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21 giugno 2016

Arpa Marche :Aborto spontaneo e inquinamento: uno studio conferma l’esistenza di criticità

Tratto da Inchiostro Verde 

Aborto spontaneo e inquinamento: uno studio conferma l’esistenza di criticità


Esiste un rapporto tra gli aborti spontanei e l’inquinamento da particolato sottile (PM2,5)? La questione viene trattata in uno studio condotto da Arpa Marche – Dipartimento di Ancona – Servizio Epidemiologia Ambientale. Tale studio, pubblicato nei giorni scorsi e datato maggio 2016, si è proposto di descrivere la distribuzione e l’andamento temporale dell’evento sanitario ‘aborto spontaneo’ nei comuni della regione Marche e, più nello specifico, di effettuare valutazioni analitiche sul rapporto della sua incidenza con la qualità stimata dell’aria outdoor attraverso la concentrazione del particolato sottile (PM2,5). La relazione è composta da ben 52 pagine, ma il succo è contenuto in questo paragrafo:
“I risultati dell’analisi multivariata mostrano un’associazione statisticamente significativa con la classe di età 35-49 anni, la cittadinanza, i precedenti aborti e l’esposizione al particolato sottile. In particolare un’esposizione a PM2,5 compresa tra 10 e 14 µg/m3 incrementa il rischio di aborto spontaneo del 9% mentre un’esposizione a PM2,5 superiore a 14 lo incrementa del 13%; valutando l’incremento unitario del PM2,5 si evidenzia un trend positivo del rischio di aborto con un valore p di 0,0332. I risultati sono stati confermati anche senza considerare il fattore di correzione dell’indice di deprivazione socio-economica”.
In precedenza l’argomento era stato trattato dal dottor Agostino Di Ciaula (medico Isde) e dal dottor Massimo Bilancia in uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Environmental Health Research nel febbraio 2015. “Si dimostra  per la prima volta una relazione tra alcuni inquinanti atmosferici (particolato e ozono) e insorgenza di aborti spontanei, anche per concentrazioni abbondantemente sotto i limiti di legge – aveva commentato Di Ciaula – l’analisi parte dalla situazione di alcune tra le più critiche città pugliesi (Barletta, Taranto, Brindisi) conferma che i limiti di legge sono solo un inutile artificio teorico. A farne le spese, in questo caso, bambini mai nati. Ridurre le emissioni inquinanti sarebbe un importante strumento di prevenzione primaria”. (leggi qui)
.......
Il rapporto tra inquinamento atmosferico e l’aborto spontaneo 
Solo da pochi anni sono comparse le prime osservazioni sul possibile rapporto causale tra l’inquinamento atmosferico e l’abortività spontanea. Riguardo tale associazione, nello studio di Ciaula et al.  è stato stimato un aumento del tasso medio mensile di abortività spontanea pari a 19,7% e a 33,6% per incrementi di 10 μg/m3 rispettivamente di PM10 e Ozono (14).....
Conclusioni
La fase descrittiva del presente studio ha avuto come obiettivo quello di segnalare eventuali anomalie del fenomeno abortivo che si manifestano in determinate aree geografiche della Regione. Le analisi multivariate della fase analitica dello studio, hanno portato all’individuazione di alcune associazioni causali tra l’abortività spontanea e i fattori di rischio indagati, tra i quali trova un ruolo determinante il particolato atmosferico.
Leggi su Inchiostro Verde l'articolo integrale

La lunga mano del CARBONE

Tratto da Qualenergia

I soldi del carbone che negano il cambiamento climatico

Peabody Energy, il colosso americano del carbone, ha finanziato diversi gruppi politici e industriali che si oppongono alle norme ambientali e negano gli effetti della CO2 sui cambiamenti climatici. I sospetti c’erano già, secondo un recente articolo di The Guardian, perché la più grande società mineraria degli Stati Uniti non ha mai fatto mistero delle sue posizioni super-conservatrici.
Il caso però è scoppiato in modo evidente da quando, lo scorso aprile, Peabody ha utilizzato il Chapter 11 della legislazione fallimentare USA, una sorta di amministrazione controllata sotto la giurisdizione di una corte federale. L’obiettivo è risanare un’impresa in dissesto finanziario per evitarne la bancarotta: nel caso specifico di Peabody, il rischio-crack sarebbe imputabile a diversi fattori, tra cui la crisi del carbone dovuta alla concorrenza crescente del gas naturale.
Negazionismo in piena regola
Così dalla documentazione fornita per il Chapter 11, scrive il Guardian, sono emersi particolari piuttosto imbarazzanti per il gigante fossile a stelle e strisce: ad esempio, si legge nell’articolo, i finanziamenti “sporchi” di Peabody erano diretti a organizzazioni che hanno criticato gli sforzi di Barack Obama per promuovere le fonti rinnovabili e ridurre le emissioni inquinanti.
La testata britanica cita il Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change, che si è spinto ad affermare che l’incremento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è un beneficio anziché un danno per il nostro Pianeta. Un’altra organizzazione citata è Americans for Prosperity, che si batte contro qualunque forma di carbon-pricing per colpire gli impianti industriali più inquinanti.
Nell’articolo troviamo anche l’American Legislative Exchange Council, fermamente impegnato a contrastare le nuove regole proposte dall’EPA (Environmental Protection Agency) per limitare le emissioni delle centrali termoelettriche.Negazionismo in piena regola, quindi, che non si limita a instillare dubbi sui cambiamenti climatici provocati dalle attività umane, come hanno fatto e continuano a fare compagnie petrolifere del calibro di ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips.
Peabody è andata oltre, affermando che il surriscaldamento terrestre non è pericoloso. I documenti svelati nell’ambito del Chapter 11 contengono anche nomi di professori e scienziati, tra cui Willie Soon, ricercatore presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, la cui attività è sempre stata foraggiata dall’industria petrolifera.
Finanziamenti “sporchi” ai mezzi d’informazione
Secondo Nick Surgey, direttore delle ricerche presso il Center for Media and Democracy, «sembra che Peabody sia un tesoro per una parte molto consistente del movimento negazionista del clima».
Sempre in tema di finanziamenti sommersi alle organizzazioni pro-fonti fossili, segnaliamo un articolo pubblicato sul blog DeSmog. Nel mirino qui ci sono due fondi - Donors Trust e Donors Capital Fund - che hanno agito come veri e propri “bancomat” con cui supportare studi, articoli e azioni per attaccare la tesi ambientalista del cambiamento climatico. Nella lista dei beneficiari figurano alcuni progetti giornalistici: il blog cita, ad esempio, la Daily Caller News Foundation, che ha ricevuto decine di migliaia di dollari da alcuni fondi legati alle grandi aziende fossili.
DeSmog cita poi il Franklin Center for Government and Public Integrity, il cui nome è emerso anche dalle carte di Peabody. Secondo il blog, nel 2014 il centro ha accettato quasi 7 milioni di dollari dal Donors Capital Fund ed è uno dei maggiori destinatari dei finanziamenti assicurati dalle lobby fossili.
Parecchi soldi sono arrivati pure alle scuole americane di giornalismo, come laStudent Free Press Association, oltre a realtà come il National Journalism Center el’American Media Institute.
Insomma, alla faccia della tanto sbandierata obiettività del giornalismo investigativo americano, dietro molti articoli e molte inchieste ci sarebbe la “lunga mano” dei miliardari conservatori e delle loro industrie.
Leggi anche:

19 giugno 2016

Correlazione tra inquinamento ambientale e malattie endocrine. Un convegno a Padova

Tratto da Sivemveneto e da Isde Padova

Summit sulla correlazione tra inquinamento ambientale e malattie endocrine. Un convegno a Padova per individuare azioni e politiche di prevenzione primaria

L'ambiente può rivestire un ruolo molto importante sulla funzionalità delle ghiandole endocrine. Numerose sostanze di origine industriale presenti nell'ambiente sono In grado di interferire ed alterare l'equilibrio del sistemi ormonali sia nelle specie animali che nell'uomo. Queste sostanze che prendono il nome di Interferenti endocrini possono indurre alterazioni (ad esempio. Infertilità nella vita adulta) non visibili al momento della nascita.

Nell'uomo giocano un ruolo rilevante in alcune patologie quali malformazioni congenite dei neonati, sviluppo di tumori endocrini (tiroide, ovaio), ritardo nello sviluppo sessuale e alterazione del sistema Immunitario. Se ne è parlato diffusamente ieri a Padova durante il convegno "Inquinamento ambientale e malattie endocrine", organizzato da Isde (Associazione medici per l'ambiente). Ame (Associazione medici endocrinologi) e dalla Scuola veneta di Medicina generale con il patrocinio dell'Ordine dei medici e del Comune di Padova. «Lo scopo dell'Incontro - ha spiegato Agostine Paoletta, referente regionale Ame Veneto e Trentino Alto Adige - è quello di promuovere una più approfondita conoscenza su tema, stimolando un dibattito tra esperti anche al fine d’individuare le necessarie azioni e politiche di vera prevenzione primaria. 

L'interesse della comunità scientifica e amministrativa nei confronti degli effetti sulla salute umana e sull'ambiente dovuti all'esposizione ad interferenti endocrini è sensibilmente aumentato in questo ultimo decennio, perché queste sostanze possono agire in fasi particolari del ciclo vitale, colpendo fasce maggiormente vulnerabili della popolazione»

18 giugno 2016

WWF-Papa Francesco leader mondiale della lotta per salvare il pianeta

Tratto da Affari Italiani

Papa Francesco leader mondiale della lotta per salvare il pianeta

WWF: "A un anno dalla pubblicazione, Laudato Si' conserva la sua straordinaria forza. Papa Francesco ha ispirato le nazioni a unirsi per salvare il pianeta"

Nel suo primo anno, l’Enciclica di Papa Francesco Laudato Si’ ha giocato un ruolo importantissimo nel connettere le religioni, i paesi e le persone sul bisogno di capire e affrontare, insieme, i problemi dell’ambiente e i problemi sociali. Lo stesso sottotitolo dell'enciclica, richiamando alla “Cura della nostra casa comune”, è un sommario perfetto del messaggio potente per tutta l'umanità. Se lo scomponiamo nelle sue parti possiamo vedere la profondità del significato dato ad ogni parola selezionata da papa Francesco.
“La Cura” come il bisogno di relazioni empatiche e di mutua assistenza tra le persone, con gli altri esseri viventi e con la natura. “Nostro” e “Comune” rappresentano un invito a considerare il bene comune e trasmettono il senso di comunità, mentre “Casa” serve a enfatizzare che la Terra è il posto che ci da’ il benvenuto che è collegato con la nostra esistenza più profonda.
 
Per la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi: “L’Enciclica di Papa Francesco è arrivata in un anno cruciale, incoraggiando le persone e i paesi a incontrarsi sull'importanza di uno sviluppo sostenibile e a indirizzare la sfida climatica. Avendo aiutato a costruire questo terreno comune in un tempo in cui le emergenze e la competizione creano attriti tra le nazioni e all'interno delle nazioni stesse, l'Enciclica ha avuto un grande impatto nell’ispirare i Paesi a unirsi per raggiungere due importanti accordi globali. Lo scorso settembre 193 governi si sono uniti intorno agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, il percorso per lo sviluppo futuro. Poco dopo i leader delle nazioni hanno concordato l'Accordo sul Clima di Parigi. Unirsi insieme per indirizzare lo sviluppo umano su una via che salvaguardi il nostro Pianeta e le sue risorse naturali è esattamente lo spirito collaborativo che Papa Francesco richiama nella Laudato Si’".
 
“Il messaggio, ricco di forza, della Laudato Si’ andrà molto oltre l’anno trascorso. Ha già promosso il dialogo con le altre religioni e molte altre fedi hanno fatto dichiarazioni sul cambiamento climatico - conclude la Bianchi -. La Laudato Si’ continuerà a smuovere le coscienze e richiamare tutti ad atti più concreti per accelerare la giusta transizione a un mondo “decarbonizzato”, basato su un nuovo stile di vita e su percorsi di equità e sostenibilità, usando le risorse naturali in un modo giusto efficiente e rigenerativo”.
 
Ma l’Enciclica richiama anche all’azione: è quindi molto significativo che in occasione del primo anniversario della pubblicazione della Laudato Si’, quattro ordini religiosi abbiano annunciato di voler disinvestire dai combustibili fossili*.

Greenpeace:La Croazia chiude i suoi mari a trivelle e petrolieri

Tratto da greenpeace
La Croazia chiude i suoi mari a trivelle e petrolieri
Sì, perché di mare qui si parla: la Croazia ha deciso, chiude definitivamente le sue acque ai petrolieri. Parola del ministro per l’Economia Tomislav Panenić: «La maggioranza dei cittadini è contraria all’estrazione di petrolio in Adriatico. Il turismo è molto più importante e questo progetto (riferendosi ai piani di estrazione idrocarburi dai fondali croati, ndr) è semplicemente inaccettabile». 
Poche righe che fanno calare il sipario sul miraggio fossile dei croati e, con esso, su uno dei più goffi argomenti usati nel nostro Paese per legittimare le trivellazioni: “Se lo fanno i nostri vicini, perché non possiamo farlo anche noi?”. Che la Croazia avesse già da mesi bloccato ogni piano di sfruttamento energetico dei suoi mari era cosa nota. Eppure, durante la campagna referendaria dei mesi scorsi, la grancassa governativa e lobbistica ha continuato a raccontare di un Adriatico che sarebbe comunque stato perforato in ogni dove, a pochi chilometri da casa nostra.
Non è semplice esterofilia, dicevamo, ma un confronto elementare e trasparente, tra opzioni economiche ancor prima che ambientali. I croati hanno fatto due conti, capito che i cittadini non volevano consegnare i mari alle multinazionali delle fossili e verificato che il turismo può generare molta più ricchezza.
In realtà la situazione italiana non è dissimile. Malgrado il risultato negativo del referendum – da tarare rispetto ai livelli correnti di partecipazione al voto, oramai ai minimi, nonché alla campagna di sabotaggio messa in campo da Renzi e petrolieri – tutti i sondaggi rilevano che anche nel nostro Paese la maggioranza della popolazione è contraria allo sfruttamento delle riserve offshore; e il settore del turismo si è schierato in maniera pressoché univoca contro le trivelle. Sarebbe tuttavia ora che questo settore facesse qualcosa di più: chi ricava profitti soprattutto dalla bellezza dei nostri paesaggi e dall’integrità dei nostri mari e dei nostri ecosistemi in generale, dovrebbe essere impegnato a promuovere l’alternativa energetica, investendo convintamente in rinnovabili ed efficienza. E dovrebbe avere alleato un governo che favorisca questi investimenti. Ma questo in Italia non sta avvenendo.
Nel 2015 le rinnovabili in Italia hanno ridotto la loro produzione assoluta, rispetto al 2014, del 9,6 per cento. Non sappiamo di altri Paesi – almeno tra quelli più sviluppati – in cui le fonti pulite invece di crescere calano di produzione. E dove a contrarsi sono i Terawattora verdi e a crescere sono quelli termoelettrici di gas e carbone. E pensare che, proprio nei giorni che precedevano il 17 aprile, Renzi aveva dichiarato che nel giro di due anni porterà in Italia le rinnovabili al 50 per cento…
Intanto quanto accade dimostra per l’ennesima volta alcune semplici cose. Che dietro la difesa dello 0,8 per cento del fabbisogno petrolifero nazionale e del 2-3 per cento di quello del gas – sì, queste misere quantità erano la posta in gioco nel referendum del 17 aprile – non vi era alcuna strategia di difesa dell’occupazione, ma solo l’obiettivo di non far pagare alle compagnie petrolifere lo smantellamento di impianti vecchi, inquinanti, improduttivi. Inoltre, è definitivamente assodato che ai nostri vicini di casa l’epopea di un’economia morente come quella del petrolio non interessa. Non sono tanto sciocchi da consegnarsi a decenni di occupazione “fossile” dei propri mari, che sono probabilmente l’asset strategico principale dell’economia croata. E noi italiani?
La partita sulle trivelle, spiace per Palazzo Chigi, non è affatto chiusa. Tutt’altro. 

16 giugno 2016

L’ALLARME DEL PREMIO NOBEL :Così il trattato Europa-Usa può cambiare le nostre vite....IL MOMENTO DI FARTI SENTIRE È ORA!


Stralcio da Greenpeace 

FERMA IL TTIP

Il TTIP è una minaccia per la nostra democrazia e per l'ambiente. Insieme possiamo fermarlo: diritti, natura e beni comuni non sono delle merci. Scrivi subito ai Parlamentari europei per continuare a far pressione contro l'approvazione del Trattato!

I DIRITTI E L'AMBIENTE NON SONO IN VENDITA!
163855 PERSONE

HANNO SCRITTO 

AI PARLAMENTARI EUROPEI


IL MOMENTO DI FARTI SENTIRE È ORA!
Scrivi subito ai Parlamentari europei per continuare a far 
pressione contro l'approvazione del Trattato!.
Sacrificare i diritti dei cittadini e la tutela dell'ambiente in
 nome del libero mercato vuol dire privatizzare i profitti e 
scaricare tutti  i rischi sulla collettività.

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Tratto da Qui finanza


L’ALLARME DEL PREMIO NOBELNegli Stati Uniti e nel mondo continua il dibattito sui nuovi accordi commerciali - come il Tpp e ilTtip, rispettivamente con Paesi del Pacifico e tra Usa ed Ue - che nei prossimi anni potrebbero ridisegnare i rapporti di forza tra le potenze globali. Patti che, secondo Joseph Stiglitz, sono concepiti per difendere gli interessi dei colossi industriali americani. L'economista esprime il suo punto di vista sulla questione in un editoriale sul Guardian.

"Questi accordi sono definiti accordi di libero scambio; in realtà sono accordi su un mercato controllato, costruiti sugli interessi delle aziende, soprattutto americane e europee. Non si tratta di una collaborazione alla pari: gli Stati Uniti di fatto detteranno i termini. Questi accordi vanno ben oltre il commercio, gli investimenti dei governi e le proprietà intellettuali,
"Il vero intento di queste disposizioni è quello di impedire la salute, le politiche ambientali, la sicurezza e, sì, anche i regolamenti finanziari con lo scopo di proteggere l'economia e i cittadini degli Stati Uniti. 

Le aziende possono far causa ai governi per chiedere l'integrale risarcimento per qualsiasi riduzione dei loro profitti futuri derivanti da cambiamenti normativi", continua Stiglitz facendo qualche esempio: Philip Morris ha fatto causa all'Uruguay e all'Australia per aver fatto mettere avvisi sui pacchetti di sigarette della pericolosità del fumo per la salute". Questi avvisi - dice l'economista - stanno funzionando e facendo diminuire il numero di fumatori e adesso il colosso del tabacco chiede un risarcimento per i mancati profitti. "Ed è solo attraverso delle fughe di notizie o parlando con funzionari di governi che sembrano più impegnati nei processi democratici che sappiamo cosa sta succedendo", aggiunge Stiglitz per poi concludere: 
"La domanda è se vogliamo dare ai grandi gruppi la possibilità di usare misure nascoste in quelli che vengono definiti accordi commerciali per decidere come vivremo nel 21esimo secolo. 
Spero che i cittadini negli Stati Uniti, in Europa e nel Pacifico rispondano con un forte no".  

Leggi su  Il Fatto Quotidiano

Multinazionali contro Stati, il piano per applicare in tutta la Ue l’arbitrato internazionale previsto dal trattato Ttip

Troppe le banche che finanziano l’inquinamento globale.

IL RAPPORTO DELLE ONG

Le banche che finanziano l’inquinamento globale



L’obiettivo di ridurre il surriscaldamento climatico di 2 gradi entro il 2100 è stato fissato nel corso del vertice sul clima di Parigi dello scorso dicembre. La dichiarazione finale della COP21 impegna, non in modo vincolante, solo i governi e le banche centrali. Ma prima dell’apertura dei lavori, associazioni, governi e istituzioni hanno discusso anche con le banche private: senza il loro apporto, la battaglia per il pianeta non si può vincere. L’assunto è semplice: “Anche con una rapida transizione globale dall’estrazione del carbone e dagli impianti elettrici a carbone, questi obiettivi climatici sono irraggiungibili senza lasciare la maggioranza di riserve di petrolio e gas nel mondo”.
Sei mesi dopo la stesura dell’agenda per il clima, sono pochi gli istituti di credito ad aver ascoltato l’appello. Secondo il rapporto Shorting the climate, scritto dalle Ong Rainforest action network e BankTarack (di cui fa parte anche la Ong italiana Re:Common, che segue in particolare le politiche sul carbone), ci sono 25 banche che continuano a sostenere progetti dannosi per il clima. Dal 2013 al 2015 hanno erogato 784 miliardi di dollari in attività come l’estrazione di petrolio nell’Artico e in altre aree definite “ultra offshore”, miniere di carbone o impianti elettrici a carbone. “Le banche stanno scommettendo sul nostro fallimento nell’affrontare il cambiamento climatico”, spiega Amanda Starbuck, tra le autrici del rapporto per la Rainforest Action Network. Questo azzardo però si potrebbe trasformare in un boomerang. Non solo per quanto sia eticamente discutibile la scelta, ma anche per i danni d’immagine connessi al disimpegno sul fronte climatico, sottolineano le Ong.
Eppure che anche le banche dovessero fare la loro parte era stato chiarito fin dal percorso pre Parigi. La R20 (Region for change, un vertice a cui partecipano mondo finanziario, regioni, industria delle rinnovabili) nel 2014, per esempio, aveva stilato un elenco di obiettivi a medio termine. A cui hanno risposto positivamente solo i gruppi di banche francesi ed australiani. BNP Paribas, Société Géneral e Crédit Agricole hanno inserito tra i criteri per scegliere la finanziabilità di un progetto anche il rispetto dell’ambiente, mutuando gli stessi criteri poi scelti dalla Conferenza sul clima. Nonostante questo, in alcuni casi il report le segnala ancora coinvolte in progetti poco chiari. I tagli più netti li hanno effettuati nel settore del carbone. Insieme a 38 aziende francesi, BNP è entrata in una coalizione che s’impegna a dare 45 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 alle energie rinnovabili.
CHI FINANZIA IL CARBONE – Da una prospettiva europea, il dato più interessante che emerge riguarda il mondo connesso al carbone. Non solo perché c’è sul piano ambientale è impossibile ridurre le emissioni di gas serra senza aver ridotto a zero il consumo di carbone. Ma anche sul piano finanziario non ha senso. La domanda di carbone nel solo 2015 si è ridotta di una cifra tra il 2 e il 4 per cento sul piano globale, si legge nel rapporto. I segni meno più importanti, peraltro, riguardano Cina (- 3,7%) e Stati Uniti (-13%). Sempre negli Usa, i prezzi delle azioni delle compagnie minerarie che estraggono carbone hanno avuto un crollo del 92 per cento. Eppure oltre 42 miliardi di dollari provenienti delle banche sono finiti in finanziamenti per il settore dell’estrazione mineraria. Ci sono Paesi, come la Germania, dove Barclay’s prevede che entro il 2030 ci sarà ben poco da investire nel carbone......
LE CENTRALI A CARBONE – Yann Louvel, coordinatore di BanckTrack per il settore clima ed energia, dichiara: “Molte banche hanno annunciato di voler lasciare il carbone durante l’avvicinamento a COP21 e dopo il vertice, ma molte si sono concentrate sull’estrazione di carbone. La nostra ricerca mostra concretamente quanto sia ancora lunga la strada per uscire da quest’industria e dalle energie fossili. Nessuna di queste banche può affermare di sostenere gli Accordi di Parigi se continua a finanziare questo settore”. ..Continua a leggere qui

15 giugno 2016

Marta Albè - INCENERITORE A FIRENZE: È NOCIVO, 272 MEDICI IN MARCIA PER BLOCCARLO

INCENERITORE A FIRENZE: È NOCIVO, 272 MEDICI IN MARCIA PER BLOCCARLO (VIDEO)



inceneritore firenze

L’inceneritore non è la giusta alternativa per liberarsi dei rifiuti. E’ nocivo e va fermato. La pensando così 272 medici e ricercatori che a Firenze si sono messi in marcia e hanno firmato un documento che mette nero su bianco i rischi dell’impianto.
Il progetto attuale prevede la costruzione di un inceneritore a Case Passerini, nella località di Sesto Fiorentino. Ora i medici hanno deciso di far sentire la propria voce grazie a un documento che spiega che i fumi emessi dall’inceneritore inquinano e sono da evitare per proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini.
Il gruppo di medici si è schierato contro l’inceneritore basandosi sul rispetto del codice deontologico che richiede ai professionisti della salute di agevolare le politiche di prevenzione. A preoccupare i medici sono i fumi tossici che l’inceneritore di rifiuti immetterà nell’aria.
Tra i disturbi correlati ai fumi emessi dagli inceneritori troviamo non solo allergie e problemi respiratori ma anche malattie cardiocircolatorie e tumori. Diossine, PCB e metalli pesanti sono soltanto alcune delle sostanze inquinanti che possono mettere a rischio l’ambiente e la nostra salute a causa degli inceneritori.
Ci si preoccupa anche per le polveri sottili che ricadono nella catena alimentare, con particolare riferimento agli orti e all’agricoltura. Dunque l’inceneritore potrebbe compromettere anche la produzione alimentare che si svolge nei campi della zona in cui dovrebbe sorgere.
Il territorio da proteggere è la Piana Fiorentina, dove purtroppo non mancano altre fonti di inquinamento e problemi ambientali che la presenza di un inceneritore andrebbe ad acuire. Secondo i medici fiorentini l’impatto sanitario dell’inceneritore è l’aspetto prioritario da valutare.
Sono già state eseguite le valutazione sia per l’impatto ambientale che per l’impatto sanitario ma ora la richiesta è che venga eseguita una valutazione sanitaria aggiuntiva prima che i lavori per la costruzione dell’inceneritore abbiano inizio.
La speranza è che la presa di posizione dei medici raccolga consensi e porti a valutare fino in fondo i rischi per la salute dei cittadini legati alla costruzione di un nuovo inceneritore. Infine, la decisione sulla costruzione dell’inceneritore potrebbe giocarsi anche in campo politico, a seconda del candidato che vincerà il ballottaggio per ricoprire l’incarico di sindaco a Sesto Fiorentino.
Marta Albè

TARANTO INQUINAMENTO ILVA: SECONDO LA ASL I DANNI SONO ORMAI IRREPARABILI

INQUINAMENTO ILVA: SECONDO LA ASL I DANNI SONO ORMAI IRREPARABILI

Tratto da Bioecogeo
Chi comprerà gli impianti dell’Ilva di Taranto potrà spostare in avanti i termini temporali di presentazione e attuazione del piano ambientale. Potrà inoltre ricevere una sorta di immunità, la stessa che adesso è concessa ai commissari e ai subcommissari.. 
BioEcoGeo_taranto

Tutto questo è scritto nel decreto Salva-Ilva, l’ennesimo, pubblicato venerdì scorso in Gazzetta Ufficiale e che da domani sarà sottoposto alla Camera all’esame delle commissioni Ambiente e Attività produttive per la conversione in legge. 
Un testo che ha scatenato le polemiche: «Pensavamo di aver visto tutto con i decreti precedenti, ma quest’ultimo è riuscito a sorprenderci – hanno dichiarato i parlamentari del M5S Con l’ennesimo decreto Salva Ilva il governo oltrepassa il confine della legalità stabilendo per l’eventuale acquirente degli impianti tarantini una licenza di uccidere a norma di legge».
Al M5S ha risposto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti: «Il decreto antepone proprio la valutazione del programma di risanamento ambientale all’individuazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Cioè, in altri termini, il dl dice a chiare lettere che solo le offerte il cui piano ambientale risponderà alle regole europee di tutela dell’ambiente e della salute saranno prese in considerazione ai fini della scelta».
Di fatto, nel testo, non c’è nulla per la città di Taranto.
E infatti i cittadini sono sul piede di guerra. Peacelink sta raccogliendo le forze in campo per organizzare una  reazione di massa. Proprio pochi giorni fa l’Asl aveva pubblicato i dati del locale Registro Tumori, confermando che il danno causato dal disastro ambientale e sanitario nel tarantino è già fatto e che se ne pagheranno le conseguenze ancora per anni. Addirittura indipendentemente dalla riduzione della fonte di inquinamento.
Come spiega la dottoressa Antonia Mincuzzi, coordinatrice del Registro Tumori Asl di Taranto, “calcolare quando si avrà il picco del numero dei malati è impossibile. Si tratta di patologie con una latenza varia, i cui fattori scatenanti sono diversi per ciascuna”. I dati aggiornati fanno riferimento agli anni 2009-2011 e parlano chiaro. Nel territorio della provincia di Taranto per alcune patologie ci si ammala molto più che nel resto d’Italia e del mezzogiorno. Come si legge nel report “si evidenziano tassi standardizzati più elevati in provincia di Taranto rispetto al pool nazionale e al pool sud per mesotelioma, carcinoma epatico, vescicale e polmonare nel sesso maschile a conferma della probabile responsabilità di esposizioni professionali”.

Secondo Bloomberg :rinnovabili, sorpasso su fonti fossili entro 2040

Tratto da greenstyle
Rinnovabili: sorpasso su fonti fossili entro 2040 secondo Bloomberg
Risultati immagini per energie rinnovabili hd
Nei prossimi decenni assisteremo a una rapida evoluzione del mercato energetico globale caratterizzata da una decisa avanzata delle energie rinnovabili. A rivelarlo è il “New Energy Outlook 2016″ pubblicato da Bloomberg. Le proiezioni, riferite al periodo 2016-2040 rivelano che i costi più bassi del carbone e del gas non riusciranno a frenare la decarbonizzazione dell’industria energetica globale.
Entro il 2040 le fonti rinnovabili conteranno per il 60% della capacità installata. Dal fotovoltaico e dall’eolico proverrà una quota del 64% degli 8,6 TW di nuova potenza globale installati nei prossimi 25 anni. Le due fonti attireranno il 60% degli 11.400 miliardi di dollari di nuovi investimenti nel settore energetico.
costi dell’eolico onshore crolleranno del 41% entro il 2040. La riduzione dei prezzi del fotovoltaico sarà ancora più drastica, con un calo del 60%. Eolico e fotovoltaico diventeranno le fonti elettriche più convenienti in molti Paesi già a partire dal 2020 e in gran parte del mondo dal 2030.
I costi competitivi del carbone e del gas non riusciranno a frenare neanche l’avanzata dei sistemi di accumulo. Il mercato delle batterie raggiungerà quota 250 miliardi di dollari all’anno. Entro il 2040 la richiesta di elettricità lieviterà dell’8%, pari a 2.701 TWh, per via dell’espansione del mercato delle auto elettriche. I veicoli elettrici rappresenteranno il 35% delle nuove vendite di auto annuali, pari a 41 milioni di unità. Una cifra 90 volte maggiore rispetto alle vendite registrate nel 2015.
Gli analisti sono invece pessimisti sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Seb Henbest, autore principale del NEO 2016, ha spiegato che i 7.800 miliardi di dollari di investimenti nelle rinnovabili effettuati tra il 2016 e il 2040 non basteranno a centrare i target fissati dall’ONU per limitare a 2°C il riscaldamento globale. Per rispettare l’accordo sul clima di Parigi occorreranno altri 5.300 miliardi di dollari di investimenti.
Il ribilanciamento dell’economia cinese dovrebbe portare a un calo delle emissioni nel Paese più inquinante del mondo a partire dal 2025. La spinta sul carbone dell’India e degli altri mercati asiatici emergenti nel 2040 porterà però le emissioni a quota +5% rispetto ai livelli del 2015, per un totale di 700 megatonnellate.
Gli investimenti nei fossili proverranno perlopiù da questi Paesi, per un totale di 2.100 miliardi di dollari, di cui 1.200 miliardi destinati alle centrali a carbone e 892 alle centrali a gas.
In Europa a dominare saranno invece le energie rinnovabili, che entro il 2040 copriranno il 70% della domanda, oltre il doppio del 32% registrato nel 2015. Anche negli Stati Uniti le energie pulite guadagneranno sempre più terreno. La fetta di rinnovabili nel mix energetico salirà dal 14% registrato nel 2015 al 44%, mentre il gas scenderà dal 33% al 31%.