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19 novembre 2018

Salvate i nostri bambini dall'inquinamento. L'Italia è il Paese europeo in cui i bambini sono più esposti

Tratto da Corriere Quotidiano

Salvate i bambini dall'inquinamento. L'Italia è il Paese europeo in cui i bambini sono più esposti

I bambini del Nord Italia sono i più esposti all'inquinamento atmosferico.. i più esposti di tutta Europa. Un dato allarmante che ci costringe a prendere delle misure atte a contenere il problema. 
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In Ue la cifra di incenerimento considerata ottimale è il 23%. Sempre che il problema fossero i rifiuti urbani (e non lo sono). Quindi, comunque, sia in Lombardia che in Campania si incenerisce troppo e i bambini si ammalano più che in tutta Europa anche per questo!
 Nei giorni scorsi, a Napoli, accompagnando quale consulente tecnico padre Maurizio Patriciello, abbiamo incontrato “de visu” il ministro dell'Interno Matteo Salvini sul tema " Terre dei fuochi". Abbiamo illustrato con chiarezza le nostre priorità di richiesta di intervento sui rifiuti industriali e tossici e in particolare sui rifiuti industriali prodotti in regime di evasione fiscale che, insieme, costituiscono circa il 90% dei rifiuti prodotti alla base del fenomeno delle “Terre dei Fuochi” in tutta Italia! Al primo punto è stato quindi ribadito un intervento diretto alla emersione fiscale del “lavoro a nero” nella linea prioritaria di intervento indicata sin dal 2014 dal prefetto Donata Cafagna. Immediatamente dopo, è stato richiesto un intervento quanto più efficace e veloce possibile sulla "tracciabilità dei rifiuti industriali", al momento da decenni totalmente assente e che – per le ovvie maggiori quantità di rifiuto industriale prodotto – mette in gravissimo pericolo di disastro ambientale e danno sanitario innanzitutto le Terre dei Fuochi del Nord, in particolare la provincia di Brescia.
Successivamente – e con i precedenti punti come presupposto – intervenire sull’impiantistica necessaria che, in Campania come altrove, deve vedere prioritaria l’impiantistica per il corretto smaltimento dei rifiuti industriali e non certo solo urbani, a cominciare dagli impianti per i rifiuti ospedalieri e per i rifiuti tossici come l’amianto, non certo ulteriori quanto inutili inceneritori. Abbiamo fatto presente infatti che la Campania è già dotata di un maxi inceneritore che, da solo, equivale e già brucia più di tutti gli inceneritori (otto) oggi presenti nel LazioToscana,UmbriaMolisePuglia e Marche messi insieme e che gli indispensabili impianti di compostaggio non sono bene accetti dalla popolazione a seguito della mancata tracciabilità certa dei rifiuti in ingresso, nella perdurante assenza di tracciabilità sia dei rifiuti industriali che dei rifiuti umidi urbani. Abbiamo chiesto un intervento di legge immediato sulla tracciabilità di tutti i manufatti specie del settore tessile e pellettiero, a tutela della qualità del marchio italiano, sulla base del principio, già in vigore per il prodotto agroalimentare, che “ogni manufatto non tracciato è di per se stesso un manufatto insalubre!”.
A completamento e integrazione di quanto affermato abbiamo quindi consegnato al ministro, che ha letto con attenzione, la allegata tabella di produzione totale dei rifiuti in Italia, per kg di produzione procapite/anno, sulla base dei dati Ispra 2018 sui rifiuti speciali pubblicati la settimana scorsa, da cui si evince chiaramente l’enorme sproporzione di produzione dei rifiuti soprattutto in evasione fiscale tra Nord e Sud di Italia. Le Terre dei Fuochi – cioè il mancato controllo e corretto smaltimento dei rifiuti industriali e non urbani e soprattutto dei rifiuti industriali prodotti in regime di evasione fiscale e quindi da smaltire obbligatoriamente in modo illegale e tossico – sono in gran parte al Nord con problemi anche sanitari più che doppi rispetto al Sud!
Questa enorme sproporzione di produzione di rifiuti industriali, che nei decenni scorsi era stata la base del flusso di rifiuti tossici dal Nord verso il Sud, è oggi – in presenza di una legge che punisce penalmente con oltre cinque anni di reclusione “l’incendio dei rifiuti abbandonati” – il movente preciso per cui gli incendi si sono spostati dai bordi delle strade all'interno dei depositi di stoccaggio legali, sia al Sud che al Nord di Italia, e dell’inversione dei flussi di rifiuti tossici dal Sud verso gli impianti legali del Nord ma soprattutto, dal momento che si è sempre a Sud di qualcuno, di intensi quanti pericolosi flussi di rifiuti tossici in provenienti dal Sud della Germania e indirizzati innanzitutto verso gli impianti legali della Lombardia (Procura di Trento) con eccezionale nocumento della salute pubblica soprattutto in alcune province lombarde (Brescia!).
Abbiamo quindi lasciato al ministro Salvini un preciso messaggio: salva i bambini, ma innanzitutto i bambini lombardi prima dei napoletani! Lo andremo a ribadire direttamente a Brescia ai Comitati Ambientalisti della Lombardia martedì 20 novembre in presenza del ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Salvate i bambini. ....

