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09 ottobre 2019

Il denaro che brucia il pianeta Terra

Tratto da pressenza 

Il denaro che brucia il pianeta


Il denaro che brucia il pianeta
Ogni giorno il sistema bancario si sveglia, pensa ai governi che lo hanno salvato e strizza l’occhio alle industrie del fossile. Per questo una delle chiavi per interrompere il flusso di carbonio nell’atmosfera è interrompere o almeno ridurre il flusso di denaro verso carbone, petrolio e gas. Ecco, quando pensiamo ai nostri risparmi o ad aprire un conto per accreditare lo stipendio (i più fortunati) dovremmo pensare anche a questo. Fridays for fortune ogni giorno.
In queste giornate di forte emozione e coinvolgimento create dall’entrata in campo di un nuovo movimento schiettamente giovanile che si organizza su un terreno colpevolmente ignorato dai governanti delle generazioni passate, lascio alla testimonianza diretta degli eventi che si manifestano nelle assemblee e nelle piazze di tutto il Pianeta il compito di trasmettere il loro potentissimo messaggio di fondo. Qui invece vorrei riflettere su un aspetto poco trattato quando si parla dell’emergenza climatica e si afferma – giustamente – che non esiste una soluzione «di mercato» ai disastri ambientali. Vorrei, cioè trattare il ruolo che il capitale finanziario e le banche hanno nel dare continuità al sistema dei fossili, ostacolando la de-carbonizzazione che deve avvenire in orizzonti temporali vicinissimi.
Bill Mckibben, un ambientalista statunitense attivo anche come scrittore e giornalista, definito nel 2010 dal Boston Globe come “probabilmente l’ambientalista più influente della nazione”, ha lavorato sul cambiamento climatico per trent’anni e dice di aver imparato a liberare la sua angoscia e a tenerla sotto controllo. Ma, negli ultimi mesi, ammette che la sua angoscia vera riguarda i suoi figli. Lo scorso autunno gli scienziati climatici di tutto il mondo hanno affermato che, se vogliamo raggiungere gli obiettivi fissati nell’accordo sul clima di Parigi del 2015, abbiamo a disposizione un numero di anni che non vanno al di là delle dita delle mie mani.
Nel mondo di Trump, Putin e Bolsonaro e delle compagnie di combustibili fossili che li sostengono, sembra impossibile modificare il quadro che si prospetta. Invece non è nemmeno tecnologicamente impossibile: nell’ultimo decennio è stato abbassato il prezzo dell’energia solare ed eolica rispettivamente del novanta e settanta per cento. Ma non basta, se oltre alla tecnologia non muta la direzione dell’economia capitalista e se non entra in campo, assieme ai movimenti planetari degli studenti e delle donne il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori che sentano la riconversione ecologica come il principale obbiettivo contrattuale.
C’è un ruolo delle banche e della finanza, che di frequente viene occultato e che ritarda le misure urgenti per combattere il cambiamento climatico in corso. Chi concentra la maggior parte del denaro e della ricchezza creata a spese del lavoro e della natura avrebbe il potere di fermare il disastro in corso se cessasse di finanziare i fossili. Mckibben suggerisce che la chiave per interrompere il flusso di carbonio nell’atmosfera sia quella di interrompere il flusso di denaro verso carbone, petrolio e gas.
L’industria ha nelle sue riserve cinque volte più carbonio di quanto il consenso scientifico pensi che possiamo tranquillamente bruciare. Un’istituzione religiosa dopo l’altra si è spogliata di petrolio e gas e papa Francesco ha convocato i dirigenti del settore energetico in Vaticano per dire loro che devono lasciare il carbone sottoterra.
Ma il sistema bancario si è unito alle industrie del fossile per impedirne l’uscita di scena. Nei tre anni trascorsi dalla fine dei colloqui sul clima di Parigi, la banca Chase ha investito 196 miliardi di dollari in finanziamenti per l’industria dei combustibili fossili, molti dei quali per finanziare nuove iniziative estreme: trivellazioni in acque ultra-profonde, estrazione di petrolio artico, trivellazioni nell’Adriatico ). Nei fatti, Jamie Dimon, il C.E.O. di JPMorgan Chase, è un barone del petrolio, carbone e gas quasi senza pari. Lo stesso vale per le attività di gestione patrimoniale e assicurativa: senza di esse le società di combustibili fossili rimarrebbero quasi letteralmente a corto di gas.
Nei tre anni successivi alla firma dell’accordo sul clima di Parigi i prestiti delle banche all’industria sono aumentati ogni anno e gran parte del denaro va verso le forme più estreme di sviluppo energetico. Tutti sanno che prima o poi l’era dei combustibili fossili finirà e se una banca gigantesca come Chase o altre analoghe si ritirasse, invierebbe un segnale inconfondibile di un imminente “bolla del carbonio” con danni gravi per i vettori ferroviari, i proprietari di porti e le imprese appaltatrici di carbone o dipendenti dal gas”.
Un danno che tuttavia impallidirebbe a fronte del tipo di previsioni su quel che resterebbe del Pianeta se l’industria dei combustibili fossili continuasse sul suo percorso attuale per un altro decennio.
Quando si riflette sulla dimensione di questi problemi, appare in tutta la sua povertà di strategia la dimensione della politica energetica nazionale, che garantisce la costruzione di gasdotti come il TAP o la riconversione delle centrali a carbone in impianti a gas fossile come previsto per Civitavecchia, con la prospettiva di un ritorno degli investimenti a venticinque anni, quando le tariffe pagate dai cittadini in bolletta continueranno magari ad essere incassate, mentre la natura non avrà risorse sufficienti a rigenerarsi.

