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07 luglio 2016

Alessandro Mauceri :Gli effetti collaterali del ritorno al carbone

Tratto da Notizie geopolitiche.net

Gli effetti collaterali del ritorno al carbone

di C. Alessandro Mauceri –
Solo che questa volta lo si sta facendo coscienti che questa decisione avrà effetti devastanti sulla salute dell’uomo e sull’ambiente......
Dopo gli incontri di Parigi e di New York, dove praticamente nessuno dei paesi maggiori responsabili delle emissioni di CO2 ha ratificato l’accordo del COP21, era chiaro che ai paesi “sviluppati” e “industrializzati”, di ambiente, emissioni di CO2 e inquinamento non importava molto. L’ennesima conferma è venuta dalla decisione di realizzare un numero impressionante di nuove centrali a carbone. Oggi in tutto il mondo sono in atto progetti per costruire nuovi centrali a carbone: i tre quarti di quelle in Asia saranno costruite in Giappone, in Cina, in India, in Indonesia e in Vietnam. Ma anche nella “verde” Europa ne saranno realizzate, e parecchie: in Germania e Polonia, prima di tutto, e poi nel Regno Unito e perfino una in Italia. Recentemente il G7 ha stanziato ben 2,5 miliardi di dollari da destinare proprio alla produzione di energia elettrica utilizzando il carbone.
Il problema è che il carbone è una delle fonti energetiche maggiormente responsabili delle emissioni di gas inquinanti. E gli “effetti collaterali” sono noti. Un rapporto congiunto redatto da WWF, Climate Action Network, Heal (Alleanza per la salute e l’ambiente) e Sandbag ha analizzato l’impatto sulla salute di 257 centrali europee su 280 e ha confermato che la decisione di utilizzare il carbone come fonte energetica, è causa di 22.900 morti premature e di decine di migliaia di casi di malattie cardiache, bronchiti, tumori (nel 2013). “Oltre la metà delle morti premature nell’Ue dovute al carbone possono essere attribuite a 30 centrali”, si legge nel rapporto......
Ma non è questo il solo “effetto collaterale” causato dal carbone. Questo combustibile è stato responsabile del 18 per cento delle emissioni di gas serra dell’Ue. Inoltre tutti sanno che le risorse idriche (soprattutto quelle di acqua potabile) sono sempre più preziose, così come è risaputo che è in atto una corsa per evitare sprechi di acqua. Pochi sanno però che proprio il carbone è responsabile di enormi consumi di acqua. Il carbone consuma acqua direttamente: secondo un recente rapporto di Greenpeace, nel 2013 le 8.359 centrali elettriche a carbone esistenti nel mondo hanno consumato 19 miliardi di metri cubi di acqua dolce. Una quantità sufficiente a soddisfare le esigenze di oltre un miliardo di persone, un settimo della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge la quantità d’acqua necessaria per l’estrazione e il lavaggio del carbone, il consumo complessivo sale a 23 miliardi di metri cubi. Ogni singolo anno. Uno spreco di risorse idriche assolutamente inaccettabile. E questo problema, ancora una volta, non riguarda solo la Cina (alla fine del 2013 questo paese ospitava il 45 per cento delle centrali a carbone esistenti, per una capacità di 804 gigawatt), ma anche molti altri paesi al mondo.
Che la scelta del carbone come combustibile è sbagliata lo si sapeva da tempo: alcuni decenni fa l’Ue bandì un programma (destinato a paesi come la Germania, che facevano un uso smodato del carbone come fonte energetica) proprio per finanziare la chiusura e la riconversione delle miniere di carbone e delle centrali che lo utilizzavano. Nel 2013, la Banca europea per gli investimenti (Bei) dichiarò di voler adottare misure per eliminare il sostegno a centrali a carbone e lignite, limitandolo “solo in rare circostanze”.
Ma i problemi crescenti legati all’utilizzo delle centrali nucleari (i rischi che comportano sono decisamente inaccettabili, come hanno dimostrato i fatti) e la difficoltà a rifornirsi di gas e di petrolio, nonostante i prezzi diminuiti, ha spinto molti a cercare nuove fonti energetiche. 
Risultati immagini per promesse nel cestino
E, dato che le riserve di carbone in molti paesi (a cominciare dalla Germania) non mancano, tutte le promesse fatte a Parigi, a New York e in tutti gli incontri in cui si è parlato di “ambiente” sono finite nel cestino:d’un tratto, si è tornati a decidere di produrre energia elettrica con il carbone
Solo che questa volta lo si sta facendo coscienti che questa decisione avrà effetti devastanti sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

Ombrina Mare la fine delle trivelle,l'inizio della responsabilita' di tutti.

