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06 aprile 2016

Referendum 17 aprile, si amplia il fronte del Sì.

Tratto da greenreport 

Referendum 17 aprile, si amplia il fronte del Sì. 

Rferendum Emiliano Landini
«Al referendum del 17 aprile invitiamo i cittadini a votare sì. Vogliamo che il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci porterà fuori delle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e la febbre del Pianeta, rispettando gli impegni che il Governo ha preso alla COP21 di Parigi a fine 2015». 
E’ l’appello lanciato oggi dal Comitato della Regione Puglia, dalla Fiom e dal Comitato Vota sì per fermare le trivelle che hanno «per ribadire l’importanza di questo referendum, più volte bistrattato, per rilanciare l’appello contenente le 10 ragioni per le quali è importante votare sì il 17 aprile». La conferenza stampa del fronte del Sì, alla quale hanno partecipato Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano a nome del Comitato promotore della Regione Puglia, Rossella Muroni e Dante Caserta, in rappresentanza del Comitato Vota Sì per fermare le trivelle, è stata anche l’occasione per annunciare il fine settimana di mobilitazione nazionale dell’8-9-10 aprile, con appuntamento finale il 10 aprile a Bari con una grande manifestazione/concerto a Bari alla quale stanno aderendo istituzioni, associazioni no triv, rappresentanti del mondo della cultura e dello spettacolo che si alterneranno sul palco per sostenere le ragioni del si al referendum del 17 aprile per bloccare le trivelle a tutela del nostro mare e dell’interesse pubblico
Il fronte del Sì ha ribadito che «Il referendum del 17 aprile è l’occasione per fermare le trivellazioni in mare, cancellando la norma che consente alle società petrolifere di avere concessioni di ricerca e di estrazione (entro le dodici miglia marine dalla costa) senza limiti di tempo. Le trivelle sono il simbolo tecnologico del petrolio: vecchia energia fossile causa di inquinamento, dipendenza economica, conflitti, protagonismo delle grandi lobby, estesa corruzione. Le riserve su cui punta il Governo non sono in alcun modo direttamente collegate al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Qualora lo fossero le riserve certe presenti sotto il mare italiano sarebbero in grado di soddisfare il fabbisogno energetico del nostro Paese per 7 settimane per il petrolio e 6 mesi per il gas. In tutto ciò a guadagnarci sono solo i petrolieri. Alle casse dello Stato vengono versati dalle multinazionali del petrolio 340 milioni di euro circa all’anno, un’inezia. Il “petrolio” degli italiani è ben altro ed è dato da turismo, pesca, produzioni alimentari di qualità, biodiversità, innovazione industriale ed energia alternativa. Trivellare il mare italiano vuol dire mettere a rischio tutti questi mondo, non soltanto dal punto di vista di patrimonio naturale ma anche economico e sociale».
Nell’appello sottoscritto oggi, i tre organizzatori hanno ribadito l’urgenza che «L’Italia acceleri la transizione energetica, si doti di un piano industriale strategico per lo sviluppo sostenibile per costruire un futuro basato sull’efficienza energetica e le fonti rinnovabili distribuite, una economia sostenibile e equa con una industria innovativa ed ecocompatibile, la piena occupazione e la democrazia partecipativa».
Secondo Emiliano «Noi il referendum lo abbiamo già vinto cinque a zero contro il Governo. Se non lo avessimo proposto avremmo le trivellazioni entro le dodici miglia, vicino alle spiagge più belle di Italia. Adesso si tratta di arrivare alla fine, andando a votare il 17 aprile per impedire queste autorizzazioni “highlander”, eterne, concesse ai petrolieri. Le autorizzazioni devono avere una scadenza, altrimenti diventano un’espropriazione del bene pubblico. Questo è un referendum che tutela il nostro mare, ma anche l’articolo 97 della Costituzione, butta fuori le lobby dalla procedura legislativa, che è stato il cruccio più grande di questi giorni. 
E in questo modo si recupera quella che noi chiamiamo l’imparzialità della pubblica amministrazione, senza la quale non ci sono diritti, non ci sono garanzie, e soprattutto c’è l’impressione che le istituzioni, anziché essere formate per garantire le persone, siano sviate per garantire singoli gruppi, socialmente irrilevanti, ma economicamente influenti. Continuiamo la nostra campagna per il SI al fianco di questa parte meravigliosa del Paese che difende il suo mare».
Continua a leggere su greenreport 

CHANGE campagna fotografica :"Non lasciare che l'inquinamento del carbone distrugga la tua vita".