07 marzo 2013

Valutazioni di Impatto Ambientale....? VIA libera all'egualitarismo dei veleni

inquinamentoTratto da Il Cambiamento

Valutazioni di Impatto Ambientale? VIA libera all'egualitarismo dei veleni

di Andrea Marciani - 7 Marzo 2013


La scienza ambientale ha fatto grandi progressi ed il suo studio appassiona un numero sempre crescente di studenti. A questo incremento di capacità ed interesse non corrisponde però un effettivo miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.

Al contrario stiamo assistendo a devastazioni che solo pochi anni fa sarebbero state impensabili: basti per tutte l'esempio dell'estrazione delle sabbie bituminose in Alberta , nel civilissimo Canada, dove un tratto di foresta primaria grande quanto il Belgio è stato raschiato via dai bulldozer e l'intero sistema fluviale del Canada sud-occidentale inquinato dagli idrocarburi liberati nell'estrazione.
Perché l'affinamento delle tecniche di indagine e monitoraggio sulla salute degli ecosistemi ed il vasto esercito di laureati consacrati a questi studi, non producono un'effettiva protezione degli ecosistemi?
 La risposta è evidente: il potere del profitto.

In un mondo in cui il sistema finanziario sta smantellando gli Stati nazionali e le democrazie parlamentari, il denaro esercita un potere incontrastabile, non ci sono comunità locali in grado di resistere a lungo, né studi scientifici abbastanza ponderosi da sconfiggere, con il semplice buon senso, la bulimia distruttiva del neo capitalismo.
Ma allora tutti questi laureati che fine fanno, in quali settori esercitano la loro professione quelli che non riescono a trovare posto nei dottorati di ricerca o nell'insegnamento ?
Semplice, finiscono a lavorare per il 'nemico'. 
Già, perché questa diffusa sensibilità ambientale una traccia l'ha lasciata nelle normative nazionali, ed in Italia come in Europa si è concretizzata nelle Procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che ormai ogni progetto di grande rilevanza deve affrontare per ottenere le autorizzazioni amministrative.

"Si realizza una sorta di 'egualitarismo' del degrado, una distribuzione 'democratica' dei veleni su tutto il territorio nazionale"
Purtroppo, come recita l'adagio, "fatta la legge, trovato l'inganno" e, vista la complessità della materia, gli speculatori del saccheggio delle risorse naturali, hanno avuto bisogno di arruolare laureati proprio in quel settore nato per proteggere l'ambiente naturale.
Nasce così una nuova disciplina ambientale che ha, come scopo principale, di stabilire quanto, dell'ambiente naturale, si può sacrificare alle attività industriali. Una sorta di disciplina scientifica 'inversa', dedita cioè al raggiungimento di finalità opposte a quelle per la quale era stata ideata.

Principali esponenti di questa nuova disciplina sono gli odierni ministri ed assessori dell'Ambiente, che, in ogni grado delle istituzioni, svolgono un ruolo opposto a quello che, nell'immaginario collettivo, la qualifica attribuisce loro: di difensori, cioè, dell'ambiente naturale.
Se analoga inversione fosse applicata agli altri assessorati, potremmo avere un assessore all'Industria che si occupa di demolire capannoni industriali in attività, per sostituirli con parchi pubblici ed uno alla Sanità che sancisce quanti cittadini possono essere deliberatamente infettati col virus dell'Aids senza nuocere troppo alla salute pubblica......

Si realizza così, infatti, una sorta di "egualitarismo" del degrado, una distribuzione "democratica" dei veleni su tutto il territorio nazionale, che avrà come principale conseguenza l'impossibilità di realizzare studi clinici comparativi tra campioni diversi di popolazione, per stabilire la diversa incidenza tumorale. 
E dato che il ricorso a test comparativi rappresenta l'unica possibilità che la scienza medica ha, oggigiorno, per dimostrare la correlazione tra un certo inquinante ed una certa patologia degenerativa, gli industriali ed una certa classe politica a questi asservita, avrebbero così conseguito una sostanziale licenza di uccidere.

A noi cittadini comuni ......pare non resti altro da fare che condividere la sorte dei nostri fratelli di Taranto, di Bagnoli o di porto Marghera, in un cupo egualitarismo che attribuisce a tutti eguale diritto a partorire figli deformi od a morire ancora giovani di leucemia.
A meno naturalmente di un improvviso ed inderogabile risveglio collettivo.