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Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
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29 novembre 2018

Nell' Oregon: Ventuno cittadini fanno causa a Trump per il clima

Tratto da Il Cambiamento

Ventuno cittadini fanno causa a Trump per il clima

Non è la prima volta che succede. Ma va comunque seguita con attenzione la causa civile che si apre presso una corte federale a Eugene, nell’Oregon, Stati Uniti, intentata da 21 cittadini americani contro l’Amministrazione di Washington colpevole di compromettere il futuro di vecchie e nuove generazioni con la sua politica del clima.


Donald Trump e l’ambiente, diffondere idee insane è facile. Rimediare no
Questa causa va seguita attentamente per doversi motivi.
Il primo è che quei 21 cittadini che hanno portato alla sbarra l’Amministrazione sono giovani, che pongono il problema del patto intergenerazionale: noi abbiamo il dovere di restituire ai nostri figli e nipoti il pianeta così come lo abbiamo ricevuto dai nostri padri e nonni. Per quanto possibile. Questo è un cardine del diritto ecologico sancito in diverse assise delle Nazioni Unite, a partire dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. Ma che qualcuno chiami un tribunale (civile) a decidere se un governo ha una precisa responsabilità a rispettare questo diritto, beh questo non è usuale.
Il secondo motivo è che i 21 giovani non chiedono che il tribunale sentenzi un risarcimento preventivo in denaro, ma una precisa politica ecologica. Insomma, chiedono che i giudici ordinino una precisa politica sui cambiamenti climatici, tesa ad abbattere le emissioni di gas serra degli Stati Uniti. La domanda è: può un giudice decidere la politica ecologica di un governo? Vale più il diritto delle future generazione a vivere in un pianeta con un clima desiderabile o il diritto di un governo eletto democraticamente a decidere la politica che ritiene più opportuna? Il quesito è decisamente inedito e la risposta non è affatto scontata. Farà scuola.
Ma, forse, la maggiore novità di questa causa che sta per iniziare – a meno di interventi della Corte Suprema – sta nella difesa. L’avvocatura che deve, per l’appunto, difendere la posizione dell’Amministrazione sta adottando una strategia che non riflette esattamente la proposta politica di chi il governo federale lo dirige, Donald Trump.
Richiamiamo alla memoria qual è la posizione del presidente degli Stati Uniti. Ha vinto le elezioni, Donald Trump, sostenendo che i cambiamenti del clima sono un’invenzione della Cina per attaccare l’economia e il benessere degli americani. E, in coerenza con questa posizione, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi che hanno deciso una prima e incompleta politica di prevenzione del climate change.
Si tratta, come sappiamo, di una posizione che non riconosce la validità degli studi scientifici – compresi quelli poderosi e rigorosi degli scienziati americani – che invece affermano che i cambiamenti climatici siano in atto e causati dalle attività umane.
Ed è qui che la novità diventa apparente. Gli avvocati che si presenteranno presso la corte federale a Eugene, nell’Oregon, non contestano l’esistenza dei cambiamenti climatici. La danno, nei margini dell’incertezza che attiene a ogni proposizione scientifica (in questo caso davvero minima), per acclarata. Quello che contestano è la ineluttabilità degli scenari più catastrofici. E, soprattutto, la possibilità deterministica di associare ogni singolo evento meteorologico – un uragano, un’alluvione, un’onda di calore – ai cambiamenti climatici. Possibilità negata da ogni serio scienziato del clima.
I climatologi sostengono che certi fenomeni meteorologici diventano più probabili – talvolta molto più probabili – a causa dei cambiamenti climatici. Ma nessuno sostiene che un singolo evento sia determinato dal climate change.
Ora, noi non sappiamo cosa decideranno i giudici federali dell’Oregon, ma il riconoscimento da parte dell’avvocatura che difende la posizione di Trump che il cambiamento climatico non è un’invenzione – tantomeno un’invenzione della Cina – ma una realtà costituisce una novità importante.
Da questo momento l’Amministrazione di Washington avrà molta difficoltà a sostenere quanto Donald Trump ha proclamato in campagna elettorale e nei primi anni della sua presidenza. D’ora in poi potrebbe essere più difficile per il presidente USA giustificare l’uscita dagli accordi di Parigi.
Il tribunale dell’Oregon potrebbe non avere il diritto e il potere giuridico per imporre la politica ecologica di Donald Trump. 
Ma il presidente dovrà spiegare agli americani e al mondo perché, se crede ormai che i cambiamenti climatici sono una realtà, non intende fare nulla per prevenirli e/o minimizzarne gli effetti. 

