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27 maggio 2017

Recommon: Video - L’Anima nera dell’Italia

Tratto da http comune-info.net

Video - L’Anima nera dell’Italia


Re:Common lancia oggi il suo video “L’Anima Nera dell’Italia” sulla maledizione del carbone, in concomitanza con il G7 di Taormina, che tra i punti in agenda ha i temi ambientali e la lotta al cambiamento climatico.



Mentre a Taormina si apre quello che alcuni definiscono come il vertice “più impegnativo” degli ultimi anni per i 7 “grandi” della terra, Re:Common lancia “L’anima nera dell’Italia”. E’ un nuovo video realizzato per denunciare l’attività delle imprese che, nel territorio nazionale e all’estero (in Montenegro, in particolare), continuano a gestire centrali a carbone altamente inquinanti, nonostante ne siano ormai riconosciuti da tutti i danni ambientali. Le comunità locali  hanno già pagato un prezzo troppo alto “allo sviluppo”, le alternative energetiche e di sviluppo locale non possono che escludere gli altri combustibili fossili, a cominciare dal gas naturale
di Luca Manes*
Prodotto dall’associazione e realizzato dai documentaristi Mario e Stefano Martone e da Fosco d’Amelio, il video di 9 minuti mostra come imprese italiane, nel nostro Paese e all’estero (nella fattispecie in Montenegro) gestiscano ancora centrali a carbone altamente inquinanti, nonostante siano universalmente riconosciutigli impatti negativi della polvere nera, nonché gli impatti deleteri per il clima del pianeta.
Le recenti dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e dell’amministratore delegato dell’Enel Francesco Starace, che prefigurano uno stop alle centrali a carbone entro un arco di tempo di 10-15 anni, vanno solo parzialmente nella giusta direzione, dal momento che sono troppo generiche e soprattutto lasciano in sospeso alcuni temi di enorme rilievo. In primis la necessità di avere da oggi date certe e molto ravvicinate di chiusura degli impianti inquinanti, a partire dalla mega centrale di Brindisi in cui nessun nuovo investimento andrà fatto, tranne che per lo smantellamento dell’impianto e la bonifica del territorio.
Con questo lavoro Re:Common vuole sollevare da subito anche la questione dei costi per le bonifiche e la mitigazione e compensazione degli effetti nefasti sulla salute della popolazione e sull’ambiente locale causati dalle attività delle centrali, per arrivare a che cosa accadrà nelle comunità dopo la chiusura degli impianti. E soprattutto è necessario da subito discutere con le comunità locali che hanno già pagato un prezzo troppo alto “allo sviluppo” le alternative energetiche e di autentico sviluppo locale sostenibile e democratico per i territori segnati dagli impianti. Alternative che, una volta mandato in “pensione” il carbone, escludano anche gli altri combustibili fossili ed in particolare il gas naturale.
VIDEO

