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24 settembre 2021

Pandemia e crisi climatica, cause comuni di una sindemia: riflessioni e proposte per il cambiamento

 Tratto da Isde 

24 settembre 2021
ore 09:00-12:30

                        Pandemia e crisi climatica, cause comuni di una sindemia: riflessioni e proposte per il cambiamento
Allarme del mondo scientifico

Nell’ambito del programma All4Climate – Italy 2021, in preparazione della riunione

Le sfide globali come la pandemia da COVID-19 ed il deregolamento climatico stanno mostrando sempre di più le fragilità  sostanziali dell’attuale modello di sviluppo; cambiare il modello di sviluppo e trasformare le attività umane porterebbe a benefici immediati sulla salute. Occorre accelerare il percorso verso azioni di mitigazione ed adattamento agli effetti del cambiamento climatico, e di riduzione dell’inquinamento.

Occorre definire politiche basate sulle evidenze scientifiche e sostenere la partecipazione alle decisioni che condizioneranno la nostra vita quotidiano sulla terra. Occorre fare proposte, ma soprattutto trovare le soluzioni per realizzarle. Le relazioni si concentreranno su due temi principali:

  • La pandemia da COVID-19 e la crisi climatica: gli impatti
  • Quali risposte alle crisi globali? un  nuovo modello di sviluppo

All’incontro parteciperanno Roberto Romizi ( ISDE, Medici per l’Ambiente), Marco Talluri ( giornalista scientifico), Giovanni Viegi (CNR), Roberto Buizza (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Paolo Vineis (Imperial College London), Andrea Manto (Ist. Sup. di Scienze Religiose “Ecclesia Mater”. Pontificia Università Lateranense), Maria Grazia Petronio ( ISDE, UNIPI e M4OH), Claudio Gianotti (ISDE Giovani, UNIMI), Antonio Bonaldi (Slow Medicine) Alberto Mantovani (Istituto Superiore di Sanità ISS), Paolo Lauriola (Rimsa) e Eleonora Evi (Parlamentare europea)

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11 agosto 2021

Patrizia Gentilini : Covid, vaccinare adolescenti e bambini? Poco spazio a chi solleva perplessità

Tratto da Il Fatto Quotidiano 

 Patrizia Gentilini

Covid, vaccinare adolescenti e bambini? Poco spazio a chi solleva perplessità


L’accelerazione cui stiamo assistendo nel nostro paese per indurre a vaccinare contro Covid-19 anche adolescenti e giovani suscita sempre più perplessità e c’è da chiedersi perché non si tenga in maggior conto l’esperienza di altri paesi, quali l’Inghilterra, ben illustrata in questa intervista a Robert Dingwall, o la Germania, ove la vaccinazione da 0 a 17 anni non è raccomandata.

Ancora una volta in Italia nessuno spazio viene dato per un confronto alla pari fra chi ha opinioni diverse o solleva perplessità scientificamente motivate. E soprattutto mai si chiede ai vari opinion leader del settore di esplicitare i propri conflitti di interesse in materia. Eppure l’articolo 4 del Codice di Deontologia Medica chiede ai medici di “attenersi alle conoscenze scientifiche e di ispirarsi ai valori etici (….), non soggiacere a interessi, imposizioni e suggestioni di qualsiasi natura”.

Secondo autorevoli voci, con cui pienamente concordola vaccinazione in adolescenti e giovani manca dei presupposti sia scientifici che etici per promuoverla. Giovani e ragazzini sono infatti risparmiati dal Covid-19 e, quand’anche contraessero il virus, la sintomatologia è comunque, nella stragrande maggioranza, lieve/moderata o addirittura assente....

Come si può quindi ritenere etico sottoporre soggetti che hanno tutta la vita davanti ad un trattamento di cui – come riconosciuto dagli stessi produttori – nulla si sa circa gli effetti a medio/lungo termine e che verrebbe praticato non per proteggerli da una malattia che non presenta rischi per loro, ma per tutelare altre categorie di persone, come pubblicamente dichiarato?...

 Continua su Il Fatto Quotidiano.

20 luglio 2021

L’inquinamento atmosferico da PM2.5 pesa sul 15% delle morti da Covid-19 in Italia

Tratto da greenreport

L’inquinamento atmosferico da PM2.5 pesa sul 15% delle morti da Covid-19 in Italia

Pozzer: «La pandemia finirà, ma non esistono vaccini contro una cattiva qualità dell’aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni»

Oltre 6mila morti in meno da Covid-19, ovvero il 15% delle vittime: a tante ammontano le vite che la pandemia avrebbe potuto finora risparmiare in Italia se l’aria che respiriamo non fosse inquinata da PM2.5, il particolato atmosferico fine. È questa la conclusione cui è giunto un team internazionale di ricercatori, guidato da Andrea Pozzer dell’International Center for Theoretical Physics di Trieste e del Max-Planck-Institute for Chemistry di Mainz, che ha individuato a livello globale i legami tra l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e un rischio di morte molto più elevato da Covid-19.

Lo studio Regional and global contributions of air pollution to risk of death from Covid-19, pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Cardiovascular research, ha esteso a livello globale i risultati precedentemente ottenuti all’Università di Harvard sulla relazione tra esposizione al PM2.5 e mortalità da Covid-19, ottenendo per la prima volta dati Paese per Paese.

Da questa nuova ricerca è emerso che circa il 15% dei decessi in tutto il mondo da Covid-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico. Si va dal 29% registrato per la Repubblica Ceca o dal 27% in Cina e dal 26% in Germania, al 3% dell’Australia o all’1% della Nuova Zelanda. Il dato europeo è al 19%, mentre quello italiano identico alla media globale: 15%.

Pozzer spiega che «questa scoperta non dimostra una relazione diretta di causa-effetto tra l’inquinamento atmosferico e la mortalità da Covid-19. Si tratta piuttosto di un effetto indiretto: le nostre stime mostrano l’importanza dell’inquinamento sugli esiti fatali dell’infezione virale per la salute, cioè aggravando le comorbilità».

Il ricercatore sottolinea che «la mortalità effettiva è influenzata da molti fattori aggiuntivi come il sistema sanitario del Paese», ma anche se è già possibile «distinguere chiaramente il contributo dell’inquinamento atmosferico alla mortalità da Covid-19» restano «notevoli incertezze» da affrontare.

Ovvero? «In primo luogo – ci spiega telefonicamente dalla Germania – abbiamo potuto calcolare l’impatto ma tecnicamente non sappiamo i meccanismi biologici attraverso i quali l’inquinamento atmosferico incrementa la mortalità da Covid-19. Abbiamo delle intuizioni in merito ma per rispondere con certezza servono studi dedicati, la nostra è un’elaborazione statistica. Quel che sappiamo è che un organismo sottoposto per lungo termine all’inquinamento atmosferico è meno resiliente di fronte all’arrivo del coronavirus, che più probabilmente porterà a un esito nefasto».

Come riassume un altro co-autore della ricerca, Thomas Münzel dell’Universitätsklinikum Mainz, «quando le persone inalano aria inquinata, le piccolissime particelle inquinanti migrano dai polmoni al sangue e nei vasi sanguigni, causando infiammazione e grave stress ossidativo. Questo causa danni al rivestimento interno delle arterie, l’endotelio, e porta al restringimento e all’irrigidimento delle arterie. Anche il virus Covid-19 entra nel corpo attraverso i polmoni, causando danni simili ai vasi sanguigni. Se l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e l’infezione con il virus Covid-19 si uniscono, allora abbiamo un effetto negativo aggiuntivo sulla salute, il che porta a una maggiore vulnerabilità e a una minore resilienza al Covid-19». Un po’ come accade per chi fuma tabacco.

Se i meccanismi biologici restano da chiarire, ciò non toglie che tutte le evidenze scientifiche finora raccolte in merito alle correlazioni tra Covid-19 e inquinamento atmosferico vadano nella stessa direzione. Una relazione che peraltro trova conferma dai risultati di studi cinesi simili basati sull’epidemia di Sars, che hanno analizzato l’inquinamento da PM2,5 e le conseguenze dell’epidemia da Sars-Cov-1 nel 2003.

Un’altra «incertezza» che va tenuta in debito conto è poi quella collegata alla natura stessa della ricerca, uno studio di tipo statistico. Ad esempio il dato rilevato per l’Italia (il già citato 15%) è compreso in un intervallo di confidenza al 95% che spazia dal 7 al 34%. Questo significa che in media in Italia – dalle zone rurali poco inquinate a quelle attanagliate nello smog della pianura padana o delle grandi città del nord – si ha il 15% in più di morire per Covid-19 a causa dell’esposizione a lungo termine al PM2,5, ma questa probabilità è racchiusa in un ventaglio più ampio che va dal 7 al 34%.

«Quel che preme sottolineare – aggiunge Pozzer – è che nonostante la variabilità che abbiamo messo in evidenza, questo numero non è mai zero. Un italiano in media se viene contagiato dal Sars-Cov-2 ha il 15% di possibilità in più di morire rispetto a quella che avrebbe se fosse nato in un paese totalmente non inquinato da PM2,5 proveniente da fonti antropogeniche, come quelle legate all’utilizzo dei combustibili fossili».

In Italia ad esempio circa i due terzi delle emissioni antropiche di PM2.5 sono attribuibili agli impianti di riscaldamento e, allagando lo sguardo a tutta Europa, sappiamo che l’80% di tutto il consumo di calore viene ancora soddisfatto bruciando combustibili fossili. Dunque promuovendo l’impiego di fonti energetiche più pulite, come le rinnovabili, anche la nostra salute ne guadagnerebbe? «Questo è indiscutibile – osserva Pozzer – Più in generale, è necessario ridurre la nostra impronta ecologica al minimo. Quella dei nostri antenati durante l’Età della pietra era certamente più bassa dalla nostra, ma allora l’aspettativa di vita se andava bene arrivava a 30 anni. Quindi dobbiamo riconoscere che il progresso tanto male non ha fatto e tornare all’Età della pietra sarebbe peggio. Ma qui non si tratta di chiudere d’un colpo tutte le attività inquinanti: lo sviluppo tecnologico ci ha messo a disposizione molte possibilità per ridurre drasticamente le emissioni e migliorare la qualità della nostra vita, mi sembra giusto spingere in questa direzione».

«Come abbiamo rilevato alla fine della nostra ricerca – continua Pozzer – La pandemia di Covid-19 si concluderà con la vaccinazione della popolazione o, speriamo di no, con l’immunità di gregge attraverso un’infezione estesa. Ma in ogni caso finirà. Tuttavia, non potremo smettere semplicemente di respirare né esistono vaccini contro una cattiva qualità dell’aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni, e questa è una soluzione win-win». Ovvero, ne guadagna in salute l’ambiente e dunque anche noi.

E nonostante i progressi fatti, ne resta di lavoro da fare. A partire dall’Italia: la Commissione europea pochi giorni fa ha avviato una (nuova) procedura d’infrazione verso il nostro Paese, per il mancato rispetto della direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria .  I dati disponibili per l’Italia mostrano infatti che «il valore limite per il PM2,5 non è stato rispettato in diverse città della valle del Po (tra cui Venezia, Padova e alcune zone nei pressi di Milano). Inoltre le misure previste dall’Italia non sono sufficienti a mantenere il periodo di superamento il più breve possibile».

Una performance pessima, che comporta non solo enormi danni ambientali ma soprattutto decine di migliaia di vite umane spezzate. Secondo gli ultimi dati messi in fila dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) nel suo Air quality in Europe 2019, tre inquinanti (PM2.5, NO2 e O3) bastano a provocare in Italia 76.200 decessi prematuri ogni anno. Da solo, il PM2.5 miete 58.600 vittime ogni dodici mesi, il secondo dato più elevato in Europa. Anche questa è una crisi sanitaria, che deve essere trattata come tale.

Il testo di quest’articolo è stato redatto per “il manifesto” – oggi in edicola con il titolo “Polveri e Covid, cocktail letale” -, con cui greenreport ha attiva una collaborazione editoriale

14 giugno 2021

Ansa . Ricerca sui Pfas in Veneto: più malattie e Covid più mortale

 Tratto da Ansa 

Ricerca sui Pfas in Veneto: più malattie e Covid più mortale

Il professor Foresta lo ha spiegato alla Commissione Ecomafie

I Pfas provocano un aumento di ischemie, ipertensione, malattie cardiovascolari, autismo, Alzheimer e trombi, indeboliscono le ossa e riducono la fertilità nei maschi. Lo ha spiegato oggi alla Commissione bicamerale Ecomafie il professore ordinario di Endocrinologia dell'Università di Padova Carlo Foresta, che ha guidato una ricerca sugli impatti sulla salute dell'inquinamento da Pfas.

Foresta ha riferito che nelle zone più inquinate si è osservata una maggiore gravità dei sintomi e una mortalità da Covid-19 maggiore del 60%.


Queste sostanze chimiche sono usate come impermeabilizzanti in varie produzioni. In Veneto gli scarichi abusivi della ditta Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza (oggi fallita) hanno inquinato le falde acquifere del Vicentino.

Un'elevata concentrazione di Pfas nel sangue determina un aumento dell'incidenza di patologie ischemiche, aumento del colesterolo, problemi alla nascita ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari.

Nei giovani residenti nella zona rossa è stata riscontrata la presenza di Pfas nel liquido seminale, una diminuzione degli spermatozoi e una riduzione del 10% della distanza ano-genitale, connessa con una riduzione del testosterone. Un terzo dei giovani di 20 anni residenti in zona rossa presentano già osteoporosi e osteopenia alle ossa, a causa dell'azione dei Pfas che impediscono alla vitamina D di attivarsi consentendo l'assorbimento di calcio.

A un aumento dell'inquinamento corrispondono maggiori incidenze di demenza, morbo di Alzheimer, autismo, deficit di attenzione e iperattività. Foresta ha spiegato come alte concentrazioni di Pfas nel sangue favoriscano i trombi. Anche il C6O4 (uno dei Pfas) incide sulla fluidità del sangue e sulle piastrine.

12 maggio 2021

MORTALITÀ DA PARTICOLATO E PRESENZA COVID-19 IN ARIA INDOOR

Tratto da Note di Grondacci del 22 marzo 2021

STUDI PUBBLICATI A FEBBRAIO SU MORTALITÀ DA PARTICOLATO E PRESENZA COVID-19 IN ARIA INDOOR 

Resi pubblici a Febbraio due studi sul rapporto tra qualità dell'aria che respiriamo e salute pubblica.

IL PRIMOriguarda il rapporto, a livello mondiale, tra le emissioni di particolato fine (PM 2,5: dove 1 micron (μ) corrisponde ad un millesimo di millimetro) e impatto sulla salute pubblica. Dallo studio emerge che oltre 10milioni di morti premature all'anno sono prodotte dall'inquinamento del particolato da fonti fossili.

IL SECONDO analizza la presenza del COVID-19 nell'aria rilevando una significativa presenza negli ambienti domestici. 
 

MORTALITÀ GLOBALE PER INQUINAMENTO DA PARTICELLE FINI ALL'APERTO GENERATO DALLA COMBUSTIONE DI COMBUSTIBILI FOSSILI (DOCUMENTAZIONE INTERNAZIONALE) 

Studio pubblicato su Science Direct (ScienceDirect.com | Science, health and medical journals, full text articles and books.)  

Secondo lo studio (per il testo vedi QUI)  la combustione di combustibili fossili – in particolare carbone, benzina e gasolio – è una delle principali fonti di particolato fine aereo (PM2,5) e un fattore chiave per l’impatto globale della mortalità e delle malattie. Precedenti valutazioni dei rischi hanno esaminato la risposta sanitaria al PM2,5 totale, non solo al PM2,5 dalla combustione di combustibili fossili, e hanno utilizzato una funzione di risposta alla concentrazione con un supporto limitato dalla letteratura e dati a concentrazioni sia elevate che basse. Questa valutazione esamina la mortalità associata al PM2,5 solo a causa della combustione di combustibili fossili, facendo uso di una recente meta-analisi di studi più recenti con una gamma più ampia di esposizione. 

Lo studio ha inoltre stimato la mortalità dovuta a minori infezioni respiratorie (LRI) tra i bambini di età inferiore ai cinque anni nelle Americhe e in Europa, regioni per le quali abbiamo dati affidabili sul rischio relativo di questo risultato per la salute derivanti dall'esposizione al PM2,5. Lo studio ha  utilizzato il modello di trasporto chimico GEOS-Chem per stimare i livelli di esposizione globale al PM2,5 legato ai combustibili fossili nel 2012. I rischi relativi di mortalità sono stati modellati utilizzando funzioni che collegano l'esposizione a lungo termine al PM2,5 e alla mortalità. Lo studio è arrivato a stimare un totale globale di 10,2 (CI 95%: da -47,1 a 17,0) milioni di morti premature all'anno attribuibili alla componente fossile del PM2,5. L'impatto maggiore sulla mortalità è stimato nelle regioni con pm2,5 sostanziali correlati ai combustibili fossili, in particolare Cina (3,9 milioni), India (2,5 milioni) e parti degli Stati Uniti orientali, dell'Europa e del sud-est asiatico. La stima per la Cina precede un sostanziale calo delle emissioni di combustibili fossili e scende a 2,4 milioni di morti premature a causa della riduzione del 43,7% del PM2,5 dei combustibili fossili dal 2012 al 2018 portando il totale globale a 8,7 (95% CI: da -1,8 a 14,0) milioni di morti premature. Abbiamo anche stimato decessi annuali in eccesso dovuti all'LRI nei bambini (0-4 anni) di 876 in Nord America, 747 in Sud America e 605 in Europa. 

Questo studio dimostra che la componente di combustibile fossile di PM2,5 contribuisce a un grande carico di mortalità. La pendenza più ripida della funzione concentrazione-risposta a concentrazioni più basse porta a stime più grandi di quelle precedentemente riscontrate in Europa e Nord America, e il calo più lento della pendenza a concentrazioni più elevate si traduce in stime più grandi in Asia. 

La combustione di combustibili fossili può essere controllata più facilmente rispetto ad altre fonti e precursori del PM2,5 come polvere o fumo di fuoco, quindi questo è un chiaro messaggio ai responsabili politici e alle parti interessate per incentivare ulteriormente il passaggio a fonti di energia pulite.

 

PRESENZA COVID-19 NELL’ARIA INDOOR E OUTDOOR (DOCUMENTAZIONE NAZIONALE)

Studio Arpa Piemonte (QUI), in collaborazione con il Laboratorio di Virologia Molecolare e Ricerca Antivirale del Polo Universitario San Luigi Gonzaga di Orbassano (TO), che individuato un metodo riproducibile e validabile per determinare la presenza del virus in aria, sia essa indoor che outdoor.

I risultati ottenuti con un grado di certezza quantificabile supportano le seguenti considerazioni:

- in ambiente esterno, il virus non è finora risultato rilevabile nell’aria;

- negli ambiti ospedalieri, ed in particolare all’interno dei reparti con presenza di malati anche caratterizzati da elevati carichi virali, le concentrazioni rilevabili del SARS-CoV-2 sono risultate generalmente molto contenute, anche in virtù dell’elevato tasso di ricambio dell’aria realizzato in tali aree (6-8 ricambi d’aria ogni ora);

- in ambito domestico, al contrario, le concentrazioni di virus si sono rilevate più consistenti, fino a 40÷50 copie genomiche del virus al metro cubo di aria. Tali valori risultano fortemente influenzabili dalle frequenze di ricambio d’aria e dal numero di soggetti positivi presenti nelle abitazioni, oltreché dallo sviluppo dei sintomi più comuni della malattia (tosse secca).


25 novembre 2020

Inquinamento e Covid, l'ultimo studio dell ‘ Universita’ di Ginevra

 Tratto da Adnkronos

Inquinamento e Covid, l'ultimo studio



La qualità dell'aria influenza la pandemia di Covid-19. E' quanto emerge da un recentissimo studio elvetico, che torna ad accendere i riflettori sulla correlazione tra l'alta concentrazione di polveri sottili, l'inquinamento e le ondate di Covid-19. Un team interdisciplinare dell'Università di Ginevra (Unige) e dello spin-off dell'Eth di Zurigo Meteodat ha studiato le possibili interazioni tra i picchi di particolato fine e la virulenza della malattia da coronavirus. I loro risultati, pubblicati su 'Earth Systems and Environment', suggeriscono che alte concentrazioni di particelle di dimensioni inferiori a 2,5 micrometri possono modulare, o addirittura amplificare, le ondate di Sars-CoV-2 e spiegare in parte il particolare profilo della pandemia.

L'aumento delle polveri sottili è generalmente favorito da inversioni di temperatura dell'aria, caratterizzate da situazioni di nebbia, o dall'arrivo di polveri sahariane. Lo studio suggerisce dunque l'adozione di misure preventive legate al controllo dell'inquinamento atmosferico per limitare futuri focolai di morbilità e mortalità dovuti a Covid-19. Gli epidemiologi concordano ampiamente sul fatto che esiste una correlazione tra concentrazioni acute e localmente elevate di particolato fine e gravità delle ondate influenzali. "Abbiamo cercato di capire se esistesse un legame di questo tipo anche con la virulenza di Covid-19", afferma Mario Rohrer, ricercatore presso l'Istituto di scienze ambientali della Facoltà di scienze dell'Unige e direttore di Meteodat.

Studi condotti in Italia e Francia suggeriscono che Sars-CoV-2 fosse già presente in Europa alla fine del 2019, mentre il forte aumento di morbilità e mortalità è stato registrato solo nella primavera del 2020 a Parigi e Londra. "Questo intervallo di tempo è sorprendente, ma suggerisce anche che qualcos'altro, oltre alla semplice interazione fra persone, può promuovere la trasmissione del virus, e in particolare la gravità dell'infezione", afferma Mario Rohrer. Il suo gruppo di ricerca è stato in grado di dimostrare che gli aumenti nei casi positivi seguivano fasi in cui i livelli di particelle fini nell'aria erano più alti.

Il team ha effettuato osservazioni nel canton Ticino, dove l'inquinamento è aumentato bruscamente alla fine di febbraio 2020. "Poco dopo, in Ticino è stato registrato un aumento esplosivo dei ricoveri ospedalieri per Covid-19. Il fatto che un grande evento di carnevale con circa 150.000 visitatori si sia svolto contemporaneamente ha probabilmente avuto un impatto aggiuntivo sulla diffusione del virus", afferma Rohrer.

Il team di ricerca svizzero ha mostrato che le concentrazioni di particolato inferiore a 2,5 micrometri provocano infiammazioni delle vie respiratorie, polmonari e cardiovascolari. "In combinazione con un'infezione virale, questi fattori infiammatori possono portare a una grave progressione della malattia". Inoltre il coronavirus può anche essere trasportato dalle particelle inquinanti. "Questo è già stato dimostrato per l'influenza e uno studio italiano ha rilevato l'Rna del coronavirus sul particolato. Tutto questo resta da dimostrare, ovviamente, ma è una possibilità probabile", conclude Rohrer.

21 novembre 2020

VALENTINA BENNATI : Non di solo Covid si muore, i fattori di rischio su cui puoi agire

 Tratto da ComeDonChisciotte

Non di solo Covid si muore, i fattori di rischio su cui puoi agire 

CDC SALUTE è una rubrica di informazioni, notizie e suggerimenti per accrescere consapevolezza e prendersi cura della propria salute da protagonisti....

Il DNA è un alfabeto specifico per ogni individuo, ma le parole con cui ognuno scrive il libro della propria vita vengono scritte man mano che si interagisce con l’ambiente. Da questo punto di vista, dunque, tutto è importante: cosa mangiamo (ma anche come, quanto e quando), cosa beviamo, l’aria che respiriamo, se facciamo attività fisica o meno, ma anche i pensieri, le emozioni, le relazioni interpersonali e il rapporto con la natura e gli altri esseri viventi.

I nostri comportamenti e le nostre scelte sono quindi in grado di favorire la salute o, al contrario, l’insorgenza o il peggioramento della malattia. Non esiste il caso, esiste la causa. Esserne consapevoli significa cambiare totalmente prospettiva e poter avere un ruolo determinante nella costruzione del nostro benessere, ma anche di quello dei nostri figli e nipoti.

E questo pone il tema della responsabilità che abbiamo verso la nostra stirpe, quella umana. Il nostro stile di vita, infatti, determina anche la salute a lungo termine delle generazioni future.

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di Valentina Bennati
comedonchisciotte.org

Anche se la maggior parte dell’attenzione si sta focalizzando sul COVID-19 è importante non trascurare altri fattori di rischio per la salute.

Il FUMO, ad esempio, è la causa principale di mortalità prematura nei Paesi dell’Unione Europea con circa 700.000 decessi all’anno. A sancirlo è l’Ocse nel suo ultimo rapporto sullo stato della salute e della sanità con la nuova edizione appena pubblicata di Health at a Glance che ogni anno raccoglie statistiche economiche e medico sanitarie dei paesi aderenti.

Oltre al fumo, altri importanti fattori di rischio modificabili che hanno un impatto decisivo per la salute sono il consumo di ALCOL, la CATTIVA ALIMENTAZIONE, la MANCANZA DI ATTIVITÀ FISICA e l’OBESITÀ.

Nonostante le politiche di controllo di consumo dell’ALCOL ne abbiano ridotto l’utilizzo complessivo in molti Paesi nell’ultimo decennio, il problema permane ed è responsabile di 255 000-290 000 decessi all’anno nei Paesi dell’UE. Mentre continuano ad aumentare i tassi di SOVRAPPESO E OBESITÀ, spesso a partire dalla giovane età (nella maggior parte dei paese dell’UE più di un adulto su sei è obeso).

Ricordo che obesità e fumo sono anche fattori di rischio riconosciuto per le complicazioni da COVID-19. Eppure i tabaccai sono rimasti sempre aperti, anche durante il il lockdown generale di tutto il Paese, e nessuna indicazione in merito ad uno stile di vita che possa contribuire al raggiungimento del peso ideale è stata data, né se ne sente parlare tuttora.

Tantomeno sono stati proposti dai più seguiti media nazionali approfondimenti sui nutrienti giusti per supportare una buona salute. Ci sono infatti innumerevoli sostanze utili a modulare e migliorare la risposta immunitaria: vitamine (in primis C e D), esperidina, quercitina, curcumina, resveratrolo, n-acetilcisteina, lattoferrina, liquirizia, sambuco, probiotici, funghi medicinali, oligoelementi …solo per fare alcuni esempi e senza entrare nello specifico.
Come esistono alcuni protocolli di medicina integrata per la profilassi e la cura del Covid-19 ma, anche su questo, grande silenzio da parte della stampa mainstream.

Speriamo che lo shock sanitario causato da questo nuovo coronavirus e l’impatto sconcertante che ha avuto e sta avendo sulla nostra società e sull’economia riportino il tema della prevenzione attraverso stili di vita salubri al centro dell’agenda politica, ma più che altro – ed è questo ciò che conta e può fare la differenza – al centro dell’agenda personale di ognuno di noi.

Perché non è un vaccino, per ogni possibile malattia, che può sempre salvarci, ma un modo di vivere più sano per il quale ogni giorno dobbiamo impegnarci.

C’è poi la questione ambientale: anche l’inquinamento atmosferico ha un impatto devastante sulla salute e sul benessere. Sempre secondo il Rapporto Ocse tra 168 000 e 346 000 morti premature nei Paesi dell’UE possono essere attribuite ogni anno all’inquinamento dell’aria causato da polveri sottili i cui livelli restano al di sopra delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella maggior parte dei Paesi, in particolare nelle grandi città. Questo comporta gravi conseguenze per la salute e la mortalità delle persone, ma anche le perdite economiche sono notevoli. Si parla di 600 miliardi di euro di perdite in termini economici e di benessere nei Paesi dell’UE, pari al 4,9 % del PIL totale nel 2017 (ciò è dovuto principalmente all’impatto che gli inquinanti atmosferici – in particolare PM2.5 e dell’ozono – hanno sulla mortalità, ma anche alla minore qualità della vita e produttività del lavoro delle persone che vivono con malattie correlate, oltre che all’aumento della spesa sanitaria).

E qui, oltre che dall’impegno personale di ognuno di noi, molto dipende dalle scelte politiche dei singoli Stati che dovrebbero SEMPRE integrare considerazioni ambientali nei processi decisionali...........

FONTE: https://valentinabennati.it/non-di-solo-covid-si-muore-i-fattori-di-rischio-su-cui-puoi-agire/

06 novembre 2020

Science Advances : L’inquinamento atmosferico è correlato alle morti per Covid

 Tratto da rinnovabili.it

Inquinamento atmosferico e Covid sono legati: le prove scientifiche



La nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Science Advances, ha considerato l’impatto di un aumento minimo dell’inquinamento medio sulle morti per Covid-19 negli USA

L’inquinamento atmosferico è correlato alle morti per Covid

(Rinnovabili.it) – Quello che respiriamo può fare davvero la differenza per chi si prende il Covid. Il legame tra qualità dell’aria e rischio di complicazioni anche gravi con il coronavirus adesso è provato scientificamente. Nello specifico, anche solo un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine delle persone all’inquinamento atmosferico è associato a un aumento dell’11% delle morti per Covid-19. Un altro studio recente suggerisce invece che il 15% di tutti i decessi di Covid-19 nel mondo sono attribuibili all’aria inquinata.