29 giugno 2017

Bloomberg a Trump sul clima: “Cambi idea su accordi di Parigi, gli americani li sostengono”

Tratto da eunews

Bloomberg contro Trump sul clima: “Cambi idea su accordi di Parigi, gli americani li sostengono”


Bruxelles – Il popolo degli Stati Uniti “è a favore della battaglia contro il cambiamento climatico e mi spiace che il nostro presidente Donald Trump abbia scelto di escludere gli Usa dall’accordo di Parigi, la mia speranza è che decida di cambiare idea perché è la cosa giusta da fare”. L’ex sindaco Repubblicano di New York e attuale inviato speciale dell’Onu per il cambiamento climatico, Michael Bloomberg, ha incontrato a Bruxelles il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. L’imprenditore ha voluto rassicurare l’Europa che, nonostante le scelte della nuova amministrazione, i cittadini e anche le aziende del Paese sarebbero a favore dell’accordo di Parigi. “Secondo i sondaggi gli americano capiscono che il cambiamento climatico è in atto e vogliono che si faccia qualcosa”. E sulla stessa linea sarebbero le aziende. “Quando vedi che la Exxon mobil (una delle più grande aziende petrolifere mondiali, ndr) sta guidando la battaglia perché gli Usa rimangano nel Cop21 hai un buon sentimento di cosa stia accadendo e di cosa siano le nostre aziende, del fatto che sappiano che sia la cosa giusta da fare e che credano sia anche economicamente sostenibile”, ha garantito Bloomberg.
Gli Stati Uniti, ha aggiunto, “sono arrivati a metà strada verso gli obiettivi di Parigi, e ci sono ancora 8 anni di tempo fino al 2025. La metà delle centrali a carbone sono state chiuse, o in corso di chiusura, e ci stiamo riconvertendo al gas, che è anche più economico e presto lo saranno pure le rinnovabili” e, anche se ora per i cittadini “rappresentano una piccola parte della soluzione al problema, al ritmo con cui si stanno sviluppando presto saranno una gran parte di questa soluzione”, ha concluso.

08 dicembre 2016

Di Caprio da Trump: “Ecco il piano green per rilanciare l’economia”

Tratto da La Stampa

Di Caprio incontra Trump: “Ecco il piano green per rilanciare l’economia”

L’attore ricevuto dal presidente eletto a New York: sul tavolo una strategia per creare migliaia di posti di lavoro con le rinnovabili e l’energia pulita
Leonardo DiCaprio e il responsabile della fondazione che porta il suo nome sono stati ricevuti mercoledì alla Trump Tower della causa che più sta a cuore alla star di Revenant, il cambiamento climatico; e hanno presentato al presidente eletto, Donald Trump, un progetto sulla tutela ambientale come strumento per rilanciare l’economia. L’attore premio Oscar e Terry Tamminen, amministratore delegato della Leonardo DiCaprio Foundation (LDF), hanno incontrato Trump, la figlia Ivanka e altri uomini del “transition team” facendo una presentazione su come, concentrandosi sulle rinnovabili e l’energia pulita si possano creare migliaia di posti di lavoro. 

L’incontro è avvenuto nelle stesse ore in cui Trump sceglieva il procuratore generale dello stato dell’Oklahoma, Scott Pruitt, come prossimo capo dell’Epa, l’Environmental Protection Agency. Pruitt ha la fama di essere uno che nega il cambiamento climatico, è considerato vicino all’industria dei carburanti fossili; e da procuratore generale, ha presentato diversi ricorsi legali contro l’Epa, compreso uno, in attesa di verdetto, volto ad annullare il «Clean Power Plan», il piano sull’energia pulita al centro della strategia sull’ambiente del presidente uscente Barack Obama. La sua nomina dunque è un chiaro tentativo di smantellare le politiche ambientali dell’amministrazione Obama. Del resto Trump ha detto che il cambiamento climatico è una «bufala» inventata dalla Cina per ostacolare l’economica americana e ha minacciato di far uscire gli Usa dall’accordo sul clima di Parigi. 

Dopo l’incontro, Tamminen ha diffuso una dichiarazione alla stampa americana spiegando di aver «presentato al presidente eletto e ai suoi consiglieri un quadro -che LDF ha messo a punto con la collaborazione delle più importanti voci economiche e dell’ambientalismo - che spiega come mettere in moto una ripresa economica in tutti gli Usa che sia centrata su investimenti ed infrastrutture sostenibili. La nostra conversazione -prosegue la nota- si è concentrata su come creare posti di lavoro sicuri, per gli americani nella costruzione e gestione di una generazione energetica rinnovabile, e pulita tanto commerciale che residenziale». 

11 novembre 2016

Quale sarà il futuro delle fonti rinnovabili negli Stati Uniti con Donald Trump presidente?

Cosa farà davvero Donald Trump su energia e clima?

