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19 maggio 2020

Covid-19, Iss: rapporto su sanificazione di superfici, ambienti e abbigliamento


Covid-19, Iss: rapporto su sanificazione
di superfici, ambienti e abbigliamento

Il Rapporto “Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza COVID-19: superfici, ambienti interni e abbigliamento”, pubblicato il 15 maggio dall’Istituto superiore di sanità (ISS) sul suo sito istituzionale, fornisce indicazioni, basate sulle evidenze  a oggi disponibili, in tema di trasmissione dell’infezione da SARS-CoV-2, di sopravvivenza del virus su diverse superfici e di efficacia dei prodotti utilizzati per la pulizia e la disinfezione/sanitizzazione dei locali. Le indicazioni contenute nel documento considerano anche l’impatto ambientale e i rischi per la salute umana connessi al loro utilizzo. Il Rapporto include anche indicazioni sul trattamento del tessile da effettuarsi in loco (sia abbigliamento in prova che superfici non dure quali arredi imbottiti, tendaggi, ecc) e precisa i termini usati nell’ambito della disinfezione chiarendo la differenza tra disinfettante, sanificante, igienizzante per l’ambiente e detergente.
I prodotti che vantano un’azione disinfettante battericida, fungicida, virucida – sottolinea il Rapporto - o una qualsiasi altra azione tesa a distruggere, eliminare o rendere innocui i microrganismi tramite azione chimica, ricadono in due distinti processi normativi: quello dei Presidi Medico-Chirurgici (PMC) e quello dei biocidi. Tali prodotti, prima della loro immissione in commercio, devono essere preventivamente valutati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) (o altro organo tecnico-scientifico in ambito Nazionale) e autorizzati dalle Autorità Competenti degli stati membri dell’UE - per l’Italia il Ministero della Salute - sotto l’egida dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (European Chemicals Agency, ECHA).  I vari prodotti per la disinfezione che possono vantare proprietà nei confronti dei microorganismi, sono diversi dai detergenti e dagli igienizzanti con i quali, pertanto, non vanno confusi. Per questi ultimi, che non possono vantare azione disinfettante, non è prevista alcuna autorizzazione anche se devono essere conformi alla normativa sui detergenti (igienizzanti per gli ambienti) o sui prodotti cosmetici (igienizzanti per la cute).
Di seguito una sintesi delle distinzioni tra i vari termini.
  • Sanificazione: è un “complesso di procedimenti e operazioni” di pulizia e/o disinfezione e comprende il mantenimento della buona qualità dell’aria anche con il ricambio d’aria in tutti gli ambienti.
  • Disinfezione: è  un trattamento per abbattere la carica microbica di ambienti, superfici e materiali e va effettuata utilizzando prodotti disinfettanti (biocidi o presidi medico chirurgici) autorizzati dal Ministero della Salute. Questi prodotti devono obbligatoriamente riportare in etichetta il numero di registrazione/autorizzazione.
  • Igienizzazione dell’ambiente: è l’equivalente di detersione ed ha lo scopo di rendere igienico, ovvero pulire l’ambiente eliminando le sostanze nocive presenti. I prodotti senza l’indicazione dell’autorizzazione del ministero della Salute che riportano in etichetta diciture sull’attività ad es. contro germi e batteri, non sono prodotti con attività disinfettante dimostrata ma sono semplici detergenti per l’ambiente (igienizzanti).
  • Detersione: consiste nella rimozione e nell’allontanamento dello sporco e dei microrganismi in esso presenti, con conseguente riduzione della carica microbica. La detersione e un intervento obbligatorio prima di disinfezione e sterilizzazione, perché lo sporco è ricco di microrganismi che vi si moltiplicano attivamente ed è in grado di ridurre l’attività dei disinfettanti.
  • Pulizia: per la pulizia si utilizzano prodotti detergenti/igienizzanti per ambiente – i due termini sono equivalenti - che rimuovono lo sporco mediante azione meccanica o fisica.
  • Sterilizzazione: processo fisico o chimico che porta alla distruzione mirata di ogni forma microbica vivente, sia in forma vegetativa che in forma di spore.
Riguardo la stabilità nel tempo del virus SARS-CoV-2 su differenti superfici il rapporto fornisce una tabella di immediata fruizione dalla quale si evidenzia che sulla carta  da stampa e velina  le particelle virali infettanti sono state rilevate fino a 30 minuti dalla contaminazione; dopo 3 ore non sono più state rilevate. Sul tessuto, invece  la presenza di tali particelle è risultata più duratura nel tempo: sono state rilevate fino a 1 giorno dalla contaminazione e non più rilevate dopo 2 giorni. Su banconote e vetro la presenza delle particelle virali infettanti è stata rilevata fino a 2 giorni dopo la contaminazione; non più rilevata dopo 4 giorni. Più lungo  l’intervallo di tempo su  acciaio inox e plastica: le particelle virali infettanti sono state rilevate, infatti, fino a 4 giorni dalla contaminazione; non più rilevate dopo 7 giorni.  Testata anche la presenza delle particelle virali infettanti sulle mascherine chirurgiche: nello strato interno le particelle sono state rilevate fino a 4 giorni dalla contaminazione, dopo 7 giorni non sono state più rilevate; nello strato esterno invece le particelle virali sono risultate presenti fino a 7 giorni dalla contaminazione.
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18 maggio 2020

Coronavirus e la malattia di Kawasaki nei bambini, su The Lancet

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Coronavirus e la malattia di Kawasaki nei bambini, su The Lancet lo studio dell’ospedale di Bergamo sulla correlazione


"Stiamo iniziando a vedere casi di pazienti che arrivano in ospedale con i segni della malattia di Kawasaki anche in altre aree duramente colpite dalla pandemia, come New York e l'Inghilterra Sud-Orientale - afferma l’autore principale del lavoro Lorenzo D’Antiga -. Il nostro studio fornisce la prima chiara evidenza di un legame tra l’infezione da Sars Cov 2 e questa condizione infiammatoria"