Quello che questi studi riescono a dire è che esiste una correlazione tra i due fenomeni, inquinamento atmosferico e morte per Covid. Una correlazione non è ancora una prova definitiva di un nesso causale. Per quella bisognerà attendere nuove rilevazioni, analisi dei dati su grandi numeri di pazienti,  e ricerche più approfondite sulla storia clinica del singolo. Ma è abbastanza per aggiungere un altro tassello alla nostra comprensione dei legami tra pandemia e l’ambiente in cui viviamo.

Leggi anche In Europa oltre 600mila morti per inquinamento ambientale

Respirare aria inquinata da anni è già un fattore identificato come causa di malattie cardiache e polmonari. Le stesse patologie che intervengono a peggiorare le infezioni da coronavirus.

La nuova ricerca è apparsa sulla rivista Science Advances. Ha considerato l’impatto di un aumento minimo dell’inquinamento medio, oltre 16 anni prima della pandemia, sulle morti di Covid-19 in 3.089 contee degli Stati Uniti, coprendo così il 98% della popolazione. Lo studio ha tenuto conto di oltre 20 altri fattori, tra cui densità di popolazione, ordinanze di soggiorno a livello statale, fornitura di letti ospedalieri e condizioni economiche.


“È sorprendente che anche solo piccole differenze nei livelli di inquinamento siano collegate a livelli significativamente più alti di Covid-19”, ha commentato al Guardian Mark Miller dell’università di Edinburgo, esperto di impatti sulla salute dell’inquinamento atmosferico. “Anche se questo studio è stato condotto negli Stati Uniti, non c’è motivo di credere che una situazione simile non si sarebbe verificata in qualsiasi altra parte del mondo”.

17 settembre 2020

Appello: «Gel disinfettanti per il Covid, verificatene la tossicità»

 Tratto da Il Cambiamento

L'appello dei malati di MCS: «Gel disinfettanti per il Covid, verificatene la tossicità»



Sette associazioni che raccolgono malati di Sensibilità Chimica Multipla, fibromialgia ed encefalite mialgica hanno scritto ai ministri della Salute e dell'Ambiente nonché agli assessori regionali alla sanità: «Anche triclosan ed etanolo nei gel disinfettanti per le mani, se ne verifichi la tossicità».

Sette associazioni che raccolgono malati di Sensibilità Chimica Multipla, fibromialgia ed encefalite mialgica hanno scritto ai minitri della Salute e dell'Ambiente nonché agli assessori regionali alla sanità: «Anche triclosan ed etanolo nei gel disinfettanti per le mani, se ne verifichi la tossicità».

Le associazioni che hanno sottoscritto la lettera aperta inviata alle autorità competenti sono A.m.i.c.a., Comitato Veneto Sensibilità Chimica Multipla, Comitato Oltre la MCS, A.N.A.S.I.N.T.A., CFU-Italia Odv, MCS Ilness e W.A.T.C.H. Ingreen.

Nella lettera inviata a ministri e assessori sottolineano quanto segue.

«Il Comitato Tecnico Scientifico per il contenimento dell’epidemia da SARS-CoV-2, in base alle evidenze scientifiche, ha elaborato criteri e raccomandazioni di carattere sanitario tra le quali troviamo l’uso dei gel disinfettanti per le mani. Noi ne abbiamo preso in esame alcuni, eseguendo una vasta ricerca nei vari siti dell’U.E. deputati allo scopo, es. ECHA, REACH et altri, per capire la nocività o meno dei componenti dei gel stessi. 
Abbiamo controllato diverse marche usate sia nella GDO, che nei negozi ed enti in genere ed abbiamo riscontrato che riportano come avvertenza:
- attenzione
- pericolo
- pericolo - effetti tossici e cronici
- pericolo - effetti cronici

Tra le sostanze presenti in alcuni gel troviamo:
- Triclosan, sostanza bandita dalla F.D.A., già nel 2016 , può accumularsi nei tessuti e nel latte materno, causando, tra l’altro, alterazioni della funzionalità epatica e polmonare;
- Etanolo, alcool tossico, in quantità variabili dal 50 al 75% del totale dei componenti;
- Metilisotiazolinone segnalato (già nel 2013) dall’ “American Contact Dermatitis Society” quale "allergene da contatto”;
- Thimerosal, composto organico (sale di Mercurio) con il 49,55% di mercurio . Sostanza che si può accumulare nel cervello, reni e fegato e, tra l’altro, l’uso del mercurio è fortemente limitato e scoraggiato per motivi ambientali dal Trattato delle Nazioni Unite di Minamata (UNEP 2008);
- Propanolo, etanolo methoxisopropanol, isopropylalcohol, sostanze non approvate o in attesa, da anni dell’approvazione dall’UE;
- ACRYLATES/C10-30, ALKYL ACRYLATE, CROSSPOLYMER, riportate nel registro ECHA in attesa (anche dal 2018) di valutazione, insieme ad altre 145.297 sostanze;
- alcune sono classificate come sostanze infiammabili (H 225);
- in presenza di quantità inferiori al 3% del principio attivo nella miscela, il produttore è autorizzato a non segnalare situazioni di pericolo;
- Metanolo, usato come solvente e reagente nei processi chimici industriali, controindi-cato per la disinfezione della pelle per via dei suoi effetti collaterali.“ È tossico in quanto induce depressione del sistema nervoso centrale, può causare cecità e morte se ingerito”;
- Fragranze: si ignorano i componenti di TUTTI i prodotti indicati con questa dicitura.
Considerando che:
- la F.D.A., Food and Drug Administration, l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, a luglio del 2020 ha ritirato dal mercato circa 75 prodotti disinfettanti per le mani in quanto contenenti meta-nolo. Il metanolo viene usato come solvente e reagente nei processi chimici industriali, e non è indicato come prodotto per disinfettare la pelle per via dei suoi effetti collaterali. Pericoloso per la salute, è un composto tossico che induce depressione del sistema nervoso centrale e può causare cecità e persino la morte se ingerito;
- ad agosto del 2020 la F.D.A. allunga l’elenco dei disinfettanti per le mani pericolosi a oltre 100 ».

Le associazioni hanno dunque chiesto alle autorità competenti, appellandosi al principio di precauzione:

«- di verificare la tossicità di queste sostanze in base alle norme vigenti dettate dalle varie organizzazioni come OMS, Ministero della Salute, F.D.A. ecc.;
- di informare la popolazione con la massima urgenza sugli effettivi rischi nei quali può incorrere.
- il Principio di Precauzione è importante e fondamentale base d’azione quando, la Scienza non riesce a fornire una chiara risposta in relazione alla protezione della salute umana, animale e vegetale;
- Secondo la Commissione europea, il “Principio” può essere invocato quando: può presentare effetti potenzialmente pericolosi e la valutazione Scientifica non con-sente di determinare il rischio con sufficiente certezza».

28 maggio 2020

“Per ripartire dopo il Covid serve un Pianeta sano”

Tratto da Isde
La lettera di 40 milioni di medici ai leader del G20: “Per ripartire dopo il Covid serve un Pianeta sano”

Per la nostra salute, bisogna ripartire dalla salute del Pianeta. 
Lo dicono e lo scrivono, a gran voce, 40 milioni fra medici e operatori della salute di tutto il mondo, provenienti da 90 Paesi. 
In una dichiarazione congiunta lanciata oggi con l’hashtag a #HealthyRecovery i professionisti della salute hanno chiesto ai leader dei paesi del G20 di impegnarsi concretamente nella battaglia alla crisi climatica, per un mondo meno inquinato e più verde, con una impronta sostenibile tale da tentare di scongiurare future pandemie.

CLICCA QUA PER LEGGERE LA LETTERA

13 maggio 2020

Il blocco dovuto al covid-19 ha avuto impatti sulla diminuzione di malattie legate all’inquinamento atmosferico

Tratto da Rinnovabili.it
Inquinamento atmosferico

Il blocco dovuto al covid-19 ha avuto impatti sulla diminuzione di malattie legate all’inquinamento atmosferico

(Rinnovabili.it) – I ricercatori del Center for Research on Energy and Clean Air (CREA) di Helsinki hanno scoperto che i casi di malattie causate o aggravate dall’inquinamento atmosferico sono diminuiti drasticamente per il lockdown dovuto al coronavirus. Secondo l’analisi, il miglioramento della qualità dell’aria in Europa avrebbe prodotto benefici per la salute tali da evitare 11.300 morti premature.
“La nostra analisi evidenzia gli enormi benefici per la salute pubblica e la qualità della vita che potrebbero essere raggiunti riducendo rapidamente l’uso dei combustibili fossili e l’inquinamento atmosferico”, ha dichiarato Lauri Myllyvirta, responsabile dello studio. Negli ultimi giorni, il cittadino europeo medio è stato esposto a livelli di biossido di azoto (principalmente prodotto dal trasporto su strada) inferiori del 37% rispetto a quanto normalmente ci si sarebbe aspettato. Inoltre, l’esposizione al particolato, generato dai trasporti, dall’industria e dal riscaldamento, è stata del 12% inferiore rispetto ai livelli normali.
Lo studio, che ha interessato 21 paesi europei tra cui Germania, Italia e UK, ha scoperto che il blocco delle attività potrebbe determinare 6.000 nuovi casi in meno di asma nei bambini. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno notato che un’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico prima della pandemia potrebbe aver causato o esacerbato diabete, malattie polmonarimalattie cardiache e cancro, tutte condizioni che hanno contribuito ad aumentare il rischio di morte per i pazienti covid-19.
“Quello che possiamo affermare è che esiste una sovrapposizione tra le condizioni associate all’inquinamento atmosferico e quelle che hanno aumentato il rischio di morte per coronavirus, ha affermato Sara De Matteis, professoressa all’Università di Cagliari e membro del Comitato per la salute ambientale della European Respiratory Society.

05 maggio 2020

«Covid, allarme mascherine e guanti gettati nell'ambiente»

Tratto da Il Cambiamento

WWF: «Covid, allarme mascherine e guanti gettati nell'ambiente»

«Se solo l'1% delle mascherine usate per prevenire la circolazione del Covid-19 finisse in natura, ogni mese avremmo 10 milioni di mascherine (40.000 chili di plastica) nell'ambiente»:l'allarme del WWF. «Necessario gestire il
corretto smaltimento».

WWF: «Covid, allarme mascherine e guanti gettati nell'ambiente»
«La pandemia causata dal COVID-19 ha costretto il mondo a fermarsi: chiuse le scuole, fermato il traffico, città vuote. Le specie selvatiche hanno iniziato a riappropriarsi di spazi prima occupati, aria è diventata più pulita, le acque limpide. Ora però dobbiamo fare attenzione ad una nuova minaccia: i dispositivi di protezione individuale che, dopo essere stati utilizzati diventano rifiuti, devono essere smaltiti correttamente per evitare che invadano le nostre strade, i nostri marciapiede e i nostri parchi»: è la denuncia dell'associazione WWF a fronte dell'aumento esponenziale dell'uso di mascherine e guanti che poi sono da smaltire.
«Inoltre  quantitativi crescenti di mascherine e di guanti sono avvistatati in mare dove rischiano di diventare letali per tartarughe e pesci che li scambiano per prede di cui nutrirsi - prosegue l'associazione  - Una stima del Politecnico di Torino dice che per la Fase 2, in cui verranno progressivamente riavviate attività produttive e sociali, serviranno 1 miliardo di mascherine e mezzo miliardo di guanti al mese. Si tratta di quantitativi molto elevati che impongono un’assunzione di responsabilità da parte di chi utilizzerà questi dispositivi di protezione: bisogna che ognuno di noi faccia uno sforzo per far sì che si proceda con uno smaltimento corretto e con il minor impatto possibile sulla natura».
«Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. Considerando che il peso di ogni mascherina è di circa 4 grammi questo comporterebbe la dispersione di oltre 40mila chilogrammi di plastica in natura: uno scenario pericoloso che va disinnescato».
«Così come i cittadini si sono dimostrati responsabili nel seguire le indicazioni del governo per contenere il contagio restando a casa, ora è necessario che si dimostrino altrettanto responsabili nella gestione dei dispostivi di protezione individuale che vanno smaltiti correttamente e non dispersi in natura». A lanciare l’appello è la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che aggiunge: «È necessario evitare che questi dispositivi, una volta diventati rifiuti, abbiano un impatto devastante sui nostri ambienti naturali e soprattutto sui nostri mari. Proprio per difendere il Mediterraneo che ogni anno già deve fare i conti con 570 mila tonnellate di plastica che finiscono nelle sue acque (è come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto) chiediamo alle istituzioni di predisporre opportuni raccoglitori per mascherine e guanti nei pressi dei porti dove i lavoratori saranno costretti ad usare queste protezioni per operare in sicurezza. Ma sarebbe opportuno che raccoglitori dedicati ai dispositivi di protezione fossero istallati anche anche nei parchi, nelle ville e nei pressi dei supermercati: si tratterebbe di un vantaggio per la nostra salute e per quella dell’ambiente».

30 aprile 2020

Celestino Panizza:Inquinamento atmosferico e pandemia .

Tratto da https://siamobenefit.apotecanatura

 Inquinamento atmosferico e pandemia

La rapida diffusione dell’epidemia di Covid-19 che si sta verificando in tutto il mondo (in particolare in Cina, Nord Italia, Spagna e Stati Uniti) ed il conseguente impatto sulla mortalità, ha suscitato attenzione sul ruolo svolto dalle elevate concentrazioni locali di particolato nell’aria (PM) nella diffusione del virus e nell’aggravamento degli effetti sulla salute.
Le PM sono una miscela di particelle solide e liquide in sospensione nell’aria. Le particelle più grandi (diametro > 10 μm) non restano a lungo nell’atmosfera e possono essere trasportate in aria per pochi Km (1-10). Le particelle più piccole sono: il PM 10 (diametro < 10 μm), il PM 2.5 (fine) e il PM 0.1 (ultrafine). Esse persistono più a lungo in atmosfera, in media da pochi giorni fino a diverse settimane, e possono essere trasportate dalle correnti anche per centinaia di Km. 
Balza all’attenzione il fatto che le aree di maggiore diffusione del virus in Italia, coincidano con territori come la Pianura Padana, particolarmente critici dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico. 
È noto che l’inquinamento atmosferico rappresenta un rischio di mortalità e di patologie dell’apparato respiratorio, oltre che di altri organi e apparati.
Un gran numero di studi epidemiologici (l’epidemiologia è la parte dell’igiene che studia la frequenza con cui si manifestano le malattie e le condizioni che favoriscono od ostacolano il loro sviluppo) ha rilevato un’associazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e svariati effetti sulla salute sia a breve termine, cioè nei giorni immediatamente seguenti ai picchi di inquinamento, che a lungo termine, ossia negli anni che seguono a perdurare di esposizione agli inquinanti atmosferici.

Effetti dell’aumento del particolato sulla popolazione 

Già negli anni 70 i primi studi osservarono che nei giorni a maggior inquinamento la mortalità per cause cardiovascolari e respiratorie aumentava nella popolazione esposta
Studi successivi hanno anche chiarito (Schwartz, 2001; Zanobetti et al., 2002) che l’eccesso di decessi osservato nei giorni che seguono l’aumento del PM atmosferico non è seguito da un deficit di decessi. Questa osservazione è importante perché è indicativa di un deterioramento della salute su tutta la popolazione esposta e non solo sulle persone “suscettibili”. 
Infatti, se da un lato l’aumento dell’inquinamento atmosferico fa precipitare lo stato di salute di un “pool” di persone particolarmente suscettibili provocandone la morte, dall’altro peggiora lo stato di salute di altri soggetti esposti reclutandoli all’interno dello stesso “pool” e quindi con il permanere della condizione di inquinamento anche per queste persone l’evento morte viene anticipato (Crosignani et al., 2018). 
Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico sulla mortalità, gli studi hanno osservato per un tempo considerevole grandi gruppi di individui esposti a differenti concentrazioni di inquinamento atmosferico. Uno degli studi più citati (Pope A et al., 2002) ha rilevato come per ogni incremento di 10 ug/m3 (la concentrazione di un inquinante atmosferico è indicata in microgrammi per metro cubo d’aria) di esposizione a particolato “fine” (PM 2.5, che rappresenta circa l’80% del PM 10) vi sia un aumento della mortalità cardiopolmonare del 9,0%
Gli effetti a lungo termine sono quindi di un ordine di grandezza superiori a quelli a breve termine, che sono dell’ordine dello 0,6% per ogni aumento di particolato PM 10 (Biggeri A. et al., 2004).


Conclusioni

  • È ragionevole assumere che l’inquinamento atmosferico abbia un certo ruolo concausale nel decorso della Covid-19, in quanto il PM, come il virus SARS-CoV-2, sembra agire a livello cellulare con meccanismi molecolari analoghi che inducono una rapida insorgenza di uno stato di infiammazione tissutale e che, per la loro azione sinergica, portano ad amplificare gli effetti sulla salute.  Il PM è causa conosciuta di effetti sugli apparati cardiaco e respiratorio (e non solo) nella popolazione esposta e quindi rappresenta una causa della prevalenza di persone affette da queste patologie croniche che sono quindi di per sé maggiormente sensibili all’insulto virale tanto più se di età avanzata
  • Le prove che il particolato atmosferico sia veicolo della diffusione del virus sono, ad oggi, quantomeno deboli. 
  • La grande maggioranza dei contagi avviene tra persone con esposizioni ravvicinate, in ambienti chiusi. È molto difficile che ci si contagi in strada, salvo assembramenti. La trasmissione di aerosol di agenti patogeni è stata documentata in spazi confinati. Si ritiene che la trasmissione di SARS-CoV-2 nell’uomo avvenga attraverso l’inalazione di goccioline liquide prodotte da stretto contatto con persone infette e contatto con superfici contaminate

Autore

Dottor Celestino Panizza, Medico Specializzato in Medicina del lavoro ed epidemiologia, Presidente sezione ISDE Brescia e membro comitato scientifico ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente).