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23 settembre 2019

La Stampa .L’Onu avverte i Grandi sull’ambiente: “Basta centrali a carbone entro il 2020”.

Tratto  da La Stampa

L’Onu avverte i Grandi sull’ambiente: “Basta centrali a carbone entro il 2020”

Il segretario Guterres: «Non è più una questione climatica, ma di sopravvivenza». Trump diserta il summit


PAOLO MASTROLILLI

DALL’INVIATO A NEW YORK. Niente più centrali elettriche a carbone dopo il 2020; stop ai sussidi per l’energia fossile, da trasferire invece sulle fonti rinnovabili; piani concreti per ridurre le emissioni dei gas serra del 45% in un decennio, e arrivare a zero emissioni nel 2050. Sono i principali obiettivi che il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres spera di centrare, o quanto meno avvicinare, con il Climate Action Summit di oggi.

Il suo inviato speciale Luis Alfonso de Alba, che ha preparato il vertice, ha spiegato così l’emergenza a La Stampa: «Gli obiettivi sono molto ambiziosi, perché lo richiede l’emergenza in corso. Non abbiamo più tempo per negoziare, il vertice deve rappresentare l’inizio di un nuovo processo per implementare gli impegni presi. Ma quelli di Parigi non bastano più, perché nel frattempo la situazione è peggiorata. Quindi se vogliamo davvero contenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, gli Stati dovranno raddoppiare o anche triplicare le loro iniziative concrete».

La situazione è drammatica. Secondo i dati dell’Onu, le emissioni globali stanno raggiungendo livelli record, e non danno segno di rallentare. Gli ultimi 4 anni sono stati i più caldi di sempre, e le temperature invernali dell’Artico sono aumentate di 3 gradi dal 1990. I livelli del mare salgono ovunque, e persino la Grande Barriera corallina australiana sta morendo. Guterres ha avvertito che non è più una questione ambientale, ma una vera minaccia per i sistemi di vita, l’alimentazione, la salute e quindi la sopravvivenza di molti Paesi. Una crisi che a causa della scarsità delle risorse, e i danni già causati dai cambiamenti climatici, sta anche provocando tensioni politiche che alimentano guerre, migrazioni e terrorismo.

Nonostante l’emergenza, l’Onu ritiene ancora che agendo subito, nell’arco dei prossimi 12 anni potremmo contenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi centigradi, anche a 1,5 gradi sopra i livelli dell’epoca pre industriale. Per riuscirci, de Alba ha elencato così gli obiettivi da ottenere al Summit: «Non costruire più centrali elettriche a carbone dopo il 2020, ma nello stesso tempo i Paesi che lo estraggono dovrebbero anche smettere di esportarlo. Cancellare tutti i sussidi statali per l’energia fossile, altrimenti si continuerà ad alimentarla, ed investire invece i soldi nelle fonti rinnovabili che possono rimpiazzarla. I governi devono presentarsi con piani concreti per aumentare i contributi nazionali alla lotta contro il riscaldamento globale da subito, entro il prossimo anno. E questi piani dovranno essere in linea con l’impegno a ridurre le emissioni dei gas serra del 45% in un decennio, e arrivare a zero emissioni nel 2050».

I lavori saranno suddivisi in 9 coalizioni di Paesi, che presenteranno progetti per altrettanti «portafogli di azione». Anche le aziende private dovranno contribuire, come hanno fatto le circa 90 multinazionali del gruppo «We Mean Business», da Nestlé a Nokia, che ieri hanno annunciato l’impegno ad arrivare a zero emissioni entro il 2050, o almeno applicare alla lettera i parametri dell’accordo di Parigi.

La marcia globale di venerdì originata dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg ha dato nuovo slancio al vertice, ma restano forti resistenze. .......Continua su 
La Stampa

16 settembre 2013

LEGAMBIENTE :STOP AL CARBONE,IL FUTURO E' RINNOVABILE.

Tratto da Legambiente

STOP AL CARBONE, la fonte fossile più inquinante e meno efficiente. 

Basta sprecare tempo e denaro, chiediamo una moratoria sulla costruzione di nuove centrali e l'introduzione di una carbon tax sulle emissioni di CO2.
LORO INQUINANO     CO2
                             METALLI PESANTI
                             POLVERI SOTTILI
NOI PAGHIAMO        BOLLETTE 
                                  SUSSIDI
                                  SALUTE

IL FUTURO ENERGETICO E' RINNOVABILE.


23 aprile 2012

Ministro Clini, quanto ci costa non cambiare il nostro impianto generativo?

Riportiamo un articolo tratto da Il Fatto Quotidiano  di oggi .Per una più interessante lettura partiamo dal finale dell'articolo ...
di Ascanio Vitale | 23 aprile 2012

 Ministro Clini, quanto ci costa non cambiare? 