25 novembre 2016

“SALUTE PUBBLICA” - Centrale a carbone di Cerano: chi decide se il rischio sanitario è accettabile?

 Centrale a carbone di Cerano: chi decide se il rischio sanitario è accettabile?

Martedì 22 novembre, in Commissione Territorio, ambiente, beni ambientali del Senato sono stati auditi tre ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) sulla centrale a carbone Enel di Cerano.

La dott.ssa Mangia, ricercatrice dell’Istituto di scienza dell’atmosfera e il clima (ISAC) del CNR di Lecce, ha focalizzato l’intervento sulla ricerca condotta sulla centrale a carbone di Cerano (http://www.mdpi.com/1660-4601/12/7/7667/pdf). Ricerca che ha affrontato il problema del particolato secondario derivante dalle emissioni di gas precursori emessi dalla centrale termoelettrica. Lo studio ha evidenziato che l’area investita dal particolato secondario è molto più vasta di quella interessata dal primario, e che di conseguenza la popolazione esposta è molto più numerosa.
Attraverso un approccio di valutazione d’impatto sanitario, lo studio ha stimato che se si considera solo l’esposizione al particolato primario, sono 4 i decessi attribuibili alla centrale, ovvero i decessi che si stima si sarebbero potuti evitare annualmente se non vi fosse stata esposizione. Se la stima tiene conto anche del particolato secondario, allora il numero dei decessi attribuibili aumenta con una variabilità tra 7 e 44, a seconda dei diversi scenari che si possono assumere.
In conclusione, Mangia ha sottolineato la necessità che in presenza di grandi emissioni di gas che portano alla formazione di  particolato secondario, come è il caso delle centrali a carbone, il particolato secondario entri  nelle valutazioni di impatto ambientale e sanitario e che nel caso della centrale di Brindisi, ignorarne il ruolo conduce ad una sottostima notevole dell’impatto sanitario”.
A seguire è intervenuto il dott. Marco Cervino dell’ISAC di Bologna. Cervino ha evidenziato che i decessi all’anno attribuibili al particolato secondario sono solo una parte degli impatti stimabili, in quanto una valutazione di impatto ambientale e sanitario (VIIAS) dovrebbe essere allargata a danni sanitari diversi dal decesso e a tutte le altre emissioni dell’impianto. Ha inoltre specificato che “nello studio i decessi annualmente attribuibili alla centrale si riferiscono a tutte le cause di decesso, non solo tumori”.
Ha sottolineato le differenze fra i metodi e i risultati dello studio e quelli del Risk Assessment (RA) compreso nella Valutazione di Danno Sanitario presentata da ARPA ed ARES Puglia e dall’ASL di Brindisi: quest’ultimo, non comprendendo il particolato secondario, non effettua la stima del danno attribuibile a questo inquinante. “La VIIAS segue un metodo e utilizza dati diversamente da quanto fa un RA, e conseguentemente ottiene risultati diversi. Gli effetti sanitari avversi ricavabili col metodo VIIAS, come i decessi attribuibili, possono essere (e in questo caso, sono) aggiuntivi a quelli determinati dal RA.” Lo studio potrebbe fornire un modo per valutare l’impatto sanitario (almeno per i decessi attribuibili) del particolato secondario. Questa indicazione dovrebbe essere colta dalle autorità competenti, per esempio quelle impegnate nella procedura di rinnovo della AIA.
A questo ultimo proposito Cervino ha rilevato che nelle procedure autorizzative delle nuove centrali termoelettriche di grandi dimensioni, anche alimentate a gas naturale, l’impatto ambientale del particolato secondario è stato preso in considerazione negli ultimi anni, avendo come esito limitazioni all’esercizio o diniego di autorizzazione all’esercizio delle centrali.
L’intervento del dott. Emilio Gianicolo, ricercatore dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Lecce, ha avuto come filo conduttore l’accettabilità dei rischi sanitari e i soggetti che devono essere titolati a definirla. Ha specificato che nello studio CNR i ricercatori non hanno assunto a-priori alcuna soglia di accettabilità e ciò per due motivi tra loro interconnessi.
L’individuazione di una tale soglia, non può essere delegata a tecnici, a cui riconoscendo uno statuto morale superiore, si concede il privilegio di discernere, per una data comunità esposta, tra un rischio accettabile ed uno inaccettabile. Ma che “questa soglia debba essere il frutto di un percorso consapevole della comunità medesima con la necessità che la popolazione esposta comprenda il livello di rischio. La comunicazione” ha aggiunto è, nel percorso di consapevolezza, un elemento imprescindibile. È di tutta evidenza che il comunicare una misura assoluta di rischio, come lo è il numero dei decessi attribuibili ad una fonte di inquinamento, renda la comunicazione scientifica più facilmente fruibile della comunicazione di una potenza 10-x”.
Il ricercatore ha completato l’intervento commentando come i limiti di legge attualmente in vigore “non sono in grado di salvaguardare adeguatamente la salute pubblica. Detti limiti sono, infatti, il frutto di compromessi tra esigenze di salute ed esigenze economiche, politiche e tecnologiche. Ha inoltre richiamato la necessità di attuare il principio di precauzione ossia chein caso di pericoli, anche solo potenziali, per la salute umana e per l’ambiente, deve essere assicurato un alto livello di prevenzione. Infine, per quanto concerne la prevenzione e, dunque, la salvaguardia della salute pubblicaun’indicazione operativa deve presupporre come ipotesi di partenza che nessun decesso, attribuibile alle emissioni di una centrale a carbone, possa essere accettabile. Da qui si devono derivare i necessari interventi da compiere sugli impianti, poiché solo interventi efficaci e mirati sull’impiantistica e sulla bonifica ambientale possono eliminare ogni nocività e rischio per le persone.
Il video degli interventi è disponibile al seguente indirizzo http://webtv.senato.it/4621?video_evento=3142.
ASSOCIAZIONE “SALUTE PUBBLICA” – BRINDISI