Tratto da Ansa 

In Vietnam 8 artisti posano per dire ‘NO’ a centrali carbone

Campagna fotografica "I can’t" tra fiamme e maschere antigas

Campagna fotografica 'I can’t' tra fiamme e maschere antigas © Ansa
Scenari apocalittici tra fiamme, fumo e città in macerie per otto scatti d'autore che immortalano altrettanti artisti vietnamiti che indossano maschere antigas per far fronte alla battaglia per la vita che dovranno affrontare in un Vietnam inquinato dal carbone con un messaggio forte e chiaro: "Don't let coal pollution destroy your life", "Non lasciare che l'inquinamento del carbone distrugga la tua vita". E' la campagna fotografica "I Can't", "Non posso" di CHANGE (Center of Hands-on Actions and Networking for Growth and Environment) e 350.org Vietnam, associazione ambientalista internazionale, per sensibilizzare i cittadini "sugli effetti mortali delle emissioni delle centrali elettriche a carbone e sui cambiamenti climatici". 

Change e 350.org sostengono che "il governo progetti nuove centrali a carbone da 55 gigawatt entro il 2030". Poi citano un rapporto di Harvard per cui 4.300 vietnamiti ogni anno muoiono prematuramente per l'inquinamento delle centrali (800.000 morti al mondo) e che entro il 2030 potrebbero aumentare fino a 25.000 se tutte quelle previste saranno costruite. 
Tra gli artisti molto popolari in Vietnam che hanno posato per la campagna (www.world.350.org, www.changevn.org), il cantante di musica soul Thanh Bui, ritratto in una immagine struggente accanto al suo pianoforte rotto con studenti che lottano per imparare, indossando maschere antigas, e l'attrice Diem My in una foto che esprime l'impossibilità di continuare la sua arte in un mondo in rovina.....Continua a leggere su Ansa

05 aprile 2016

Greenpeace:Carbone e desertificazione

Tratto da China Files


Carbone e desertificazione
Finora si parlava solo di PM2.5 che ti entrano nei polmoni, ma l'utilizzo del carbone
 provoca anche la desertificazione, secondo quanto sostiene un rapporto Greenpeace. 
Si tratta di una brutta gatta da pelare per la Cina, dove la maggior parte delle centrali e
 delle industrie che utilizzano il carbone come combustibile si trova proprio nell'arido nord.

A Pechino, il primo aprile tirava un forte vento da nord-ovest. Quando queste condizioni si 
verificano in inverno, l'aria è gelida e pulita. Il tradizionale «pesce» ci ha regalato invece un 
risveglio con centraline dello smog schizzate oltre quota 500, per poi scendere drasticamente
 sotto il livello 50 al calare del vento. Come si spiega?

D'inverno, le terre che stanno a nord-ovest di Pechino, su su verso la Mongolia e il Gobi, 
sono ghiacciate e il vento da nord ovest porta un gran freddo salutare che spazza via lo smog; 
quando il ghiaccio se ne va, a primavera, da quelle lande in progressiva desertificazione il vento
 porta invece la sabbia e la polvere, su cui si fissano le sostanze inquinanti. Fortunatamente, si 
tratta di PM10, microparticelle da 10 micron di diametro, abbastanza grandi cioè da poter
 essere filtrate da mascherine e peli del naso (che infatti brucia).
Con le PM2.5, prodotte dalle emissioni inquinanti e ancora più microscopiche, sarebbe
tutto molto più difficile. Passano attraverso le nostre difese artificiali e naturali per
 installarsi nell'organismo e fare danni. 
Sono carbone puro dissolto nell'aria che - quando il vento tira da sud a nord - viene su
dall'Hebei, la regione industriale attorno a Pechino.

Il fenomeno appare del tutto coerente con il rapporto diffuso lo scorso martedì da
 Greenpeace, secondo cui, nella Cina settentrionale, si è creato un vero e proprio 
ciclo inquinamento-desertificazione di cui la gente, quotidianamente, respira le 
conseguenze.
È qui, infatti, che si concentrano le industrie dell'acciaio, della chimica, del cemento, che
utilizzano alte quantità  di carbone ed emettono fumi tossici nell'aria.
Ed è per questo che finora erano state criticate.
 Ma oggi si scopre che contribuiscono anche alla distruzione delle risorse idriche. 
Ed è questa la novità.

Le province a nord dell'ex Celeste Impero sono infatti terreno arido. Per renderlo 
coltivabile e abitabile, i cinesi compiono grandi opere idrauliche dalla notte dei tempi.
 L'ultimo di questi progetti è il cosiddetto «Progetto di Diversione Sud-Nord», che porta
 l'acqua dallo Yangtze fino a Pechino. Ebbene, secondo Greenpeace, proprio il consumo
 idrico accentuato da parte delle grandi industrie fa sì che l'acqua venga utilizzata più
 velocemente di quanto venga rigenerata, alterando l'ecosistema. Ed ecco perché il vento
 di primavera-estate porta polvere negli occhi e nel naso.

Il carbone consuma acqua anche di per sé, senza bisogno di acciaierie o petrolchimici.
 Lo studio dell'organizzazione ambientalista rivela che, nel 2013, le 8.359 centrali elettriche
 a carbone esistenti nel mondo hanno consumato 19 miliardi di metri cubi di acqua dolce, 
la quantità sufficiente a soddisfare le esigenze di oltre un miliardo di persone, un settimo
 della popolazione mondiale. Se si considerano anche le risorse idriche utilizzate per
 l'estrazione e il lavaggio del carbone, ne vengono consumati circa 23 miliardi di metri
 cubi ogni anno.......Continua a leggere qui

04 aprile 2016

12 grandi artisti con Greenpeace in difesa del mare ! Vota Sì al referendum.

Tratto da  Left 

Dodici artisti con Greenpeace per il Sì al referendum. Lo spot video
trivelle
Greenpeace lancia un video con la partecipazione di dodici noti artisti italiani, schierati in favore del Sì al referendum contro le trivelle del prossimo 17 aprile. L’associazione ambientalista ha coinvolto alcuni tra gli attori, i cantanti e gli showman più popolari del nostro Paese per invitare gli italiani a partecipare alla consultazione referendaria in difesa del mare.
Ficarra e Picone, Nino Frassica, Claudia Gerini, Elio Germano, Valeria Golino, Flavio Insinna, Noemi, Piero Pelù, Isabella Ragonese, Claudio Santamaria e Pietro Sermonti: il 17 aprile tutti hanno un “appuntamento speciale”. Con il mare, le onde, i pesci, i gabbiani, le conchiglie. E con un patrimonio naturale da proteggere, così fragile e prezioso da non meritare l’oltraggio delle trivelle. Perché “il mare non è un giacimento”.
Ficarra e Picone spiegano lo spirito con cui questi artisti hanno voluto collaborare alla campagna di Greenpeace: «Noi votiamo Sì perché bisogna cominciare a investire sulle energie rinnovabili. Noi votiamo Sì perché i nostri figli voterebbero Sì».
«Il contributo di questi generosi artisti è decisivo per bucare la cappa di silenzio che si è voluta far cadere sul referendum», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «Partecipare al voto è un atto importante, di responsabilità democratica, oltre che un diritto».
Il 17 aprile tutti abbiamo un “appuntamento speciale”. Con il mare, le onde, i pesci, i gabbiani, le conchiglie.

E tu? Il 17 aprile VOTA Sì e difendi il mare con noi!

Studio shock dell’Università di Oxford : Basta fossili dal 2017 per fermare il cambiamento climatico

Tratto da Rinnovabili.it 


Studio shock dell’Università di Oxford

Basta fossili dal 2017 per fermare il cambiamento climatico

Per salvarci dagli effetti del cambiamento climatico, tutte le infrastrutture energetiche dovranno essere zero carbon dal prossimo anno



(Rinnovabili.it) – Per mantenere un 50% di possibilità di evitare gli effetti più catastrofici del cambiamento climatico, dopo il 2017 non si dovrebbero più costruire impianti a carbone, a gas o a petrolio.
Forse starete sbattendo le palpebre, increduli, ma non c’è niente di complicato. Tutte le nuove infrastrutture energetiche dovranno essere zero carbon dal 2017.

Lo afferma uno studio pubblicato sulla rivista Applied Energy da un team di ricercatori dell’Università di Oxford. Le conclusioni di questo lavoro, in sostanza, disintegrano qualsiasi piano a medio e lungo termine che i governi del mondo potrebbero aver redatto con l’intento di uscire dall’era del fossile.

«Per i responsabili politici che considerano i cambiamenti climatici un problema lontano nel futuro, questo dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme», ha detto Cameron Hepburn, co-autore dello studio, secondo cui tutte le centrali elettriche alimentate da fonti fossili dovrebbero essere dotate di sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio.

In tutta onestà, possiamo immaginare che nonostante un numero sempre maggiore di ricerche abbia già chiarito la completa inadeguatezza dell’accordo sul clima raggiunto alla COP 21, non cambierà nulla.
Secondo un report di Sierra Club e Greenpeace appena pubblicato, circa 1.500 impianti a carbone sono in fase di costruzione o allo stadio progettuale in tutto il mondo. ....

Se gli esperti di Oxford hanno ragione, il 2017 è l’ultimo termine possibile per mantenere aperto un 50% di possibilità di evitare gli effetti catastrofici del cambiamento climatico. Questo potrebbe causare impatti severi anche in Occidente, con un aumento del costo della vita, la svalutazione delle abitazioni in località costiere, l’aumento di fenomeni meteorologici estremi e delle migrazioni. Prepariamoci: un semplice ombrello non sarà sufficiente.

Greenreport Il mare di Sicilia come la Basilicata? L’inchiesta dimenticata sul petrolio, a Ragusa

Tratto da greenreport

Il mare di Sicilia come la Basilicata? L’inchiesta dimenticata sul petrolio, a Ragusa


ragusa vega petrolio sicilia
«Dispiace rilevare che per risparmiare decine di milioni di euro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini. Siamo di fronte a criminalità organizzata ambientale su base imprenditoriale». Commenta così l’inchiesta a carico dell’Eni per smaltimento illegale di rifiuti in Basilicata sulla quale si indaga anche per disastro ambientale il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. Quello lucano è forse il caso più eclatante e più recente, ma non è l’unico.
Forse qualcuno l’ha dimenticato, ma è ancora pendente al Tribunale di Ragusa un’inchiesta del tutta simile a carico dell’Edison per «gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi» causati dalla piattaforma di petrolio Vega davanti le coste ragusane. In questo caso, secondo l’inchiesta, si è avvelenato il mare con «Metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e Mtbe» utilizzando «cinquecentomila metri cubi di acque ‘contaminate’ da rifiuti anche pericolosi» e causando danni ambientali e contaminazioni chimiche nelle acque e nel sottosuolo circostanti. Il danno stimato dalla Procura della repubblica di Ragusa è di circa 70 milioni di euro, pari al risparmio conseguito dall’Edison e dall’Eni socio al 40%. Risulta evidente come siano false tutte le rassicurazioni che le società petrolifere tentano di trasmettere ai cittadini circa i rischi derivanti dalla ricerca petrolifera a mare. Ogni giorno si avvelena il mare attraverso le operazioni di routine come dimostrato dalla ricerca Ispra sulle piattaforme petrolifere e reso noto da Greenpeace.
Estremamente gravi inoltre le dimissioni della ministra dello Sviluppo economico, particolarmente inquietanti tenuto conto anche del fatto che è la stessa che a fine 2015 ha dato all’Edison l’autorizzazione a trivellare nuovi pozzi e istallare una nuova piattaforma davanti alle nostre coste. Emerge chiaramente come il governo faceva e fa grandi favori ai petrolieri a scapito delle popolazioni locali senza preoccuparsi dei danni alla salute all’ambiente e al mare.
È anche per questo motivo che è necessario che gli italiani il 17 aprile vadano a votare Sì al referendum contro le trivelle, per un futuro senza combustibili fossili e per difendere il mare noi stessi e le future generazioni dall’inquinamento e dai rischi del riscaldamento globale.
di Legambiente, Gruppo di lavoro intercircoli della Provincia di Ragusa

03 aprile 2016

Inquinamento, i cambiamenti climatici stanno uccidendo la Great Barrier Reef d’Australia.

Tratto da  Il Fatto Quotidiano articolo della Dottoressa Dorsogna

Inquinamento, i cambiamenti climatici stanno uccidendo la Grande Barriera Corallina 