 ........Invece, i nostri “tecnici” cambiano per l’ennesima volta le carte in tavola. 

Il nuovo decreto rinnega quanto dichiarato da questo stesso governo sull’importanza della creazione di una filiera nazionale di settore. Basta incentivi ai moduli fotovoltaici di produzione europea, in favore di quelli cinesi e a scapito dei piccoli produttori nazionali. 
Basta incentivi alla rimozione dell’amianto, proprio quando la sentenza per il caso Eternit di Casale Monferrato aveva riportato al grande pubblico la pericolosità della persistenza di questo materiale nelle nostre case.
 Infine, il taglio ulteriore alle tariffe incentivanti, in nome del risparmio della spesa pubblica.

Dott. Clini, la invito a pubblicare i costi di gestione del sistema energetico tradizionale e delle sue oscillazioni di fornitura di petrolio e gas, che avvengono in funzione degli equilibri politici internazionali. 
  1. Ci faccia sapere quanti sussidi statali reggono ancora l’estrazione, il trasporto, la raffinazione e la vendita di prodotti petroliferi. 
  2.  Ci racconti di quanto costa allo Stato una centrale a carbone, tra danni all’ambiente e l’aumento delle patologie respiratorie e oncologiche nelle aree limitrofe agli impianti.
  3. Andiamo a fare i conti a Taranto o a Mestre, di quanto costi un distretto industriale non sostenibile.
  4.  Facciamo la somma di quanto bestiame, di quanto latte e di quanti pascoli sono andati distrutti o trattati come rifiuto speciale per giustificare inceneritori o centrali a olio combustibile.

La sfido ad avere il coraggio di mostrare al pubblico il vero costo del nostro impianto generativo,
delle multe che ci stiamo approntando a pagare per il mancato rispetto del protocollo di Kyoto 
e del ritardo di innovazione di cui soffre il nostro Paese. 
Un ministro che si rispetti, dovrebbe mostrare indipendenza e obiettività davanti a scelte che influenzano la vita di tutti.

Ecco  la parte iniziale dell'articolo:
E’ difficile comprendere le dinamiche del nostro Paese, divise tra chi concepisce la necessità di uno sviluppo armonico del sistema produttivo, orientato ad un mercato in evoluzione, fondato su sinergie virtuose e sostenibili, e chi continua da anni a seguire i dettami di un’impostazione politica ed economica fallimentare nel lungo termine, ma molto proficua per l’elite che ne raccoglie i frutti nel breve.

Quanto costa lo sviluppo dell’economia verde in Italia?
A mio parere l’ostacolo principale non risiede nel carico economico a cui il sistema Paese è sottoposto, bensì consiste nell’abbattimento degli ultimi, ma forti, baluardi di uno status quo radicato nelle menti di una vecchia classe politica e dirigenziale che, pur vaneggiando, continua ad occupare i posti di comando, soggiogando quanto di buono l’Italia possa offrire, con la scusa della tutela del bilancio pubblico.

Sono anni che i diversi governi, con minime differenze di approccio, imputano alla green economy la responsabilità di assorbire grandi risorse economiche pubbliche, a scapito della crescita e dello sviluppo del Paese. In questi giorni, i riflettori sono puntati sulle energie rinnovabili, per l’imminente pubblicazione dei decreti che definiranno i nuovi schemi incentivanti. Si tratta dell’ormai noto “Conto Energia”, strumento adottato dalla stragrande maggioranza dei Paesi industrializzati, al fine di favorire la transizione dell’impianto generativo nazionale verso tecnologie a basso tenore di carbonio.

Le recenti dichiarazioni dei ministri Clini e Passera restano perfettamente inquadrate nelle politiche dei governi precedenti, alimentando un surreale scetticismo nei confronti di un piano energetico impostato sul forte sviluppo delle fonti rinnovabili. Invece di seguire gli esempi virtuosi di altri Paesi, la cui stabilità economica è favorita da una politica di risparmio energetico e di allontanamento progressivo – o “phase-out” – dalle tecnologie tradizionali, in Italia si portano alla luce solo i costi di questi programmi, non i ricavi.

Non occorre essere esperti di finanza per comprendere l’errore nell’approccio: investire in un piano energetico fortemente rivolto allo sfruttamento di fonti gratuite è una scelta obbligata, al di là di nobili e fondamentali ragioni ambientaliste, per restare al passo con lo sviluppo tecnologico, la ricerca e il mercato europeo. E’ un settore capace di assorbire rapidamente le quote di operai, professionisti e dirigenti che, da altre aree del manifatturiero, oggi agonizzano nel limbo della cassa integrazione.

