COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".

12 giugno 2020

Piano Colao: Ma il cambiamento dov’è?

Piano Colao: Ma il cambiamento dov’è? Una proposta iper-liberista che ripropone come soluzioni scelte che sono in realtà tra le cause dell’attuale crisi


Prevenzione
Prevenzione, precauzione, ambiente e salute assenti o sacrificate nelle proposte del comitato della task force guidata da Colao

 

Il Piano Colao doveva segnare un deciso cambio di passo e mettere sul tavolo del Governo Conte proposte innovative per un superamento di quel modello di sviluppo che sta ipotecando la possibilità di sopravvivenza su questo pianeta e di cui le pandemie, come gli eventi climatici estremi, sono segnali che non possono più essere ignorati. Questo cambio di passo invece non c’è e si  continua a programmare  ignorando le cause profonde  dell’attuale crisi che non è solo sanitaria e economica, ma anche sociale, ambientale e climatica.

Il piano , nella sua genericità, sembra puntare quasi esclusivamente su innovazioni tecnologiche e semplificazione delle procedure amministrative per velocizzare ancor di più proprio quel modello di sviluppo che è all’origine dell’attuale crisi.

Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione perché la prevenzione, in particolare quella primaria,  in ambito sanitario, che doveva essere al centro di qualsiasi programmazione per il futuro, è completamente assente e il piano per questi aspetti si identifica unicamente con la telemedicina e le nuove tecnologie. Rimane assente un disegno più organico che preveda la riorganizzazione degli ospedali e delle strutture territoriali, attraverso il potenziamento dei servizi di prevenzione e di cura vicini alle persone e l’incremento del personale medico e infermieristico.

Anche per quanto riguarda l’ambiente si persevera con vecchi schemi senza alcun ripensamento circa l’urgenza di ritrovare un equilibrio con la Natura. L’ambiente è trattato molto marginalmente nel capitolo “ Infrastrutture e ambiente”, con un accostamento che è indicatore di una visione produttivista di sviluppo, in cui le infrastrutture piuttosto che strumenti per il cambiamento sembrano essere ancora intese come fine a se stesse, spesso inutili e dannose per lo stesso ambiente cui vengono accostate.

La maggiore preoccupazione appare quella di  semplificare,  velocizzare gli iter autorizzativi,  rimuovere ogni ostacolo alla loro realizzazione fino ad “escludere opponibilità locale” come nel caso del 5G, calpestando basilari principi di partecipazione, democrazia e precauzione.  Per quanto riguarda le bonifiche ad es. preoccupa che si preveda di semplificare addirittura la certificazione dell’avvenuta bonifica. Semplificazione e velocità nelle decisioni possono derivare solo da obiettivi generali chiari e condivisi di sostenibilità reale.

Il fatto stesso poi che si parli di “capitale ambientale” dimostra che non è mutata la concezione economicista nei confronti dell’ambiente, che viceversa è un  bene primario per la sopravvivenza e come tale da salvaguardare.

Le misure previste per ridurre l’inquinamento ripercorrono vecchi stereotipi e non sono chiare né innovative: si parla di fonti rinnovabili in maniera generica in una fase in cui è invece necessario distinguere ed eliminare il ricorso a quelle che, come le biomasse, non hanno nulla di rinnovabile, aggravano l’emergenza climatica e danneggiano la biosfera.
Lo stesso vale per il ciclo dei rifiuti, in cui neppure una parola è dedicata alla loro riduzione e si persevera  invece nell’incentivare il loro utilizzo come combustibile.
Non una parola sull’agricoltura industriale e sulla necessità di una sua conversione agroecologica in grado di trasformare tale attività da fonte di problemi ( desertificazione, perdita di salute e di  biodiversità, cambiamenti climatici) a soluzione dei medesimi.
Per non parlare della clamorosa assenza di qualunque riferimento agli allevamenti intensivi, il cui ruolo anche nella genesi delle pandemie non è certo trascurabile.

Prendersi cura del Paese e dei suoi cittadini significa fare prevenzione, evitando i fattori di rischio riconosciuti dannosi per la salute e promuovendo un grande piano di sorveglianza epidemiologica sul territorio basato sulla rete dei medici di famiglia, le Aziende sanitarie locali con particolare enfasi sui Dipartimenti di Prevenzione e i Distretti, e la rete ospedaliera: la sanità è una sola e deve essere interconnessa per prevenire le malattie prima ancora che curarle bene.

Per uscire dalla crisi è necessaria la consapevolezza di ciò che stiamo rischiando e il coraggio per un radicale cambio di rotta.

 

Per scaricare il comunicato stampa, clicca QUA



09 giugno 2020

5G, l'oncologo Ridolfi "Effetti ancora non chiari"

Tratto  da Il Resto del Carlino

5G, l'oncologo Ridolfi "Effetti ancora non chiari"

"Non ci sono ancora studi sulle conseguenze delle onde sulla salute dell’uomo". Invocato il 'principio di precauzione'

Forlì, 7 giugno 2020 - Si comincia a parlarne, ma ancora pochi sanno cosa sia e soprattutto quali effetti abbia sulla salute. Del 5G, la rete di nuova generazione che nel periodo 2022-2025 andrà a superare il 4G esistente, e dei potenziali problemi connessi alla sua installazione si è parlato in un incontro organizzato dal Comitato Stop 5G Romagna di cui il WWF di Forlì-Cesena fa parte. Il 6 giugno è stata proclamata infatti Giornata mondiale della protesta contro il 5G.