26 maggio 2017

BlackRock: il carbone è morto, e' «un gioco d’azzardo». Ma Trump non lo sa

Tratto da Greenreport

BlackRock: il carbone è morto. Ma Trump non lo sa

Alla Trump Tower di New York iniziativa delle imprese che disinvestono dai combustibili fossili
[26 maggio 2017]
Mentre le multinazionali del petrolio e del carbone contano su Trump per andare avanti, le istituzioni finanziarie e le imprese stanno svolgendo un ruolo essenziale nella transizione responsabile dai combustibili fossili a una nuova economia sostenibile per tutti.
Al G7 in corso a Taormina probabilmente Trump sta tentando di far ingoiare agli altri big dei Paesi industrializzati la pillola amara del rilancio dell’estrazione del carbone negli Usa, con una politica che vanificherebbe gli impegni Usa sul cambiamento climatico.
Ad appoggiarlo – tiepidamente – ci sarà il premier giapponese, mentre al tavolo di  Taormina non siede l’unico vero alleato di Trump in questa battaglia: il governo di centrodestra australiano, che continua ad autorizzare gigantesche miniere e porti carboniferi.
Ma è proprio dall’Australia che vengono brutte notizie per Trump e i suoi alleati ecoscettici. Jim Barry, responsabile  del mega- gruppo di investimenti  BlackRock Infrastructure, ha detto a  The Australian Financial Review che «L’Australia nega la gravità continuando a incoraggiare gli investimenti nel carbone Poiché l’energia rinnovabile è ora in competizione “testa a testa” per i costi con il carbone». La sede centrale della BlackRock  è a Dublino, in Irlanda, e Barry dice che è abbastanza divertente guardare da così lontano l’Australia negare la gravità della sua politica carbonifera: 
«Il carbone è morto. Questo non vuol dire che tutti gli impianti di carbone chiuderanno domani» ma pensare al carbone come a un investimento che vada oltre i 10 anni è molto rischioso, «un gioco d’azzardo».
Barry, che prevede di iniziare a investire in progetti australiani per l’energia rinnovabile, ammette che per i politci sarebbe stato difficile non sfruttare il carbone quando era disponibile, ma non pensa che non ci sia un «potenziale a lungo termine», nemmeno in un mega-impianto chimico – miniera di carbone proposto dalla multinazionale indiana Adani e la BlackRock si è ritirata dall’affare.
Ormai le energie rinnovabili non sono più costose e possono anche rinunciare agli incentivi: «La cosa che ha cambiato fondamentalmente l’intero quadro – ha detto Barry –  è che le fonti rinnovabili sono diventate così a buon mercato». Il pregiudizio del governo australiano verso le rinnovabili significa che il Paese si autoesclude dallo sviluppo di  progetti di energia rinnovabile su larga scala, compresi quelli delle batterie per lo stoccaggio.
Intanto, mentre Trump e i conservatori australiani sono fermi all’età del carbone, in poco più di 10 anni gli investimenti nelle rinnovabili sono passati da 20 trilioni di dollari a 300 trilioni di dollari.
BlackRock Usa ha un portafoglio di investimenti di più di 5 trilioni di dollari (sostiene di essere gruppo di investimento più grande del mondo) ed è attivamente alla ricerca di investimenti nelle energie rinnovabili australiane da aggiungere al suo nuovo global renewable power fund, che dovrebbe arrivare a circa 1,7 trilioni di dollari, il 10% di quali da spendere in Australia.
Il gruppo di investimento preferisce investire in progetti di energia rinnovabile nuovissimi, nei primi 6 mesi di funzionamento di un progetto, perché pensa di fare più soldi che investendo in asset maturi. «La costruzione di progetti rinnovabili in genere è “semplice” e non è complicata o rischioso come Costruzione di progetti di trasporto», spiega ancora Reid.
Ieri, mentre Trump era in Francia dopo il poco cordiale incontro col Papa ambientalista, il movimento Fossil free . Divest from fossil fuel si è dato appuntamento proprio alla Trump Tower a New York, dove Mary Cleaver, fondatrice della The Claver Society e di Green Table a Chelsea Market,  Matt Patsky, CEO di Trillium Asset Management, e Ivan Frishberg, vicepresidente della Amalgamated Bank  hanno spiegato perché è giusto disinvestire dai combustibili fossili, ad iniziare dal carbone.
Mentre le multinazionali del petrolio e del carbone contano su Trump per andare avanti, le istituzioni finanziarie e le imprese stanno svolgendo un ruolo essenziale nella transizione responsabile dai combustibili fossili a una nuova economia sostenibile per tutti. Il businesses sta scommettendo sull’azione climatica e, anche a New York, invita i fondi pensione ad unirsi al cammino di chi vuole disinvestire dal passato e investire nel futuro.

25 maggio 2017

G7 a Taormina, irrompe Greenpeace in difesa del clima con mega striscione:“Climate Justice now”.

Tratto da greenpeace

 

In azione a Taormina! Climate justice now!

Alla vigilia del G7, chiediamo ai leader mondiali di fermare i cambiamenti climatici
I nostri attivisti sono entrati in azione oggi a Taormina, sede del G7 che avrà luogo domani, per ricordare ai capi di governo dei sette Paesi più industrializzati al mondo di mettere in campo azioni più ambiziose per contrastare i cambiamenti climatici. 
Gli attivisti hanno aperto un gigantesco banner di oltre 110 metri quadrati con il messaggio “Climate Justice now”.
Ogni anno 21,5 milioni di persone sono costrette a migrare a causa di siccità, tempeste o alluvioni: si tratta di un numero doppio rispetto al numero di persone costrette a fuggire da guerre e violenza, come documentato dal report “Climate Change, Migration and Displacement”, pubblicato in queste ore da Greenpeace Germania.
I cambiamenti climatici innescano eventi disastrosi che colpiscono più duramente quei Paesi che meno hanno contribuito alle emissioni di gas serra, dando il via a un circolo vizioso: i disastri ambientali rendono più vulnerabili i Paesi colpiti, che diventano così sempre meno capaci di proteggersi dalle catastrofi naturali.
Quest’ingiustizia non potrà che peggiorare se continueremo a bruciare petrolio, carbone e gas, i maggiori responsabili dell’aumento di temperatura sulla Terra! 
I Paesi del G7 devono fare chiarezza con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump: è inaccettabile che gli Stati Uniti si sottraggano agli impegni assunti per proteggere il clima. 