I medici e ricercatori avevano mantenuto il riserbo su una possibile correlazione tra Sars Cov 2 e una rara patologia che colpisce i bambini: la malattia di Kawasaki. Ma le osservazioni dei camici bianchi dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamosono diventate pubbliche qualche settimana fa. Ora lo studio dei pediatri è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet. Basato sulla descrizione di 10 casi osservati da febbraio ad aprile, di cui 8 positivi al virus come scritto dal Fattoquotidiano.it.
La ricerca evidenzia un’incidenza di trenta volte la media perché come si rileva nel paper le diagnosi in quell’area in 5 anni fino a febbraio scorso erano state 19, mentre ci sono stati ben 10 casi tra il 18 febbraio e il 20 aprile. Otto dei 10 bambini ammalatisi tra febbraio e aprile sono risultati positivi al coronavirus, ma gli autori ipotizzano che i due casi rimanenti siano in realtà dei falsi negativi (cioè il test di diagnosi per il Sars Cov 2 non ha funzionato su di loro). Inoltre rispetto alla casistica dei 5 anni precedenti, i 10 casi sono risultati in media più gravi, con più complicanze a livello cardiaco e anche l’età media dei pazienti è diversa dal consueto. In alcuni casi sono state necessarie “cure intensive”.
Gli autori affermano che i loro risultati rappresentano una associazione tra l’epidemia di coronavirus e una condizione infiammatoria simile alla malattia di Kawasaki nella provincia di Bergamo. Secondo i ricercatori i casi di malattia legati alla sindrome Covid sono da classificare come malattia ‘simile alla sindrome di Kawasaki’, perché i sintomi sono differenti e più gravi rispetto alla patologia come conosciuta finora. “Stiamo iniziando a vedere casi di pazienti che arrivano in ospedale con i segni della malattia di Kawasaki anche in altre aree duramente colpite dalla pandemia, come New York e l’Inghilterra Sud-Orientale – afferma l’autore principale del lavoroLorenzo D’Antiga -. Il nostro studio fornisce la prima chiara evidenza di un legame tra l’infezione da Sars Cov 2 e questa condizione infiammatoria”. Almeno 100 bambini nello stato di New York sono affetti dalla rara e pericolosa sindrome infiammatoria come ha reso noto il governatore Andrew Cuomo martedì parlando di almeno tre bimbi morti, rispettivamente di 5, 7 e 18 anni. Metà dei casi riguarda minori tra i 5 e i 14 anni. “Si tratta di una situazione molto inquietante”. I casi nella città di New York sono 52. Ma casi sono stati segnalati anche in Spagna, Francia e Svizzera. “Nella nostra esperienza – afferma un altro autore, Annalisa Gervasoni – solo una quota molto ridotta di bambini con Sars Cov 2 sviluppa i sintomi della malattia di Kawasaki. Comunque è importante capire le conseguenze del virus nei bambini, specie ora che i paesi si avviano all’allentamento delle misure di lockdown”.
Invita tuttavia ad evitare allarmismi Alberto Villani, membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) e presidente della Società italiana di pediatria, secondo il quale il collegamento rischia di essere fuorviante: “Una cosa è la malattia di Kawasaki, che è una sindrome rara studiata da anni e che presenta precise caratteristiche, altra cosa – afferma all’Ansa – è questa sindrome iper infiammatoria acuta che si sta ora osservando e che potrebbe avere un collegamento con il Sars Co v2. Sono due condizioni diverse”. Fondamentale ora sarà approfondire gli studi: “Come Società italiana di pediatria e insieme all’Istituto superiore di sanità – conclude l’esperto –stiamo verificando i casi verificatisi in Italia“.

Isde L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute materna e infantile non può più essere ignorata.

Tratto da Isde

L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute materna e infantile non può più essere ignorata.


L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute materna e infantile non possono più essere ignorati. Per illustrare il problema e le soluzioni a portata di mano, HEAL( rete di associazioni europee che si occupano di ambiente e salute)  ha collaborato con la Federazione internazionale di ginecologia e ostetricia (FIGO) e l’Università della California, San Francisco (UCSF) per lanciare un’infografica di facile comprensione per i cittadini e per gli operatori socio-sanitari.
I materiali infografici offrono una panoramica dei modi in cui i cambiamenti climatici possono aumentare i rischi per la salute delle donne in gravidanza e dei loro bambini.
Questa infografica è la prima di una nuova serie sulla salute ambientale e la gravidanza.

CLICCA QUA PER SCARICARE L’INFOGRAFICA

ISDE Covid-19: le lezioni da imparare e gli errori da non fare

Tratto da ISDE

Covid-19: le lezioni da imparare e gli errori da non fare


ISDE e FNOMCEO lanciano un appello pubblico: cosa ci insegna la pandemia e cosa dovremmo fare per ripartire. 

Come la storia di tutte le epidemie ci ha insegnato, per combattere il Covid-19 è indispensabile tenere insieme la tutela della salute e quella dell’ambiente.
E’ questo l’incipit del documento\appello promosso dall’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente-ISDE Italiaassieme a FNOMCEO ( Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici) con l’adesione, a oggi, di Slow Medicine, WWF, CIPOMO, FederBio, Fondazione Allineare Sanità e Salute, Organismo Toscano per il governo clinico, GUFI, Navdanya International, AIDA, Rete Humus e Terra Nuova Edizioni.
“La pandemia è una chiara espressione dell’ambiente malato e ha dimostrato che potenza economica e tecnologica non sono in grado di evitare enormi danni sanitari e sociali– dichiarano i promotori – dovremmo guardare oltre la mera diffusione del virus per capire la lezione che, nostro malgrado, il coronavirus ci ha imposto. Imparare la lezione che questa emergenza sta duramente impartendo può consentire di essere preparati per i prossimi, probabili, eventi simili.”
Il documento sottolinea che chiari segnali di una presa di consapevolezza e della volontà d’inversione di tendenza potrebbero venire dall’approvazione della legge sull’agricoltura biologica da tempo ferma in Senato, da quella sul blocco totale del consumo di nuovo suolo, dall’adeguata tutela del patrimonio forestale e boschivo (“il polmone verde” del paese), dalla moratoria sull’implementazione di tecnologie digitali non ancora adeguatamente testate. Per la ripresa economica e sociale occorre un grande piano di sviluppo sostenibile basato sulle energie realmente rinnovabili, su un’agricoltura improntata ai principi dell’agroecologia, sul recupero della biodiversità e non su grandi opere impattanti su ambiente e salute. Occorre un piano pluriennale per la messa in sicurezza del suolo e delle infrastrutture esistenti (strade, ponti etc.), la bonifica delle aree inquinate, la rigenerazione urbana, l’adeguamento sismico degli edifici e la messa in sicurezza della rete acquedottistica, il potenziamento della rete ospedaliera pubblica.

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.....Chiari segnali di una presa di consapevolezza e della volontà d’inversione di tendenza potrebbero venire da una serie di misure legislative: 
☑️ approvazione della legge sull’agricoltura biologica 
☑️legge sul blocco totale del consumo di nuovo suolo
☑️un' adeguata tutela del patrimonio forestale e boschivo 
☑️moratoria sull’implementazione di tecnologie digitali non ancora adeguatamente testate. 

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15 maggio 2020

Destina il tuo 5x1000 a Uniti per la Salute ODV


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13 maggio 2020

MEDICO ISDE AGOSTINO DI CIAULA : Siamo davvero pronti a ripartire ?


COVID-19: siamo davvero pronti per la fase 2 ?

Guardate il video su You tube

COVID-19: siamo davvero pronti per la fase 2 ?


Il blocco dovuto al covid-19 ha avuto impatti sulla diminuzione di malattie legate all’inquinamento atmosferico

Tratto da Rinnovabili.it
Inquinamento atmosferico

Il blocco dovuto al covid-19 ha avuto impatti sulla diminuzione di malattie legate all’inquinamento atmosferico

(Rinnovabili.it) – I ricercatori del Center for Research on Energy and Clean Air (CREA) di Helsinki hanno scoperto che i casi di malattie causate o aggravate dall’inquinamento atmosferico sono diminuiti drasticamente per il lockdown dovuto al coronavirus. Secondo l’analisi, il miglioramento della qualità dell’aria in Europa avrebbe prodotto benefici per la salute tali da evitare 11.300 morti premature.
“La nostra analisi evidenzia gli enormi benefici per la salute pubblica e la qualità della vita che potrebbero essere raggiunti riducendo rapidamente l’uso dei combustibili fossili e l’inquinamento atmosferico”, ha dichiarato Lauri Myllyvirta, responsabile dello studio. Negli ultimi giorni, il cittadino europeo medio è stato esposto a livelli di biossido di azoto (principalmente prodotto dal trasporto su strada) inferiori del 37% rispetto a quanto normalmente ci si sarebbe aspettato. Inoltre, l’esposizione al particolato, generato dai trasporti, dall’industria e dal riscaldamento, è stata del 12% inferiore rispetto ai livelli normali.
Lo studio, che ha interessato 21 paesi europei tra cui Germania, Italia e UK, ha scoperto che il blocco delle attività potrebbe determinare 6.000 nuovi casi in meno di asma nei bambini. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno notato che un’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico prima della pandemia potrebbe aver causato o esacerbato diabete, malattie polmonarimalattie cardiache e cancro, tutte condizioni che hanno contribuito ad aumentare il rischio di morte per i pazienti covid-19.
“Quello che possiamo affermare è che esiste una sovrapposizione tra le condizioni associate all’inquinamento atmosferico e quelle che hanno aumentato il rischio di morte per coronavirus, ha affermato Sara De Matteis, professoressa all’Università di Cagliari e membro del Comitato per la salute ambientale della European Respiratory Society.

12 maggio 2020

10 maggio mortalità regionale covid19

Riceviamo dal Medico Isde, epidemiologo, ricerca oncologica e sanità pubblica Valerio  Gennaro  e pubblichiamo 
10 maggio mortalità regionale covid19


Situazione mediamente migliore a livello nazionale. 
Speriamo che il trend persista.







11 maggio 2020

SALUTE: Qualità dell’aria e Covid-19, c’è bisogno di risposte

Tratto da SNPAMBIENTE

Qualità dell’aria e Covid-19, c’è bisogno di risposte


Al via uno studio epidemiologico nazionale su inquinamento atmosferico e COVID-19
Inquinamento atmosferico e COVID-19: è possibile associarli? Per dare delle risposte alle numerose ipotesi emerse su questo possibile legame, tema dibattuto a livello mondiale, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) con il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) hanno avviato uno studio epidemiologico a livello nazionale per valutare se e in che misura i livelli di inquinamento atmosferico siano associati agli effetti sanitari dell’epidemia.
L’ improvvisa e rapida propagazione dell’ pandemia di COVID-19 ha innescato globalmente una intensa attività di ricerca nel settore della prevenzione (sviluppo di vaccini) e nel campo terapeutico-assistenziale, anche per comprendere meglio il processo di trasmissione virale e i possibili fattori sociali ed ambientali che possano contribuire a spiegare le modalità di contagio e la gravità e prognosi dei quadri sintomatologici e patologici associati all’infezione da virus SARS-CoV-2.
In questo contesto, e a seguito di numerose segnalazioni, sta emergendo la necessità di studiare le possibili connessioni tra esposizione a PM ed epidemia di COVID-19.Questo studio epidemiologico segue, infatti, l’avvio dell’altra iniziativa PULVIRUS, promossa da ENEA, ISS e ISPRA-SNPA, che valuterà le conseguenze del lockdown sull’inquinamento atmosferico e sui gas serra e le interazioni fra polveri sottili e virus.
Nel realizzare lo studio, si terrà quindi conto del fatto che la diffusione di nuovi casi segue le modalità del contagio virale e quindi si muove principalmente per focolai (cluster) all’interno della popolazione e si seguiranno approcci e metodi epidemiologici per lo studio degli effetti dell’inquinamento atmosferico in riferimento alle esposizioni sia acute (a breve termine) che croniche (a lungo termine), con la possibilità di controllo dei fattori socio-demografici e socio-economici associati al contagio, all’esposizione a inquinamento atmosferico, all’insorgenza di sintomi e gravità degli effetti riscontrati tra i casi di COVID-19. 
Gli obiettivi dello studio epidemiologico nazionale verteranno sul ruolo dell’esposizione a PM nell’epidemia di COVID-19 nelle diverse aree del paese, per chiarire in particolare l’effetto di tale esposizione su distribuzione spaziale e temporale dei casi, gravità dei sintomi e prognosi della malattia, distribuzione e frequenza degli esiti di mortalità. 
La risposta a tali quesiti dovrebbe essere associata a fattori quali età, genere, presenza di patologie pre-esistenti alla diagnosi di COVID-19, fattori socio-economici e demografici, tipo di ambiente di vita e di comunità (urbano-rurale, attività produttive).
L’emergenza sanitaria della Pandemia di COVID-19 è una sfida per la conoscenza sotto molteplici punti di vista e non solo quelli oggi centrali sul fronte dei vaccini e delle terapie” ricorda il Presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, sottolineando però che “altri importanti quesiti di ricerca richiedono sforzi congiunti e l’esempio dello studio odierno che mira ad esplorare il possibile contributo dell’inquinamento atmosferico alla suscettibilità all’infezione da SARS-CoV-2, alla gravità dei sintomi e degli effetti sanitari dell’epidemia”, questione oggi molto dibattuta in tutto il mondo. “Su questo tema – continua Brusaferro – assieme a ISPRA-SNPA, stiamo proponendo l’avvio di uno studio epidemiologico nazionale”.
Il presunto legame tra COVID-19 e inquinamento è argomento divenuto quotidiano nel dibattito mediatico e non solo, suscitando da più parti teorie ed ipotesi che è giusto approfondire ed a cui è doveroso dare una conferma, per quel che ci riguarda, tecnico-scientifica. Anche per questo abbiamo aderito con entusiasmo alla proposta di collaborazione dell’ISS, con cui già dal 2019 condividiamo gli obiettivi di un Protocollo di Intesa sui temi che riguardano i rapporti tra ambiente e salute –  ha dichiarato il Presidente di Ispra e Snpa Stefano Laporta. “Metteremo a disposizione le nostre competenze in materia di qualità dell’aria e di modellistica ambientale, per comprendere gli eventuali effetti associati all’epidemia di CoViD-19. Un esempio concreto per fare rete e integrazione, un’azione congiunta che crediamo potrà supportare anche percorsi futuri”.

Ecco perche’ va chiarito il nesso tra inquinamento e malattie .

Tratto da Il Blog delle Stelle

La salute prima di tutto: il nesso tra inquinamento e malattie



A cura delle commissioni Ambiente di Camera e Senato e della Commissione Affari sociali della Camera

C’è un legame tra inquinamento atmosferico e Covid-19? 
La domanda si è diffusa praticamente insieme al contagio in tutto il Pianeta. Tanti gli studi avviati monitorando i dati attuali e confrontandoli con i livelli di mortalità e le emissioni pre-pandemia sembrano riscontrare conseguenze più pesanti nelle aree piùinquinate del Pianeta. “Non abbiamo ancora prove che colleghino direttamente alla mortalità, ma sappiamo che se si è esposti all’inquinamento atmosferico aumentano le possibilità di essere colpiti più gravemente”, ha affermato la dottoressa María Neira, direttrice della salute pubblica presso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
C’è da sottolineare che è ancora presto per avere risultanze definitive e verificate: finora gli studi riportati dai media sono ancora in fase preliminare e necessitano dell’esame di altri scienziati e ricercatori prima di poter considerare “solidi” i loro esiti. Ciò non toglie però che alla luce di quanto emerso finora, l’Oms sta iniziando a suggerire ai diversi Paesi di tenersi pronti alla possibilità che nelle aree con livelli di inquinamento maggiori si possa verificare un tasso di mortalità da coronavirus più elevato. 
Uno dei sospetti sorti di recente ha inquietato molto l’opinione pubblica perché potrebbe riguardare i bambini. Il legame con il Covid-19 è tutto da accertare, ma in alcune zone più colpite dal coronavirus, come in provincia di Bergamo, nel Regno Unito, ma anche in Francia, Spagna e Stati Uniti, si sono verificati più casi del solito di sindrome di Kawasaki nei minori. “In un mese il numero dei casi di malattia di Kawasaki ha eguagliato quelli visti nei tre anni precedenti. Si è calcolato che l’incidenza di questa malattia, nell’ultimo mese, è stata di 30 volte superiore al passato”, ha spiegato Lucio Verdoni, reumatologo pediatra dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Questa sindrome ha genesi multifattoriale ma alcuni studi la correlano all’esposizione a inquinanti atmosferici. Molti altri studi e considerazioni fisiopatologiche sono concordi ed evidenziano che gli inquinanti a cui i bimbi sono maggiormente esposti all’aria aperta sono determinanti. Essendo una sindrome multifattoriale, non si può non ricordare fra i fattori considerati la genetica e i virus, ma è ovvio che evitare almeno uno dei fattori è fondamentale. Ridurre le emissioni in atmosfera in aree impattate a questo punto è ancora più importante.
Le valli di Bergamo, per esempio, sono fra le aree con l’aria più inquinate in Europa, così come Codogno, dove per primo è stato evidenziato il nuovo Coronavirus autoctono. La correlazione fra il nuovo Coronavirus e la sindrome di Kawasaki va studiata e dimostrata. Così come l’auspicio è che lo studio annunciato recentemente da Enea, Iss E Snpa, faccia definitivamente chiarezza sull’effettivo legame fra inquinamento e diffusione del coronavirus. 
Ma il particolato in atmosfera, che può essere un fattore aggravante o comunque una concausa, va in ogni caso ridotto. La stessa letteratura scientifica consolidata mostra come l’inquinamento atmosferico abbassi le difese immunitarie (in particolare le diossine emesse dagli inceneritori, ce ne sono 100 in Lombardia) e aumenti l’infiammazione polmonare (con l’interleuchina 6 che aumenta anche con l’infezione da nuovo coronavirus, con un meccanismo di amplificazione del danno infiammatorio), come incrementi il rischio di polmoniti e di molte altre patologie. Dopo il position paper della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima)del marzo scorso che ha ipotizzato una relazione fra particolato atmosferico in eccesso nei mesi precedenti alla pandemia e i casi del nuovo coronavirus, lo scorso 24 aprile la stessa Sima ha reso noto il ritrovamento di geni virali nel particolato dell’area industriale di Bergamo.
Il ruolo del particolato come aggravante di questa pandemia e come trasportatore del virus va ulteriormente studiato, ma non si può dimenticare che l’Agenzia Ambientale Europea stima per l’Italia oltre 76.200 decessi fra esposizione a particolato in eccesso, a ossidi di azoto e ozono. Dati concordi con i rilievi dell’Organizzazione mondiale della sanità. Se ne deduce che il particolato va ridotto e che in questa fase di ripartenza vanno tenute in considerazione le emissioni in atmosfera, altrimenti si continua ad alimentare a monte nuovi attacchi alla nostra salute e al nostro futuro. 
È anche importante che i dati epidemiologici territoriali vengano messi a disposizione della ricerca universitaria nazionale da parte delle Regioni, in linea con la legge 29 del 2019, sul referto epidemiologico della popolazione, fortemente voluta dal MoVimento 5 Stelle e approvata dal Parlamento, ma non ancora attuata. La via d’uscita da questo coacervo di situazioni pericolose è una sola, ed è rappresentata dall’insieme di diverse azioni: monitorare e pubblicare tutti i dati riguardanti le emissioni inquinanti, studiare tutti i possibili nessi con le patologie in aumento, pianificare la ripartenza puntando sulla riduzione di emissioni di CO2 e su un modello di società davvero sostenibile per la salute e per l’ambiente. 

10 maggio 2020

Lettera dei Medici Isde a Conte....

Tratto da Isde
Covid-19, Medici per l’ambiente scrivono a Conte, Speranza e Costa: “Mettere a sistema la Rete dei Medici sentinella sul territorio, per la prevenzione epidemiologica e il monitoraggio del rischio ambientale” 

Pubblicato il 8 Maggio 2020

Considerare la pandemia di Covid-19 come un evento sentinella, facendo tesoro delle lezioni che possiamo trarne. Ripartire, verso la pienezza della Fase 2 e poi ancora oltre, con un nuovo modello non solo di assistenza ma anche di prevenzione, che coinvolga a pieno titolo i medici del territorio: i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli specialisti ambulatoriali interni ed esterni. Infine, imparare a ragionare a più ampio respiro, pensando alla pandemia come a un “segnale”, preavviso di tutto quello che potrebbe seguire se non lo considerassimo in chiave globale e di tutela del nostro mondo nel suo insieme. Perché con il Covid-19, come ha recentemente affermato Inger Andersen, capo del programma Ambiente delle Nazioni Unite, ma anche con i cataclismi ambientali, “la natura ci sta mandando un messaggio”.

È questo, in estrema sintesi, il senso della Lettera aperta che l’Isde, l’associazione internazionale dei Medici per l’ambiente, con al suo interno la Rimsa, la rete italiana dei Medici sentinella per l’ambiente, hanno inviato al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Ministro della Salute, Roberto Speranza e al Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. La lettera è stata anticipata ieri sera nel corso del webinar “Da Covid-19 alla rete dei Medici sentinella per l’ambiente. Idee e proposte per un nuovo ruolo del medico nel territorio”.

Tra i firmatari, oltre al presidente di Isde Italia, Roberto Romizi, anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCEO), Filippo Anelli, che ha avuto mandato di sottoscriverla dal Comitato Centrale, riunito il 5 maggio scorso. E, ancora, Silvestro Scotti, Segretario generale nazionale FIMMG, la Federazione nazionale dei Medici di Medicina Generale; Paolo Biasci, Presidente nazionale FIMP ( Federazione Italiana Medici Pediatri); Claudio Cricelli, medico, Presidente SIMG (Societa italiana di Medicina Generale); Emanuele Vinci, medico, coordinatore della Commissione “Ambiente, Salute e Lavoro” FNOMCEO; Guido Giustetto, referente ambiente del Comitato Centrale FNOMCEO; Fabrizio Bianchi, epidemiologo, dirigente CNR Pisa; Vitalia Murgia, pediatra, rete RIMSA (ISDE-FNOMCEO); Paolo Lauriola, medico, Coordinatore rete RIMSA ( ISDE-FNOMCEO).

“Se si parla di emergenza Coronavirus non si può non pensare anche a tutto quello che a livello di globalizzazione impatta sul nostro modo di vivere e sul nostro futuro, molto di più di una pandemia, con particolare riferimento ai cambiamenti climatici globali – si legge nella lettera -. Questa pandemia va considerata un “segnale sentinella”, che solo se verrà colto con intelligenza e lungimiranza, ci consentirà di attrezzarci a cosa potrà venire dopo, utilizzando i cambiamenti e le modalità d’intervento su cui oggi ci si interroga, come soluzione a un approccio globale alla tutela della salute non limitato alle virosi pandemiche”.

La lettera passa poi ad attribuire un ruolo cardine ai medici sul territorio che, “adeguatamente sensibilizzati, formati e organizzati, possono rappresentare, rendendolo operativo nell’esperienza professionale quotidiana, un “anello di congiunzione” tra evidenze scientifiche, problemi globali ed azioni  


“A questo proposito, diverse recenti e autorevoli pubblicazioni hanno sottolineato le grandi potenzialità offerte dal coinvolgimento dei Primary Care Providers – continua il testo – Insomma, perché le cose possano andare meglio nel corso di una grande epidemia (ma non solo) le autorità sanitarie pubbliche devono rivalutare fortemente il ruolo dei medici di famiglia e dei pediatri che operano nelle cure primarie, coinvolgendoli in modo più coordinato nei percorsi di prevenzione, assistenza ed erogazione di cure adeguate. Dotandoli, però, anche dei necessari strumenti di protezione della loro salute e di quella delle persone con cui entrano in contatto. Tutto questo accompagnato da sistemi di comunicazione efficienti e rapidi su informazioni cliniche, aggiornamento epidemiologico e risultati delle indagini”.


Questo, affermano i medici per l’ambiente, è ormai chiaro per quanto riguarda l’assistenza e la risposta all’epidemia. “Emerge anche però che è altrettanto importante promuovere il loro coinvolgimento, con ruolo e responsabilità, nell’ambito della prevenzione – continuano -. Dove è essenziale avere rilevatori che siano in grado di avvertire tempestivamente i segnali che giungono dal territorio”. Di più: a parere dei medici firmatari, “tutte le strategie globali (adattamento e mitigazione), come ad esempio nel caso dei Cambiamenti Climatici, devono considerare con molta attenzione il contesto locale”. “Tornando al tema attuale della Fase 2, occorre ricordare bene tutti che essa si baserà sulla sorveglianza del territorio – prosegue la lettera -. Le azioni di contrasto saranno efficaci solo se tempestive e precise. Occorre cogliere questa necessità/opportunità per creare un sistema di “Medici Sentinella” che ci consenta di far fronte alle emergenze sanitarie, ma anche e soprattutto per creare un contesto capace di adattarsi anche alle emergenze ambientali che possono contribuire e contribuiranno sempre di più a determinarle”.

E questo sistema è già, in parte, realtà: nell’emergenza Covid-19 si è creata una rete di medici italiani che recentemente, ha condiviso la sua esperienza su BMJ, dimostrando che esiste una domanda e una disponibilità a collaborare.


“Occorre quindi utilizzare queste risorse di esperienza e di entusiasmo –conclude la lettera – per dare un contributo con risposte adeguate alla situazione. Ricordiamo a tutti che l’epidemia di COVID-19 è un cataclisma, sanitario ed economico, ma è solo un “segnale sentinella” da un punto vista ambientale, preavviso di tutto quello che potrebbe seguire se non lo considerassimo in chiave globale e di tutela del nostro mondo nel suo insieme”.

CLICCA QUA per scaricare la lettera inviata a Conte, Speranza e Costa

09 maggio 2020

ALert :CORONAVIRUS

Tratto dalla pagina Facebook del Medico Isde Giovanni Ghirga 


Alert! Una “PREESISTENTE” riduzione della funzione dell’endotelio vascolare potrebbe essere la causa della gravità del decorso della COVID-19 nei pazienti a rischio. 
British medical Journal. 07 May 2020. G. Ghirga
Esiste un denominatore comune tra le persone che hanno un aumento del rischio per una forma importante di infezione da SARS-CoV-2: una PREESISTENTE disfunzione endoteliale. L’ipertensione, il diabete, l’obesità, le malattie cardiovascolari, il cancro, le malattie renali croniche, le malattie epatiche croniche, la malattia di Alzheimer, l’età avanzata e il sesso maschile, aumentano il rischio di una forma moderata o grave di COVID-19. In ognuna di queste condizioni può essere presente uno stato di disfunzione endoteliale. Degno di nota il fatto che la disfunzione endoteliale vascolare è considerata come un'espressione fenotipica primaria del normale invecchiamento dell’essere umano.
Il grado di disfunzione endoteliale PREESISTENTE potrebbe essere una condizione sine qua non per lo sviluppo di infezione SARS-CoV-2 moderata-grave. Durante la pandemia di COVID-19, la morte di così tante persone anziane potrebbe essere causata da un denominatore comune: il progressivo declino della funzione endoteliale con l'età, ulteriormente complicato da altre comorbidità coesistenti sempre associate a disfunzione endoteliale come ipertensione, malattie cardiovascolari, diabete o cancro.
https://www.bmj.com/content/369/bmj.m1794/rr-1

07 maggio 2020

«5G, dubbi sulla salute»: no .... all’antenna

Tratto da  Giornale di Brescia

«5G, dubbi sulla salute»: no .... all’antenna


Niente 5G fino a che non siano stati accuratamente valutati gli impatti della nuova tecnologia sulla salute pubblica: ogni implementazione degli impianti in tale direzione è da ritenersi sospesa. A deciderlo è la Giunta comunale di Bedizzole, che ha infatti sospeso la pratica edilizia presentata da un gestore telefonico che intendeva adeguare la propria rete sul territorio comunale: dovrà attendere ulteriori sviluppi. 
Quello sottoscritto dalla Giunta bedizzolese è un «atto di indirizzo all’area tecnica», a sostegno del quale l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giovanni Cottini ha portato una serie di considerazioni. Tra queste il fatto che «il 5G si basa su microonde a radiofrequenze più elevate dei precedenti standard tecnologici. Numerosi, attendibili e qualificati studi medico-scientifici nazionali e internazionali attestano la potenziale nocività per la salute umana delle onde elettromagnetiche, emesse da tecnologie di comunicazione senza fili, con rischi per il sistema neurologico, immunitario, endocrinologo e persino genotossico-tumorale, oltre che un aumento di fenomeni di elettrosensibilità nella popolazione».
Nelle premesse della Giunta si fa menzione anche al coronavirus: «Sul territorio nazionale è in atto un’emergenza pandemica con incidenza maggiore nelle regioni industrializzate laddove è presente un forte inquinamento dell’aria, delle acque e dell’elettrosmog. Regioni che coincidono oltretutto geograficamente anche con la localizzazione delle sperimentazioni della nuova tecnologia 5G». 
Il gestore dell’impianto tecnologico di via Cimitero ha presentato richiesta di modifica in tal senso il 31 gennaio; il 24 marzo quella di inizio lavori, ma risulta quest’ultima inefficace, visto che a causa dell’emergenza sanitaria i termini dei procedimenti amministrativi sono stati sospesi per legge: la comunicazione di inizio lavori, che in genere basta a «dare il la» al cantiere, in questo caso non produrrà conseguenze. E la Giunta ha così colto la palla al balzo per approfondire il tema: non solo è sospesa la pratica edilizia che riguarda l’impianto di via Cimitero, che dovrà peraltro essere sottoposto a una «valutazione degli impatti sulla salute pubblica», ma fino a nuove disposizioni è da ritenersi sospesa anche ogni installazione o implementazione di impianti con tecnologia 5G.

06 maggio 2020

G GHIRGA:: Il cambiamento climatico è una crisi tanto grave quanto la Covid-19

Tratto dalla Pagina Facebook del Medico Isde Giovanni Ghirga 

Il cambiamento climatico è una crisi tanto grave quanto la Covid-19
04/05/2020. Un nuovo sondaggio Ipsos, condotto in 14 Paesi ha rilevato che globalmente il 71% dei cittadini – e il 72% degli italiani – concorda che il cambiamento climatico è un evento grave tanto quanto la pandemia. 
L’indagine mostra un ampio sostegno alle azioni dei governi per dare priorità al cambiamento climatico nella ripresa economica dopo il Covid-19, con il 65% degli intervistati a livello globale che concorda sull’importanza di questo aspetto. La maggioranza dell’opinione pubblica mondiale (68%) è d’accordo sul fatto che se i governi nazionali non agiscono ora per combattere il cambiamento climatico, deluderanno i propri cittadini e il 57% afferma che sarebbe scoraggiato dal votare per un partito politico le cui politiche non prendono sul serio il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico rimane il problema ambientale più importante a livello globale, con il 37% che lo cita come uno dei tre principali problemi ambientali. Altre questioni ambientali importanti per i cittadini sono l’inquinamento atmosferico (33%) e la quantità di rifiuti che generiamo (32%), seguiti dalla deforestazione (26%) e dall’inquinamento idrico (25%). La preoccupazione per le prime quattro questioni è aumentata da due anni. Secondo la ricerca inoltre la maggior parte dei cittadini è disposto ad esercitare il proprio potere d’acquisto: evitare prodotti che hanno molti imballaggi è il cambiamento più popolare, con il 57% a livello globale e condiviso dal 58% dei cittadini italiani. Evitare di acquistare nuovi prodotti condiviso dal 52% dei cittadini globali, risparmiare energia in casa (50%), riciclare (49%) e risparmiare acqua in casa (49%). Anche in questo caso, le opinioni dei cittadini italiani sono molto in linea con quanto affermato dai cittadini a livello mondiale. Il sondaggio è stato condotto online tra oltre 28.000 adulti tra il 16 aprile e il 19 aprile 2020.
Panorama Sanitá 2020.
IN REALTA' I CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO UNA CRISI MOLTO PIÙ GRANDE.

05 maggio 2020

Non è vero che il 5G fa meno male

Non è vero che il 5G fa meno male

04 MAG - Gentile Direttore,
non possiamo condividere le rassicurazioni fornite dal Dott. Polichetti, fisico dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), circa la nuova tecnologia del 5G. Riteniamo pertanto utile offrire ulteriori elementi di riflessione, chiarendo innanzi tutto che non abbiamo conflitti di interesse e che sarebbe auspicabile che chiunque si esprime su argomenti di tale portata chiarisse la propria posizione al riguardo.

Polichetti afferma che col 5G ci sarà una “conseguente riduzione dei livelli ambientali di campo elettromagnetico cui possono essere esposte le persone”. Tale affermazione non è dimostrata da alcuna evidenza ed è in contraddizione con i contenuti di un documento edito dallostesso ISS (rapporto ISTISAN 19/11), nel quale si legge che L’introduzione della tecnologia 5G potrà portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spazio e nell’uso delle risorse delle bande di frequenza” e che “al momento, non è possibile formulare una previsione sui livelli di campo elettromagnetico ambientale dovuti allo sviluppo delle reti 5G”.

Lo stesso rapporto sottolinea che “sarà dunque necessaria una revisione della normativa nazionale”, attualmente inadeguata agli scenari imposti dall’attivazione del 5G che, ricordiamo, è comunque in corso nonostante l’assenza di norme utili ad una compiuta tutela della salute pubblica. Occorre anche ricordare la forte pressione sul Governo Italiano delle compagnie telefoniche, e perfino delle “indipendenti” Agenda Digitale Europea (1) e AGCOM,per adeguare i limiti attualmente esistenti in Italia a quelli di altri paesi europei, innalzandoli da 6 V/metro a 61 V/metro

Segnaliamo che tali limiti, prima “puntuali”, dal 2012 sono valutati come media delle 24 ore e quindi, intesi come erano stati introdotti dal Regolamento recante i tetti compatibili con la salute umana (381/1998 ex lege 249/97, art. 1), possono essere ormai ampiamente superati. Ne consegue che già l’attuale normativa non è sufficiente a garantire la tutela della salute umana e che quindi sarebbe necessario semmai riportare i criteri di misura alla formulazione originale del Regolamento.
 
Peraltro Polichetti sembra anche ignorare i risultati di simulazioni condotte ipotizzando quelle che saranno le normali condizioni di traffico telefonico 5G. Alla Georgia Southern University hanno verificato che l’esposizione umana in downlink, ossia derivante dalle onde elettromagnetiche che si dirigono dall’antenna verso l’utente, può tranquillamente comportare campi elettrici da 40 a 100 V/m (2). Tali simulazioni destano allarme, se si tiene presente che per le radiofrequenze maggiori di 3 Ghz, la legge italiana limita le esposizioni della popolazione, brevi od occasionali, a 40 V/m, che si riducono a 20 V/m, per le radiofrequenze inferiori a 3 Ghz. E le frequenze del 5G appartengono ad entrambi le sezione dello spettro.
 
A parte l’inadeguatezza della normativa vigente, come oggi indebolita, stupisce che nel processo di realizzazione dell’infrastruttura 5G attualmente in corso sia stato completamente ignorato il fatto che le simulazioni lasciano prevedere che la rete sarà fuori legge in Italia; di questo avrebbe dovuto occuparsi l'ISS, consulente obbligatorio in materia dello Stato, ai sensi dell'art. 6 c. 1 lett. i) della legge di Riforma Sanitaria. Sempre che non si contasse di smantellare i livelli di tutela in Italia, in contrasto con la disposizione dell'art. 130 e succ. int. del Trattato di Roma, che ha introdotto il principio di non rilassamento dei livelli di tutela dei consumatori nei Paesi della Comunità Europea.
 
In contrasto con l'asserzione del dott. Polichetti ricordiamo:
- la recente dichiarazione del direttore generale della U.S. Federal Communication Commission secondo il quale l'evoluzione della telefonia mobile e della trasmissione dati wireless nel prossimo futuro comporterà tali livelli di esposizione da rendere superati gli standard di sicurezza elettrormagnetica (3),
 
- le valutazioni dello SCHEER (Scientific Committee on Health, Environmental and Emerging Risks) (4), che inserisce il 5G fra i principali rischi ambientali e sanitari emergenti a livello continentale;
 
- un recente documento del Parlamento Europeo (5), che sottolinea gli elevati costi di realizzazione delle infrastrutture, le incertezze sui possibili effetti ambientali e sanitari, la carente diffusione, da parte degli Stati membri, di informazioni adeguate sui rischi del 5G, il problema dei limiti normativi, il richiamo alla prudenza della European Environment Agency (EEA) e la possibile alternativa, più sostenibile, della fibra ottica;
 
- le evidenze scientifiche già disponibili sugli effetti biologici delle onde millimetriche, il cui impiego è previsto nell’ambito dell’infrastruttura 5G, che depongono per la loro pericolosità e che imporrebbero prudenza prima dell’applicazione su larga scala di questa tecnologia (6).


Non trova riscontro l'affermazione di Polichetti per cui “la progressiva sostituzione delle tecnologie precedenti con quella 5G, le esposizioni complessive della popolazione diminuiranno ulteriormente” non trova riscontro. Infatti, nel documento “Il 5G per l’Europa: un piano d’azione", è scritto: “Il 5G non è concepito come una tecnologia sostitutiva del 4G, ma piuttosto come complementare e integrativa dello stesso con nuove potenzialità” (7).
 
Né l'altra affermazione, per cui le onde “usate dal 5G appartengono comunque all’intervallo delle radiofrequenze, i cui meccanismi di interazione con il corpo umano sono ben compresi”. Gli effetti biologici delle radiofrequenze vanno ben oltre gli effetti termici, riconosciuti dalla Raccomandazione 1999/519/CE, recante limiti che dovevano essere rispettati da tutti i Paesi che, diversamente dall'Italia, non avevano una propria normativa più stringente al tempo (8): limiti ai quali Polichetti, equivocando sugli obblighi comunitari, sembra far riferimento. Occorre tener conto delle specificità proprie delle onde millimetriche e dei possibili effetti di queste ultime a livello sia locale (cute, occhi) che sistemico (6,9).
 
Già nel 2017 oltre 350 scienziati di tutto il mondo, tra i quali vi sono i maggiori esperti sugli effetti biologici e sanitari dell’elettromagnetismo ad alta frequenza, hanno sottoscritto un appello che ricorda i rischi del 5G e richiama alla prudenza (10).
A questi si aggiungono i timori, giustificati, espressi da centinaia di amministrazioni comunali e da decine di migliaia di cittadini anche nel nostro Paese.
Troppe volte sono state fatte scelte di cui poi ci siamo tragicamente pentiti (11).
 
Nessuno di noi è “contro” il progresso, ma bisogna intendersi su ciò che si intende per “progresso”. Quando si invadono, come dichiarato dal Prof Michele Carducci, Ordinario di Diritto Costituzionale, sfere fondamentali della persona relative a salute, diritto all’informazione e consenso informato, andando a ledere gli articoli 1, 2, 3, 21, 32, 33 della Costituzione come accadrebbe con l’implementazione del 5G, prima che ne sia dimostrata la innocuità, la prudenza è d’obbligo, dato che: “Nessuna legge riconosce l’ignoto tecnologico come trattamento sanitario obbligatorio. Di conseguenza nessun privato può imporlo solo per il fatto di averlo inventato” (12).


E’ del tutto impensabile  diffondere sul territorio nuove potenziali fonti di inquinamento che potrebbero creare nuovi problemi e nuovi rischi per la salute e la sicurezza di tutti i cittadini, mentre ancora non riusciamo a risolvere quelli già presenti.

Ci preme inoltre sottolineare che in termini di priorità in questo momento - anche al fine di un tempestivo isolamento dei casi di covid-19, dei contatti e di una loro appropriata gestione - sarebbe molto meglio rafforzare la rete dei servizi sanitari territoriali (in primis servizi di igiene pubblica, distretti, e medici di medicina generale e pediatri di libera scelta), piuttosto che implementare il 5 G.

Patrizia Gentilini
Medico oncologo ISDE Italia

Agostino Di Ciaula
Medico internista Presidente Comitato Scientifico ISDE

Fausto Bersani
Fisico, consulente Federconsumatori (RN)

Livio Giuliani
Biofisico, dirigente di ricerca del Servizio Sanitario Nazionale, già direttore di dipartimento ISPESL ed INAIL, Roma