Si parla di decine di miliardi di introiti che ogni anno proverrebbero dal gettito Iva e dalle altre imposte, dal calo della dipendenza dall’estero di approvvigionamento energetico, spesso legato a prezzi oscillanti che si ripercuotono sull’intera economia nazionale. E ancora, dal risparmio progressivo nelle bonifiche, nella sanità, nella distribuzione energetica, nella valorizzazione del territorio e dalla riattivazione del connubio tra università e industria che oggi resta focalizzato a pochi ambiti, ma che potrebbe sinergicamente contribuire alla riconquista di quei primati nella scienza e nella tecnologia che hanno reso famoso il nostro Paese in passato.....

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Leggi su La Repubblica

Gas serra, emissioni in aumento
Italia più lontana da obiettivo Kyoto

Nel 2010, dopo il crollo del 2009, il dato certificato dall'Ispra è tornato a crescere del 2%. Ora il valore rispetto al 1990 è fermo a -3,5% mentre il Protocollo internazionale ci chiede un taglio del -6,5%.

........I settori delle industrie energetiche e dei trasporti, ricostruisce ancora l'Ispra, "sono quelli che maggiormente contribuiscono alle emissioni totali rappresentando, insieme, più della metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti".

Leggi l'rticolo integrale

14 dicembre 2010

1)Il carbone nello stivale, un ritorno al passato 2)REPORT:I costi esterni dello sviluppo

Tratto da Qualenergia

Il carbone nello stivale, un ritorno al passato

All'orizzonte due nuovi impianti a carbone in Calabria. Con le centrali autorizzate o in via di autorizzazione le emissioni da carbone in Italia rischiano di raddoppiare. Una scelta energetica controproducente e anacronistica, spiega un dossier di Legambiente.
Mentre il mondo cerca un accordo sul clima l'Italia va a marcia indietro e continua con il carbone. Rischiando di compromettere lo sforzo per la riduzione delle emissioni senza peraltro far scendere il costo dell'elettricità o migliorare la sicurezza energetica. “Un ritorno al passato”. L'allarme arriva da Legambiente che ha presentatoun dossier su questa fonte (vedi allegato in basso) proprio per denunciare l'inopportunità degli ultimi due progetti di impianti a carbone che si stanno per concretizzare in Calabria: una centrale nuova (della società SEI) a Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria e la riconversione dei gruppi a olio combustibile della centrale Enel di Rossano Calabro.

Due operazioni che comporteranno emissioni aggiuntive rispettivamente per 7,5 e 6,7 milioni di tonnellate di CO2 all'anno e che stanno incontrando varie resistenze sul territorio, a partire dalla Regione, che ha rinnovato il suo "no" alle centrali a carbone scritto nel 2005 nel piano energetico regionale (Pear) con un recentissimo ordine del giorno approvato all’unanimità in Consiglio regionale. Se per Saline Joniche la "commissione Via" nella seduta del 21 ottobre 2010 ha dato parere positivo con prescrizioni (ma manca ancora il decreto definitivo per la contrarietà del Ministero per i beni e le attività culturali), sul progetto di riconversione della centrale di Rossano, presentato nel 2005 e integrato nel 2010, invece la commissione del Ministero dell’Ambiente ha respinto lo studio di impatto presentato, obbligando di fatto l’azienda energetica a ripresentare ex novo la proposta.

Progetti, quelli calabresi, che non sono che i più recenti basati questa fonte. C'è infatti la riconversione della centrale di Civitavecchia, ormai realizzata, il progetto dell’impianto di Porto Tolle sul delta del Po, sul quale manca solo la firma del decreto autorizzativo da parte del Ministro dello Sviluppo Economico. Il via libera poi è già stato dato ai nuovi gruppi a carbone delle centrali di Vado Ligure (SV)(PRECISAZIONE DI UNITI PER LA SALUTE :CI SARA' LA CONFERENZA DEI SERVIZI DELIBERANTE per L'EVENTUALE POTENZIAMENTO A CARBONE GIOVEDI' 16 DICEMBRE
AL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO se........)e Fiume Santo in Sardegna. Se alla centrale riconvertita di Civitavecchia, ormai in attività, si affiancassero tutti questi nuovi gruppi o centrali proposti le emissioni di CO2 degli impianti a carbone raddoppierebbero in pochi anni, passando dagli attuali 35,9 milioni di tonnellate a 74,8.

Nel dossier di Legambiente poi si fa un bilancio di quello che il carbone significa per il nostro paese: "In Italia sono attive 12 centrali a carbone che nel 2009, a fronte di una produzione di solo il 13% di elettricità, hanno emesso addirittura il 30% dell’anidride carbonica prodotta complessivamente dal settore termoelettrico, con circa 36 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 sul totale di circa 122. "Il peggior impianto per emissioni di CO2 si conferma anche nel 2009 la centrale Enel di Brindisi Sud (13 Mt), a seguire l’impianto di Fusina (4,3 Mt) e quello di Fiume Santo di roprietà di E.On (4,1 Mt) (si veda anche la classifica degli emettitori appena pubblicata da Greenpeace: Qualenergia.it, La classifica degli emettitori italiani.)

Le centrali a carbone, si fa notare, tra tutte le attività coinvolte nel mercato europeo delle emissioni (EU-ETS)sono state le uniche ad emettere di più rispetto ai permessi gratuiti assegnati: mentre industria e settore termoelettrico nel complesso hanno visto ridurre significativamente le emissioni dal 2008 al 2009 e sono riusciti a rispettare gli obblighi di riduzione previsti dalla direttiva europea per il 2009 con ampi margini (rispettivamente 23 Mt e 3,5 Mt), gli impianti a carbone italiani hanno sforato di 3,6 milioni di tonnellate di CO2.

La cattura della CO2 è ancora lontana dall'applicabilità su scala commerciale e rischia di assorbire inutilmente fondi pubblici, fa notare Legambiente. E oltre ad aggravare il problema emissioni il carbone non serve all’Italia per risolvere i suoi problemi energetici, si spiega nel documento: "Peggiorerà la dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero, visto che già oggi importiamo più del 99% del carbone utilizzato; non abbasserà la bolletta energetica del Paese, visto che dei potenziali risparmi nell’acquisto del combustibile beneficeranno soprattutto i bilanci delle aziende energetiche e faticheranno ad arrivare nelle bollette degli italiani; peserà alla fine sulle casse dello Stato visto che ci condannerà a pagare le multe di Kyoto e del 20-20-20."

Il carbone si fa poi notare, è un combustibile a basso prezzo solo perché (oltre non vedere incluse nel prezzo esternalità negative come i danni ambientali e sanitari: Qualenergia.it, I costi nascosti del carbone) è drogato dai sussidi statali: la Commissione europea ha stimato in circa 3 miliardi di euro all’anno, 2 dei quali in Germania, i sussidi pubblici che hanno sostenuto la filiera del carbone tra il 2007 e il 2009 nel vecchio continente.

A causa dei consumi sempre più importanti da parte dei paesi con economie emergenti, a partire da Cina e India, infine le riserve di carbone stanno diminuendo con tassi davvero inaspettati. (Qualenergia.it, Carbone, quanto ancora?). "Secondo le stime di Bp se 10 anni fa la disponibilità residua di carbone rapportata ai tassi di utilizzo era valutata in 240 anni, – fa notare lo studio di Legambiente – le ultime cifre aggiornate al 2010 sono scese addirittura a 119 anni. Continuando di questo passo tra 10 anni le riserve residue di carbone diventerebbero equivalenti a quelle di petrolio e gas, esauribili in 50-60 anni".

Insomma un ritorno al passato che porta verso un futuro incerto.

Documento:Legambiente_Dossier_carbone_dicembre_2010.0000002074.pdf (0.16 Mb)

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TRATTO DA PEACELINK

I costi esterni dello sviluppo. PeaceLink su Report. Guarda il filmato
I costi esterni dello sviluppo.

PeaceLink su Report. Guarda il filmato

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Tratto da Uomini Liberi


PROPOSTA “ENERGIA, SALUTE E LAVORO” SUL FUTURO DELLA CENTRALE TIRRENO POWER DI VADO LIGURE
Proposta di ARCI e ACLI savonesi

Lo scenario politico e sociale: la proposta di ampliamento a carbone della centrale elettrica di Vado Ligure avanzata da Tirreno Power che sarà analizzata dagli Enti proposti trova oggi schieramenti nettamente contrapposti, da una parte l’azienda, la quale però produce energia nelle altre centrali in Italia con gas naturale, le organizzazioni sindacali, che intravedono nell’investimento sicure opportunità occupazionali, l’Unione industriali che rappresenta aziende interessate ai lavori di costruzione e ristrutturazione, dall’altra una rete di Amministrazioni Comunali che si sono espresse nettamente contro l’ampliamento a carbone (oltre Vado Ligure e Quiliano anche Savona, Bergeggi, Spotorno, Noli, Finale Ligure, Balestrino, Vezzi Portio, Albissola Marina, Celle Ligure, Altare, Carcare, Cairo Montenotte),movimenti di cittadini, associazioni ambientaliste, personalità del mondo scientifico, culturale e politico della nostra provincia, della nostra regione e di livello nazionale.
Poi ci sono i partiti, un po’ in ordine sparso, con il centro destra favorevole, i partiti del centro sinistra con posizioni differenziate, addirittura all’interno degli stessi partiti.

La proposta di Tirreno Power e quello che può accadere: