COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".
Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post

02 dicembre 2016

Patrizia Gentilini :Referendum e ambiente, perché la cura è peggiore del male

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Referendum e ambiente, perché la cura è peggiore del male

Patrizia Gentilini 

Risultati immagini per isde no

Si è svolta ieri mattina alla Camera una conferenza stampa indetta dall’onorevole Pino Pisicchio per mettere in luce le ricadute sull’ambiente – e di conseguenza sulla salute – delle modifiche costituzionali che il 4 dicembre andremo a votareIl tema è indubbiamente di cruciale importanza e, almeno fino ad ora, non era emerso con il rilievo che merita. In realtà il problema non era sfuggito all’Associazione dei Medici per l’Ambiente che già nel giugno scorso con un proprio comunicato aveva espresso tutte le proprie perplessità sulla questione.
Leggi il comunicato 

In sintesi con le modifiche al Titolo V si ridisegnano i rapporti fra Stato e Regioni e viene introdotta una diversa ripartizione delle loro competenze: in pratica, le modifiche porterebbero ad un accentramento di poteri e ad una contestuale diminuzione delle autonomie locali. In particolare lo Stato accentrerà su di sé tutte le competenze in materia di energia, grandi opere, infrastrutture, togliendo voce ai territori e potrà inoltre esercitare una “clausola di supremazia” esautorando quindi le amministrazioni locali di ogni potere decisionale anche sulle materie loro riservate.
La novità non è di poco conto e fortunatamente non è sfuggita a quanti, tra cittadini, associazioni, comitati, in tutta Italia si oppongono a grandi opere, inceneritori, trivellazioni e che di recente hanno sottoscritto l’appello “territori per il No”: ridisegnare in questo modo i rapporti fra governo centrale e territori significa di fatto esautorare completamente le volontà locali e quelle delle istituzioni più vicine ai cittadini.
In realtà non è una novità se pensiamo a quanto già fatto dallo “Sblocca Italia” che impone nuovi inceneritori, elimina i vincoli territoriali per lo smaltimento dei rifiuti e ribattezza impianti insalubri di 1° classe – quali sono appunto gli inceneritori – come “impianti strategici ai fini della salute e dell’ambiente”! Già oggi molte delle principali criticità sanitarie da inquinamento ambientale sono state causate, in varie aree del Paese, dall’identificazione di impianti inquinanti come “opere strategiche di rilevanza nazionale” espropriando di fatto completamente gli enti locali di qualunque possibilità decisionale.
La riforma costituzionale proposta, in particolare con le modifiche all’art. 117, renderebbe questa possibilità strutturale, con il rischio di allargare ulteriormente il divario tra le reali esigenze dei territori e gli interessi dello Stato, spesso legati a motivazioni estranee e antitetiche alle aspirazioni e al Bene Comune delle Comunità locali.
Per noi medici è chiaro il concetto che la salute non è la semplice assenza della malattia, ma, come la definiva l’Oms già dal 1948, “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e siamo ben consapevoli che tale stato di benessere può realizzarsi solo in presenza di equità sociale e nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, quali il diritto alla salute, all’istruzione, all’abitazione, al lavoro, all’autodeterminazione territoriale, nonché ad un ambiente salubre e rispettoso degli equilibri naturali.
So bene, come medico, che se la diagnosi è sbagliata è ben difficile che il malato possa ricevere la cura giusta e quindi, parafrasando il concetto, individuare nella Costituzione la causa dei guai del nostro paese è semplicemente paradossale e, mai come in questo caso, la cura sarebbe peggiore del male!
Ma tutto questo non è un caso e va ben capita la “filosofia” che ispira questa riforma: essa non è certo nata oggi ma è il risultato di un percorso avviato già con la sottoscrizione dei trattati europei e l’introduzione del pareggio di bilancio. Mettendo al primo posto infatti stabilità dei prezzi, competitività e libera circolazione di merci, capitali e forza lavoro, si è spalancata la strada a principi di incontrollato neoliberismo che subordinano i diritti fondamentali della persona alle esigenze del mercato e della finanza.
La nostra Costituzione è nata, viceversa, da un lungo e paziente lavoro di conciliazione fra diverse visioni della società che avevano però come base comune il rifiuto del liberismo e l’affermazione prioritaria della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali. Attuiamo piuttosto finalmente la nostra Costituzione rimettendo al centro i valori che l’hanno ispirata e respingiamo modifiche che aggraverebbero ulteriormente disuguaglianze sociali, povertà, precarietà, disastri ambientali e incertezza per il futuro.

01 dicembre 2016

Perchè le Mamme NO Inceneritore dicono di votare NO al Referendum Costituzionale.

Al Referendum Costituzionale del 
4 dicembre votiamo NO perchè su Ambiente e Salute 
vogliamo poter decidere!





Guarda il video e scopri perchè le Mamme No Inceneritore dicono di votare NO.

22 novembre 2016

Sottratta alle autonomie locali la possibilità di decidere sugli impianti inquinanti in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale

Tratto da Informazione indipendente

Discariche e inceneritori in ogni città basta un


Sottratta alle autonomie locali la possibilità di decidere sugli impianti inquinanti in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale. L’avvocato Roberto Lamma ci spiega come i cittadini sarebbero succubi delle decisioni romane e come le autonomie locali non avrebbero più discrezionalità per difendere i cittadini, Dove fare un inceneritore o un discarica sarebbe deciso dal governo centrale senza più interlocutori.

Intervista all'avvocato Roberto Lamma.
Di Daniele Ceccarini e Paola Settimini

03 giugno 2016

Maria Rita D' Orsogna :Vincere contro le multinazionali si può. Ci vogliono pazienza, intelligenza e amore dentro

Tratto da Informazione indipendente.com 

Vincere contro le multinazionali si può. Ci vogliono pazienza, intelligenza e amore dentro

La multinazionale voleva imbottigliare e commercializzare l’acqua di un fiume di Cascade Locks, nell’Oregon. Non aveva fatto i conti con un gruppo di donne, in grado di promuovere una campagna monumentale. E di vincere.
Sono sempre belle le storie di comunità che si organizzano e che combattono battaglie più grandi di loro e della speranza di vincerle. Ed è ancora più bello che qualche volta ci riescano. Questa storia si svolge in Oregon. In una piccola città di mille anime che si chiama Cascade Locks. Un posto tranquillo, un piccolo paradiso terrestre a sessanta chilometri da Portland, la capitale dell’Oregon e convisuali mozzafiato su monti e fiumi. E che fiumi. Non per niente si chiama Cascade Locks. Cascade sta per cascata e Locks sta a indicare una serie di barriere costruite sui fiumi tanti anni fa per migliorarne la navigazione. Il fiume principale si chiama Columbia River, è lungo quasi duemila chilometri e spinge circa sette milioni di litri d’acqua al secondo, dalle Rocky Mountains fino al Pacifico. Il fiume e i suoi tributari sono alimentati dalle nevi sul Mount Hood e dalle abbondanti pioggie della zona.
nestle 2Nel 2007 entra in scena la Nestlé, la ditta alimentare svizzera che produce un po’ di tutto e che in Italia è proprietaria dei marchi Acqua Panna e San Pellegrino. Il suo progetto? Imbottigliare e commercializzare l’acqua di uno degli affluenti del Columbia River che passa proprio per Cascade Locks, e che si chiama Oxbow Springs. La Nestlé voleva accaparrarsi più di cinquecento milioni di litri l’anno di quest’acqua e venderla in 1,6 milioni di bottigliette di plastica l’anno, sotto il nome di Arrowhead, consumata in massa qui negli Usa. 
Cosa poteva dire la Nestlé? Un po’ come i petrolieri: che avrebbero portato lavoro e soldi, che non sarebbe cambiato niente, che avrebbero costruito un impianto da cinquanta milioni di dollari per imbottigliare l’acqua, portando lavoro a cinquanta persone. Avevano anche il sindaco dalla loro parte e tutto il consiglio cittadino, ammaliati dalle promesse acquatiche della Nestlé, e dal fatto che la città non era proprio ricca e che nuovi di posti di lavoro sarebbero stati utili.
Ma né la Nestlé né i politici avevano fatto i conti con i residenti o con gli ambientalisti che in questo caso sono la stessa cosa. La gente, a Cascade Locks, si è arrabbiata e ha agito in modo costruttivo. Un gruppo iniziale di donne (sempre le donne!) ha dato l’allarme, ha studiato i progetti, e ha poi spiegato a tutti quello che sarebbe successo. E cioè che sarebbe aumentata la mole di plastica prodotta, che in città sarebbero passati duecento camion al giorno. Che l’acqua è di tutti e non della Nestlé, e, in questi tempi di cambiamenti climatici, chi può dire se e quando verrà la siccità? Se e quando l’acqua diventerà cosi preziosa che sembrerà un delitto cederla alla Nestlé per profitto? E infatti, nonostante tutta quest’acqua, nel 2015 venne dichiarata una emergenza siccità proprio a Cascade Locks.
nestle 3Gli attivisti hanno iniziato a tappezzare la città di cartelli, a protestare, a chiedere trasparenza. Hanno messo su un blog che si chiama semplicemente Keep Nestle OutHanno regalato acqua a chi veniva a visitare la citta. Hanno girato dei video di sensibilizzazione, poi diffusi su internet, in cui ci si è opposti alla privatizzazione dell’acqua. La gente si è sentita tradita dal proprio governo, svendutosi alla Nestlé, e del fatto che avrebbero tolto loro l’acqua per poi rivendergliela in bottiglia.Tutti si sono sentiti coinvolti: residenti, agricoltori, turisti e le vicine tribù di indiani che ritengono quell’acqua sacra. La notizia si è diffusa presto, specie fra altre città prese di mira dalle multinazionali dell’imbottigliamento. Il mantra degli attivisti è stato: se facciamo venire la Nestlé, come faremo mai a dire di no alle altre? E come possiamo chiedere ai nostri contadini di usare meno acqua quando la imbottigliamo per mandarla chissà dove e per il profitto di una ditta svizzera?
La Nestlé ha goffamente cercato di rispondere con i suoi contro-video e la sua contro-propaganda, ma, come per il petrolio in Italia, nessuno gli ha creduto. Gli attivisti hanno promosso ed organizzato un referendum in tutta la contea di Cascade Locks, che si chiama Hood River County. il giorno 17 maggio 2016 si è votatoQuella che sembrava una battaglia impossibile di questo paesello di mille persone si è trasformata in una enorme vittoriala Nestlé è stata bocciata con il 69 per cento dei voti. Negli Usa non esiste il quorum, ma qui ha votato il 68 per cento degli aventi diritto. È considerata una vittoria monumentale: numeri così alti raramente si vedono negli Usa, e sopratutto è un messaggio chiaro e forte: l’acqua è della gente e non della Nestlé. Cascade Locks è la prima cittadina, e Hood River County la prima contea statunitense, a vietare l’imbottigliamento di acqua locale a livello industriale. Daranno l’esempio e coraggio a molte altre città.
Questa storia mi ha ricordato la nostra storia d’Abruzzo, dieci anni fa, quando contro ogni speranza ci siamo opposti al Centro Oli dell’Eni ad Ortona. Nessuno di noi era un attivista. Tutti ci siamo sentiti partecipi e abbiamo voluto proteggere qualcosa che in un modo o nell’altro era emotiviamente nostro. E, giorno dopo giorno, alla fine, abbiamo vinto noi. Vincere contro le multinazionali si può ad Ortona come a Cascade Locks. Ci vuole solo pazienza, intelligenza, l’amore dentro.
di Maria Rita D’Orsogna (*)

18 aprile 2016

Dorsogna :Il Referendum non raggiunge il quorum :pensieri e grazie

Tratto da Dorsogna
Il Referendum non raggiunge il quorum :pensieri e grazie 
Non ci siamo riusciti . Nonostante tutta la nostra buona volontà,
il nostro entusiasmo ,la macchina del no ,dell'astensionismo ,dei geologi al soldo delle fossili,dei lobbisti del petrolio
 hanno avuto la meglio su di noi. 
E' persa la battaglia sul referendum, non la guerra.

Dobbiamo continuare a esigere un ambiente ed una democrazia pulite ,un ' Italia che guardi alle rinnovabili e al futuro e non alle trivelle e al passato.

ONORE A NOI TUTTI PER AVERCI PROVATO E PER AVERCI CREDUTO SINO ALL'ULTIMO VOTO.



                             Leggi tutto su Dorsogna

Tratto da Qualenergia

Referendum, il Sì al cambiamento ha conquistato più voti del miglior Pd

[18 aprile 2016]
referendum trivelle
Commentando a caldo i risultati del referendum sulle trivelle, il presidente del Consiglio (schierato apertamente per l’astensione, la linea ufficiale del Pd) Matteo Renzi ha dichiarato che «in politica bisogna saper perdere». Ha ragione. Ieri quanti erano e rimangono schierati per il Sì – vasto agglomerato nel quale ci includiamo – hanno perso una battaglia, l’obiettivo del quorum non è stato raggiunto, nonostante anche la notte del referendum sia macchiata di petrolio. A Genova si è rotta una condotta dell’oleodotto Iplom, richiamando gli sforzi dei Vigili del Fuoco, la marea nera scivola verso il mare e mentre scriviamo la situazione rimane critica. Con consueta e amarissima ironia della sorte, i genovesi come molti italiani fino a ieri non si consideravano toccati dai temi del referendum: in città è andato a votare solo il 25,73% degli aventi diritto.
Risultato della tornata referendaria oggi dice che le piattaforme gasiere e petrolifere sparse entro 12 miglia dalle coste italiane continueranno a godere, almeno per un po’ di tempo, di una rendita di posizione non riconosciuta a nessun’altra attività lungo lo Stivale: nonostante la concessione per l’estrazione di combustibili fossili sia stata loro rilasciata con una scadenza (lo standard è 30 anni), la proroga ad infinitum regalata loro dall’esecutivo solo pochi mesi fa permetterà di dilungare i tempi d’estrazione in attesa di prezzi di mercato più propizi o, in alternativa, temporeggiare a piacimento sui tempi di bonifica (già oggi il 73% delle piattaforme situate entro le 12 miglia marine dalle coste italiane sono non operative, non eroganti o erogano talmente poco da evitare il pagamento di royalty).
Se il Sì ha mancato l’obiettivo del quorum, anche quanti hanno perorato la causa del No o quella dell’astensione farebbero però bene a tenere ancora in frigo la bottiglia di champagne: le associazioni ambientaliste hanno già dichiarato che presenteranno «una denuncia alla Commissione europea contro la norma che concede concessioni illimitate per le estrazioni di petrolio e gas», in quanto in «contrasto con le regole del diritto comunitario sulla libera concorrenza». La battaglia iniziata ieri, dunque, continua. Non è però questo il dato più importante emerso dalla tornata referendaria.
Se in politica «bisogna saper perdere», in democrazia è utile anche saper far di conto. Secondo i dati raccolti dal ministero dell’Interno (tabella a lato), su 50.675.406 cittadini chiamati alle urne hanno esercitato il loro diritto-dovere al voto in 15.806.788 (il 31,19%). Di questi, in 2.198.813 hanno votato No, mentre i Sì hanno raccolto l’85,84 % delle preferenze: si tratta di 13.334.754 cittadini.
Oltre 13 milioni di cittadini. Si tratta di un sostegno assai più robusto di quello che il Partito democratico guidato da Matteo Renzi abbia mai potuto vantare........
 È indubbio però che dal referendum di ieri sia arrivato chiaro e forte il segnale di un’intensa spinta democratica, che grida a istituzioni troppo lente la necessità impellente di un cambiamento. ......
Continua a  leggere su Qualenergia

15 aprile 2016

DOMANI 17 APRILE SI VOTA PER FERMARE LE TRIVELLE IN MARE.

  •                 Clicca qui per scaricare le slides sul referendum

  • Tratto da  Rinnovabili.it
    Abbiamo la possibilità di invertire 

  • la rotta, non sprechiamola
    di Mauro Spagnolo


  • Il referendum del 17 aprile è un’importante occasione per imprimere un’accelerazione alla lenta trasformazione del modello energetico nazionale. Votare non è mai “una bufala”, ma espressione di democrazia. Dimostriamolo
(Rinnovabili.it) – Questa è la quarta volta nella storia della Repubblica che i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi con un referendum che investe il tema dell’energia........
Domenica 17 aprile, la battaglia metterà nel mirino gli idrocarburi e le trivelle che li estraggono dal mare. Ma l’obiettivo generale è lo stesso: cambiare un modello energetico ancora disperatamente aggrappato ai combustibili fossili, per guardare una volta per tutte al futuro, quello basato su un modello energetico che garantisca la salute e la qualità della vita dei cittadini, un modello che inevitabilmente passa dall’uso dell’energia rinnovabile e dell’efficienza energetica.

È lodevole il lavoro di controinformazione dal basso che è riuscito a penetrare il muro di gomma delle istituzioni, per tentare di abbattere totem ben più “sacri” dell’atomo: il petrolio e il gas. Mai quanto oggi, infatti, l’energia fossile è sotto accusa, segno che milioni di persone hanno a cuore le sorti dell’ambiente e del futuro dell’umanità. La forza di questo movimento referendario risiede nella capacità di unire le questioni locali – come l’estrazione degli idrocarburi entro le 12 miglia dalle coste italiane – a quelle più transnazionali del cambiamento climatico innescato dal riscaldamento globale. Il nesso è fortissimo, eppure in gran parte del pianeta ancora non viene percepito. 

L’Italia, nel suo piccolo, sta contribuendo ad aprire nuove strade, a costruire un’idea di mondo in cui la globalizzazione dei diritti va anteposta alla globalizzazione del commercio.

Risultati immagini per trivelle referendum 

La resistenza dei gruppi di potere legati ai combustibili fossili sono strenue: lo dimostra, nel contesto italiano, la campagna denigratoria allestita dal governo e dall’industria. Dati apocalittici sul crollo occupazionale e strategicità della produzione nazionale di idrocarburi sono i cavalli di battaglia del blocco composto da contrari e astensionisti. Che arrivano perfino a ventilare timori (in caso di vittoria dei Sì) per un eventuale aumento delle importazioni da luoghi del mondo presidiati di gruppi terroristici. Tutte affermazioni facilmente smentibili, a cominciare dai dati sull’occupazione. Secondo Assomineraria, il referendum – che punta a restituire una data di scadenza certa alle concessioni in acque territoriali – mette in pericolo 10 milaposti di lavoro. Secondo la FIOM sarebbero meno di 100. Il dato sembra più ragionevole, dal momento che le 92 strutture entro le 12 miglia (tra piattaforme, teste di pozzo e strutture di supporto attive e non) sono gestite quasi totalmente da remoto. Stesso discorso per la strategicità delle risorse italiane: dalle acque territoriali si produce il 9,1% del totale nazionale di petrolio, che sui consumi incide per un misero 0,8%. In pratica, lo importiamo già oggi quasi tutto. Anche per il gas, le percentuali cambiano poco: entro le 12 miglia si produce il 27% del totale nazionale, che copre appena il 3% dei consumi complessivi.
La bilancia energetica, in conclusione, non verrebbe sconvolta dalla vittoria dei Sì. 
Al contrario, l’esito positivo della consultazione sarebbe un chiaro messaggio per il governo: i posti di lavoro vanno creati e preservati nelle energie pulite. Un pensiero va al mondo dell’eolico, che ha perso 4 mila occupati nel 2015 a causa delle politiche disincentivanti dell’esecutivo.
Abbiamo la possibilità di dare un segnale per invertire la rotta. Non sprechiamola. 

10 aprile 2016

Influence Map :Così le lobby del petrolio ammazzano le leggi scomode

Nuovo rapporto a cura di Influence Map

Così le lobby del petrolio ammazzano le leggi scomode

Nel 2015 l’industria del petrolio e del gas ha speso centinaia di milioni in pubbliche relazioni, campagne social, think tanks e fondazioni
lobby petrolio leggi scomode 3