Ci sono le immagini aeree a mostrarlo: la Great Barrier Reef d’Australia, una delle meraviglie naturali più suggestive del mondo, ha perso i suoi vivaci colori e la vita che ospitava ed è al 95%“sbiancata”.  Non si sa se tornerà mai normale, ma secondo i più pessimisti metà morirà fra qualche settimana. È il peggior episodio di “sbiancamento” delle barriere coralline mai registrato.
barriera corallina 3
La Great Barrier Reef è composta di circa 3.000 sistemi indipendenti e 900 isole che si snodano su un area di circa 350mila chilometri quadrati. La si vede dallo spazio ed è la più grande struttura del mondo costruita da esseri viventi: miliardi di polipi corallini che si sono organizzati da sole nel tempo. Per la sua bellezza, per la biodiversità della vita che ospita, la Great Barrier Reef d’Australia è un sito protetto dall’Unesco dal 1981.
Ma sta morendo. Terry Hughes, il capo del National Coral Bleaching Taskforce d’Australia che ha eseguito il sondaggio dello stato di salute della barriera ha detto che questo è stato il peggior viaggio della sua vita. Di centinaia tratti di barriera analizzati fra la città di Cairns, Australia fino a Papua Nuova Guinea, un tragitto di 400 chilometri di mare, Hughes ha trovato che solo 4 segmenti su 520 erano sani. Il resto erano tutti sbiancati. Un ecosistema sano avrebbe presentato invece diversità di colori e vita.
Perché i coralli sbiancano? Sbiancano a causa dell’aumento della temperatura del mare, a sua volta causato dai cambiamenti climatici visto. Gli oceani infatti assorbono il 93% del calore generato dall’effetto serra sul pianeta. I coralli sono particolarmente sensibili alla temperatura dell’acqua in cui vivono. Anche aumenti modesti di temperatura portano al rigetto dell’alga principale che le compongono e che le danno colore: le zooxanthellae.  Il colore scompare, i coralli diventano bianchi, e più proni a malattie e alla morte. E con loro scompare tutta la biodiversita che ospitano visto che un quarto di tutte le specie marine sul pianeta vivono in simbiosi con gli habitat generati dai coralli. È una morte triste.
Secondo il Professor Justin Martin dell’Università del Queensland è tutto e senza ombra di dubbio a causa dei cambiamenti climatici.
barriera corallina 4
.......... Secondo il National Oceanic Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti, l’epidemia dei coralli sbiancati potrebbe impattare il 40% dei coralli sul pianeta.
Ce la faranno i coralli a ritornare alla normalità? Come detto non si sa, anche se i più pessimisti dicono di no. Ma Mark Eakin oceanografo di NOAA ricorda che tornare alla normalità sara’ molto difficile. I coralli sono delicati e le continue “martellate” da parte dell’uomo — usa proprio queste parole! –non lasciano presagire niente di buono.
Forse a Matteo Renzi i coralli d’Australia paiono lontani dalle pressioni e dalle parole dei suoi petrol-amici. Ma i coralli silenziosi e lontani sono una ennesima testimonianza del fatto che il pianeta è fragile e che anche ecosistemi incontaminati e speciali sono minacciati dai cambiamenti climatici generati dall’uomo e dal nostro uso smodato di fonti fossili.  
I coralli sbiancano e muoiono per colpa nostra.
Da qualche parte dobbiamo iniziare, se vogliamo conservare questo pianeta per le generazioni future, dalle barriere coralline che muoiono, ai ghiacciai dell’Artico che si sciolgono, alle isole del Pacifico che vengono ingoiate dal mare. Non è giusto che questi ecosistemi vengano obliati dal pianeta perché non sappiamo dire di no ai petrolieri. Non possiamo aspettare un giorno di più.
Spero che chiunque sia sensibile a questi temi diventi un piccolo attivista, che sia lui o lei un piccolo difensore della Terra e che tutti in massa si possa votare SI il 17 Aprile. Nonostante il fossil-pensiero dei governanti italici il pianeta ce la può fare senza petrolio. Qui le immagini della Grande Barriera Corallina d’Australia che sbianca e muore.

Lo studio di Heal : “La bolletta della salute non pagata – come le centrali a carbone fanno ammalare”,



Tratto da Il Piccolo

«Balcani, l’energia sporca costa 8 miliardi all’anno»

Due organizzazioni: centrali a carbone inquinanti, alto il prezzo per la salute. 
BELGRADO. Fumi grigi che stagnano su valli e pianure, il tipico odore di carbone bruciato che ammorba l’aria, dall’autunno a primavera inoltrata. E persone che tossiscono, in città come in campagna. I Balcani sono malati.
Non più di ultranazionalismo, ma di un inquinamento che grava per miliardi di euro sulle casse degli Stati della regione. Lo ha confermato, fornendo per la prima volta numeri precisi, un rapporto della Health Environment Alliance(Heal), organizzazione no profit che analizza come i guasti prodotti dall’azione dell’uomo sull’ambiente abbiano conseguenze deleterie per la salute dei cittadini in Europa.
Balcani e carbone Lo studio di Heal, intitolato “La bolletta della salute non pagata – come le centrali a carbone fanno ammalare”, parte da un assunto. I Balcani occidentali - Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo e Macedonia - producono la stragrande maggioranza della propria energia elettrica utilizzando le fonti sporche del carbone e della lignite. E giovandosi dell’obsoleta tecnologia di alcune fra le più inquinanti centrali ancora attive sul suolo europeo.
In una classifica compilata dall’Agenzia per l’ambiente dell’Unione europea, ai primi dieci posti fra gli impianti che in Europa emettono più anidride solforosa nell’aria ben sette sono localizzati nei Balcani. La palma di centrale a carbone più inquinante spetta a quella di Ugljevik, in Bosnia, sulle montagne tra Tuzla e Bijelina, responsabile della produzione di oltre 150 mila tonnellate di anidride solforosa all’anno.
Argento e bronzo vanno invece a due impianti in Serbia, la Nikola Tesla B(93mila tonnellate) e Kostolac B (89.100). Dopo la greca Amintaio, ecco poi la centrale di Kakanj (73mila tonnellate) in Bosnia e la macedone di Bitola(67mila). Fra le dieci centrali più pericolose, anche la serba Kostolac A e labosniaca Tuzla.
Salute e casse pubbliche Secondo lo studio di Heal, ospitare nei Balcani le centrali più inquinanti d’Europa ha un prezzo altissimo in termini di danni alla salute dei cittadini. Ben otto miliardi e mezzo di euro all’anno ai cinque Paesi presi in considerazione, il 13% del loro Pil totale, ha calcolato BankWatch, un’altra organizzazione che si occupa di denunciare anche affari e investimenti poco trasparenti in Europa.
Quella cifra, spiega Heal, «è stata calcolata in base ai costi direttamente collegati all’inquinamento dell’aria causato dalla centrali elettriche a carbone, incluse morti premature, ricoveri ospedalieri per problemi respiratori e cardiovascolari, nuovi casi di bronchite cronica, ricorso diffuso e massiccio a farmaci e giorni di lavoro persi per problemi di salute», sempre provocati dai fumi.