Il futuro di noi tutti, a cominciare dai milioni di persone che abitano aree vulnerabili alle conseguenze dei cambiamenti climatici, è a rischio: dobbiamo accelerare le politiche in difesa del clima e la transizione verso le energie rinnovabili! 
Fai sentire anche tu la tua voce, firma l'appello rivolto ai leder del G7
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26 maggio 2016

C’era una volta l’ambiente. G7: i leader piantano alberelli. Ma finanziano le centrali di carbone

Tratto da notiziegeopolitiche.net

G7: i leader piantano alberelli. Ma finanziano le centrali di carbone

inquinamento
Risultati immagini per G7: i leader piantano alberelli.

C’era una volta l’ambiente. E poi c’erano loro, i vari leader mondiali che non perdevano occasione per mostrare al mondo intero il loro impegno per salvare il pianeta. Almeno una volta al mese, in immagini di alto profilo mediatico, si presentano come paladini dell’ambiente. Dopo le foto di gruppo di novembre in occasione del COP21 a Parigi, e le immagini di capi di stato e di governo a New York mentre firmavano le promesse per l’ambiente, è stata la volta del G7, in Giappone.
Qui, ancora una volta, i rappresentanti dei paesi non hanno perso occasione per farsi riprendere mentre piantano ciascuno un alberello. Una scena idilliaca e rassicurante.
Peccato che poi, una volta spenti i riflettori, le leggi e le decisioni che ciascuno di loro prende sono completamente diverse. Nessuno di loro pensa realmente a salvare il pianeta e nemmeno di ridurre le emissioni di CO2.
Lo dimostrano i dati, appena diffusi, del rapporto “Swept Under the Rug: How G7 Nations Conceal Public Financing for Coal Around the World”, redatto dal Natural Resources Defense Council (Nrdc), dal Wwf e da Oil Change International.
Solo nel 2015 i paesi che partecipano al G7 hanno stanziato ben 2,5 miliardi di dollari alla produzione di energia elettrica per mezzo di carbone, una delle fonti energetiche maggiormente responsabili delle emissioni di CO2. E, se si guarda al periodo tra il 2007 e il 2015, i miliardi diventano 42. Primo fra tutti, proprio il paesi ospitante, il Giappone, “con finanziamenti pari a più di 22 miliardi di dollari per impianti a carbone all’estero nel periodo 2007-2015”, ha detto il Wwf Italia.
E poi la “verde” Germania, quella che solo pochi giorni fa si è vantata di avere realizzato per un giorno “emissioni zero”: ebbene, le somme destinate da questo paese alle centrali a carbone ammontano alla considerevole somma di 9 miliardi. 
E poi ancora, gli Usa con 5 miliardi, la Francia con 2,5 miliardi, l’Italia con 2 miliardi di dollari, il Regno Unito con 1 miliardo e il Canada con meno di 1 miliardo.
Le conseguenze di queste scelte e di quelle di tutti i paesi che hanno fatto bella figura a Parigi e a New York per poi promuovere l’uso del carbone come fonte energetica saranno terribili: a denunciarlo è stato lo stesso presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, che ha detto che i paesi nel sud e sud-est asiatico sono in procinto di costruire centinaia di centrali elettriche a carbone nei prossimi 20 anni, nonostante le promesse fatte a Parigi per tagliare le emissioni di gas ad effetto serra e perno ad un futuro di energia pulita.
I tre quarti delle nuove centrali a carbone in costruzione in Asia saranno costruite in Giappone, in Cina, in India, in Indonesia e in Vietnam. “Sarebbe un disastro per noi e il nostro pianeta”, ha detto Kim, ......
La verità è che per questi paesi forse l’ambiente conta pure, ma di certo contano molto di più altri interessi.
Anche l’Italia, che si vanta di aver raggiunto il massimo di energia prodotta da fonti rinnovabili, non è incolpevole. “.....
Inutile dire che queste scelte non potranno non avere ripercussioni anche su un altro dato: ogni anno sette milioni di persone muoiono a causa dell’inquinamento provocato da questi combustibili. A confermarlo sono gli ultimi dati forniti dall’Unep.
Milioni di persone morte a causa delle scelte fatte da capi di stato che poi si sono dilettati a farsi fotografare mentre firmano qualcosa senza valore (visto che solo pochi hanno ratificato il COP21) con un bambino in braccio o, come è avvenuto ieri, mentre piantano un alberello in un giardino nel paese del Sol Levante.
Su notiziegeopolitiche.net l'articolo integrale

03 maggio 2016

L'appello del WWF al G7 :"Bloccare gli investimenti nel carbone". Video Liguria a zero emissioni

Tratto da Qualenergia

"Bloccare gli investimenti nel carbone", l'appello del WWF al G7


Per limitare l'aumento della temperatura media globale a 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali, è necessario che le economie mondiali adottino modelli energetici liberi dai combustibili fossili. Il raggiungimento di questo obiettivo implica che prima del 2050 il settore dell'elettricità, a livello globale, sia decarbonizzato. Le richieste e il report del WWF.

Con l'Accordo di Parigi sul clima i Governi si sono pubblicamente impegnati a limitare l'aumento della temperatura media globale a 1.5 °C rispetto ai livelli preindustriali, e comunque ben al di sotto dei 2 °C. In questa strada verso la decarbonizzazione “il carbone è il primo combustibile fossile di cui fare a meno”. Lo ha ricordato ilWWF con la pubblicazione dello studio "The incompatibility of high-efficient coal technology with 2 °C scenarios" commissionato all'istituto Ecofys e rivolto particolarmente ai Paesi del G7 in previsione del vertice di maggio.
Per onorare l'impegno assunto a Parigi – spiega l'associazione - è necessario che le economie mondiali operino al più presto il passaggio verso modelli energetici liberi dai combustibili fossili e secondo gli scenari prospettati dall'International Panel on Climate Change (Ipcc), il raggiungimento di questo obiettivo implica che prima del 2050 il settore dell'elettricità, a livello globale, dovrà essere decarbonizzato.
Il carbone è il combustibile a maggiore impatto climatico e ambientale, ma è anche il primo di cui si possa fare a meno in tempi rapidi. 
Occorre quindi puntare con più decisione verso questa direzione - spiega il WWF - e smettere di investire nello sviluppo di tecnologie volte a migliorare le prestazioni del settore carbonifero. .....
Come dimostrato chiaramente nel rapporto Ecofys, infatti, il bilancio globale del carbonio e il tempo che ci rimane a disposizione per ridurre le emissioni di gas serra non consentono una semplice sostituzione dei vecchi impianti a carbone con nuove centrali a carbone dotate di questa tecnologia, anche se più efficienti di quelle vecchie.
Il vertice del G7 di Ise-Shima in Giappone, che si terrà dal 26 al 28 maggio prossimi, offrirà l'opportunità alle principali economie avanzate del mondo di dare l'esempio e allineare le proprie politiche agli obiettivi di COP21.
Per questo, ai Paesi del G7, il WWF chiede di:
  • porre immediatamente fine a ogni tipo di finanziamento pubblico volto allo sviluppo tecnologico di nuovi impianti a carbone;
  • applicare rigorosamente l'Oecd sector understanding on export credits for coal-fired electricity, vale a dire vietare o eliminare gradualmente il sostegno pubblico per le centrali elettriche a carbone a tutti i tipi di sostegno all'esportazione;
  • impegnarsi pubblicamente a eliminare le centrali a carbone nei propri Paesi,in vista dell'obiettivo globale della decarbonizzazione; una strada già intrapresa con successo nel Regno Unito che, a dispetto della sua lunga tradizione nell'industria del carbone, sta procedendo alla chiusura di ben cinque centrali a carbone (su dieci totali) entro il 2016.

08 giugno 2015

G7 ambiente , la Merkel annuncia "la fine dell'era dei combustibili fossili".


Tratto da Panorama 

Clima: i G7 e l'inganno del carbone

Anche l'Italia è tra i paesi nei quali l'uso di carbone, anziché diminuire, sarebbe aumentato negli ulimi 5 anni

In vista del cruciale vertice di Parigi sul clima previsto a dicembre, i paesi industrializzati dovranno farsi un bell'esame di coscienza. Da anni ormai assistiamo al tira e molla tra i negoziatori su chi debba ridurre maggiormente le proprie emissioni di CO2, con i paesi del G7 che non ci stanno a fare da soli la parte dei cattivi e chiedono che i colossi emergenti come Cina, India e Brasile facciano la loro parte per mitigare i gas serra. Ma una scomoda verità a riguardo la racconta un rapporto di Oxfam appena pubblicato secondo il quale 5 dei paesi che fanno parte del G7 (Italia inclusa) avrebbero addirittura aumentato il proprio consumo di carbone negli ultimi 5 anni, cioè da quando nel 2009 si svolse un altro importante vertice sul clima a Copenaghen.
Continua a leggere qui


Tratto da Ecodallecitta'
G7, la Merkel annuncia "la fine dell'era dei combustibili fossili"
La cancelliera Angela Merkel ha annunciato che i principali paesi industrializzati, riuniti a Garmisch, hanno concordato misure severe per ridurre i gas serra eliminando gradualmente l'uso di combustibili fossili per la fine del secolo.
 Il termine usato dalla Merkel è stato”decarbonise the global economy in the course of this century” ovvero decarbonizzare l'economia mondiale nel corso di questo secolo.
Le associazioni ambientaliste descrivono l'annuncio come un ulteriore segno di speranza, che introduce il tema della decarbonizzazione all'interno del COP21 che si terrà a Parigi a dicembre.
In concreto il G7, composto da Germania, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Canada, Giappone e Italia, si è impegnato ad aumentare di 100 miliardi di dollari il fondo per i finanziamenti destinati a contrastare e mitigare gli effetti del cambiamento climatico.
“L’accordo dei leader del G7 sul clima è un segnale importantissimo. – Lo ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti - Che i paesi industrializzati decidano di adottare politiche per mantenere il surriscaldamento globale entro i 2 gradi, cioè alzino al massimo l’asticella dell’impegno politico sul climate change, è il miglior viatico per l’accordo di Parigi”.
“Ora – sottolinea ancora il Ministro - bisognerà lavorare per trovare soluzioni equilibrate, anche finanziarie, che consentano ai colossi asiatici Cina e India e ai paesi poveri di aderire ad un accordo per essere efficace dovrà essere alto, ambizioso ed equo”.
La European Climate Foundation ha descritto l'annuncio dei leader del G7 come storico, dichiarando che l'accordo segna "la fine dell'era dei combustibili fossili" ed è un "importante pietra miliare sulla strada per un nuovo accordo sul clima a Parigi".
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Giornale dell'Umbria‎ -Lo dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf. I Paesi del G7 hanno infatti deciso di ...Continua a leggere

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Leggi su Greenbiz

Cambiamenti climatici: dal G7 arriva l'accordo. Ma e' davvero efficace?

...........La seconda giornata del G7 in corso ad Elmau, in Baviera, si è aperta con gli attivisti di Greenpeace che hanno proiettato con un laser il messaggio "G7: Go for 100% renewables!" sul massiccio di Zugspitz. Un invito rivolto ai leader mondiali riuniti in Germania.I sette paesi sono impegnati a passare a un modello economico con un minore impatto climatico globale e a favorire la transizione energetica entro la metà di questo secolo.
g7gp

07 giugno 2015

I leader mondiali del G7 dovrebbero prendere a calci l'anacronistica propensione per il carbone.

Tratto da Climatenewsnetwork ( Traduzione simultanea)
I leader mondiali dovrebbero prendere a calci l'anacronistica propensione per il carbone

                  
Il Rapporto di Oxfam dice che le centrali elettriche a carbone nel gruppo dei paesi del G7 dovrebbero essere eliminate per salvare delle vite umane, del denaro e il pianeta.
LONDRA, 6 Giugno 2015 - I leader dei paesi del G7 nel vertice in questo fine settimana in Germania vengono chiamati oggi ad assumere un ruolo guida impegnandosi a porre fine alla combustione del carbone per la produzione di energia elettrica nel mondo industrializzato.


“Let Them Eat Coal” un rapporto del gruppo Oxfam , 
spiega come cio' possa essere raggiunto senza difficoltà
 finanziarie, e avverte che continuando a bruciare 
carbone si uccideranno milioni di persone a causa
 delle scarsità di cibo che il cambiamento climatico
 causerà.

Il rapporto è sostenuto da un gruppo di scienziati, 

politici, industriali, sindacalisti e attivisti, che dicono
 che solo con la leadership politica da parte del G7
 possono essere evitate le prospettive di un 
cambiamento climatico pericoloso.

Arma di distruzione
E sottolinea: "Ogni centrale elettrica a carbone può
 essere vista come arma di distruzione del clima - 
alimentando situazioni meteorologiche disastrose,
che devastano i raccolti, provocano l'aumento dei prezzi
 alimentari .... finendo così per lasciare più persone 
che soffrono la fame. Questi impatti climatici ricadono 
in maniera sproporzionata sulle persone più vulnerabili ,
 la combustione del carbone sta ulteriormente esacerbando
 le disuguaglianze ".

Oxfam sottolinea che le centrali a carbone dei paesi del
 G7 emettono emissioni di anidride carbonica da 
combustibili fossili due volte tanto quanto tutta l'Africa,
e che i "ricchi paesi industrializzati devono smettere
 di nascondersi dietro paesi come la Cina e prendere
 l'iniziativa di prendere a calci l'anacronistica 
propensione per il carbone".

Il carbone fornisce il 41% di energia elettrica del mondo,
ma provoca il 72% delle emissioni per il settore dell' energia .
Il rapporto descrive come ora sia più conveniente, nei
 paesi del G7,investire e produrre energia elettrica 
con fonti rinnovabili che in impianti a carbone .

Il rapporto mostra quante obsolete centrali a carbone 
funzionano ancora in ogni paese del G7 , e di come i paesi
 più ricchi del mondo, siano in grado di passare a 
soluzioni alternative, con la conseguente creazione 
di posti di lavoro e senza perdere soldi.

"Questo non è un sogno irrealizzabile - 
si tratta di una chiara opportunità politica 
che i governi del G7 possono e devono 
cogliere "

Pochi paesi del G7 hanno costruito nuove centrali a 
carbone, così chiudendo quelle vecchie non avrebbero
 perso investimenti di capitale. Ironia della sorte, la 
Germania,che si considera un leader mondiale nel settore 
delle energie rinnovabili e la fa da padrona G7, ha aperto 
nuove grandi centrali a carbone e ci vorrà più tempo per 
eliminare gradualmente il carbone a meno che non sia
 disposta a perdere soldi.

La relazione conclude che, senza perdite finanziarie, la
 Francia potrebbe eliminare gradualmente il carbone 
entro il 2020, il Regno Unito entro il 2023, e in Italia dalla
 metà degli anni 2020. Canada e Stati Uniti potrebbero
 seguire entro il 2030, il Giappone entro il 2035, e in 
Germania entro il 2040.

Oltre a Germania e Giappone, che hanno investito molto 
in nuove centrali a carbone, tutti i paesi del G7 hanno una
 flotta invecchiata, nella quale è stato da tempo ripagato l'investimento iniziale. Ad esempio, l'età media delle 
centrali a carbone negli Stati Uniti è 45 anni , e nel Regno
 Unito è 41. Anche in Germania e Giappone, la maggior 
parte delle centrali a carbone sono degli stessi anni.

Il rapporto mette in guardia: " Le centrali elettriche a
 carbone sono il più grande ostacolo in piedi tra di noi 
e l'obiettivo concordato a livello internazionale per  
limitare il riscaldamento a 2 gradi centigradi .

Tecnologie pulite

"I leader del G7 riuniti nel 2015 sono in grado di 
segnalare l'inizio della fine dell'era del carbone.

In questo modo, essi possono creare un nuovo impulso 

verso i cruciali negoziati sul clima delle Nazioni Unite 
di quest'anno a Parigi e creare migliaia di nuovi posti 
di lavoro nel campo delle tecnologie pulite del futuro.
"Come mostrano i piani di uscita dal carbone specifici 
 per ogni paese descritti in questo documento, questo non
 è un sogno irrealizzabile - è una chiara opportunità 
politica che i governi del G7 possono e devono cogliere."

Tra coloro che sottoscrivono la relazione c'è il professor 

Olivier De Schutter, co-presidente del panel internazionale 
di esperti sui sistemi alimentari sostenibili . Ha detto che le
 centrali a carbone "sempre più assomigliano armi di distruzione verso coloro che soffrono gli effetti del cambiamento dei modelli delle precipitazioni, nonché di
 eventi meteorologici estremi. Fare in modo di liberarsi 
della nostra dipendenza dal carbone è possibile e necessario. "

Dr Michael Grubb, ricercatore senior presso il Centro Universitario di ricerca di Cambridge per mitigare il 

cambiamento climatico , ha dichiarato: "L'ironia straordinaria
 è che studio dopo studio viene mostrato che il carbone è 
un male per le economie del G7. I danni associati con 
l'estrazione e la combustione di carbone superano qualsiasi guadagno economico evidente - prima ancora di considerare 
il suo impatto sul cambiamento climatico. "
Tratto da ClimateNetwork



Oxfam è una confederazione internazionale di 17 
organizzazioni che lavorano insieme in più di 90 nazioni , 
e fanno parte di un movimento globale per il cambiamento,
per costruire un futuro libero dall'ingiustizia della poverta'.

06 giugno 2015

La 43esima Giornata mondiale dell’ambiente cade alle spalle del G7:l’appello delle associazioni ambientaliste

Tratto da QualEnergia


La Giornata mondiale dell’ambiente alle spalle del G7.
L’appello delle associazioni ambientaliste alla vigilia del vertice in Germania

terra uomo pensiero natura pianeta
Per la 43esima volta viene celebrata la Giornata mondiale dell’ambiente, un appuntamento divenuto ormai poco più che stanca tradizione in ricordo della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente umano. Da quel celebre evento del 1972 a oggi molto è cambiato, ma per il pianeta e il nostro sostenibile sviluppo all’interno dei suoi limiti non sono arrivate tante buone notizie. .......
Quello verso lo sviluppo sostenibile è un processo concretamente attuabile solo a livello globale, e l’augurio è che la Giornata mondiale dell’ambiente rimanga impressa ai leader mondiali che presto si riuniranno al vertice del G7 a Elmau, in Germania.
Alla vigilia del vertice, le associazioni ambientaliste dei 7 Paesi membri si sono riunite in un appello per chiedere ai propri leader di «inviare un forte segnale politico a sostegno di una più decisa azione dei governi nel contrasto dei cambiamenti climatici in corso.
I governi del G7 – rappresentando i maggiori Paesi industrializzati del pianeta – hanno la responsabilità di assumersi impegni più ambiziosi nella lotta ai cambiamenti climatici, attraverso una rapida decarbonizzazione delle loro economie e il sostegno finanziario ai paesi più poveri. Impegni ambiziosi da parte del G7 sono fondamentali per rendere possibile il raggiungimento di un nuovo accordo globale sul clima il prossimo dicembre a Parigi».
Secondo le associazioni ambientaliste dei Paesi del G7, «per evitare scenari climatici ingestibili, come la scienza ha dimostrato, le emissioni derivanti dai combustibili fossili devono essere gradualmente eliminate a favore di un’economia globale alimentata da fonti rinnovabili. Questa nuova realtà è ormai riconosciuta da un crescente numero di attori economici e industriali a livello mondiale. E’ giunto pertanto il momento che il G7 acceleri questo processo concordando di guidare l’eliminazione globale delle emissioni da fonti fossili entro il 2050».
Nell’appello al G7 si sottolinea che «il processo di decarbonizzazione inizia nel proprio Paese affrontando la fonte fossile più inquinante: il carbone. ...... Chiediamo ai leader del G7 di abbandonare il ricorso al carbone nei propri Paesi e di eliminare il sostegno ai progetti di centrali a carbone nei Paesi in via di sviluppo».......
Su QualEnergia l'articolo integrale

04 giugno 2015

Ieri 3 Giugno importante intervento dell'Avvocato Matteo Ceruti al Parlamento Francese sulla centrale Tirreno Power

Tirreno Power, importante intervento 

per la Rete Fermiamo Carbone 

dell' Avvocato Matteo Ceruti 





Ieri 3 Giugno importante intervento dell'Avvocato Matteo Ceruti al Parlamento Francese sulla centrale Tirreno Power

Alla vigilia del G7 dove il clima sarà all'ordine del giorno, "Friends of the Earth", ieri si è svolto un importante seminario promosso presso il Parlamento Francese e patrocinato da Jean-Paul Chanteguet Presidente della Commissione Sviluppo Sostenibile e della pianificazione territoriale della Assemblea Nazionale, un seminario sul ruolo dello Stato in società energetiche in cui è azionista, come Engie (ex GDF Suez, proprietaria in Italia di metà delle azioni di Tirreno Power).

Nella prestigiosa sede della commissione dell'Assemblea Nazionale, l'Avv. Matteo Ceruti, legale delle associazioni savonesi e nazionali a difesa e tutela dell'ambiente e la salute nei confronti della centrale a carbone di Vado Ligure, è intervenuto (su invito degli organizzatori) sul caso della centrale vadese e sul sequestro dei gruppi a carbone .

Nel corso della dettagliata esposizione dell'Avv Ceruti, le personalità presenti si sono mostrate estremamente interessate all'iter giuridico e scientifico di questo caso italiano, intervenendo con molte domande specifiche di approfondimento riguardo anche alla possibile applicabilità nel contesto francese del procedimento adottato a Vado Ligure.

Leggi anche su WWF

Il caso Vado Ligure approda in Francia


Il caso Vado Ligure approda in Francia
Alla vigilia del G7, in cui il tema clima sarà all'ordine del giorno, il 3 giugno si è svolto un importante seminario "Clima e carbone: il ruolo dello Stato azionista" presso il Parlamento Francese, evento patrocinato da Jean-Paul Chanteguet Presidente della Commissione Sviluppo Sostenibile e della pianificazione territoriale della Assemblea Nazionale. Nel seminario si è dibattuto sul ruolo dello Stato azionista di società energetiche, come ad esempio “Engie” (ex GDF Suez) proprietaria in Italia di metà delle azioni di Tirreno Power. La Francia è dunque il principale socio della società che possiede l’impianto a carbone di Vado Ligure, entrato nell’occhio del ciclone quando, nel marzo 2014, la procura di Savona ha disposto la chiusura dei 2 gruppi a carbone dell’impianto, mettendo sotto inchiesta i manager della società
 per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo di più di quattrocento persone decedute per patologie connesse all’inquinamento nell’area di Vado tra il 2000 e il 2007.
Leggi l'articolo intergale

Tratto da Les Amis de la Terre

                            

3 giugno 2015: Seminario "Clima e carbone: il ruolo dello Stato azionista"

.........I testimoni e gli esperti provenienti dalle  aree interessate da gli investimenti nel  carbone di EDF e Engie metteranno in evidenza gli impatti sul clima, le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni locali per  questi progetti, e  si discutera' sui potenziali impatti in Europa  del precedente giuridico costituito dalla chiusura della centrale di Vado Ligure in Italia ,per la  decisione del giudice......


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Tratto  da RECOMMON


LE RESPONSABILITÀ FRANCESI ED ITALIANE NEL CARBONE KILLER DI VADO LIGURE
SCRITTO DA ADMIN IL . 

L'azione di Les Amis de La Terre contro il carbone, 28 aprile 2015. 

[di Antonio Tricarico]
Proteste inusuali hanno avuto luogo martedì scorso all’ingresso dell’assemblea degli azionisti della società energetica francese Gas de France (GDF), il colosso transalpino controllato in parte dal governo francese.
Les Amis de la Terre e altri attivisti e ambientalisti francesi si sono presentati all’ingresso dell’incontro camuffati da Francois Hollande chiedendo di entrare, senza successo. Alla fine del 2014 il presidente francese aveva annunciato, infatti, l’intenzione del governo di metter fine al finanziamento pubblico per gli impianti a carbone nel mondo.
Una decisione di rilievo, presa in vista dell’importante scadenza dei negoziati sul clima del vertice di Parigi del prossimo dicembre. Eppure, tale decisione sembra non applicarsi alle società controllate dall’Eliseo, tra cui la GDF e l’altro colosso francese EDF.
Gli “attivisti Hollande” avrebbero voluto chiedere ai manager della GDF di adeguarsi alla decisione e prestare attenzione alle parole del presidente francese, invece di continuare a investire in impianti a carbone dal Sudafrica alla Polonia.
GDF – il cui nome proprio in questi giorni sta mutando in “Engie” – è anche il principale socio dellaTirreno Power, la società che possiede l’impianto a carbone di Vado Ligure, entrato nell’occhio del ciclone quando nel marzo 2014 la procura di Savona ha autorizzato la chiusura ed il blocco dell’impianto con l’accusa nei confronti dei manager della società di disastro ambientale ed omicidio colposo plurimo di più di quattrocento persone decedute nell’area di Vado tra il 2000 ed il 2007.
La morte di queste persone sarebbe dovuta, secondo i magistrati inquirenti, alle emissioni nocive del carbone bruciato in centrale. Una decisione unica nell’intero panorama giuridico internazionale. A breve è atteso il possibile rinvio a giudizio degli indagati.
In seguito alla chiusura di uno dei suoi principali asset, la Tirreno Power ha acuito la sua già precaria situazione economico-finanziaria. Con grande difficoltà e ritardo sono stati chiusi i bilanci del 2013 i cui certificatori si sono rifiutati di validare. Si è ancora in attesa dei bilanci 2014, dopo che la società lo scorso gennaio è riuscita a strappare un generoso accordo di ristrutturazione del proprio debito pari quasi ad un miliardo di euro con le tre banche creditrici: Unicredit, Mediobanca e BNP Paribas-BNL.
Non è chiaro ad oggi su quale piano industriale le banche abbiano deciso di dare ancora credito alla società, ed in particolare se questa consideri che l’impianto verrà riaperto presto. Un dettaglio non da poco, al punto che – da fonti interne – emerge che i manager di GDF a Parigi sono alquanto preoccupati e, se la situazione non dovesse cambiare, potrebbero anche uscire dall’investimento nella Tirreno Power.
Le banche incalzate da Re:Common ed altre associazioni ambientaliste italiane hanno recentemente declinato di esprimersi sulla vicenda e sulle loro responsabilità in questa, in nome della confidenzialità commerciale (ecco la lettera inviata alle banche, la risposta di Unicredit e la risposta di BNP Paribas)
Peraltro, nel caso di Unicredit, togliendo credibilità alla policy interna che questa banca si sarebbe data da alcuni anni per limitare il suo sostegno alle fonti energetiche più inquinanti e causa dei cambiamenti climatici.
Se Hollande non viene ascoltato dai manager di GDF – e si vedrà se il governo francese avrà il coraggio di pronunciarsi sul caso oppure no – nel caso italiano il governo si pone addirittura il problema di come aiutare la società a riaprire l’impianto a carbone, andando contro gli atti della procura di Savona.
Da più parti è stato chiesto un decreto “apri-Vado” a palazzo Chigi, cavalcando il nefasto precedente dell’Ilva di Taranto. Ma in questo caso è un po’ difficile giustificare che il vecchio impianto di Vado è un asset strategico nazionale, a fronte di un libero mercato dell’energia e soprattutto un eccesso di capacità di generazione elettrica installata in Italia.
In più, la centrale ligure non sarebbe ancora riuscita a rispettare i criteri fissati nella nuova autorizzazione integrata ambientale, mandando in fumo la credibilità della società. Se arrivasse a breve il rinvio a giudizio per i manager della Tirreno Power, l’impianto sarebbe a tutti gli effetti da considerare uno “stranded asset” senza valore e quindi da rottamare. E la magistratura italiana avrà dimostrato di essere molto più sensibile alla salute dei cittadini e alla lotta ai cambiamenti climatici del rottamatore che siede a Palazzo Chigi.