Ci ha provato Ruggero Ridolfi, oncologo ed endocrinologo dell’associazione Medici per l’ambiente: "Premesso che l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni – dice – ha previsto l’installazione di un milione di antenne per chilometro quadrato e che ancora studi sugli effetti delle onde del 5G sull’uomo non ce ne sono, vorremmo non essere trattati come bambini che devono accettare quello che dicono i genitori. Diteci come stanno le cose, discutiamo degli eventuali rischi".

Rodolfi li identifica: "Le onde per il 5G sono più rapide però non superano i muri e quindi con tutte quelle antenne collegate a satelliti ci sarà un dispositivo a ragnatela nelle nostre case e nelle nostre città. L’Istituto Ramazzini di Bologna ed il National Institute of Toxicology americano nel 2018 hanno pubblicato due studi i cui risultati convergevano: sui ratti maschi irradiati è stato notato il sorgere di tumori alla guaina del cuore. L’Istituto mondiale di protezione contro le onde elettromagnetiche ha detto che questi risultati non sono conclusivi e che se ne richiedono altri. Che però hanno lunga durata e alti costi. Visto che i Comuni non si possono rifiutare di installare queste antenne, pena il pagamento di forti penali, ci dovrebbe essere un movimento di opinione che chieda che si mettano paletti e che dia voce al ‘principio di precauzione’. Esso sostiene che certe misure precauzionali devono essere prese se ci sono fondati rischi sulla salute e sull’ambiente anche nel caso in cui non esistano prove certe sancite dalla scienza".

Per l’OMS, la diffusione del coronavirus senza sintomi è “molto rara”

Tratto da Greenme 
Tramonta il mito degli asintomatici. Per l’OMS, la diffusione del coronavirus senza sintomi è “molto rara”
 In base alla letteratura scientifica più recente proveniente da tutti i paesi del mondo, il contagio da asintomatici, sebbene possibile, è da considerarsi estremamente raro e non può rappresentare in alcun modo uno dei motori di diffusione del virus.
Il tramonto del mito degli asintomatici è scritto nelle parole pronunciate da Maria Van Kerkhove, responsabile per Organizzazione Mondiale della Sanità dell’unità che si occupa di coronavirus, malattie emergenti e zoonosi, che lo ha dichiarato senza mezzi termini durante una conferenza stampa.
I pazienti asintomatici, quindi, non stanno affatto guidando la diffusione del virus. Crollano così tutte le preoccupazioni di alcuni ricercatori secondo i quali a malattia potrebbe essere difficile da contenere proprio a causa di infezioni asintomatiche.


Alcune persone, in particolare individui giovani e altrimenti sani, infette dal coronavirus, non sviluppano mai sintomi (o sviluppano solo sintomi lievi). Altri potrebbero non sviluppare sintomi per giorni dopo essere stati effettivamente infettati.
Prove preliminari dai primi focolai indicavano che il virus potesse diffondersi dal contatto da persona a persona, anche se una di loro non aveva mai avuto sintomi. Ma i funzionari dell’OMS ora affermano che, sì, può verificarsi la diffusione asintomatica, ma non è il modo principale con cui viene trasmesso il Covid-19.
“Dai dati che abbiamo, sembra estremamente raro che una persona asintomatica trasmetta in realtà il visus a un altro individuo. Questo è estremamente raro”, ha detto la dott.ssa Maria Van Kerkhove.
Ne consegue, che la migliore strategia di difesa contro il coronavirus resta l’individuazione e l’isolamento delle persone infette con sintomi, oltre al monitoraggio di chiunque possa essere entrato in contatto con loro.
“Sono necessari ulteriori ricerche e dati per “rispondere veramente” alla domanda se il coronavirus possa diffondersi ampiamente attraverso portatori asintomatici, ha aggiunto Van Kerkhove. Abbiamo un certo numero di segnalazioni provenienti da paesi che stanno eseguendo una traccia dei contatti molto dettagliata. Stanno seguendo casi asintomatici. Stanno seguendo i contatti. E non stanno trovando la trasmissione secondaria. È molto raro. ”
Se la diffusione asintomatica dimostra di non essere il principale fattore di trasmissione del coronavirus, le implicazioni politiche potrebbero essere enormi.
“Ciò su cui vogliamo davvero concentrarci è seguire i casi sintomatici”, conclude Van Kerkhove. “Se effettivamente seguissimo tutti i casi sintomatici, isolando quei casi, seguendo i contatti e mettendoli in quarantena, ridurremmo drasticamente l’epidemia”

La salute è soprattutto qualcosa da difendere, oltre che un diritto.

Tratto da OHga
I medici ai leader del G20: “Rispettiamo l’ambiente o le pandemie saranno sempre più frequenti”
Una lettera firmata da 40 milioni di professionisti della salute, alla quale ha aderito anche l’Ordine dei medici, è stata indirizzata ai leader mondiali per chiedere loro azioni concrete. Il dottor Emanuele Vinci, Coordinatore della Commissione ambiente e salute, ci ha spiegato perché è fondamentale rispettare il Pianeta e cosa rischiamo andando avanti di questo passo.
Dopo che il Covid-19 ha costretto il mondo intero a una pausa forzata, ora la parola d'ordine è ripartenza. Sì, ma come? La tentazione più forte è quella di tornare alla normalità e alla vita prima della pandemia. Eppure, era quello il centro problema. E per la prima volta non sono scienziati e ambientalisti a sostenerlo, ma direttamente i medici, proprio coloro che sono stati in prima linea durante tutta l'emergenza: la ripartenza deve essere green.
Sono 40 milioni i professionisti sanitari che hanno firmato una lettera indirizzata ai leader dei Paesi del G20 per chiedere loro di impegnarsi in modo concreto nella lotta contro l'inquinamento e il cambiamento climatico. Perché la prevenzione di future emergenze globali come quella che abbiamo appena vissuto parte da qui.
Oggi è la Giornata mondiale dell'ambiente e questa riflessione non può più attendere. La pandemia ha rivoluzionato le vite di tutti: c'è chi ha perso delle persone care, chi non ha più un lavoro e chi non ha visto familiari e amici per mesi. Se non vogliamo che tra una trentina d'anni, o forse meno, questa storia si ripeta, dobbiamo ripartire dall'ambiente. E il perché lo spiega il dottor Emanuele Vinci, coordinatore della Commissione ambiente e salute dell'Ordine dei medici (FNOMCeO), tra gli enti che hanno aderito all'appello.
Dottor Vinci, questa  è la prima volta che i medici in quanto categoria richiamano l'attenzione sul rispetto dell'ambiente.
Sì, è una novità assoluta. Nel mondo occidentale la preparazione del medico è finalizzata alla diagnosi e alla cura della malattia, mentre la prevenzione passa in secondo piano. Per questo motivo vengono costruiti ospedali sempre più grandi. La salute, però, è soprattutto qualcosa da difendere, oltre che un diritto.
Neanche all'università si parla del legame tra questa e l'ambiente, ragion per cui l'Ordine dei medici (FNOMCeO) vuole istituire un corso di formazione in Medicina Ambientale, rivolto a tutti i professionisti già in servizio in modo che possano informarsi anche su queste tematiche. Abbiamo inoltre un progetto già avviato che è la RIMSA, Rete Italiana Medici Sentinella per l'Ambiente, molto presente sul territorio per individuare subito patologie legate alle condizioni ambientali specifiche.