11 aprile 2016

QUALENERGIA :Polo industriale e centrale a carbone di Brindisi: un'idea di sviluppo che non funziona

Tratto da Qualenergia

Polo industriale e centrale a carbone di Brindisi: un'idea di sviluppo che non funziona

Le esternalità legate al polo industriale di Brindisi e alla centrale Enel a carbone di Cerano devono rimettere al centro delle politiche industriali un aspetto fondamentale per alcune grandi opere: perché per il territorio il saldo è spesso negativo in termini ambientali, sanitari e, nel complesso, anche per ricaduta economica e occupazionale?
Quando si sceglie di assegnare a un territorio un indirizzo economico e quindi di sviluppo, sarebbe opportuno fissare, sulla time line di tale scelta, degli step cadenzati per valutarne l’effettiva efficacia.
Per l’intero polo industriale brindisino questo bilancio non è mai stato veramente effettuato. Al contrario per un territorio a cui fu imposta, agli inizi degli anni ’60, una vocazione diametralmente opposta a quella naturale, si scelse, nonostante gli evidenti segnali negativi in termini occupazionali, di puntare nuovamente negli anni ’80 sull’industria.
Nel 1997, dopo oltre un decennio di gestazione non propriamente condivisa dalle comunità locali che ne contestavano sia l’effettiva capacità di ricollocare cassintegrati e licenziati, nonché l’impatto assolutamente negativo sul comparto agricolo e su quello turistico, entrò in funzione, a pieno regime, la centrale termoelettrica a carbone di Cerano, con una potenza totale di 2.640 MW e un'estensione di circa 270 ettari, per un investimento complessivo, da parte dello Stato, di 7.000 miliardi di lire.
Tutto questo in un territorio la cui “crisi ambientale” è, di fatto, riconosciuta dalla richiesta di “Dichiarazione a Rischio di crisi ambientale” avanzata dalla Regione Puglia già dal 1988, confermata dagli studi dell’ENEA ultimati nel 1995 e sanciti dal DPR del 28 aprile 1998 relativo alla “Approvazione del Piano di disinquinamento e risanamento di Brindisi e Taranto. Tale Decreto riporta, a differenti priorità, tutti gli interventi strutturali e di bonifica che dovevano essere realizzati da Enti pubblici e dalle aziende insediate nell’area industriale al fine di disinquinare il territorio, migliorare le proprie performance ambientali e uscire dalla fase di “crisiambientale”.
Per completezza ricordiamo inoltre che Brindisi è stata definita area SIN (Sito d’interesse nazionale per le bonifiche) con la Legge 426/98 e successivamente perimetrato con Decreto di ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2000, in attuazione dell’articolo 1, comma 4, della predetta Legge.  
Il Sito ha un’estensione complessiva di 114 kmq, distribuiti in circa 21 kmq di aree private e 93 kmq di aree pubbliche (di cui 56 kmq di aree marine, il cui sviluppo costiero è circa 30 kmq). Complessivamente si tratta di 5.800 ettari di terra e 5.600 di mare; in particolare nel settore meridionale del SIN ricade in zona con destinazione urbanistica agricola.
All’interno di tali aree, nello specifico lungo la fascia adiacente al nastro trasportatore, è stata emanata nel giugno 2006 un’ordinanza sindacale di divieto alla coltivazione sulla scorta dei dati di caratterizzazione compiuta dal Commissario Delegato per l’emergenza ambientale in Puglia e, con l’ordinanza n° 5/2016, il Commissario prefettizio del Comune di Brindisi, sancisce il divieto di emungimento e di utilizzo ai fini agricoli delle acque di falda freatica da pozzi situati nella zona industriale e ricadenti nel SIN di Brindisi.
Tornando alla centrale a carbone è giusto domandarsi quale sia stato in seguito l’impatto e la ricaduta economica/occupazionale, comparandolo, in termini quantitativi e qualitativi, con quella sanitaria e ambientale (si veda anche “Rapporto di Valutazione speditiva del Danno Sanitario nell’area di Brindisi, a cura di ARPA PUGLIA, AReS, ASL BR, dicembre 2014, ultima modifica maggio 215 – 10 Mb, pdf).
dati occupazionali al maggio del 2014 dicono che la centrale Federico II di Brindisi impiegava in maniera diretta oltre 450 dipendenti Enel  (ma non tutti residenti in Puglia). Per l’indotto circa 180 persone, appartenenti a ditte terze, impegnati nel settore della logistica del carbone; infine, circa 500 unità – sempre di ditte terze – nell'ambito dell’impianto produttivo. L’80% dell’indotto ha ricadute dirette sul territorio ovvero riguarda direttamente ditte locali, che si traducono a livello economico in oltre cento milioni di euro annui.
Volendo poi comparare questa ricaduta “positiva” con lo studio dell’Agenzia per l’ambiente dell’unione europea (novembre 2011) che definisce la centrale di Cerano l’impianto più inquinante d’Italia e tra i primi 20 in Europa, il saldo della ricaduta sul territorio sprofonda senza attenuanti.
Lo studio quantifica i costi esterni – intesi come danni sanitari e ambientali prodotti dalle sue emissioni - in 536÷707 milioni di euro per il solo 2009; cifra che supera gli stessi profitti che Enel ottiene dalla centrale.
Nel dicembre 2014 è stato diffuso l’aggiornamento del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sui costi economici degli effetti sanitari associati alle emissioni industriali. L'aggiornamento abbraccia un arco temporale dal 2008 al 2012, e rispetto a quello precedente relativo al 2009, la centrale Federico II si conferma in assoluto il peggior impianto italiano in termini di inquinamento. Nel quadriennio le emissioni inquinanti della centrale hanno comportato un costo per le cosiddette esternalità tra 1,3 e 2,9 miliardi di euro.
Questi costi, sostenuti pressoché interamente dalla collettività, non sono contabilizzati in nessun bilancio costo-benefici. Qualora lo fossero diverrebbe palese l’antieconomicità, oltre che l’insostenibilità ambientale e sanitaria, insita in questi mega impianti.
Volendo andare oltre i dati economici e osservando quelli occupazionali, ciò che risalta maggiormente è la diretta conseguenza che la costruzione della centrale e del nastro traportatore – oltre 12 km di lunghezza complessiva – hanno avuto sul preesistente comparto produttivo locale ossia quello agricolo.
Contrada Cerano era caratterizzata da una produzione d’eccellenza di angurie, meloni, vitigni autoctoni, carciofi, pomodori solo per citarne alcuni. L’avvento della centrale - ben prima che la ricaduta al suolo degli inquinanti emessi in atmosfera rendesse necessario l’ordinanza con il divieto assoluto di coltivazione -  sancì la morte di decine di aziende agricole di tradizione decennale e la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro, proprio a causa della costruzione del nastro trasportatore.
La sua costruzione tagliò, di fatto, in due, la falda, con il risultato di privare l’intera area dell’acqua, non solo per l’agricoltura, ma anche per uso domestico. Ad oggi, infatti, i residenti (quelli rimasti) sono costretti, per lavarsi e cucinare, ad utilizzare una fontana pubblica a circa 7 km dalle loro abitazioni.
Oggi bisognerebbe definire fallimentare l’impatto avuto da questo impianto e dal polo industriale nel suo insieme sul territorio e sulla comunità. 
Quando si parla di opere strategiche bisognerebbe sempre capire chi è veramente il soggetto che ne trae maggior profitto, perché ad oggi, nel nostro paese, sempre più spesso le opere definite in questo modo finiscono per diventare veri e propri incubi e poi uscirne è sempre molto complesso.