(Rinnovabili.it) – Del riscaldamento globale non gli importa nulla: quello che vogliono davvero le grandi compagnie del petrolio è fermare la legislazione che imporrebbe loro restrizioni sul fronte dell’inquinamento. Altrimenti non avrebbero speso centinaia di milioni di dollari solo per far fallire o annacquare la legislazione climatica nel 2015.
Le cifre spese dalle Big Oil in operazioni di lobbying sono state calcolate dalla ONG londinese Influence Map, in un report appena uscito. Per valutare la “potenza di fuoco” dei gruppi di pressione, gli analisti  inglesi hanno esaminato le spese di un campione rappresentativo delle più potenti aziende dell’industria globale dell’Oil&Gas: si va dall’American Petroleum Institute (API) alla Exxon, dalla Shell alla Western States Petroleum Association (WSPA), fino all’Australian Petroleum Production & Exploration Association (APPEA).
Il lavoro su questi 5 soggetti ha preso in considerazione una serie di attività volte ad influenzare la politica e manipolare il discorso pubblico sui cambiamenti climatici. Lo studio comprende il denaro speso per pubbliche relazioni, comunicazione sui social e pubblicità. In totale, questi 5 gruppi avrebbero speso 114 milioni di dollari l’anno scorso in operazioni di sabotaggio della legislazione ambientale.

lobby petrolio leggi scomode

....Le cifre pubblicate da Influence Map sarebbero ancora più alte se tenessero conto di tutti quei finanziamenti che le aziende riversano in organi come think tanks e fondazioni, tentando di mascherare i loro interessi con studi e valutazioni che esaltano il loro contributo all’economia dei Paesi.
Questo rapporto può contribuire a dare un’idea degli sforzi dell’industria del petrolio e del gas mette in campo per influenzare governi e opinione pubblica
Proprio in questi ultimi giorni sta infatti fervendo il dibattito intorno al referendum sulle trivellazioni in mare, mentre uno scandalo scuote il governo, a seguito di un caso di lobbying che ha coinvolto il Ministro dello Sviluppo economico.

09 aprile 2016

REFERENDUM TRIVELLE VOTA SI :Il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia

SI per una ITALIA che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.....

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Referendum Trivelle, dieci motivi per andare a votare e votare sì        


Il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia
            
Non avrei mai immaginato che questo referendum aprisse una così violenta discussione sul tema petrolio in Italia o che venissero fuori tutti questi scandali, uno più deprimente dell’altro per chiunque ami l’Italia. 
Essenzialmente predico tutte queste cose da anni, ma questa così grande macchina organizzativa per taroccare i controlli, per mentire alla gente, per farci soldi sopra, con la più totale incuranza per l’ambiente, il pianeta, la gente è veramente strabiliante.
I petrolieri hanno giocato con i polmoni, con il mare, con la fiducia degli italiani e questo da solo è un motivo forte per votare  il giorno 17 aprile 2016.

Gli altri li elencherò fra qualche paragrafo. Ma è quanto di più meschino e antidemocratico invitare la gente all’astensionismo come cercano di fare in molti ............... Quale che sia stato l’iter di questo referendum siamo adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questo referendum costerà. Vincere sperando che non si raggiunga il quorum è uno schiaffo al vivere civile e a tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale.
Il quesito è sulla durata temporale delle trivelle. Le concessioni adesso durano 30 anni con possibilità di proroga fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum vuole che, per il futuro e per le sole concessioni entro le 12 miglia, una volta scaduti questi 30 anni, non possano esserci proroghe. Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell’Eni che “scadranno” fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna, Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria). Di queste concessioni una è unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste. Le piattaforme fuori dalle 12 miglia non sono interessate.
Il voto è un voto simbolico. 
I quesiti iniziali erano sei, ma di questi cinque sono stati cancellati, grazie a sgambetti più o meno aperti da parte del governo. Hanno una gran paura del voto. Oltre a cancellare cinque quesiti su sei, hanno pure deciso di non voler incorporare il voto con le amministrative di giugno, sperando nell’astensionismo. Essendo un voto simbolico, anche l’espressione del voto deve essere simbolico. Non votiamo per trenta o trentuno anni di trivelle. Votiamo per dire al governo che tipo di Italia vogliamo. Una Italia fossile, che si ancora stretta stretta al passato, con tutte questa petrol-molassa di morte, di ministri, di amanti, di bugie, o una Italia che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.
Non è vero che non si può. I perdenti, i vecchi dentro, quelli che hanno le mani in pasta, dicono che non si può. L’uomo è più intelligente dei buchi. Se abbiamo messo un uomo sulla luna possiamo anche portare sulla terra sole e vento per fare tutto quello che facciamo con il petrolio, senza avvelenare nessuno.  Lo so. E’ la storia che ce lo dice.