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Visualizzazione post con etichetta Nature Climate Change. Mostra tutti i post
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06 giugno 2018

La domanda di combustibili fossili diminuirà nel prossimo futuro......Sta per esplodere la bolla del carbonio ?

Tratto da Greenreport

Sta per esplodere la bolla del carbonio dei combustibili fossili?

La domanda di combustibili fossili diminuirà nel prossimo futuro, con importanti conseguenze macroeconomiche e geopolitiche
[6 giugno 2018]
Il nuovo studio “Macroeconomic impact of stranded fossil-fuel assets”, pubblicato su Nature Climate Change dimostra che la fine dell’industria dei combustibili fossili avrà profonde conseguenze economiche e geopolitiche, visto che la bolla del carbonio – gonfiata anche dalle politiche negazionisti che ed eco-scettiche di Donald Trump – è pronta a esplodere.
Basandosi su tecniche di modellazione all’avanguardia, i ricercatori olandesi della Radboud University, britannici dell’università di Cambridge (Cambridge centre for environment, energy and natural resource governance – C-Eenrg), Cambridge Econometrics, The Open University  e dell’università di Macao dmostrano che « Nel prossimo futuro il consumo di combustibili fossili rallenterà o diminuirà, come risultato del continuo cambiamento tecnologico, potenzialmente aggravato dalle nuove politiche climatiche». In questa transizione ci saranno vincitori, importatori come la Cina e l’Unione europea, e perdenti, gli esportatori come la Russia, gli Usa o il Canada, che potrebbero vedere praticamente chiudere le loro industrie dei combustibili fossili.  I ricercatori sono convinti che «Se questi Paesi manterranno i loro livelli di investimento e produzione nonostante la diminuzione della domanda, la perdita di ricchezza globale potrebbe essere enorme: 1- 4 trilioni di dollari, una perdita paragonabile a quella che ha scatenato la crisi finanziaria nel 2007».  Inoltre, gli Stati Uniti non potrebbero tirarsi low-carbon  fuori dalla transizione perché per loro sarebbe ancora peggio. »La politica climatica globale non è quindi più il gioco del “prisoner’s dilemma”», dicono i ricercatori del dipartimento di scienze ambientali della Radboud University.
Alcune delle più importanti economie del mondo molto affidamento sulla produzione e sulle esportazioni di combustibili fossili e, come fa notare lo studio, « Il prezzo delle azioni delle compagnie di combustibili fossili è calcolato partendo dal presupposto che tutte le riserve di combustibili fossili saranno consumate. Ma farlo sarebbe incoerente con il limitato carbon budget  fissato nell’Accordo di Parigi del 2015 , che limita l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli preindustriali”». Finora, questa prospettiva non ha scoraggiato i continui investimenti nei combustibili fossili perché molti ritengono che le politiche climatiche non verranno adottate, almeno non nel prossimo futuro. Ma i ricercatori dimostrano nel nuovo studio  che «Il continuo cambiamento tecnologico, da solo e anche senza nuove politiche climatiche, sta già riducendo la crescita della domanda globale dei combustibili fossili, che potrebbe raggiungere il picco nel prossimo futuro. Le nuove politiche climatiche non farebbero che aggravare l’impatto. Il continuo investimento nei combustibili fossili sta quindi creando una pericolosa “bolla di carbonio” che potrebbe esplodere, con enormi conseguenze economiche e geopolitiche»......
Quel che emerge con forza dallo studio è che «Il processo di transizione verso un’economia a low-carbon  sta diventando inevitabile, poiché le politiche a sostegno di questo cambiamento sono state sviluppate e attuate gradualmente per qualche tempo». I nuovi standard di efficienza comportano che facciamo di più con la stessa quantità di energia, poiché le tecnologie meno recenti e meno efficienti vengono gradualmente eliminate. La transizione è quindi irreversibile; tuttavia il suo ritmo può variare a seconda se e in che modo vengono implementate nuove politiche climatiche»”.
Secondo gli scienziati, «Un ulteriore danno economico derivante da una potenziale esplosione di bolle potrebbe essere evitato decarbonizzando al più presto«.

01 agosto 2017

Jason West: L’inquinamento atmosferico causato dal cambiamento climatico avrà un forte impatto anche sulla salute di tutto mondo.

Tratto da Wired

Il cambiamento climatico aumenterà i casi di morte prematura

Se le tendenze rimarranno le stesse, l’inquinamento atmosferico causato dal cambiamento climatico provocherà un ulteriormente aumento delle morti premature. A lanciare l’allarme su Nature Climate Change, sono stati i ricercatori della University of North Carolina a Chapel Hill, secondo cui l’inquinamento atmosferico causerà circa 60 mila morti premature nel 2030 e ben 260 mila nel 2100.

Per capirlo, lo studio, uno dei più approfonditi su come il cambiamento climatico possa influenzare la salute pubblica attraverso l’inquinamento atmosferico, si è servito dei risultati delle più importanti ricerche di modellazione del cambiamento climatico a livello mondiale. “Il cambiamento climatico influenza le concentrazioni di inquinanti nell’atmosfera e avrà un forte impatto anche sulla salute di tutto mondo, causando milioni di morti premature persone ogni anno per inquinamento atmosferico”, precisa l’autore dello studio, Jason West.

Più precisamente, le temperature più calde accelerano le reazioni chimiche che creano inquinanti atmosferici come l’ozono e polveri sottili, già noti per avere effetti negativi sulla salute pubblica.
Così, West e il suo team di ricercatori hanno associato i dati dei diversi modelli climatici globali per riuscire a determinare il numero di morti premature a causa dell’ozono e del particolato sia nel 2030 che nel 2100. Per ciascun modello, il team ha poi valutato i cambiamenti previsti per l’inquinamento atmosferico che potrebbero essere associati ai cambiamenti climatici futuri.

Dai risultati dello studio è emerso che i cambiamenti climatici potrebbero causare un aumento delle morti premature da inquinamento atmosferico in tutte le regioni del mondo: più precisamente, circa 60mila nel 2030 e circa 260mila nel 2100. “La nostra scoperta è il segnale più chiaro che i cambiamenti climatici saranno dannosi per la qualità dell’aria e, quindi, per la nostra salute”, spiega West. “Per capirlo abbiamo collaborato con alcuni dei migliori gruppi di modellazione del clima in tutto il mondo negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Giappone e Nuova Zelanda, rendendo questo studio il più completo che esista riguardo questa tematica”

24 marzo 2016

The Guardian -Riscaldamento globale: solo il dirupo di Seneca potrebbe salvarci?

Tratto da Ugo Bardi

Riscaldamento globale: solo il dirupo di Seneca potrebbe salvarci?

La riduzione delle emissioni necessaria per restare entro i 2°C è talmente drastica che la caduta dei consumi di energia fossile che dovremmo vedere nei prossimi decenni ricorda il collasso descritto con il termine "Dirupo di Seneca" (UB)

L'uso di combustibili fossili deve diminuire il doppio più rapidamente di quanto si pensasse per contenere il riscaldamento globale – studio.
Il fumo fuoriesce da una centrale a carbone a Shanxi, in Cina.  
di Tim Radford ( in traduzione dal Guardian)


Gli scienziati del clima hanno cattive notizie per i governi, le società produttrici di energia, gli automobilisti, i passeggeri e i cittadini di tutto il mondo: per contenere il riscaldamento globale nei limiti concordati da 195 nazioni a Parigi lo scorso dicembre, dovranno tagliare la combustione di combustibili fossili ad un tasso ancora più veloce di quanto avessero tutti previsto. Joeri Rogelj, ricercatore dell'Istituto Internazionale di Analisi Sistemica Applicata in Austria e  i colleghi europei e canadesi, propongono su Nature Climate Change che tutte le stime precedenti delle quantità di biossido di carbonio che possono essere rilasciate nell'atmosfera prima che il termometro salga a livelli potenzialmente catastrofici sono troppo generose. Al posto di una gamma di stime di emissioni ammissibili che spaziano fino a 2.390 miliardi di tonnellate dal 2015 in poi, il massimo che gli esseri umani possano rilasciare sarebbero 1.240 miliardi di tonnellate. 
Non-CO2 forcing and cumulative CO2 emissions.

Livelli disponibili
In effetti, ciò dimezza i livelli di gasolio e benzina per i serbatoi di benzina,  le quantita' di carbone per le centrali elettriche e le quantita' di gas naturale per il riscaldamento centralizzato e per cucinare a disposizione del genere umano prima che la temperatura globale media – già di 1°C più alta di quanto fosse all'inizio della Rivoluzione Industriale – raggiunga la soglia figurata dei 2°C da tempo concordata a livello internazionale come il punto di non ritorno per il pianeta. Infatti il summit del UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) a Parigi ha concordato un obbiettivo “ben al di sotto” dei 2°C, a riconoscimento delle terribili previsioni – una delle quali è stata che, a temperature planetarie di quel genere, i livelli del mare salirebbero abbastanza da sommergere diverse piccole isole-stato. L'articolo di Nature Climate Change è una riaffermazione di un problema che è chiaro da decenni. Le proporzioni del biossido di carbonio in atmosfera sono collegate alle temperature di superficie planetarie e, man mano che salgono, le temperature medie fanno altrettanto. Per gran parte della storia umana, queste proporzioni sono oscillate intorno alle 280 ppm. Lo sfruttamento globale, su scala massiccia, dei combustibili fossili ha alimentato l'espansione dell'agricoltura, la crescita delle economie, una crescita di sette volte della popolazione del pianeta, un aumento del livello del mare di 14 cm ed un aumento di temperatura di 1°C, finora.

Per fermare l'aumento delle temperature di altri 3°C o più e l'aumento dei livelli del mare di più di un metro, gli esseri umani devono ridurre le emissioni da combustibili fossili. Di quanto debbano essere ridotte è difficile da calcolare. Il bilancio globale di carbonio è in realtà l'equilibrio fra ciò che emettono gli animali – in questo contesto, la parola animali include gli esseri umani con automobili, aerei e fabbriche - e ciò che piante ed alche possono assorbire. Quindi i calcoli sono resi difficili da incertezze su foreste, praterie ed oceani. Per rendere le cose più semplici, gli scienziati del clima traducono l'obbiettivo in miliardi di tonnellate di biossido di carbonio che, idealmente, potrebbero essere rilasciate in atmosfera da 2015 in avanti. Anche queste, tuttavia, sono stime. C'è un certo accordo generale che un limite di 590 miliardi di tonnellate impedirebbe con sicurezza al mondo di surriscaldarsi in modi che imporrebbero tensioni sempre maggiori sulla società umana. La disputa è sul limite massimo di tali stime. Il dottor Rogelj dice: “Per avere una possibilità ragionevole di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, possiamo emettere solo una certa quantità di biossido di carbonio. E' questo il nostro bilancio di carbonio. Ciò è stato compreso da circa un decennio e la fisica dietro a questo concetto è stata ben compresa, ma molti fattori diversi possono portare a bilanci di carbonio che o sono leggermente più piccoli o leggermente più grandi. Volevamo capire queste differenze e fare chiarezza sul problema per i politici e l'opinione pubblica. Questo studio mostra che, in alcuni casi, abbiamo sottostimato il bilancio di dal 50 a più del 200%. Per la fascia alta, si tratta di una differenza di più di 1.000 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio”.........

Calcoli complessi

...“Ora capiamo meglio il bilancio di carbonio per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C”, dice il dottor Rogelj. “Questo bilancio di carbonio è molto importante da conoscere, perché definisce quanto biossido di carbonio ci è permesso di rilasciare nell'atmosfera, in totale. “Abbiamo pensato che questo bilancio si trovi nella parte bassa di ciò che gli studi indicavano prima e se non cominciamo a ridurre le nostre emissioni immediatamente, ce lo giocheremo in pochi decenni”.

19 marzo 2015

Il Sole 24 ore:Polveri sottili e inquinanti ambientali: ogni anno nel mondo 3,7 milioni di morti. Studio: risparmi nella spesa sanitaria se si riduce l'inquinamento

Tre interessanti articoli tratti da Il Sole 24 ore
Tratto da Il Sole 24 ore

Polveri sottili e inquinanti ambientali: ogni anno nel mondo 3,7 milioni di morti

Inquinamento-atmosferico
Provocano tumori, infarti, ictus e altre patologie che, in diversi casi, si rivelano letali: gli inquinanti, le polveri sottili e in generale i contaminanti presenti nell'atmosfera provocano ogni anno a livello globale 3,7 milioni di decessi. Il dato è stato discusso nel corso del convegno "I costi dell’inquinamento atmosferico: un problema dimenticato", organizzato da Fondazione Ca' Granda Policlinico di Milano, IEFE - Università Bocconi e Associazione Peripato. "Secondo il rapporto globale 2014 dell'Organizzazione mondiale della sanità - spiega Pier Mannuccio Mannucci, direttore scientifico del Policlinico - l'inquinamento ambientale è anche responsabile di almeno 600 mila morti premature e incide sui costi per la salute fino a 940 miliardi di euro". 

Gli esperti affermano che parte della responsabilità è da attribuire alle soglie europee per gli inquinanti, non adeguate agli standard dell'Oms. "Le direttive europee - continua Mannucci - fissano come soglia limite per il PM 2,5, contenuto nelle polveri sottili capaci di arrivare fino in profondità nei polmoni,  25 microgrammi per millimetro cubo d'aria: ma le linee guida dell'Oms fissano un limite molto più basso, a 10 microgrammi". Discorso simile può essere fatto per il PM 10, che danneggia  le vie aeree superiori: in Europa la soglia tollerabile è 40 microgrammi, per l'Oms deve essere  la metà: "Se guardiamo le soglie europee, il 31% della popolazione è esposta ai pericoli del PM 2,5; ma considerando  la soglia dell'Oms, la popolazione esposta è pari al 96%. Analogamente, per il PM 10 il pericolo riguarda il 33% secondo la soglia europea, ma l'88% secondo i parametri Oms. L'Europa dovrebbe abbassare i suoi attuali limiti, fermi da diversi anni". 

"Non fare nulla costa più che fare: alle famiglie, ai governi locali e centrali - avverte Lidia Rota Vender, presidente dell'Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari onlus (ALT) - ogni anno l'Europa spende 196 miliardi di euro per infarto, ictus cerebrale, embolia, trombosi venose e arteriose: il 54% per i costi diretti, legati alla cura di queste malattie, ai ricoveri in ospedale, agli esami e ai farmaci. Il rimanente 46% per i costi indiretti, legati alla mancata produttività e alle spese sostenute dalle famiglie per l’assistenza ai malati colpiti da malattie che, quando non uccidono, lasciano una gravissima invalidità, spesso permanente e troppo spesso prematura. Inoltre, ogni aumento di 10 punti percentuali dei casi di infarto e ictus causa all’Italia un rallentamento della crescita economica valutabile intorno allo 0,5%. E le previsioni per il 2020 sono catastrofiche e vanno ben oltre il 10% in termini di aumento dei casi di ictus e infarto"
Secondo stime della Commissione Europea, spiega l'esperto, hanno messo in evidenza che "per mitigare l'inquinamento dell'aria abbastanza perché questo si traduca in un risparmio annuale di almeno 40 miliardi in termini di costi diretti sanitari e indiretti per l’impatto sociale sarebbero sufficienti investimenti per 3,3 miliardi di euro".

Tratto da Il Sole 24 ore
Studio: risparmi nella spesa sanitaria se si riduce l'inquinamento
Inquinamento
Ridurre i tassi di inquinamento può comportare, oltre che una migliore qualità dell'aria e della vita, un notevole risparmio economico per il sistema sanitario nazionale. A sostenerlo è uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston secondo cui le spese sostenute per ridurre le emissioni di gas di scarico inquinanti di automobili e fabbriche possono arrivare a essere pari a un decimo del denaro risparmiato dal servizio sanitario in termini di un numero inferiore di prestazioni erogate per la cura di patologie respiratorie legate all'inquinamento, come l'asma. Spendere (in programmi e misure anti-inquinamento), quindi, per risparmiare (in termini di inferiori costi per il servizio sanitario). 
Lo studio, pubblicato su Nature Climate Change, è stato condotto esaminando tre programmi di riduzione dell'inquinamento e paragonando le spese sostenute per metterli in atto e i benefici per la salute da questi derivanti (calcolati in termini di minori costi a carico del servizio sanitario). "Se le analisi dei costi e dei benefici delle politiche climatiche non comprendono i significativi benefici per la salute derivanti dal respirare un'aria più salubre - spiega Tammy Thompson, prima autrice dello studio - i benefici di queste politiche non potranno che risultare drammaticamente sottovalutati".

Tratto da Il Sole 24 ore

Inquinamento atmosferico, ecco i rischi per il cuoreInquinamento_cuore

Una nuova analisi fa il punto della situazione, svelando quali sono i pericoli accertati per la salute cardiovascolare

Quali sono gli effetti dell'inquinamento atmosferico sulla salute umana? A tentare di fare chiarezza sul tema è una nuova analisi pubblicata dai ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine sulla rivista Heart, secondo cui il buon funzionamento dell'apparato cardiovascolare è realmente minacciato dall'inquinamento.

In realtà il fatto che la salute dell'aria non sia un problema puramente ecologico non è una novità. Già in passato diversi studi hanno suggerito l'esistenza di un'associazione diretta tra l'inquinamento e i rischi corsi dalla salute umana in termini di disturbi cardiovascolari. Una ricerca pubblicata sull'American Journal of Respiratory and Critical Care Medicinedall'Environmental Protection Agency statunitense ha ad esempio dimostrato che bastano 2 ore di esposizione alle particelle ultrasottiliderivanti dall'uso dei combustibili fossili per scatenare alterazioni del ritmo cardiaco anche in individui senza particolari problemi di salute. Restano, però, ancora diversi dubbi da chiarire, primo fra tutti quali siano i fenomeni alla base dell'associazione tra livelli elevati di alcuni inquinanti atmosferici e l'aumento del rischio cardiovascolare.

La nuova analisi ha voluto fare chiarezza sul tema valutando l'impatto biologico a breve termine dell'inquinamento atmosferico sulle malattie cardiovascolari. Per farlo sono stati utilizzati dati raccolti in Inghilterra e Galles tra il 2003 e il 2009, per un totale di 400 mila casi di infarto, più di 2 milioni di ricoveri di emergenza a causa di problemi cardiovascolari e 600 mila decessi per infarto o ictus. Combinando queste informazioni con quelle relative ai livelli medi di inquinanti ottenuti dalla stazione di monitoraggio più vicina al luogo di residenza degli individui coinvolti nello studio è stato scoperto che il PM2.5 (cioè il livello di particelle ultrasottili di diametro inferiore ai 2,5 micrometri) è associato a un aumento del rischio di fibrillazione atriale (cioè di irregolarità del ritmo cardiaco) e di embolia polmonare (cioè di ostruzione dell'arteria polmonare da parte di coaguli di sangue). Non solo, l'esposizione al biossido di azoto è stata associata a un aumento della probabilità di dover essere ricoverati in ospedale a causa di problemi cardiovascolari e del rischio di un particolare tipo di infarto (quello definito “con elevazione di segmento non ST”). continua qui

25 settembre 2013

University of North Carolina :CO2 e salute umana: tagliare le emissioni per salvare milioni di vite.Ma in Liguria l' Assessore all' Ambiente continua a parlare di "Ampliamento a carbone della centrale".

 Tratto d Greenreport
Il nuovo studio dell’university of North Carolina
CO2 e salute umana: tagliare le emissioni salverebbe milioni di vite
I costi per le spese sanitarie supereranno quelli per ridurre il global warming.

salute co2
Lo studio Co-benefits of mitigating global greenhouse gas emissions for future air quality and human health, pubblicato, su Nature Climate Change, riporta la discussione sul riscaldamento globale saldamente coi piedi per terra: a rischio è soltanto la salute del pianeta ma, ovviamente, anche la nostra. E per vari motivi. Ad esempio? «Le azioni di riduzione di gas serra (GHG) – si legge nella ricerca – spesso riducono gli inquinanti atmosferici co-emessi, portando co-benefici per la qualità dell’aria e la salute umana».
Questi risultati fanno parte dei documenti preparatori e delle anticipazioni dell’attesissimo rapporto dellIntergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), che sarà reso noto il 27 settembre e dove si conferma che la riduzione delle emissioni di CO2 dalle centrali elettriche a carbone, dai veicoli e da altre fonti potrebbe ridurre il particolato e le emissioni di ozono: tutti elementi che sono legati ai disturbi cardiovascolari, alle malattie respiratorie, al cancro ai polmoni ed agli  ictus. Secondo lo studio,  grazie a tagli di emissioni di CO2, entro il 2100 potrebbero essere evitate da 1,4 a 3 milioni di morti premature l’anno. I ricercatori hanno calcolato che i soli risparmi sanitari sarebbero superiori ai costi previsti di riduzione delle emissioni di carbonio nel corso dei prossimi decenni.
Secondo un folto team di ricercatori statunitensi dell’university of North Carolina –  Chapel Hill, del Joint Global Change Research Institute, Pacific Northwest National Laboratory, dell’Ucar/Noaa Geophysical Fluid Dynamics Laboratory, dell’Environmental Protection Agency, del Noaa Geophysical Fluid Dynamics Laboratory, Princeton e del National Center for Atmospheric Research – gli studi precedenti  valutavano i co-benefici della riduzione di gas serra solo a breve termine e a livello locale, «trascurando il trasporto a lunga distanza degli inquinanti atmosferici, i cambiamenti demografici di lungo periodo e l’influenza del cambiamento climatico sulla qualità dell’aria». Il nuovo studio invece «Simula i co-benefici della riduzione di gas serra a livello mondiale per la qualità dell’aria e la salute umana utilizzando un modello atmosferico globale e coerente degli scenari futuri, attraverso due meccanismi: l’abbattimento degli inquinanti atmosferici co-emessi e il conseguente rallentamento del cambiamento climatico e dei suoi effetti sulla qualità dell’aria».
Il team Usa ha utilizzato anche nuove relazioni tra la mortalità cronica e l’esposizione al particolato  fine e all’ozono, metodi di modellazione globale e nuovi scenari futuri, e conclude che «rispetto a uno scenario di riferimento, la mitigazione dei gas serra globale eviterà 0,5±0,2, 1,3±0,5 e 2,2±0,8 milioni di morti premature rispettivamente nel 2030, 2050 e 2100. I “global average marginal co-benefits” per la mortalità evitata sono di 50-380 dollari per tonnellata di CO2, il che supera le stime precedenti, superando i costi marginali di abbattimento nel 2030 e il 2050, e sono all’interno del range basso dei costi nel 2100.  Soprattutto la qualità dell’aria e i co-benefici per la salute, in quanto sono prevalentemente locali e a breve termine, forniscono una forte motivazione aggiuntiva per la transizione ad un futuro low carbon».
La Cina e l’Asia orientale hanno il massimo da guadagnare dalla riduzione dell’inquinamento atmosferico: lo studio ha infatti trovato che il risparmio per l’assistenza sanitaria in quella regione in rapidissima crescita e soffocata dall’inquinamento supererebbe i costi di riduzione delle emissioni di CO2 da 10 a 70 volte.
Su Greenreport l'articolo integrale del  24 settembre 2013 .



Dopo la lettura del sopracitato articolo ci permettiamo
un breve commento  ,anche se non basterebbe un libro intero ,alle ultime affermazioni dell' Assessore all' Ambiente della Regione Liguria Renate Briano:
 “Bisogna ancora verificare questa consequenzialità tra l’attività della centrale e la mortalità. Noi abbiamo attivato l’Osservatorio proprio su questo fronte, quanto alla necessità di chiudere la centrale questo riguarda soprattutto il passato........
Riportiamo alcune argomentazioni del 
  nuovo studio dell’university of North Carolina
"Secondo lo studio,  grazie a tagli di emissioni di CO2, entro il 2100 potrebbero essere evitate da 1,4 a 3 milioni di morti premature l’anno.
 I ricercatori hanno calcolato che i soli risparmi sanitari sarebbero superiori ai costi previsti di riduzione delle emissioni di carbonio nel corso dei prossimi decenni.
  Soprattutto la qualità dell’aria e i co-benefici per la salute, in quanto sono prevalentemente locali e a breve termine, forniscono una forte motivazione aggiuntiva per la transizione ad un futuro low carbon".

Nonostante tutti gli studi e tutte le conferme internazionali che la combustione del carbone fa male al clima globale ,fa male alla salute dei cittadini su cui le centrali insistono,fa male alle casse regionali  e nazionali per i costi sanitari per le malattie indotte dalla combustione del carbone,nonostante che la centrale sia in pieno centro abitato,  nonostante che sia sul nostro territorio in corso un 'indagine  della Procura  riesce ancora a parlare in questi termini di ampliamento!!!!!!

 Riportiamo le sue parole :"Quanto ai prossimi step sul progetto di ampliamento: “Ora attendiamo l’esito dei ricorsi sull’AIA, rimanendo sempre in contatto con il ministero affinché si possa attuare."

 La ringraziamo per essere  ...........
dalla parte del cittadino e dell' ambiente .Ci ricorda vagamente l' ex Ministra dell' Ambiente Prestigiacomo quando ,nonostante tutte le evidenze,
ha firmato per l' ulteriore potenziamento a carbone  della centrale .

09 maggio 2013

Artico entro 2 anni senza ghiaccio, allarme della Casa Bianca........


Tratto da Ecologiae 

                   Artico entro 2 anni senza ghiaccio, parola della Casa Bianca

 

La Casa Bianca ormai è sicura e lancia l’allarme: l’Artico sarà senza più ghiacci non tra 30 o 100 anni, ma entro il 2015. Ne sono convinti gli esperti ed alti funzionari che ieri hanno presentato un report, è proprio il caso di dirlo, agghiacciante. 

Si tratta di personalità importanti, non di scienziati dell’ultima ora, come il capo scienziato della Nasa, Gale Allen, del direttore del US National Science Foundation, Cora Marett, e di alcuni rappresentanti del US Department of Homeland Security e del Pentagono.
La loro tesi è che le registrazioni sulla riduzione del ghiaccio così rapida nella zona del Polo Nord potrebbero far rimanere l’area senza ghiaccio. Per questo chiedono alla Casa Bianca, e a tutti i Governi mondiali, di prendere provvedimenti per garantire la sicurezza dei propri cittadini in caso di innalzamento del livello dei mari. Ma non solo. Già all’inizio dell’aprile scorso il prof. Duarte, oceanografo dell’Università del Western Australia aveva notato come la velocità con cui si stavano sciogliendo i ghiacciai al Polo Nord fosse più rapida di qualsiasi previsione fosse stata fatta in passato. Ha così confrontato i suoi dati con quelli dell’IPCC e con le previsioni fatte nel 2007, ed il risultato è stato allarmante:

La situazione Artico è come una valanga: cambiamenti pericolosi nell’Artico derivati ​​da gas serra di origine antropica accumulati portano a più attività che favoriscono ulteriormente le emissioni di gas ad effetto serra. 

Questa situazione ha il ritmo di un treno in corsa scrive Duarte su  Nature Climate Change .Le conseguenze sono ben note. Lo scioglimento del ghiaccio marino altera le correnti che partono dai mari del Nord, le quali a loro volta comportano cambiamenti persistenti nelle condizioni metereologiche. 
Gli effetti sono quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni: inverni che non finiscono mai, trombe d’aria, uragani sempre più potenti e tanto altro.
Immagine tratta da Facebook  del Medico Isde   Dott.Giovanni Ghirga
L’intevento della Casa Bianca è importante perché scienziati e sociologi predicono che, con stravolgimenti climatici sempre maggiori sul pianeta, i disordini civili saranno sempre più frequenti.

Immagine tratta da Facebook  del Medico Isde   Dott.Giovanni Ghirga

 Sempre più zone del mondo diventeranno inabitabili e la battaglia per le poche risorse rimaste mieterà molte vittime. Per questo è bene prepararsi, oltre che strutturalmente, persino militarmente ad un’eventualità simile.
Immagine tratta da Facebook  del Medico Isde   Dott.Giovanni Ghirga

[Fonte: the Guardian]

11 giugno 2012

Cambiamenti climatici globali:la corsa all'aumento di 2 gradi delle temperature medie si farà ancora più veloce......

Tratto da Corriere del Ticino

Centrale a carbone in  Cina

Cina: sale l'inquinamento dell'aria


LONDRA - Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change le emissioni di CO2 da parte della Cina potrebbero essere superiori del 20% di quanto riportato dalle autorità e questo potrebbe far cambiare in peggio le previsioni sui cambiamenti climatici globali.

La ricerca è stata coordinata dall'università di Leeds e ha analizzato due diverse serie di dati energetici: una riferita al paese intero e una alle singole province. 
Procedendo da questo raffronto si è potuto rilevare una discrepanza di più di un miliardo di tonnellate di CO2 nel solo 2010 (i valori delle singole province erano più alti di quelli nazionali).  «La differenza è maggiore di tutte le emissioni prodotte dal Giappone - fanno notare gli autori della ricerca - se si aggiunge un miliardo di tonnellate in più all'anno ai calcoli dei modelli sui cambiamenti climatici questo porta inevitabilmente a un'accelerazione degli effetti previsti. La corsa all'aumento di 2 gradi delle temperature medie si farà ancora più veloce».

Secondo gli autori della ricerca la responsabilità principale di una simile discrepanza sta nel calcolo del consumo di carbone: le province, infatti, potrebbero sottostimarlo quando inviano i dati al governo centrale per evitare sanzioni per lo sforamento di tetti e maggiori tasse.
11.06.2012

04 giugno 2012

Fossili e nucleare: rischio acqua ..Nucleare, centrali a carbone un altro aspetto del rischio climatico

The Economic Times 
Tratto da The Economist Time

Nucleare,centrali a carbone un altro aspetto del "rischio climatico".

 Nuclear, coal power face climate change risk: Study


 SINGAPORE: L'acqua  che scorre più calda e  la limitata quantità di acqua   del fiume  causerà interruzioni di energia in più per le centrali nucleari e a carbone negli Stati Uniti e in Europa in futuro, dicono gli scienziati, e  dovrebbe portare a un ripensamento sul modo migliore per raffreddare le centrali in un mondo più caldo.In uno studio pubblicato  Lunedì, un team di scienziati europei e americani incentrati su proiezioni di aumento delle temperature e livelli dei fiumi più bassi in estate e come questi impatti pregiudicherebbe  le centrali dipendenti  dall' acqua di fiume per il raffreddamento.Gli autori prevedono che il carbone e la capacità di generazione di energia nucleare tra il 2031 e il 2060 diminuirà tra il 4 e il 16 per cento negli Stati Uniti e un 6-19 per cento di declino in Europa a causa della mancanza di acqua di raffreddamento.

Dennis Lettenmaier, professore di ingegneria civile e ambientale presso l'Università di Washington a Seattle, ha detto in un comunicato."Questo studio suggerisce che la nostra dipendenza da raffreddamento termico è qualcosa che dovremmo  rivisitare.Leggi Water Security: Multidisciplinary Responses to a Global Challenge 
Dennis Lettenmaier, University of Washington  Water Security in the Context of Climate Change
Le Centrali termoelettriche consegnano oltre il 90 per cento di energia elettrica negli Stati Uniti ed assorbono   il 40 per cento di utilizzo di acqua dolce della nazione, dice lo studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change.In Europa, gli impianti di fornitura di tre quarti della energia elettrica e rappresentano circa la metà dell'uso di acqua dolce. Le Centrali a  carbone, centrali nucleari e a gas necessitano di grandi quantità di acqua in vapore per far girare una turbina. Essi si basano anche su acqua a temperature costanti per raffreddare le turbine e qualsiasi spike nella temperatura dell'acqua del fiume può compromettere il funzionamento di un impianto.Le interruzioni per le infrastrutture elettriche sono già in corso, gli autori hanno notato.Durante estati calde e asciutte nel 2003, 2006 e 2009 diverse centrali elettriche in Europa,hanno  ridotto la produzione a causa della ridotta disponibilità di acqua di raffreddamento, facendo salire i prezzi dell'energia elettrica.Un evento simile nel 2007-2008 negli Stati Uniti ha provocato  che  diverse centrali elettriche hanno dovuto  ridurre la produzione, o chiudere per diversi giorni a causa di una mancanza di acqua per il raffreddamento e  a causa di vincoli ambientali sugli scarichi di acqua calda nei fiumi, dice lo studio.Nei mesi scorsi, gran parte degli Stati Uniti hanno sofferto caldo record, a marzo è il più caldo mai registrato per i 48 stati contigui, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration.Lo studio proietta gli impatti più significativi degli Stati Uniti presso le centrali interne lungo i fiumi più importanti del sud-est."Considerando l'aumento della domanda futura di energia elettrica, vi è una forte necessità di migliori strategie di adattamento climatico nel settore termoelettrico per garantire la sicurezza futura di energia", dicono gli autori dello studio.Essi segnalano anche le leggi statunitensi ed europee che sanciscono rigorosi standard ambientali per il volume di acqua prelevata dalle centrali   e la temperatura delle acque scaricate.Le strategie di adattamento sono l'immissione di nuovi impianti in prossimità del mare o la costruzione di più centrali a gas di potenza, che sono più efficienti e consumano meno acqua.


Tratto da La Repubblica

Articolo di Antonio Cianciullo

Fossili e nucleare: rischio acqua


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Sarà l’acqua il fattore limitante dell’energia?

 E’ la tesi di uno studio pubblicato su Nature Climate Change. 
Nei prossimi 50 anni, a causa del cambiamento climatico, la produzione di energia termoelettrica negli Stati Uniti e in Europa potrebbe calare sensibilmente per la minore disponibilità dell’acqua dolce necessaria a raffreddare le centrali.
La ricerca, coordinata dall’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg, in Austria, ha esaminato 61 centrali americane e 35 europee che usano diversi sistemi di  alimentazione (dal nucleare al carbone) e di raffreddamento. Sono stati analizzati due scenari, uno in cui il mix energetico rimane sostanzialmente invariato e l’altro con una veloce transizione alle fonti rinnovabili. A seconda degli scenari la capacità produttiva si riduce tra il 6% e il 19% in Europa e tra il 4% e il 16% negli Usa.