06 ottobre 2015

Puglia .Centrali a carbone: partire dal danno sanitario....




Il Forum Ambiente Salute e Sviluppo di Brindisi ha colto l’occasione del riesame dell’AIA per presentare al Governo, alla Regione e al Sindaco di Brindisi, in una lettera aperta che di seguito si riporta intergralmente, la necessità di cambiare paradigma proprio alla luce delle recenti evidenze scientifiche, stabilendo, cioè, le prescrizioni di emissione a partire dall’impatto sanitario stimato, cioè dai decessi attribuibili, quindi dalla loro riduzione, per risalire ai limiti di attività da includere consequentemente nell’AIA.

LETTERA APERTA
“Apprendiamo dalla stampa dell’interesse dell’Amministrazione Comunale di Brindisi a svolgere un ruolo attivo nel procedimento di riesame dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA) per la Centrale Enel di Cerano. Negli ultimi mesi, la Centrale è stata oggetto dell’attenzione di istituzioni di controllo e di ricerca regionali e nazionali. Infatti, diverse istituzioni hanno pubblicato rapporti scientifici sull’impatto e sul danno causato dalla Centrale e presentato le stesse anche a Brindisi in occasione di un Convegno promosso da Asl ed Arpa il 14 settembre scorso. In questo documento, passiamo brevemente in rassegna le conclusioni che se ne possono trarre e formuliamo alcune proposte operative.
La Valutazione del Danno Sanitario di ARPA, ASL e ARES
Nella VDS gli autori svolgono quello che in gergo è definito un risk assessment (RA, valutazione del rischio). Con questa valutazione gli autori stimano, infatti, il rischio di sviluppare il cancro per via inalatoria; e un indice di rischio per malattie respiratorie. La VDS ha stimato, dunque, i danni delle sostanze cancerogene contenute nel cosiddetto particolato primario. Gli autori hanno stimato per la stessa tipologia di emissione anche il rischio non-cancerogeno. Con riferimento al solo rischio cancerogeno e valutando solo il particolato primario e le emissioni prodotte dall’erosione eolica del parco carbonile, dalla movimentazione, dal traffico e dalle attività portuali, ARPA, ASL e ARES rilevano un rischio cancerogeno di 0,3/10000 esposti e un rischio non-cancerogeno che riporta l’esistenza di un pericolo in quanto i dati sanitari risultano in eccesso rispetto al riferimento assunto.

 L’articolo di Mangia e altri del Cnr
Gli autori hanno seguito un approccio differente, la valutazione integrata di impatto ambientale e sanitario (VIIAS); hanno utilizzato coefficienti di rischio che pervengono non da studi su animali ma da studi su persone e, nel caso specifico, da studi epidemiologici svolti sulle popolazioni esposte a concentrazioni di particolato (PM2.5). Nell’articolo hanno stimato l’impatto sia del particolato primario emesso dal camino della Centrale sia del particolato secondario che si forma anche a diverse decine di chilometri dal camino (elemento non presente nella VDS). Infine, gli autori hanno calcolato i morti, per qualsiasi causa e dunque non solo per cancro, attribuibili a questo inquinamento (particolato primario + particolato secondario) sulla base delle morti che realmente si sono verificate nell’area in studio, comprendente 120 comuni delle province di Brindisi Lecce e Taranto, nell’anno di studio (2006)......
Per concludere, si vuole sottolineare che le istruttorie AIA ci paiono la sede più opportuna per ragionare sul peso ambientale e sanitario delle attività produttive. La produzione di elettricità dal carbone rimane classificata fra le più impattanti. Oggi abbiamo il modo di ragionare su malattie e decessi: è necessario dunque promuovere modalità di produzione di energia meno nocive e alternative con un programma di medio lungo periodo come è avvenuto in altre parti del mondo come per esempio in North Carolina (USA) (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25046689).

Giovanni CAPUTO. Michele DI SCHIENA, Doretto MARINAZZO, Maurizio PORTALURI
per il FORUM AMBIENTE SALUTE E SVILUPPO”
Qui l'articolo integrale

17 luglio 2013

Grandi industrie, l’ira di Nichi Vendola : «Non rispettano la salute»

Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno

Grandi industrie, l’ira di Nichi: «Non rispettano la salute»
di Massimiliano Scagliarini.