Tratto da QualEnergia
Il giorno dopo l’elezione del magnate repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si moltiplicano analisi e commenti sul destino delle fonti rinnovabili in America. Saranno schiacciate da una rinascita delle fossili o troveranno ancora spazio per continuare a crescere?
Le reazioni all’esito del voto americano, com’era prevedibile, sono le più diverse e questo vale anche per chi analizza le politiche USA sull’energia e il clima.
Quale sarà il futuro delle fonti rinnovabili negli Stati Uniti con Donald Trump presidente? ...
Cerchiamo allora di approfondire il quadro, aiutandoci con i commenti di operatori e associazioni del settore Usa.
Il problema, in sintesi, è capire se la transizione energetica avviata in America sia inarrestabile - perché crea posti di lavoro e fa volare l’economia e quindi sarebbe un suicidio politico provare a contrastarla - o se sia destinata a cedere nuovamente il passo ai combustibili fossili.
In altre parole: quelle di Trump erano solo “sparate” da campagna elettore o il magnate repubblicano crede sul serio che il cambiamento climatico sia un inganno (hoax)?
Quale tipo di economia ha in mente?
Nel suo primo discorso, Trump ha annunciato un programma per rilanciare l’occupazione e costruire grandi infrastrutture. La risposta immediata dei mercati internazionali è stata un rialzo dei titoli della grey economy - minerari e petroliferi soprattutto - e un calo di alcuni titoli di aziende green.
Leggendo le note diffuse dalle organizzazioni delle rinnovabili, l’impressione generale è però di un velato ottimismo. L’American Wind Energy Association (AWEA), ad esempio, si dice pronta a collaborare con Trump «per assicurare che l’energia eolica continui a essere una parte vibrante dell’economia americana».
L’AWEA parla anche di una corsa irrefrenabile verso un’economia più pulita e del supporto bipartisan che gode il comparto eolico. Nessun muro contro muro, quindi, ma il tentativo di vedere il bicchiere mezzo pieno per allontanare le paure per una brusca inversione di rotta.
La corrente del velato ottimismo, inoltre, fa notare che la green economy potrà espandersi a prescindere dalle decisioni che prenderà Trump, grazie alle politiche locali, ai movimenti di cittadini e alle scelte degli imprenditori. Il riferimento è a quegli Stati come la California, che più di tutti sta puntando su generazione distribuita, mobilità elettrica e sistemi di accumulo.
Il futuro degli incentivi
Una delle incertezze per l’industria delle rinnovabili riguarda l’Investment Tax Credit(ITC), lo sgravio fiscale che ha largamente contribuito al boom di eolico e solare negli ultimi anni. Come evidenzia la Solar Energy Industries Association (SEIA) questa misura federale è stata prolungata fino al 2020.
L’estensione dell’ITC decisa nel 2015 è stata una delle vittorie dell’amministrazione Obama nell'ambito della green economy. Secondo la lobby del solare, però, è abbastanza improbabile che il futuro Congresso decida di cambiare le regole del gioco stabilite in precedenza, rischiando così di mettere in difficoltà le aziende che stanno pianificando investimenti, contando proprio sull’incentivo fiscale.Finanziamenti e nomine
Tra le incognite maggiori, che inducono a essere molto pessimisti, c’è l’entità dei finanziamenti che Trump vorrà destinare alle rinnovabili. Queste ultime, grazie a Obama, hanno ricevuto più risorse per sviluppare progetti innovativi. Pensiamo in particolare alle tante iniziative coordinate dal DOE (Department of Energy), tra cui la SunShot Initiative per sostenere l’industria USA del fotovoltaico e ridurre i costi di installazione.
Durante la campagna presidenziale circolavano indiscrezioni sui probabili candidati di Trump per le poltrone-chiave, non solo del DOE, ma anche dell’Environmental Protection Agency (EPA), che sotto la presidenza Obama ha predisposto un piano per tagliare le emissioni inquinanti delle centrali termoelettriche, il Clean Power Plan.
Il rischio, secondo diversi analisti, è che Trump indicherà personaggi clima-scettici negazionisti......
Posti di lavoro a confronto
Come abbiamo scritto più volte, le idee repubblicane sull’energia sono piene di contraddizioni: appare difficile, ad esempio, conciliare una rinascita del carbone con il potenziamento dei giacimenti di shale gas, perché il declino del carbone è imputabile anche alla crescita esponenziale del fracking, che ha fatto spostare la domanda energetica nazionale più verso il gas.
GTM Research ha ripresentato alcune considerazioni sul mercato del lavoro (vedi grafico sotto). Il succo è che l’economia americana si sta trasformando rapidamente.
Gli occupati dell’industria solare, infatti, hanno sorpassato quelli di due settori tradizionali per eccellenza, l’estrazione di petrolio e gas e le miniere di carbone. Secondo le stime, i solar job potranno raddoppiare da circa 210.000 nel 2015 a 420.000 nel 2020.
Nel suo comunicato post elezione, l’AWEA ha ricordato che l’eolico dà lavoro a circa 88.000 persone e che questi numeri sono destinati a salire nei prossimi anni - al pari della potenza installata negli impianti eolici - a patto di continuare a sostenere la tecnologia a livello federale.
Trump riconoscerà l’importanza di questi e altri settori green per la crescita economica americana a cui tanto dice di tenere?

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