Qual è, ad esempio, il legame tra la pandemia che stiamo vivendo e il rispetto dell'ambiente?
Il legame esiste, senza dubbio. Prima di tutto, il Covid-19  è una zoonosi, cioè una patologia trasmessa da un virus che ha fatto il salto di specie da un animale all'essere umano. Ci porta quindi a riconsiderare il rapporto tra l'uomo e le altre specie che popolano il Pianeta. È vero infatti che questi fenomeni si sono già verificati diverse volte in passato, ma il problema è che negli ultimi decenni stanno diventando sempre più frequenti.
Come mai?
Abbiamo alterato il nostro rapporto con gli altri esseri viventi, sia animali che vegetali. Pensiamo all'agricoltura o agli allevamenti intensivi, ma anche al disboscamento di cui gli incendi nella Foresta amazzonica sono un esempio lampante. Abbiamo aumentato la pressione dell'uomo sulle altre specie, sottraendo loro intere aree geografiche e costringendole a vivere in spazi sempre più ristretti. E questo meccanismo ha favorito il salto di specie da virus che albergavano in alcuni animali fino a noi.
Perciò queste emergenze sanitarie globali si verificano sempre più spesso…
Proprio così. In passato le pandemie esplodevano ogni due o tre secoli. Guardiamo invece agli ultimi 100 anni: nel 1918 ricordiamo l'influenza spagnola, anch'essa frutto di un salto di specie a partire dai volatili, e dopo soli quarant'anni quella che chiamiamo influenza asiatica. Negli ultimi 20 anni, poi, ci sono stati diverse patologie che provenivano da una zoonosi, come la SARS e l'aviaria nel 2003, la suina nel 2009 o la MERS nel 2011.
Per questo motivo, l'Organizzazione mondiale della sanità aveva richiamato l'attenzione su una possibile pandemia originata da un animale, la famosa malattia X. Adesso pensiamo che potesse essere il Covid-19, ma in realtà potrebbero arrivarne altre in futuro.
Dovremmo quindi prepararci già da ora?
Certamente, dobbiamo imparare a prevenirle e a contenerle. E in termini di prevenzione è fondamentale promuovere un ambiente più sano. Anche perché il SARS-Cov-2 ci ha giustamente preoccupati, ma rimane un virus respiratorio. Ci sono agenti patogeni molto più pericolosi che potrebbero diffondersi: anche l'Hiv o l'Ebola sono zoonosi.
Se immaginiamo la situazione che stiamo vivendo come uno tsunami, possiamo dire che la prima grande onda è quella del Covid, ma subito dopo ne arriva una gigantesca e sono i cambiamenti climatici. Stanno innescando processi che influiscono e influiranno sempre di più sulla salute delle popolazioni e si calcola che queste devastazioni ambientali porteranno milioni di persone a migrare. La salute dell'essere umano è strettamente collegata a quella degli altri esseri viventi e del Pianeta. Se non ce ne prendiamo cura, i nostri sistemi sanitari collasseranno, proprio come è accaduto di recente.
A proposito di sistemi sanitari, questa esperienza ci ha mostrato come il nostro e quello di diversi altri Paesi non erano pronti per una pandemia. Come dovrebbero riorganizzarsi per farsi trovare preparati in vista della prossima?
Purtroppo negli ultimi anni in quasi tutto il mondo occidentale i sistemi sanitari sono stati organizzati soprattutto attorno alla costruzione di grandi ospedali. Sono state smantellate le strutture di prevenzione ed è venuto a mancare il territorio. Ma quello che è accaduto in alcune regioni ha dimostrato chiaramente che le epidemie non si fronteggiano con i grandi ospedali.
Bisogna quindi riportare al centro l'attività di medici e pediatri di famiglia e delle strutture di prevenzione. L'invito che facciamo ai governi è quello di non rivolgersi a noi solo quando è in corso un'epidemia, ma di tenere sempre in considerazione le indicazioni di scienziati, ricercatori ed esperti.
Oltre all'aumento delle epidemie, quali altri ripercussioni possono avere cambiamento climatico e inquinamento sulla nostra salute?
È documentato che le condizioni ambientali possano favorire l'insorgenza di una serie di patologie. Le malattie cardiovascolari, ad esempio, oppure quelle respiratorie. Ma anche lo sviluppo di tumori è facilitato perché l'inquinamento rende più fragile il nostro sistema immunitario e indebolisce non solo un individuo, ma intere comunità
Le ragioni per cui non si riesce ad avviare una vera rivoluzione green sono prima di tutto economiche: pensiamo che questo sistema di produzione e consumo sia più redditizio. Ma a quanto potranno ammontare le spese sanitarie per malattie legate all'inquinamento?
Saranno incalcolabili. Un sistema sanitario improntato solo alla cura e non alla prevenzione è sempre più costoso, anche perché si utilizzano sempre nuove tecnologie e terapie innovative. A lungo andare, si rischia il collasso. Quello che abbiamo appena vissuto ne è un esempio: ospedali intasati e terapie intensive piene hanno un costo economico altissimo, che può essere evitato se si punta sulla prevenzione.
Se non si cambia prospettiva, in futuro mantenere la sanità sarà sempre meno sostenibile e non è un caso se sta aumentando la tendenza a rivolgersi al privato. Investire sulla salutesignifica invece contenere le spese per la cura delle malattie e fare in modo che queste non si verifichino.
Dal punto di vista ambientale, da cosa si potrebbe partire?
Ad esempio dalla produzione di energia. Continuiamo a usare combustibili fossili che stanno devastando l'ambiente. Emettiamo grandi quantità di CO2 e peggioriamo l'effetto serra. Dobbiamo invece riflettere sulla conversione a fonti rinnovabili, prima di tutto quella solare, e abbasseremo i costi derivati dalle conseguenze dell'inquinamento.

08 giugno 2020

Le Foche: «Sotto l’ombrellone senza mascherina. Sbagliato vedere pericoli ovunque»

Tratto da Corriere.it
Coronavirus e vacanze, l’immunologo Le Foche: «Sotto l’ombrellone senza mascherina. Sbagliato vedere pericoli ovunque»
 

Francesco Le Foche: «L’incendio è passato, ora restano focolai ma sappiamo spegnerli». Palestra, teatri, cinema, stadi, vacanze, ecco come muoversi «in sicurezza, nel rispetto razionale delle regole e senza paura»

Gente che in strada cambia marciapiede per non incrociare il passante o che al parco, pur indossando la mascherina,si scosta di metri per non entrare nello spazio di chi fa la sua corsetta, in assenza di affollamento. Sono comportamenti paranoici da abolire, secondo Francesco Le Foche, immunologo del Policlinico universitario Umberto I. Che invita a mantenere la ragionevolezza, non solo le distanze «altrimenti non recupereremo la normalità, la vita sociale è fondamentale per l’uomo quindi dobbiamo tornare a viverla».

Che intende?

«E’ come se avessimo spento un incendio, restano piccoli focolai e disponiamo di secchio con l’acqua per intervenire. La situazione ora la vedo tranquilla, andrà sempre meglio nelle prossime settimane e nei prossimi mes se manteniamo precauzioni razionali in certi ambienti chiusi e affollati».

E all’aperto?

«L’Organizzazione mondiale della Sanità ha dichiarato che dovremmo indossare la mascherina in caso di affollamenti, quando non è possibile mantenere le distanze interpersonali. Quindi certi comportamenti non hanno senso. Attenzione a non aver paura di fantasmi, come succede in una celebre commedia di Eduardo».

Il fantasma sarebbe il virus?

«Il virus c’è ma è sbagliato vedere il pericolo ovunque. Vedo persone che quando incrociano un altro essere umano trattengono il respiro e guardano a terra. Una paranoia. Bisogna reagire altrimenti entriamo in un contesto negativo dal quale sarà difficile uscire. So di gente che non mette il naso fuori di casa per paura».

Provi a convincere i paranoici.

«Disponiamo di mezzi sofisticati per reagire, lo abbiamo visto. Da qui in avanti ne avremo sempre di più. Tucidide, raccontando la peste nera ad Atene nel 430 a.C. scrisse di vedere l’umanità smarrita. Ora non ha senso avere smarrimento. Il post Covid non va vissuto così».

Vacanze in serenità?

«Potendo mantenere le distanze io partirei sereno. Sulla spiaggia lettini e ombrelloni sono organizzati in sicurezza. Non c’è motivo di indossare la mascherina tranne quando andiamo al bar dello stabilimento e sono presenti molte persone».

E in palestra?

«Attenzione a non essere fobici. Se la palestra è indoor allora riduciamo il tempo di allenamento, 40 minuti anziché un’ora piena».

Stanno per riaprire cinema e teatri.

«Torniamoci, appartengono alla cultura ludica. Certo, dimentichiamo per sempre la calca del pubblico. Non ho dubbi che cinema e teatri siano stati organizzati in modo sicuro e non vedo perché negare a noi stessi il piacere di frequentarli. Non c’è vita senza cultura. Non sono questi gli ambienti dove temere il contagio. Sono state prese misure sufficienti a garantire di assistere senza patemi a un film o a una commedia».

Lifegate: Il presente e il futuro delle centrali a carbone che avvelenano l’Europa

Tratto da Lifegate
Nel cuore dell’Europa sono attive decine di centrali a carbone che hanno un costo esorbitante per la salute dell’uomo e del clima. Scopriamo il loro destino
Ogni giorno, da decenni, milioni e milioni di cittadini europei sono inermi di fronte ai veleni delle centrali a carbone. Il 2019 ci ha regalato qualche cenno di speranza, visto che la quota di energia elettrica da fonti rinnovabili ha segnato uno storico sorpasso su quella generata dal combustibile fossile più nocivo in assoluto. Anche in virtù di questi nuovi equilibri, per la prima volta dal 1990 le emissioni di CO2 del settore elettrico sono calate rispetto all’anno precedente (e di un notevole 12 per cento).
Non siamo ancora nelle condizioni di tirare un sospiro di sollievo, però. Come ci ricorda l’ultima edizione dell’Emissions gap report pubblicato dal Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep), tutti gli stati del pianeta sono chiamati a sforbiciare le emissioni del 7,6 per cento l’anno. Ogni anno, fino al 2030. In caso contrario sarà impossibile contenere l’aumento delle temperature globali al di sotto degli 1,5 gradi centigradi entro la fine del secolo, come auspica l’Accordo di Parigi. Anche in Europa, che è ritenuta la pioniera della transizione verde, sempre e solo le centrali a carbone sono in cima alla lista dei grandi inquinatori.

Se il loro impatto sui cambiamenti climatici si misura nell’arco di anni, ci sono anche conseguenze che si toccano con mano giorno dopo giorno. Adulti e bambini che iniziano a soffrire di asma, bronchite cronica e altre patologie respiratorie, che restano a casa da scuola o dal lavoro e vengono ricoverati in ospedale. Nei casi più gravi, il decorso si fa tanto serio da portare alla morte prematura. Anche questi costi umanivanno presi in considerazione, quando si ragiona sul futuro. Il primo studio che li prende in considerazione con un approccio unitario si chiama Last Gasp, risale al 2018 ed è stato messo a punto dalla ong Europe beyond coal, rielaborando i dati del 2016. Partiamo da qui per scoprire quali sono le prospettive per le cinque centrali a carbone europee più tossiche per l’ambiente e per l’uomo.Continua qui

05 giugno 2020

L'umanità vive una crisi che non è solo economica e finanziaria ma è anche ecologica, educativa, morale, umana....

Tratto da Peacelink

La crisi che viviamo contiene anche delle opportunità

L'umanità vive una crisi che non è solo economica e finanziaria ma è anche ecologica, educativa, morale, umana
Papa Francesco
Papa FrancescoUno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso.  
In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine.
Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e pagando una parte infima dei costi.
La politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli.
Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione.
Fonte: Laudato s

04 giugno 2020

Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01644

Tratto da Senato.it
Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo 
n° 3-01644
Pubblicato il 3 giugno 2020, nella seduta n. 224
Svolto nella seduta n. 225 dell'Assemblea (04/06/2020)

NUGNES , DE PETRIS , FATTORI , RUOTOLO - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Premesso che:
secondo il position paper pubblicato dalla Società italiana di medicina ambientale (SIMA) e dalle università di Bologna e di Bari la presenza di polveri sottili nell'aria e la diffusione del coronavirus hanno un legame; lo studio sottolinea come vi sia "una solida letteratura scientifica che correla l'incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (Pm10 e Pm2,5)";
nelle aree del nostro Paese maggiormente colpite, come Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana, sono allocati il 73 per cento dei termovalorizzatori e il 64,2 per cento delle centrali a biomassa. Le centrali a biomassa del Nord Italia bruciano ogni anno 2,8 milioni di tonnellate di legno e producono 21,3 milioni di microgrammi I-TEQ (tossine equivalenti) di diossina e 214,3 milioni di milligrammi di benzo(a)pirene. A queste vanno aggiunte le emissioni dei termovalorizzatori e dei numerosi impianti industriali;
l'ingegner Eugenio Rogano ha ipotizzato una correlazione tra distribuzione dei termovalorizzatori e diffusione del contagio, attraverso un lavoro di ricerca di cui ha scritto "L'Espresso";
a questo studio si aggiungono molti importanti lavori (di Boule L.A., Burke C.G., O'Dell C.T., Winans B., Lawrence B.P.) che, monitorando la maturazione della citotossicità dei linfociti TCD8+, a seguito di un'infezione volontaria delle prime vie aeree su topi contagiati con il virus dell'influenza, hanno evidenziato una compromissione nella funzionalità dei CTL (Cytotoxic T lymphocytes) in soggetti precedentemente esposti alle diossine che risultavano più soggetti a patologie respiratorie;
considerato che:
la correlazione tra inquinamento, cambiamenti climatici e salute non è una recente scoperta; secondo i dati forniti dall'Agenzia europea dell'ambiente l'inquinamento atmosferico, nonostante i miglioramenti registrati negli ultimi anni "grazie alla crisi economica", rappresenta un fattore di rischio, non solo per gli ecosistemi, ma anche per la salute dei cittadini, con particolare riferimento a quelli che vivono nelle aree urbane;
l'esposizione agli agenti inquinanti quali il particolato, il biossido di azoto e l'ozono provoca l'insorgere o l'aggravarsi di numerose malattie ed è responsabile di un numero elevato di decessi prematuri. Gli effetti dell'inquinamento atmosferico causano circa 1.6 milioni di morti premature ogni anno e il cambiamento del clima è stato identificato dalla rivista "The Lancet" come la principale minaccia alla salute globale. L'Agenzia europea dell'ambiente riferisce che nel 2013 il Pm2,5 è stato causa di 430.000 morti premature nella sola Unione europea. L'Italia figura tra i Paesi dove gli agenti inquinanti relativi alla qualità dell'aria superano le soglie previste dalla UE e dall'OMS, con un numero stimato di decessi prematuri che nel 2013 è stato di oltre 80.000;
analizzati i settori di produzione e di trasformazione primaria, si è stimato che questi abbiano costi capitalistici naturali non valutati per un totale di 7,3 trilioni di dollari; il che equivale al 13 per cento della produzione economica mondiale nel 2009. La maggior parte dei costi non capitalizzati del capitale naturale deriva dalle emissioni di gas serra (38 per cento), seguito dall'uso dell'acqua (25 per cento), l'uso del suolo, cioè l'impermeabilizzazione e la perdita dei servizi ecosistemici (24 per cento), l'inquinamento atmosferico (7 per cento), l'inquinamento terra e acqua (5 per cento) e gli sprechi (1 per cento);
la pandemia da coronavirus è indubbiamente figlia del degrado ambientale e della voracità con cui l'economia estrae risorse, emette inquinanti e produce quantità enormi di rifiuti. Il salto di specie dagli animali agli esseri umani, che ha messo in circolo questi virus e che nel futuro rischia di essere sempre più frequente e periodico, è causato da molti fattori, oltre che dall'inquinamento atmosferico, quali la deforestazione (che ha avvicinato alcune specie animali all'uomo e al suo ambiente antropizzato) o l'espansione di sistemi di agricoltura e di allevamento industriali;
considerato altresì che:
la pandemia globale da COVID-19 ha costretto il mondo intero ad una chiusura forzata di tutte le attività produttive e il blocco di tutti gli spostamenti con la cessazione obbligata persino delle interazioni interpersonali e la compressione di molti dei diritti costituzionali, impensabile fino a qualche tempo fa, causando gravissimi danni sociali ed economici oltre che sanitari, che non possono non far riflettere sull'opportunità di continuare in questa direzione in modo resistente;
appare evidente che questo arresto globale straordinario ma inevitabile che ha costretto tutti è un segnale di allarme che obbliga a rivalutare il nostro modello di sviluppo mettendo finalmente sul tavolo i costi ed i danni che comporta non intervenire a tutela dell'ambiente e della salute in maniera radicale e non più derogabile;
il modello economico distruttivo attuale sfrutta le risorse naturali e i territori ben oltre i limiti che il pianeta pone, producendo inquinamento delle matrici e alterazioni dei nostri sistemi di difesa,
si chiede di sapere:Continua  la lettura qui 

03 giugno 2020

Informazione e diritto dei cittadini di impugnare decisioni in materia di VIA e tutela delle acque

Tratto da Note di Marco Grondacci

Informazione e diritto dei cittadini di impugnare decisioni in materia di VIA e tutela delle acque 


La Corte di Giustizia, con sentenza 28 maggio 2020  causa C535/18 (QUI), interviene sulla interpretazione di due articoli della Direttiva  quadro sulla VIA (Direttiva 2011/92/UE - [NOTA 1]):
-        articolo 6 sul dovere di consultazione del pubblico nel procedimento di VIA
-          articolo 11 sul dovere degli stati membri di mettere il pubblico in condizione di ricorrere ad organo giurisdizionale contro decisioni sulla VIA ritenute lesive di un loro diritto 

La sentenza interpreta anche la Direttiva quadro sulla tutela delle acque 2000/60/CE [NOTA 2] in relazione al rispetto degli obiettivi ambientali per impedire il deterioramento delle acque superficiali  e sotterranee secondo l’articolo 4 di detta Direttiva.

La sentenza affronta una serie di questioni pregiudiziali [NOTA 3] sollevate dal giudice nazionale (il caso nasce in Germania) che si descrivono di seguito distintamente compresa la decisione interpretativa della Corte di Giustizia:
 

PRIMA QUESTIONE PREGIUDIZIONALE: “Se l’articolo 11, paragrafo 1, lettera b), della direttiva [2011/92] debba essere interpretato nel senso che sia ad esso conforme una norma nazionale, in base alla quale un ricorrente, che non sia un’associazione ambientalista riconosciuta, possa agire ai fini dell’annullamento di una decisione per vizi procedurali nel solo caso in cui il vizio gli abbia impedito la partecipazione, prevista dalla legge, al processo decisionale.” 
Oggetto della controversia nazionale è in relazione alla decisione di approvare un tratto di  autostrada. In tale processo decisionale è risultato che prima dell’adozione della decisione controversa, nessuna documentazione concernente l’impatto del progetto sulle acque e il rispetto degli obblighi derivanti, in particolare, dall’articolo 4 della direttiva 2000/60 è stata resa accessibile al pubblico.  Neppure sono stati resi pubblici i controlli sui corpi idrici interessati dal progetto svolti prima della decisione. Al contempo rileva il giudice nazionale che la decisione finale, nonostante dette lacune procedurali, ha comunque rispettato l’articolo 4della Direttiva 2000/60 imponendo limiti di tutela dei corpi idrici. 
Quindi, conclude la Corte di Giustizia UE sulla prima questione pregiudiziale, occorre rispondere alla prima questione sollevata dichiarando che l’articolo 11, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2011/92 deve essere  interpretato nel senso che consente agli Stati membri di prevedere che, qualora un vizio procedurale che inficia la decisione di autorizzazione di un progetto non sia tale da modificarne il senso, la domanda di annullamento di tale decisione sia ricevibile soltanto se l’irregolarità di cui trattasi abbia privato il ricorrente del suo diritto di partecipare al processo decisionale in materia ambientale, garantito dall’articolo 6 di tale direttiva. 


SECONDA QUESTIONE PREGIUDIZIALE: “se l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 2000/60 debba essere interpretato nel senso che osta a che il controllo del rispetto degli obblighi da esso previsti possa intervenire soltanto dopo che il progetto è stato autorizzato.” 
La Corte di Giustizia ricorda che risulta che, nel corso della procedura di autorizzazione di un  progetto, e quindi prima dell’adozione della decisione, le autorità competenti sono tenute, in forza dell’articolo 4 della direttiva 2000/60, a controllare se tale progetto possa comportare effetti negativi sull’acqua che siano contrari agli obblighi di impedire il deterioramento e di migliorare lo stato dei corpi idrici superficiali e sotterranei. Tale disposizione osta, di conseguenza, a che un siffatto controllo intervenga soltanto dopo tale momento. Quindi, conclude la Corte di Giustizia sulla seconda questione, l’articolo 4 della direttiva 2000/60 deve essere interpretato nel senso che osta a che l’autorità competente effettui il controllo del rispetto degli obblighi da esso previsti, tra i quali quello di impedire il deterioramento dello stato dei corpi idrici, sia superficiali sia sotterranei, interessati da un progetto, soltanto dopo l’autorizzazione dello stesso.
Continua  la lettura qui 

Obbligo mascherina e distanziamento a scuola da settembre: si leva la protesta Dei genitori.

Tratto  da Il Cambiamento
Obbligo mascherina e distanziamento a scuola da settembre: si leva la protesta

di Redazione 01-06-2020

Le Linee guida per il ritorno a scuola a settembre formulate dalla task-force istituita dal Miur hanno sollevato un coro di proteste e di critiche, soprattutto per l'obbligo di far tenere la mascherina ai bambini sopra i 6 anni per tutto il tempo di permanenza nei locali della scuola.



Le Linee guida per il ritorno a scuola a settembre formulate dalla task-force istituita dal Miur hanno sollevato un coro di proteste e di critiche, soprattutto per l'obbligo di far tenere la mascherina ai bambini sopra i 6 anni per tutto il tempo di permanenza nei locali della scuola.

Si legge nella nota del Miur che presenta il documento:


«Il distanziamento fisico, le misure di igiene e prevenzione sono i cardini del documento. Previsto il distanziamento interpersonale di almeno un metro, considerando anche lo spazio di movimento. Questa distanza andrà garantita nelle aule, con una conseguente riorganizzazione della disposizione interna, ad esempio, dei banchi, ma anche nei laboratori, in aula magna, nei teatri scolastici. Si passa a due metri per le attività svolte in palestra.

Il consumo del pasto a scuola va assolutamente preservato, spiega il documento, ma sempre garantendo il distanziamento attraverso la gestione degli spazi, dei tempi (turni) di fruizione e, in forma residuale, anche attraverso l’eventuale fornitura del pasto in “lunch box” per il consumo in classe.

Andranno limitati gli assembramenti nelle aree comuni. Saranno valorizzati gli spazi esterni per lo svolgimento della ricreazione, delle attività motorie o per programmate attività didattiche.

La presenza dei genitori nei locali della scuola dovrà essere ridotta al minimo. Sempre per evitare il rischio assembramento, saranno privilegiati tutti i possibili accorgimenti organizzativi per differenziare l’ingresso e l’uscita delle studentesse e degli studenti, attraverso lo scaglionamento orario o rendendo disponibili tutte le vie di accesso dell’edificio scolastico.

Saranno resi disponibili dispenser con prodotti igienizzanti in più punti della scuola. Sarà necessario indossare la mascherina. Gli alunni sopra i 6 anni dovranno portarla per tutto il periodo di permanenza nei locali scolastici, fatte salve le dovute eccezioni, ad esempio quando si fa attività fisica, durante il pasto o le interrogazioni, come già accadrà per gli Esami di Stato del II ciclo.

Gli alunni della scuola dell’infanzia non dovranno indossare la mascherina, come previsto per i minori di 6 anni di età. Non sono necessari ulteriori dispositivi di protezione.
Potranno essere organizzate apposite esercitazioni per tutto il personale della scuola, per prendere dimestichezza con le misure previste».

QUI il documento integrale della task force del ministero.

Le proteste si sono levate forti da più parti. Genitori ed educatori hanno palesato sui social network il loro disaccordo definendo "improponibili" le regole formulate.

Per esempio, sono già migliaia le firme raccolte da un raggruppamento di comitati e associazioni guidato dal Coordinamento Internazionale Associazioni per la Tutela dei Diritti dei Minori per il no all'obbligo di far indossare la mascherina ai bambini a scuola e nei centri estivi. Alla petizione hanno aderito anche medici ed esponenti del mondo culturale e dell'informazione.

QUI per aderire

Un'altra raccolta di firme su Change (QUI ), promossa da genitori, ha raccolto migliaia di adesioni, indirizzata ai ministri della salute e dell'istruzione, al presidente del consiglio e al presidente della Repubblica.

Il gruppo-progetto "Tutta un'altra scuola" sta lavorando a un'analisi e a una proposta per un cambio radicale di paradigma educativo che getti le sue basi già da settembre e presto uscirà con iniziative.

Il Movimento “La Scuola Che Accoglie” chiede un ritorno alla normalità che non porti a una scuola dove i bambini imparano senza il contatto e sottolinea l’importanza di riaprire la scuola a “volto scoperto” difendendola “dall’abuso della tecnologia a discapito delle relazioni umane”.

Ha avuto un'adesione ben oltre le aspettative anche l’appello per una scuola “reale” lanciato da una mamma e una insegnante del Trentino e rivolto al Presidente del Consiglio Provinciale Walter Kasswalder per chiedere un ritorno ad una scuola “senza paura”. I ragazzi – è scritto nell’appello – “non conoscono e non dovrebbero conoscere il distanziamento sociale, che implica una lontananza non solo fisica ma anche umana dagli altri”. No anche all’utilizzo delle mascherine, dannose secondo i proponenti non solo dal punto di vista respiratorio ma anche emotivo, sociale e psicologico e non più giustificate dagli attuali dati sui contagi. L’appello trentino ha avuto un grande successo, venuto da genitori, insegnanti, educatori e anche medici, come hanno sottolineato le promotrici Sabrina Lenzi e Chiara Agostini.

La lettera della maestra Claudia Lucci, di Frascati, al Governo è stata pubblicata su OggiScuola. “Obbligo mascherina è perché non conoscete i bimbi”, scrive rivolgendosi al presidente del consiglio Giuseppe Conte, al ministro della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina e agli esperti della Task Force. «Vorrei avere un confronto con tutti voi – esordisce la lettera della maestra – sul tema “scuola”. La scuola non è riempire un sacco vuoto. La scuola è curiosità, stimoli, amicizia, generosità, altruismo, condivisione ecc… Questo vostro modo così arido di considerare la scuola, mentre brancolate nel buio, mi fa pensare che il vostro ricordo di “scuola” ormai è sbiadito nel tempo, è offuscato dal presente/assente; anelate a classi di alunni con turnazioni aula/pc da casa, distanziamento sociale, bambini con mascherine in classe, date retta. Lasciate che i bambini si mascherino a carnevale, per condividere e divertirsi».

In Belgio, intanto, per i bambini ci sarà la scuola senza mascherine né distanziamento sociale. Ritenendo basso il rischio per i più piccoli, così come la probabilità di contagio, l'esecutivo federale di Bruxelles ha inviato una circolare a tutte le scuole e ha stabilito che per i bambini non saranno necessarie né maschere né distanziamento sociale. Solo alle elementari viene consigliata la mascherina agli insegnanti nel caso in cui non riescano a rispettare la distanza di sicurezza dai bambini. Mascherine e social distancing vengono invece consigliati tra i membri del personale della scuola e tra questi e i genitori.