BARI - La centrale Enel di Cerano non è stata sottoposta a valutazione di impatto ambientale, e nell’Aia non sono stati esaminati i profili sanitari. 
Eppure l’Enel, insieme agli altri colossi Enipower e Edipower, ha impugnato il regolamento pugliese sulla valutazione del danno sanitario.
E così mentre a Roma il Tar del Lazio discuteva i tre ricorsi (rinviati a data da destinare), a Bari il presidente Nichi
Vendola ha lanciato la sua nuova sfida: «I giganti industriali del Paese - accusa - non possono giocare di furbizia o fuggire dalle proprie responsabilità ben sapendo che ci sono altri sarcofagi da scoperchiare».


Nel mirino del governatore finiscono gli altri casi simili all’Ilva, cui la Regione (con la legge 21/2012 e il regolamento 24) vuole imporre lo stesso principio già applicato al siderurgico: chi provoca disastri ambientali deve farsi carico (anche) dei danni alla salute.

Con l’Ilva è andata bene, tanto che la valutazione del danno sanitario è stata recepita sia nell’Aia sia nel Decreto 231. Enel, Edipower e Enipower, gestori delle altre grandi centrali (le prime due a Brindisi, le altre due a Taranto) sarebbero destinati allo stesso percorso. Ma stanno provando a opporsi, forse perché - dice la Regione - temono che emerga un nesso di causalità potenzialmente devastante.
Il capo dell’avvocatura regionale, Vittorio Triggiani, tra i più profondi conoscitori del settore, ha consegnato a Vendola una relazione che evidenzia una serie di circostanze. 
Nelle autorizzazioni ambientali rilasciate in sede ministeriale, il concetto di danno sanitario non è minimamente contemplato.
Di più: nelle commissioni Ippc non c’era nemmeno un medico. Eppure le società, nei loro ricorsi, ritengono che la valutazione del danno sanitario chiesta dalla Puglia sia «inutile» proprio perché hanno già ottenuto l’Aia.
La notizia completa sull'edizione della Gazzetta in edicola o scaricabile qui.


22 febbraio 2013

Taranto:Lo Stato dell' Arte e diffusione inquinanti ...

Ave ......., morituri te salutant!

Ascolta con webReader

L'ARPA silenziosamente disegna i "morituri" che camminano dei Tamburi, tra l'indifferenza generale.
E intanto, sul suo sito, ci sono le mappe che inchiodano la città al suo destino di venti, correnti e polveri.
Buona lettura!




 GOVERNANCE AMBIENTALE
Quali meccanismi di controllo?

Nota del 2/2/2012 (tratta dalla sottostante immagine) del Procuratore della Repubblica che evidenziava  che gli elementi accertati nella relazione tecnica possono e dobbono essere valutati dagli enti  diretti destinatari di questa cominicazione (oltre al comune di Taranto ,il Ministro dell' Ambiente e i Presidenti della Regione Puglia e della Provincia di Taranto) ,i quali sono" I TITOLARI"  di specifici "POTERI DOVERI" di INTERVENTO  in materia di tutela dell'ambiente e,soprattutto di  TUTELA DELLA SALUTE ED INCOLUMITA' DELLE PERSONE, da esercitare senza ritardi"

 

25 dicembre 2012

Taranto: “Il regalo sarebbe non ammalarci più”

 Tratto da Articolo tre

Le donne dell’Ilva di Taranto: “Il regalo sarebbe non ammalarci più”

donne ilva- 25 dicembre 2012- "Noi non vogliamo avere più dottori e strutture di eccellenza dove curarci, noi vogliamo semplicemente non ammalarci più".
Lo sostengono in una nota i componenti del Comitato Donne per Taranto che, in occasione del Natale, vogliono "ringraziare i politici locali che tanto si sono spesi per farci capire quanto bravi siano stati ad introdurre nel decreto legge n. 207/2012 le assunzioni nelle Asl e la valutazione del danno sanitario".
"Vogliamo dire ai nostri amministratori e ai nostri politici – prosegue la nota – che facciamo volentieri a meno di queste modifiche e di questi 'contentini'". "Quest'anno i tarantini – si sottolinea – hanno dovuto scartare il loro regalo di Natale, ben confezionato da chi ha il dovere di difendere la salute dei cittadini, in anticipo nonostante più di 4000 cittadini abbiamo firmato una petizione indirizzata al Presidente Napolitano e ai Ministri Clini e Balduzzi con la quale richiedevano di inserire nell'Autorizzazione Integrata Ambientale i dati aggiornati dello studio Sentieri". 
"Nonostante la stessa Aia – si legge ancora – sia stata rilasciata in assenza di un Piano di Emergenza Esterno; nonostante 6000 persone abbiano sfilato in una fiaccolata per sostenere il lavoro della magistratura; nonostante il 15 dicembre 2012 in più di 20mila abbiamo gridato 'No' al decreto Salva Ilva e Ammazza Taranto".
"A chi ha votato a favore del decreto 'ad Ilvam' – conclude la nota – consigliamo vivamente di non decidere di candidarsi a Taranto perché  da noi non riceverà alcun voto. A chi invece ha deciso di votare questi candidati, chiediamo di riflettere sulla propria scelta perchè non si può più essere complici di chi ha deciso di sacrificare la vita di una intera città in nome del profitto di un singolo e delle banche".