In Serbia, Bosnia, Macedonia, Kosovo e Montenegro, ha rivelato lo studio di Heal, «i livelli di inquinanti nell’aria» sono in media «di due e volte e mezzo superiori ai vari limiti nazionali e di molto maggiori a quelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità»......

Tirreno Power offre il carbonile alla regione Liguria....

Su  Il SecoloXIX.it del 02 Aprile 2016


Leggi anche su RSVN

‘Impianti a carbone dismessi entro pochi anni’


Si riapre dibattito alla Tirreno Power di Vado
Vado Ligure. “Le ultime dieci centrali a carbone in Italia 
potrebbero essere dismesse entro qualche anno”. 
Questo il senso di un passaggio dell’intervista che il ministro 
dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha reso all’emittente 
Radio Capital in questi giorni......Leggi qui


01 aprile 2016

Le chiese britanniche abbandonano le energie fossili

Tratto da  Greenreport
Più di 400 chiese passano a fornitori di energia rinnovabile

Le chiese britanniche abbandonano le energie fossili. Più di un milione di sterline al Clean Power

Il Papa: i combustibili fossili devono essere progressivamente sostituiti senza indugio
[1 aprile 2016]
Chiese combustibili fossili
Lanciata all’inizio della Quaresima da Christian Aid e Tearfund, l’iniziativa The Big Church Switch invita le chiese e i fedeli britannici a cambiare compagnia elettrica, per dimostrare la necessità di uscire dai combustibili fossili. Durante la sola settimana di Pasqua le chiese e i fedeli britannici avrebbero rinegoziato bollette per oltre un milione di sterline. Una piattaforma online mette in contatto chi si iscrive con esperti di energia, promettendo così  di trovare la migliore offerta di energie rinnovabili, negoziando con fornitori di energia.
La Chiesa d’Inghilterra ha circa 16.000 chiese, mentre i metodisti hanno circa 6.000 cappelle, tra le 424 chiese che hanno già cambiato fornitore di elettricità c’è il più antico edificio metodista nel mondo, la New Room  di Bristol e il suo direttore, David Worthington,  ha detto: «Possiamo essere il più antico edificio metodista nel mondo, ma questo non significa che dobbiamo usare l’energia inquinante del passato. Prendiamo seriamente l’impatto che abbiamo sul nostro prossimo, sia a livello locale che globale. Passare dal nostro fornitore di energia a fonti di energia pulita è una cosa semplice che possiamo fare per aiutare la transizione globale verso un mondo low carbon. Se noi, in un edificio vecchio come il nostro, siamo in grado di aderire all’idea dell’energia rinnovabile, allora lo può fare chiunque ».
Anche il vescovo di Manchester, David Walker, ha accolto con favore l’iniziativa: «La creazione è un dono di Dio ed i cristiani hanno la missione divina di prendersene cura – ha sottolineato – Come ogni destinatario di un dono prezioso, per onorare il donatore dobbiamo far tesoro del dono. Come individui e chiese abbiamo la  scelta del modo in cui trattiamo la Terra, di come spendiamo i nostri soldi, del  modo in cui alimentare le nostre case e le nostre costruzioni. Con la creazione di tecnologia in grado di trasformare il vento e il sole in energie pulite e rinnovabili gli esseri umani continuano a beneficiare del dono della creazione. Rendere la maggior parte di questo raccolto abbondante è per noi un modo normale per riparare le devastazioni del cambiamento climatico e garantire stiamo avendo un ruolo attivo nel far parte della soluzioneThe Big Church Switch è per noi tutti un modo pratico per fare la nostra parte».
I quaccheri della Gran Bretagna hanno organizzato il “Quaker basket” con il fornitore di energia elettrica verde Good Energy e stanno organizzando 100 incontri locali perché i fedeli della loro confessione passino  alle energie rinnovabili.
Il reverendo Graham Sinden, ministro della Kidlington Baptist Church, che sostiene Tearfund, evidenzia: «Dobbiamo mettere in pratica ciò che predichiamo. Se crediamo che dovremmo guardare al futuro di questo mondo che Dio ha creato per tutti noi, allora dobbiamo fare tutto il possibile per ridurre al minimo la nostra impronta di carbonio, in particolare in quanto sono i più poveri del mondo che sono i più colpiti dal cambiamento».
Anche secondo Laura Taylor, head of advocacy di Christian Aid, «The Big Church Switch dimostra che le persone sono disposte a ridurre le nostre emissioni di CO2, e che vogliamo agire insieme. Il governo britannico deve contribuire ad accelerare il passaggio dai combustibili fossili alle rinnovabili, mentre  prepara  il prossimo carbon budget per il nostro Paese».
Ben Niblett, senior campaigner di Tearfund è molto soddisfatto dicome stanno procedendo le cose: «Siamo così incoraggiati da questo movimento crescente: partecipando a The Big Church Switch, i cristiani di tutto il Regno Unito hanno preso provvedimenti e ha avuto un grande impatto sulla nostra impronta di carbonio. Amiamo il nostro prossimo  con le nostre bollette elettriche. Continueremo a chiedere conto ai governi e ad  aiutare le persone di tutto il mondo colpite dai devastanti effetti quotidiani del cambiamento climatico».
Il nuovo impegno dei cristiani di tutto il mondo e di quasi tutte le confessioni per l’ambiente ha avuto una grossa spinta grazie a Papa  Francesco, con l’enciclica Laudato Si’  e le continue dichiarazioni sulla necessità di ridurre le emissioni di gas serra per affrontare i cambiamenti climatici. Gli ambientalisti di tutto il mondo hanno esultato quando, nel giugno 2015, il Papa ha chiesto un intervento immediato per salvare il pianeta dagli effetti del cambiamento climatico, dichiarando che «I Combustibili fossili altamente inquinanti devono essere progressivamente sostituiti senza indugio».

La partita del referendum del 17 aprile: Un “sì” fermo e collettivo può essere il sasso che Davide scaglia contro Golia.

Tratto da Qualenergia 


Post dimissioni Guidi: la partita del referendum del 17 aprile

Un “sì” fermo e collettivo può essere il sasso che Davide scaglia contro Golia.

Pensavo fosse incompetenza o mancanza di visione. Fresca di laurea, folgorata sulla via dell’energia come “madre di tutte le battaglie” da combattere (contro le crisi internazionali, i ricatti dei potenti detentori delle risorse, contro le crisi sociale, ambientale e poi anche economica), ero ingegneristicamente innamorata dell’idea che sole, vento, biomassa, maree e calore della Terra, assieme alle intelligenti evoluzioni della tecnologia, avrebbero mostrato di lì a poco la via per costruire una nuova “democrazia energetica” e, ingenuamente, pensavo il freno fosse causato “solo” dalla manifesta incapacità strategica di un apparato politico/burocratico stanco, cinico e clientelare.
E invece sbagliavo di grosso. La strategia esiste. Esiste e appare dettata da un potere apartitico gestito attraverso schiere di azzeccagarbugli che usano la normativa contro i cittadini, contro la partecipazione, contro le migliori idee ed energie del Paese, potere evidente se si analizza l’assoluta continuità nelle scelte fossili degli ultimi 4 governi, dalla destra di Berlusconi/Romani, ai tecnici Monti/Passera, passando per la “sinistra” di Letta/Zanonato, fino al governo del partito della “nazione” di Renzi/Guidi, il più fossile di tutti (si veda appunto la vicenda che ha portato alle dimissioni di Guidi, ndr).
L’ascolto è riservato esclusivamente ai soliti noti, per i quali un varco nel ginepraio della burocrazia si riesce sempre ad aprire (le autostrade, gli inceneritori, il cemento, le trivelle dello “sbloccaItalia” ne sono la manifestazione plastica).
La “strategia” esiste, e ci sono almeno due campi di gioco.
Il primo campo è quello del sistematico affossamento di uno dei settori economici più promettente del nostro Paese, quello delle fonti rinnovabili, che hanno l’enorme colpa di aver iniziato a dimostrare di essere pronte, da subito, a fare la propria parte (il 40% dell’energia elettrica prodotta in Italia nel 2014 deriva da fonti rinnovabili), senza restare confinate nella nicchia che si era pensata per loro. Lungi dal considerare un successo questa straordinaria progressione, ci si è immediatamente preoccupati per la progressiva inutilità delle turbo-gas a metano, installate come funghi nel recente passato.
Ne è seguita una campagna mediatica impressionante che punta il dito sul “costo delle rinnovabili in bolletta”, che sarebbero le responsabili della pesantezza della spesa energetica sulle famiglie italiane; si tace però sul fatto che le risorse fossili ricevono dallo Stato agevolazioni di ogni genere e finanziamenti diretti/indiretti stimati in circa 14 miliardi di euro/anno, e che il grande beneficio delle rinnovabili sul prezzo dell’energia all’ingrosso rimane spartito nel mercato dei grossisti, a causa di un complicatissimo meccanismo con il quale tale prezzo viene stabilito.......
Sul campo numero due si gioca la partita che interessa più direttamente il referendum: la costruzione del miraggio della irrinunciabilità, per il nostro sistema Paese, dell’utilizzo delle fonti fossili (metano e petrolio) presenti nel sottosuolo.
Il governo Monti, con il decreto sviluppo, riaprì la strada a permessi di ricerca e coltivazione (estrazione) entro le 12 miglia marine dalla costa, che la Prestigiacomo, sull’onda del terribile incidente nel golfo del Messico, aveva bloccato; più recentemente, nello SbloccaItalia di Renzi, sono arrivati una serie di “semafori verdi” per rilanciare lo sfruttamento degli idrocarburi (attività con una filiera ad altissimo impatto ambientale e a bassissima densità lavorativa), agendo pesantemente anche sulla possibilità delle Regioni di partecipare almeno “alla pari” alle decisioni relative ai permessi.
Il tutto per favorire lo sfruttamento di risorse fossili che darebbero all’Italia una “indipendenza energetica” complessiva di alcune settimane, in un reale“accanimento terapeutico” contro l’ambiente (espressione di Leonardo Maugeri, per 10 anni direttore delle strategie di ENI), per cercare di prolungare di qualche anno un sistema per il quale molti territori italiani hanno già pagato e stanno pagando un prezzo altissimo (come la Basilicata: 80% della produzione nazionale di petrolio, il PIL tra i più bassi d’Italia, zone spopolate a causa dei gravissimi danni ambientali e preziosissime falde acquifere a rischio; Regione in prima linea contro il governo).....
Il voto del 17 aprile sarà centrato sulla richiesta di annullare i benefici di tale condono. Ma la partita che si gioca, nell’ottica della strategia complessiva qui sinteticamente descritta, è di tutt’altro livello.
Il cavallo di battaglia dei promotori del “no” (o, peggio, dell’astensione), sarebbe quello dell’inutilità di questo quesito, descritto come il suicidio di un popolo che rinuncia al proprio futuro: in pochissimi, però, ricordano che una scelta del genere arriverebbe in assoluta coerenza con i recentissimi impegni che il nostro governo ha sottoscritto assieme ad altri 194 Paesi durante la COP21 di Parigi, che a dicembre scorso ha messo per sempre le fossili “dalla parte sbagliata della storia”.
Per contenere i cambiamenti climatici entro una soglia sostenibile per il pianeta (2 gradi centigradi di innalzamento della temperatura media, ma meglio se 1,5), il processo strategico di decarbonizzazione dell’economia deve vedere un’immediata e importantissima accelerazione che prevede, tra le altre cose, che i 2/3 delle risorse fossili (metano compreso) debbano restare nel sottosuolo, senza “se” e senza “ma”.
La vittoria del Sì bloccherebbe progressivamente, in circa 10 anni, la produzione di quantitativi di gas metano pari al 3% del consumo nazionale e di petrolio di meno dell’1%: in un tempo decisamente minore si può compensare tale perdita con interventi minimi di efficientamento energetico (di strutture pubbliche, di processi produttivi, di abitazioni), potenziando un settore strategico, perfettamente in grado di riassorbire le eventuali perdite di posti di lavoro “oil&gas”.
Davvero un Paese che dovrà, assieme all’Europa, ridurre le proprie emissioni almeno del 60-70% entro il 2050 può temere un impegno così contenuto?
Davvero, in un Paese che ha pagato lo scorso anno il prezzo di 84.400 morti premature per inquinamento, si vuole credere che esista ancora una possibilità di cedere al ricatto salute-lavoro?
Davvero si pensa che il lavoro o l’indipendenza energetica verranno da un’industria fortemente sovvenzionata, destinata inesorabilmente ad esaurirsi, mentre si sceglie di riempire di zavorra i percorsi di costruzioni delle filiere industriali nazionali legate alle rinnovabili, all’efficienza energetica e si dimentica sistematicamente di investire su quei sistemi di mobilità nuova e sostenibile che ridurrebbero i consumi e gioverebbero a salute e benessere?
Questo referendum, dalla gittata apparentemente contenuta, ha invece un potere dirompente, perché la vittoria del SI può dare una spallata ad un castello di bugie, può mostrare che la strada verso la democrazia energetica, verso una promozione sostenibile dei talenti sani dei nostri territori (paesaggio, cultura, turismo, pesca e agricoltura sostenibili, eccellenze agro-alimentari) è segnata e che non si torna più indietro.
Un “sì” fermo e collettivo può essere il sasso che Davide scaglia contro Golia.
Può essere la mossa del cavallo, che balza fuori dal piano della discussione su cui fittiziamente vuole tenerti l’avversario, e vince la partita intera.
(L'articolo è stato pubblicato da Sbilanciamoci.info,