alle finanze pubbliche, spingendo gli investimenti in infrastrutture, sanità, lotta alla povertà e Stato sociale.
Infine, se togliendo i sussidi a gas, carbone e petrolio le diverse fonti energetiche fossero messe nelle condizioni di competere veramente alla pari, spiega il report, non ci sarebbe nemmeno più bisogno di incentivi alle rinnovabili, che comunque al momento – pesando per 120miliardi di dollari l'anno a livello mondiale - praticamente un'inezia in confronto ai 5.300 miliardi di $ delle fossili.
La stima degli aiuti alle 'fonti sporche' fatta dal FMI è più alta di quelle diffuse in passato soprattutto per la nuova quantificazione dei costi sanitari – che pesano per circa la metà dei 5.300 miliardi $ – che deriva dai nuovi calcoli sugli effetti dell'inquinamento atmosferico diffusi dall'OMS, secondo i quali all'Italia costerebbe 97 miliardi di $ all'anno.
I costi non pagati per i danni provocati dal cambiamento climatico – particolarmente difficili da quantificare – pesano per oltre un quarto del totale degli aiuti alle fossili. Per questa stima il FMI ha usato il metodo di quantificazione ufficiale del governo statunitense – 42 $ (2015) per ogni tonnellata di CO2 – che però secondo voci autorevoli come l'IPCC “molto probabilmente sottostima” i costi reali.