02 dicembre 2011

1)I COSTI SANITARI PER LA COMBUSTIONE DEL CARBONE ..........Pagati dalla collettività’ 2)Legambiente: "Sul carbone c'è bisogno di una moratoria"3) Pm 2,5 a Vado Ligure.....

 Riceviamo" Il Comunicato di  Salute Pubblica" dal Dottor Maurizio Portaluri e ringraziando  pubblichiamo.

I COSTI SANITARI PAGATI DALLA COLLETTIVITA’ PER LA COMBUSTIONE DEL CARBONE A BRINDISI. UN PRIMATO ITALIANO.

Comunicato di "Salute Pubblica"
L'Arpa Puglia ha pubblicato sul suo sito i dati tratti da un lavoro dell'European Enviroment Agency(Agenzia Ambientale Europea). I dati pubblicati il 24 novembre u.s .,si riferiscono agli impatti delle emissioni di 622 impianti industriali in Europa.
In questa classifica europea l'impianto di Brindisi di Cerano è al 18 posto, l'Ilva di Taranto al 52° posto.
L'EEA ha utilizzato i dati dell 'inventario europeo  delle emissioni del 2009 (E-PRTR)in riferimento a Co2,cinque gruppi di inquinanti atmosferici(NOX,SO2,NH3,NMCOV,particolato sottile) e un gruppo aggregato di microinquinanti(metalli pesanti,e,per gli inquinanti organici,1,3-butadiene,benzene,IPA e PCDD/F).
I dati  sulle emissioni sono stati trasformati  sulla base di consolidate metodologie  di analisi costi-benefici. 
Per gli inquinanti  aventi un effetto sanitario locale/regionale è stato calcolato sia il VOLY(VALORE DEGLI ANNI DI VITA PERSI),sia il VSL(IL VALORE DELLA VITA STATISTICA).
L'Agenzia Europea stima che ogni anno  i costi in termini di salute persa,esterni cioè pagati dalla collettività  che vive vicino alla centrale,sono stimabili,a seconda del metodo utilizzato,tra i 500 e i 700 milioni di euro.
Se si estende lo sguardo alle altre due  centrali brindisine,anch'esse presenti in  questa speciale classifica,si giunge ad una stima  complessiva  del  DANNO SANITARIO  A CARICO DELLA COLLETTIVITA' che varia da 691 a 958 milioni di euro. 
Stima che tuttavia  manca della valutazione dell' impatto dell'industria chimica e meccanica.
Da anni andiamo ripetendo  che un apprezzamento corretto dell'impatto sul territorio dei megainsediamenti industriali,
energetici e non,non può prescindere da quelli che in tutto il mondo vengono chiamati  e considerati come "COSTI ESTERNI".
Anche la prestigiosa Università Harvard  di Boston (Usa),come richiamato in alcuni nostri interventi,stima in quel paese i costi reali dell' impiego del carbone e li bilancia con i benefici sviluppando conseguenti politiche energetiche.
Non si comprende perchè la nostra classe politica parli di rapporti  con le megaziende energetiche prescindendo da una valutazione corretta dei costi e dei benefici della collettività dando per scontato che i secondi superino i primi,accontentandosi di piccole elargizioni,magari anche ludiche e sportive,che quietano la coscienza di chi le riceve e dei cittadini che acriticamente le salutano.Salvo poi imprecare contro la mala sorte o contro il cielo quando i  malanni sopraggiungono.
Bisogna sedere al tavolo delle trattative con questi dati alla mano e con i dati di indagini epidemiologiche sui lavoratori e sui cittadini.
Dati che tardano a venire. Bisogna  che siedano al tavolo ,indipendentemente dalle convenzioni,rappresentanti istituzionali DECISAMENTE ORIENTATI DALLA PARTE DEI CITTADINI.
Chiediamo da subito che diano prova di questo spirito democratico cominciando a rendere pubblici sui siti istituzionali i dati delle analisi condotte sulle emissioni industriali dagli organi di controllo  e svolgendo le indagini epidemiologiche richieste.
 


Tratto da La Repubblica

Legambiente: "Sul carbone c'è bisogno di una moratoria"

Si delinea un modello alternativo attraverso le "rinnovabili" che forniscono ormai quasi un quarto di tutta l'elettricità prodotta

. Il "fossile", invece, è il più inquinante tra i combustibili dANTONIO CIANCIULLO

BARI - La Puglia che ha difeso il paesaggio abbattendo l’ecomostro di Punta Perotti e ha puntato sul futuro portando l’elettricità da rinnovabili a quota 30 per cento, è il palcoscenico scelto da Legambiente per lanciare la proposta di moratoria sul carbone: stop ai nuovi impianti ad alto impatto di emissioni serra e smantellamento delle centrali più vecchie e inquinanti.
“La questione climatica non è più sola una questione che riguarda gli ambientalisti, ha detto Vittorio Cogliati Dezza, il presidente di Legambiente, aprendo il nono congresso dell’associazione. “In gioco c’è la capacità del paese di essere competitivo in un momento in cui i cambiamenti diventano sempre più veloci facendo aumentare rischi e opportunità. Da una parte la crescita del caos climatico, che si misura con il moltiplicarsi di alluvioni e frane sempre più devastanti. Dall’altra l’accelerarsi dell’innovazione tecnologica, su cui si gioca buona parte delle possibilità di uscire dalla crisi economica, che ruota attorno all’uso più efficiente di energia e materie prime”.
Nonostante l’incoerenza e le contraddizioni delle politiche energetiche degli ultimi anni, in Italia si sta cominciando a delineare un modello energetico decentrato in cui l’afflusso di energia che non può venire interrotto dalla rottura di un contratto perché è alimentato dal sole, dall’acqua, dal vento o dalla terra. Questa energia rinnovabile fornisce ormai quasi un quarto di tutta l’elettricità prodotta. Solo il fotovoltaico ha trovato 300 mila clienti, di cui circa il 90 per cento è costituito da famiglie, micro imprese e artigiani.
La proposta della Legambiente parte dai numeri forniti al congresso: il parco elettrico installato dispone di una potenza di 106 mila megawatt, con una potenza media disponibile (calcolando le ore di effettivo funzionamento) di 70 mila megawatt, a fronte di un picco di consumo soddisfatto da una potenza di 56.500 megawatt.
C’è dunque margine per accompagnare alla crescita della capacità produttiva un guadagno anche in termini di riduzione dell’inquinamento. Una riduzione che si può ottenere – sostiene l’associazione ambientalista – cominciando a chiudere le centrali a olio combustibile che danno un contributo elettrico di meno del 3 per cento (un valore confrontabile con la capacità produttiva dell’eolico che è in rapida crescita nel mondo) e le più antiquate tra quelle a carbone.
Il carbone - osserva il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani - è la più inquinante tra le fonti fossili. Le emissioni serra che produce sono doppie, a parità di energia prodotta, rispetto al metano.
Per non parlare dei problemi sanitari legati alle ricadute di inquinanti che escono dai camini delle centrali termoelettriche. Di qui la proposta di bloccare la riconversione a carbone di vecchie centrali a olio combustibile come Porto Tolle sul delta del Po e Rossano Calabro in provincia di Cosenza e la costruzione di nuove centrali.
“E’ un progetto che può essere portato avanti se riusciamo ad accompagnare a questo i sì all’efficienza energetica e alla diffusione di un modello energetico decentrato basato sulle rinnovabili”, ha concluso Cogliati Dezza. “I no indiscriminati, che non distinguono tra un capannone di amianto e un campo eolico o tra una centrale nucleare e un impianto fotovoltaico, finirebbero altrimenti per paralizzare la situazione lasciando campo libero al modello più devastante che abbiamo di fronte, quello basato sul predominio incontrastato dei combustibili fossili”.
(02 dicembre 2011)
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Valori pm 2,5  A Vado Ligure tratti da Ambiente in Liguria
Come si può ben vedere parecchi valori  di questi giorni sono notevoli......
Qualcuno potrebbe adottare provvedimenti seri a TUTELA della nostra salute?


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Se qualcuno non prende dei seri provvedimenti ,in  giornate di bassa pressione  con carenza di vento .......(come in questi giorni) 
Siamo proprio del gatto........
Pm 2,5 :Valore della media del giorno 1 DICEMBRE   a Vado L.:51
Pm 2,5:      51
ALTRO CHE UN NUOVO ULTERIORE GRUPPO A CARBONE!!!!!!!! 

Il carbone - osserva il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani - è la più inquinante tra le fonti fossili. Le emissioni serra che produce sono doppie, a parità di energia prodotta, rispetto al metano.
Per non parlare dei problemi sanitari legati alle ricadute di inquinanti che escono dai camini delle centrali termoelettriche ........... lasciando , anche sul nostro territorio, il campo libero, al modello più devastante che abbiamo di fronte, quello basato sul predominio incontrastato dei combustibili fossili”.