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04 febbraio 2013

La finanza, i grandi dell'energia fossile: attenzione alla bolla della CO2

Tratto da Qualenergia

La finanza, i grandi dell'energia fossile e l'allarme di HSBC: attenzione alla bolla della CO2

Un report della banca mette in guardia dagli investimenti in fonti sporche: se la comunità internazionale terrà fede all'impegno di fermare il riscaldamento globale entro i 2 °C, il valore delle azioni delle grandi coorporation delle fonti fossili crollerà del 40-60%. Per contenere il colpo meglio disinvestire subito dal settore dell'energia ad alte emissioni.
 
La chiamano la 'bolla della CO2' e quando scoppierà potrà avere effetti catastrofici per l'economia mondiale: quantità di denaro enormi potrebbero volatilizzarsi perché investite in risorse, le fonti fossili, che non si potranno sfruttare se si vuole evitare il disastro climatico. Un rischio di cui ora si sta rendendo conto sempre più chiaramente anche il mondo della finanza, che in questi ultimi anni non ha certo brillato per lungimiranza, impegnato com'è a seguire profitti a breve termine. L'allarme più recente sulla cosiddetta carbon bubble arriva da un report di uno dei più importanti gruppi bancari al mondo, HSBC.
Se la comunità internazionale dovesse tener fede agli impegni presi per fermare il riscaldamento globale entro la soglia critica dei 2 °C, vi si legge, il valore delle azioni delle grandi aziende delle fonti fossili potrebbe crollare del 40-60%....

Stando alle stime della International Energy Agency, infatti, per avere almeno il 50% di possibilità di contenere il riscaldamento globale entro i 2 °C, fermando l'aumento della concentrazione della CO2 a 450 ppm, circa un terzo delle riserve di fonti fossili provate attuali dovrebbe essere lasciata sotto terra (l'80% per avere possibilità maggiori di evitare il disastro, vedi sotto). Facile capire l'impatto che questo può avere su molte aziende: secondo HSBC ad esempio la norvegese Statoil vede a rischio di inutilizzabilità il 17% delle sue riserve, BP il 6%, Total il 5% e Shell il 2%. Ma l'”unburnable carbon cioè le riserve che non si potranno bruciare, sono solo una parte del rischio economico: il resto lo farà il calo della domanda prevedibile se si proseguirà nella transizione energetica necessaria, che porterà a prezzi più bassi.
Secondo lo scenario low carbon della IEA tra il 2010 e il 2035 la domanda di carbone dovrà diminuire del 30%, quella di petrolio del 12%, mentre quella di gas crescerà lentamente. Se ciò avverrà si inizieranno a cancellare molti progetti di estrazione, a partire dai più costosi e rischiosi. Sarà molto improbabile che si realizzino progetti per estrarre petrolio a più di 50 dollari al barile, stima HSBC, mettendo così in dubbio il futuro di sabbie bituminose e estrazioni in acque profonde....
Il risultato di tutto questo potrebbe appunto essere il crollo dal 40 al 60% del valore di mercato degli asset delle grandi aziende delle fonti fossili. Uno scenario preoccupante per l'economia mondiale visto che si parla di colossi aziendali: BP ad esempio vale circa 141,5 miliardi, Shell 231 miliardi, Statoil 83,3. Crediamo che gli investitori non abbiano ancora valutato bene questo rischio, forse perché sembra così spostato nel tempo”, fanno notare da HSBC. .....
In realtà lo scenario dipinto HSBC, forse il primo concepito da una banca d'investimento (anche se già diversi fondi d'investimento verdi hanno lanciato l'allarme della carbon bubble, vedi QualEnergia.it) è quasi ottimistico rispetto a un altro studio sulla bolla della CO2 di cui avevamo già parlato su queste pagine, cioè quello realizzato dall'Ong Carbon Tracker Initiative (QualEnergia.it, Gli investimenti in fonti fossili saranno i prossimi subprimes?)............
Quale dei due scenari si verificherà dipenderà ovviamente dalla volontà politica di tagliare la CO2, volontà che sarà ovviamente condizionata anche dal potere della lobby e di chi ha investito in fossili. Ma anche l'impatto che il crollo degli asset  ad alta intensità di CO2 avrà sull'economia mondiale potrà essere diverso: quanto più in fretta si ridurranno gli investimenti nelle fonti sporche (come propone di fare ad esempio il movimento dal basso “Let’s divest from fossil fuels!”, vedi QualEnergia.it) tanto più facile sarà reggere il colpo.
Se invece si sottovaluterà questo rischio, quando si scoprirà che gran parte degli investimenti in fossili non si potranno incassare, le conseguenze a catena per l'economia mondiale potrebbero anche essere catastrofiche........ Leggi l'articolo integrale

24 ottobre 2011

1) Il carbone sul cielo della Spezia 2)Ambiente, le banche limitano i finanziamenti alle centrali a carbone.........




Leggi su   Spezia Polis



Tratto da Blogger.com


Il carbone sul cielo della Spezia  di Orsetta Bellani

  I pericoli della centrale ENEL hanno quasi mezzo secolo e sono tuttora discussi
Quando nei primi anni Sessanta fu costruita la centrale, le ciminiere che sputavano scarichi tossici tra i monti e il magnifico golfo della Spezia erano quattro. Da qualsiasi punto del Golfo dei Poeti, così chiamato perché ispirò Shelley, Soldati e Montale, si vede il fumo salire lento e inesorabile dagli impianti ENEL. Il cielo sui parchi delle Cinque Terre e Portovenere è pieno di carbone: sono pubblicizzate in tutto il mondo come aree protette, ma le istituzioni non sono state capaci di proteggerle abbastanza.......


 Negli anni Sessanta bruciava circa 600 mila tonnellate di carbone l’anno, era la più grande d’Europa e rappresentava il 5 per cento della produzione energetica nazionale. Il vento trasportava le sue polveri in tutta la provincia, per poi lasciarle depositare sulle casette colorate che compongono la geografia ligure, sul mare e sui boschi.
In quegli anni La Spezia diventò la prima provincia italiana per danni alla vegetazione, a causa delle piogge acide liberate dai gas tossici presenti nell’aria.

I polmoni degli spezzini sono pieni di polveri ultrafini cancerogene, che i filtri dell’ENEL non sono in grado di trattenere. La pulizia dei tubi della caldaia, che rilascia una grande quantità di fuliggine, viene fatta di notte.
Negli anni Settanta la provincia della Spezia raggiunse il secondo posto in Italia per decessi 
causati dai tumori dell’apparato respiratorio. Le ultime (e scandalosamente datate) ricerche disponibili riguardano il periodo 2000-2001: mostrano come alla Spezia il tasso di mortalità per malattie tumorali e cardiovascolari sia molto più alto rispetto alla media nazionale.
È difficile pensare che sia solo un caso se i maggiori tassi di inquinamento nella regione si riscontrano proprio attorno alle centrali della Spezia e Vado Ligure......




La centrale Eugenio Montale è, per di più, illegale: non ha ancora ottenuto l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), l’autorizzazione che una direttiva comunitaria aveva stabilito dovessero avere tutti gli impianti entro il 2007. 
 L’AIA viene rilasciata dal Ministro dell’Ambiente sulla base di un lavoro istruttorio svolto da una commissione tecnica, all’interno della quale il comune ha l’incarico di dare un parere sanitario.  
Nelle prossime settimane la procedura di rilascio dell’AIA potrebbe concludersi, ed ENEL ottenere l’autorizzazione a bruciare carbone per altri 8 anni. Non solo: c’è la possibilità che la centrale sia autorizzata a bruciare anche biomasse e combustibile derivato dai rifiuti (CDR).

Leggi anche

SpeziaViaDalCarbone: "Abbandonare il carbone: si deve, si può, se si vuole"

 


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Tratto da Valori.it

Ambiente, le banche limitano i finanziamenti alle centrali a carbone.........


Anche le banche cercano di allinearsi alla crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali. 
A giorni verrà reso noto un “codice etico” che alcuni istituti si sono auto-imposti, allo scopo di evitare di finanziare impianti altamente inquinanti.

A promuovere tale iniziativa sono le britanniche HSBC e Standard Chartered e le francesi BNP Paribas e Credit Agricole, insieme a F&C Asset Management. HSBC già a gennaio ha deciso di escludere i finanziamenti per la costruzione di nuove centrali a carbone le cui emissioni superano gli 850 grammi di Co2 per kWh nei Paesi in via di sviluppo e i 550g Co2/kWh nelle nazioni industrializzate. BNP Paribas a settembre ha reso nota una politica simile. A breve le altre due banche seguiranno la stessa strada. E i quattro istituti, insieme all'organizzazione no profit londinese The Climate Group, hanno deciso di elaborare insieme alcune linee guida che saranno rese note in settimana e sanciranno alcune soglie di emissioni al di fuori dei cui paletti i progetti non otterranno finanziamenti. È prevedibile che ad essere maggiormente interessati saranno i progetti nelle economie a rapidissima crescita come Cina e India.


Non mancano, ad ogni modo, i punti critici. È lo stesso consulente di HSBC per le questioni ambientali, Francis Sullivan, ad ammettere che, nel momento in cui viene negato un finanziamento, «non si può mai essere sicuri del fatto che la scelta sia stata motivata soltanto dalla nostra politica ambientale o se a contribuire siano stati anche aspetti finanziari o altri elementi del progetto».

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