Tratto da Dorsogna

Eccoci qui, ad otto anni esatti dall'inizio di quella che sembrava una battaglia impossibile, tutto quello che resta di Ombrina Mare viene smantellato a spese della Rockhopper Exploration, UK.

E' la testa di un pozzo esplorativo, a cinque chilometri da riva in Adraitico, che a vederlo adesso fa anche tenerezza. E' una montagnola verticale di ferri verdi e rossi di un paio di metri o poco piu' che esce quasi spaventata dal mare. L'incubo FPSO, gli oleodotti, le navi cisterna, l'inquinamento da petrolio sono svaniti. Presto non resteranno neanche quei ferrami a ricordarcelo.

Com Ombrina sono finiti i sogni petroliferi di Sergio Morandi, di Chicco Testa, di Confindustria Abruzzo, di Paolo Primavera, di Sam Moody, e di tutti i loro azionisti inglesi. Quante avventure in questi anni. Quanti alti e bassi, quante notti a coordinare fra di noi, quante conferenze, quante domande per cercare di capire, quante idee per mettere pressione alla chiesa, ai politici. Nel mezzo di tutto questo abbiamo messo KO una ditta di petrolio -- la Mediterranean Oil and Gas -- e fatto si che il governo nazionale passasse una legge di protezione dalle trivelle entro le prime 12 miglia da riva.

L'abbiamo fatto noi, da San Vito Marina.

Non lo sapevamo allora, ma con il sapore della vittoria e a riguardarli indietro sono stati anni belli, di lotta contro l'insperabile, di un piccolo e grande popolo che ha capito e che si e' dato da fare prima che fosse troppo tardi. Otto anni.

E' una vittoria di noi tutti, come tante in questa storia del petrolio d'Abruzzo, una vittoria in cui i politici hanno contato ben poco, segno che di questi tempi il potere di internet, del passaparola sui social media, assieme alla forza di volonta', all'intelligenza, alla perseveranza possono fare tanto.

Una delle cose piu' belle e' che dal sito della Rockhopper la parola "Ombrina Mare" non compare piu' da tempo, e credo che questo sia il segnale che e' proprio finita anche per loro. Non ne parlano piu'. Si sono arresi. Scompaiono.

Ma il lavoro non e' finito. E non e' solo il petrolio. Il lavoro che resta e' di adesso meritarlo il mare trivelle-free. Il lavoro che resta e' di non deturparlo quel resta dell'Adriatico. Di non gettare le cicche fra la sabbia, le carte sugli scogli, la monnezza dopo il pranzetto. Di pulire la monnezza che c'e'. Di far si che i fiumi non portino liquami e fertilizzanti a mare. Di far si che le villette non arrivino a faccia a faccia con la sabbia. Di far si che le generazioni future abbiano inoculato il vaccino dell'attivismo preventivo e non di fare sterili proteste quando e' troppo tardi.

Di trasmettere loro la voglia di fermare gli altri mostri che inevetabilmente verranno.
In una parola, di volergli bene a quel mare noi e chi verra' dopo.

05 luglio 2016

"Europe's Dark Cloud":Le centrali a carbone in Europa provocano 23mila morti all'anno

Studio Ong, un inquinamento 

    senza confini che costa 62,3 mld
Tratto da Panorama
L'inquinamento da centrali a carbone nel 2013 è stato responsabile di 22.900 morti premature in tutta Europa, non molte meno delle 26 mila vittime causate ogni anno dagli incidenti stradali.
Il dato che emerge dal primo studio sugli effetti transfrontalieri delle polveri originate dalla produzione di energia da carbone, pubblicato da un gruppo di Ong e organizzazioni ambientaliste quali Wwf, Can (Climate Action Network), Heal (Health Environment Alliance) e Sandbag.
Il rapporto, dal titolo "Europe's Dark Cloud", presenta un'analisi dell'impatto sulla salute dell'inquinamento atmosferico prodotto da 257 delle 280 centrali a carbone attive nell'Ue.

Secondo lo studio, l'inquinamento da centrali a carbone è responsabile di decine di migliaia di casi di malattie, con costi per i sistemi sanitari europei che nel 2013 hanno raggiunto quota 62,3 miliardi di euro.
Gli impianti più nocivi per la salute dei cittadini di altri paesi, precisa lo studio "Europe's Dark Cloud", si trovano in Polonia (responsabili di 4690 decessi prematuri oltreconfine), Germania (2490), Romania (1660), Bulgaria (1390) e Regno Unito (1350).
Tra i paesi a subire di più le conseguenze della "nuvola oscura" sono la stessa Germania (3630 morti premature tra inquinamento interno ed esterno), Italia (1610), Francia (1380), Grecia (1050) e Ungheria (700). 

(Ansa, Wwf)

04 luglio 2016

SpeziaViaDalCarbone: "Auspichiamo una decisa azione della magistratura e un'indagine epidemiologica......

Tratto da La Gazzetta della Spezia

SpeziaViaDalCarbone: "Auspichiamo una decisa azione della magistratura e un'indagine epidemiologica come quella fatta a Vado per verificare l'impatto dell'Enel".

Salutiamo con favore la decisione della Procura della Spezia di confrontarsi con i colleghi di Savona nella prospettiva di realizzare alla Spezia un'indagine epidemiologica del tipo realizzato per verificare l'impatto della centrale a carbone di Vado Ligure sull'ambiente circostante e sulla salute dei cittadini. Leggi tutto 


L’Accordo e gli impegni di Parigi non manterranno l’aumento delle temperature globali entro i 2 gradi

Tratto da greenreport 

L’Accordo di Parigi non manterrà l’aumento delle temperature globali entro i 2 gradi

Risultati immagini per cambiamenti climatici nel mondo
Con gli attuali impegni le temperature globali saliranno a 2,6 - 3,1° C entro il 2100
Secondo lo studio “Paris Agreement climate proposals need a boost to keep warming well below 2 °C” pubblicato su Nature da un team di ricercatori europei, sudafricani, brasiliani, cinesi ed australiani, guidato dagli scienziati dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) di Vienna, l’impegno dei singoli Paesi a ridurre le emissioni di gas serra dovrebbero essere rafforzate per limitare i futuri cambiamenti climatici ben al di sotto del limite dei 2° C compreso nell’Accordo di Parigi».
Infatti lo studio evidenzia che gli impegni presi a Parigi nel dicembre 2015 porterebbero ad aumento della temperatura globale di 2,6 – 3,1° C entro la fine del secolo e che la quantità carbonio che permetterebbe di  limitare il riscaldamento globale mantenendosi al di sotto dei 2° C potrebbe essere emessa già entro il 2030. Un trend che ci porterebbe sicuramente a sforare il limite massimo del 2° C, per evitare gli effetti più pericolosi dei cambiamenti climatici, ma che soprattutto ci porterebbe a raddoppiare l’obiettivo più ambizioso degli 1,.5° C.
Il principale autore dello studio, Joeri Rogelj dell’IIASA, sottolinea che «L’accordo di Parigi è stato un risultato storico per la risposta del mondo ai cambiamenti climatici, l’obiettivo di limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5° C e 2° C. Si mette in atto un quadro flessibile per una trasformazione a lungo termine verso una società low-carbon. Ma la nostra analisi dimostra che queste misure devono essere rafforzate, in modo da avere una buona possibilità di mantenere il surriscaldamento ben al di sotto dei 2° C, per non parlare degli 1.5° C».
Il nuovo studio fornisce un’analisi approfondita degli impegni che i Paesi hanno presentato in occasione della COP21 Unfccc di Parigi gli Intended Nationally Determined Contributions (INDCs). Per valutare quel che accadrà dopo il periodo di impegno che si conclude nel 2030, i ricercatori hanno ipotizzato che gli sforzi per la riduzione delle emissioni proseguiranno  con lo stesso impegno dopo il 2030. Sulla base di queste proiezioni, e utilizzando una varietà di modelli diversi, hanno stimato che «Le temperature medie globali dovrebbero raggiungere il 2,6 – 3,1° C entro il 2100». Ma i ricercatori hanno anche esaminato le ulteriori misure che sarebbe necessario adottare dopo il 2030, per limitare davvero l’aumento della temperatura a 2° C o 1,5 ° C nel 2100.Leggi tutto 

03 luglio 2016

Bioindicatori per rilevare uno stress ambientale: pubblicato uno studio

Bioindicatori per rilevare uno stress ambientale: pubblicato studio della Lub

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Bioindicatori per segnalare lo stress ambientale di un ecosistema. E’ Made in Alto Adige la nuova metodologia, appena pubblicata,  per effettuare rilevazioni di precisione sul livello di inquinamento di un’area naturale. Lo studio, che fa riferimento a campionamenti in Cina, che ora vengono ripetuti anche in Alto Adige, è appena stato reso pubblico alla comunità scientifica su una delle più prestigiose riviste interdisciplinari, Science of the Total Environment. La ricerca è opera di un team della Libera Università di Bolzano composto dal professor Lorenzo Brusetti e del ricercatore Luigimaria Borruso, microbiologi della Facoltà di Scienze e Tecnologie della Lub. Sono loro ad aver sperimentato l’impiego degli integroni di classe 1 (frammenti di DNA batterico che possono essere definiti come “organismi sentinella” e la cui presenza denuncia l’esistenza di uno stress ambientale) nell’analisi dei terreni contaminati nella regione della città di Zhangye, nella provincia cinese di Gansu, una zona molto inquinata a causa dell’abuso di antibiotici e pesticidi in agricoltura, degli scarti delle lavorazioni industriali e dell’elevata urbanizzazione. Esperimenti che ora il team sta ripetendo in Alto Adige e Trentino.
L’importanza dell’esperimento è data dall’utilizzo dei bioindicatori. I metodi per rilevare l’inquinamento di un ambiente sono infatti solitamente di natura chimica o biologica. Nel primo caso, la tradizionale analisi rileva gli elementi chimici presenti nei terreni, nell’aria o nell’acqua, ma perde di vista gli effetti sinergici degli elementi inquinanti. Un elemento, infatti, se da solo potrebbe essere innocuo o poco tossico, associato ad altri può in realtà rivelarsi dannoso.
Dal punto di vista biologico invece “usando bioindicatori come gli integroni di classe 1, possiamo dire con precisione se una zona è inquinata o meno e se ci sono sinergie potenzialmente pericolose per la salute umana”, spiegano Brusetti e Borruso. Grazie a questo esperimento si potrà capire se esiste un problema di resistenza da antibiotici o un’eccessiva concentrazione di metalli pesanti. La problematica dell’inquinamento da antibiotici, che favorisce lo sviluppo di resistenze, è tra le questioni che attualmente stanno sollevando maggior interesse nel mondo della medicina e della ricerca scientifica. L’OMS stima che, in assenza di misure di contenimento dell’uso di antibiotici in contesti medici e agricoli, nel 2050, ogni anno, 10 milioni di persone saranno esposte al rischio di morte.
“Una verifica di questo tipo ci permette di capire immediatamente se siamo in presenza di inquinamento da antibiotici, da metalli pesanti e se ci sono resistenze che possono trasmettersi orizzontalmente, da individuo a individuo, mettendo quindi queste importanti informazioni ambientali e sanitarie a disposizione delle autorità”, affermano i due scienziati. La ricerca di Brusetti e Borruso in futuro potrebbe rendere più efficace, meno costoso e più veloce, individuare uno stress ambientale, soprattutto per quanto riguarda gli inquinamenti emergenti come quelli dovuti all’uso degli antibiotici.

02 luglio 2016

Civitavecchia:Il Codacons incontra il nuovo Procuratore Dott. Andrea Vardaro .


"Si è svolto ieri l'incontro tra i vertici dell'Associazione e il nuovo Procuratore Dott. Andrea Vardaro presso gli uffici della Procura della Repubblica di Civitavecchia in via Terme di Traiano. L'incontro è stato richiesto dal Presidente nazionale Codacons Avv. Carlo Rienzi che ha evidenziato al nuovo capo della Procura le numerose problematiche del territorio già oggetto di svariati esposti-denunce da parte del Codacons, troppo spesso archiviate con motivazioni di tre righe, con le quali si sono liquidati importanti argomenti di rilevante interesse collettivo, spesso senza neppure aver avviato indagini". "A partire dalla questione dell'acqua non potabile nell'agosto 2014, per arrivare ai temi, sempre riguardanti la salute pubblica, più prettamente di inquinamento ambientale. La rappresentante territoriale De Paolis ha avuto modo di illustrare i dettagli della nuova denuncia presentata la scorsa settimana insieme all'Associazione Piazza 048 e ad alcuni malati, che tutti insieme chiedono l'apertura di un'indagine per confermare o confutare una volta per tutte il probabile rapporto di causalità che la letteratura scientifica spesso evidenzia nel correlare le attività delle centrali a carbone con l'insorgenza di tumori maligni ed altre gravi patologie nella popolazione. E' stato inoltre posto l'accento sulla tipologia di indagine avviata – con successo di risultati concreti e inconfutabili – presso la centrale di Vado Ligure, che ha portato alla chiusura della stessa, ed evidenziata, quindi, la necessità di avviare anche a Civitavecchia lo stesso tipo di indagine, possibilmente utilizzando gli stessi Tecnici di cui si è avvalsa la procura di Savona, e ciò al fine di avere maggiori possibilità di risultato e senza lo spreco di ingenti somme, a differenza di quanto è avvenuto con lo studio c.d. ABC, che ha sperperato 400.000 euro di denaro pubblico dell' Autorità Portuale senza dare alcun tipo di risposta certa. Siamo certi e speranzosi che il nuovo Capo della Procura abbia ben compreso la necessità dell'Associazione e della popolazione di avere risposte certe e concrete, sia alle tante questioni le cui denunce non hanno ancora avuto alcun tipo di esito, sia a quelle ulteriori che si renderanno necessarie. Presto il Codacons aprirà una raccolta, per dare a tutti i cittadini malati la possibilità di consegnare all'Associazione le cartelle cliniche, per capire il proseguo di ulteriori azioni e dare la possibilità a tutti di partecipare attivamente".

CODACONS


01 luglio 2016

Qualenergia - Dal carbone al solare, come può spostarsi la forza lavoro

Tratto da Qualenergia 

Dal carbone al solare, come può spostarsi la forza lavoro

L’occupazione nei vari settori delle tecnologie energetiche rinnovabili cresce rapidamente e sorpassa, in molti casi, il numero di addetti occupati nelle fonti fossili. Come riqualificare e ricollocare i “colletti neri” è una delle sfide più importanti nel nuovo mercato mondiale del lavoro. Il caso degli Stati Uniti.
Il boom del fotovoltaico e la crisi del carbone: due situazioni opposte che negli Stati Uniti riassumono molto bene il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili, con tutte le difficoltà e le incongruenze che possono trovarsi nel mezzo. Ad esempio pensiamo al forte sviluppo degli idrocarburi non convenzionali attraverso il fracking.
Quali sono le conseguenze della transizione energetica sull’occupazione? A gennaio avevamo citato i dati del National Solar Job Census 2015, secondo cui gli addetti del fotovoltaico USA erano cresciuti del 20% lo scorso anno rispetto ai dodici mesi precedenti: ben 209.000 in totale, superando così il numero di persone impiegate nell’estrazione di petrolio e gas, stimate in circa 187.000 alla fine del 2015.
Riqualificare gli occupati nelle fonti fossili
Guardando poi alla sola installazione di sistemi fotovoltaici, gli addetti erano120.000, mentre l’estrazione di carbone dava lavoro a 68.000 americani. Proprio sul braccio di ferro solare/carbone è uscito un nuovo studio di due atenei a stelle e strisce, Michigan Technological University e Oregon State University, pubblicato suEnergy Economics.
I ricercatori hanno esaminato i rispettivi mercati del lavoro per capire se, nei prossimi 15 anni, l’industria del fotovoltaico potrà assorbire i “colletti neri” della fonte fossile in declino. Molti impianti a carbone stanno chiudendo o sono destinati a chiudere/ridurre le attività, per una serie di ragioni: limiti più severi imposti dall’EPA alle emissioni inquinanti, concorrenza del gas naturale e delle tecnologie rinnovabili.
Perfino un colosso come Peabody è dovuto ricorrere al Chapter 11 della legislazione fallimentare USA, per chiedere una ristrutturazione del debito, con tanto di corollario di documenti che dimostrano pagamenti sottobanco, indirizzati a varie organizzazioni che negano l’influenza delle fonti fossili sui cambiamenti climatici.
Secondo i ricercatori delle due università è assolutamente possibile ricollocare i lavoratori del carbone nella filiera del fotovoltaico, a patto però di predisporreadeguati corsi di formazione professionale. Va detto che molti ‘colletti neri’ possiedono capacità e abilità trasferibili da un settore all’altro, ad esempio competenze di meccanica ed elettronica.
Riqualificare i posti di lavoro persi nelle fonti tradizionali (gas, carbone, petrolio) per convertirli in nuovi green jobs è una sfida che si può vincere, affermano gli autori dello studio universitario, Edward Louie e Joshua Pearce, dopo aver analizzato i rispettivi salari medi e i costi per frequentare i corsi di formazione tecnica.
I nuovi colletti verdi
Proviamo ad allargare un po’ l’orizzonte aiutandoci con gli ultimi dati IRENA sugli addetti nel settore delle rinnovabili nel mondo. Stando all’International Renewable Energy Agency, le persone occupate direttamente o indirettamente nelle energie green hanno superato quota 8 milioni alla fine del 2015, escludendo il grande idroelettrico, che vale almeno un altro milione e 300.000 impiegati complessivi.
Va detto che questi numeri riguardano solamente le filiere dell’energia e quindi escludono tutti quei lavori che rientrano in una definizione più ampia di economia verde o circolare, ad esempio il riciclo/riutilizzo dei materiali, il packaging sostenibile, i trasporti ecologici e così via.
Altrimenti le cifre sarebbero molto più alte: ricordiamo che solo in Italia nel 2014, secondo il rapporto di GreenItaly-Fondazione Symbola uscito lo scorso autunno, erano 372.000 le imprese manifatturiere o dei servizi che avevano già investito in prodotti e tecnologie verdi, o intendevano farlo entro la fine dell’anno. Il 15% delle assunzioni previste nel 2015 era nell’alveo dei green jobs, pari a circa 74.700 addetti, che sarebbero saliti a 294.000 contando anche le richieste di competenze verdi più generiche.
Tornando a IRENA, l’agenzia evidenzia il caso degli Stati Uniti, dove nel 2015 l’occupazione nel campo delle rinnovabili è cresciuta complessivamente del 6%, a fronte di un netto calo degli addetti per l’estrazione di petrolio e gas e nelle attività di supporto (-18% sul 2014).
Numeri che arrivavano dal Bureau of Labor Statistics, poi ripresi da Devashree Saha e Mark Muro nelle loro analisi sull’andamento del settore: oltre 115.000 lavori persi in un anno per il calo di produttività dei pozzi, la chiusura di molti giacimenti e minori attività di ricerca/esplorazione di risorse fossili.

Greenpeace Italia: “niente candeline, accenderemo il sole a Lampedusa per festeggiare i 30 anni della nostra associazione”

GRAZIE GREENPEACE

RAINBOW WARRIOR sailing from India to Thailand. Bay of Bengal.

Tratto da  Greennews

Greenpeace Italia: “niente candeline, accenderemo il sole a Lampedusa per festeggiare i 30 anni”

C’è chi festeggia compleanni e anniversari con le tradizionali candeline e chiilluminando con energia pulita e rinnovabile case e paesi. Non poteva essere diversamente per un grande “Campione d’Italia” (ma pure mondiale) come l’associazione ecologista Greenpeace Italia, che per festeggiare trent’anni dalla parte dell’ambiente ha lanciato la campagna di crowdfunding “Accendiamo il sole”, per regalare, finalmente, energia che non inquina ai cittadini di Lampedusa. Abbandonati dallo Stato perché l’isola – oltre a tutti i problemi che deve affrontare quotidianamente – non è collegata alla rete elettrica nazionale e va avanti con energia prodotta dal petrolio, sporca, inquinante e costosa.
Una festa utile, dunque quella dei 30 anni di Greenpeace Italia, che rappresenta  l’occasione per fare un bilancio sui risultati di una lunga storia di impegno civile dedicato a far diventare più sana, pulita e rispettosa la nostra società – a volte anche con brusche “terapie d’urto” e campagne sensazionali.
Dopo trent’anni di battaglie possiamo dire con forza che avevamo ragione noicome dimostrano i  tanti traguardi che abbiamo tagliato. Con la conferenza di Parigi il tema clima è stato inserito nell’agenda politica mondiale, noi in Italia siamo riusciti a far cambiare la strategia energetica di Enel, la prima multinazionale di queste dimensioni a scegliere di andare verso politiche sostenibili ed energie rinnovabili“. Giuseppe Onufrio, Presidente italiano dell’associazione, vuole ricordare anche le tante battaglie portate avanti nel nostro paese “a iniziare dalle lotte contro il nucleare, l’inquinamento a Porto Marghera, le centrali a carbone. Non siamo stati soli, non siamo stati gli unici, ma sicuramente tra i protagonisti principali delle campagne a favore dell’ambiente“.Continua a leggere qui