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Visualizzazione post con etichetta crisi ambientale. Mostra tutti i post
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10 marzo 2021

Greenreport: Il diritto a un ambiente sano è un diritto umano globale

Il diritto a un ambiente sano è un diritto umano globale

La dichiarazione congiunta di 15 entità delle Nazioni Unite 

[9 Marzo 2021]

Intervenendo nel dibattito generale della 46esima sessione dell’ Human Rights Council, l’Unep ha presentato una dichiarazione congiunta di 15 entità delle Nazioni Unite, Eccola:  

 

Il diritto a un ambiente sano è riconosciuto da oltre 150 Stati membri delle Nazioni Unite, ma non è stato formalmente riconosciuto a livello globale, ritardando così il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile , esacerbando le disuguaglianze e creando gap di protezione, in particolare per i difensori dei diritti umani e ambientali, bambini, giovani, donne e popolazioni indigene che spesso sono stati e continuano ad essere agenti di cambiamento per la salvaguardia dell’ambiente.

Siamo di fronte a una triplice crisi ambientale: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento. I diritti delle generazioni presenti e future dipendono da un ambiente sano. Il riconoscimento globale del diritto a un ambiente sano sosterrà gli sforzi per non lasciare indietro nessuno, garantire una transizione giusta verso un mondo sano dal punto di vista ambientale e socialmente equo e realizzare i diritti umani per tutti.

Lodiamo la leadership del Council per aver avvicinato il mondo al riconoscimento globale e alla protezione del diritto a un ambiente sano.

Accogliamo inoltre con favore l’impegno firmato da oltre 1.000 organizzazioni della società civile, dei bambini, dei giovani e delle popolazioni indigene che chiedono agli Stati membri di riconoscere il diritto a un ambiente sano.

Ci siamo riuniti sotto la Call to Action for Human Rights del Segretario generale dell’Onu, attraverso l’ispirazione dataci dal Council, e in risposta alla richiesta urgente di agire proveniente da tutti gli angoli del mondo per dichiarare che il tempo per il riconoscimento globale, l’attuazione , e la protezione del diritto umano a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile è ora.

Siamo pronti a sostenere gli Stati membri nel raggiungimento di questo obiettivo.

 

La presente dichiarazione è condivisa da:

International Labour Organization (ILO)

Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS)

Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR)

Office of the Secretary-General’s Envoy on Youth (OSGEY)

UN Special Representative of the Secretary-General on Violence Against Children (SRSG VAC)

UN Women

United Nations Development Programme (UNDP)

United Nations Economic Commission for Europe (UNECE)

United Nations Economic Commission for Latin America and the Caribbean (UNECLAC)

United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO)

United Nations Environment Programme (UNEP)

United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR)

United Nations International Children’s Emergency Fund (UNICEF)

United Nations Population Fund (UNFPA)

World Health Organization (WHO)

05 agosto 2019

Manager ATA:«Emergenza rifiuti a Savona? Differenziata al 70% e termovalorizzatore per ricavare energia

Ecco il nuovo che avanza!!!!!
Leggi su Il Secolo XIX
Il nuovo manager di Ata spiega al Secolo XIX come affronterà la crisi ambientale della città. ...

Savona -  Raccolta differenziata spinta (70%) e termovalorizzatore per bruciare la parte residua. È questo il “credo” di Gianluca Tapparini, il manager toscano al quale il Comune di Savona ha affidato la presidenza di Ata, l’azienda di tutela ambientale scampata per un soffio al fallimento.....

Prato, 200.000 abitanti, quali risultati ha ottenuto la sua ricetta in quella città?

«Senz’altro buoni. Con il porta a porta abbiamo raggiunto il 70-80% di raccolta differenziata di qualità e la parte residua è finita in discarica o in impianti di termovalorizzazione per recuperare energia».

Chiamiamoli inceneritori, così scateneremo il finimondo.

«Io sono per massimizzare la raccolta differenziata, dopodiché c’è sempre una parte residua da smaltire e allora entrano in gioco impianti che bruciano i rifiuti producendo in cambio energia».....

28 febbraio 2018

Patrizia Gentilini :Padova, salgono i casi di sclerosi multipla nelle zone più inquinate. Ne parliamo?

TRATTO DA IL FATTO QUOTIDIANO

Padova, salgono i casi di sclerosi multipla nelle zone più inquinate. Ne parliamo?

Risultati immagini per sclerosi multipla
In questi giorni è comparso sulla stampa veneta un articolo sulla diffusione della sclerosi multipla in provincia di Padova ,  che  offre spunti di grande interesse per tutti. Nell’articolo si riportano i dati del Centro regionale ad alta specializzazione dedicato a tale patologia diretto dal professor Paolo Gallo, ed emerge che nel territorio indagato i casi di sclerosi multipla sono in preoccupante aumento.
I dati sono stati raccolti con il contributo delle Neurologie dell’ospedale Sant’Antonio di Padova e degli ospedali di Cittadella, Camposampiero, Piove di Sacco e Monselice. L’incidenza della sclerosi multipla è passata da 0,9 nuovi casi l’anno ogni 100mila abitanti negli anni Sessanta, a 6,5 casi nel 2015, mantenendo costante la differenza di genere che vede le donne più colpite degli uomini (7,9 contro 4,1). I malati sono passati in 50 anni da 16 ogni 100mila abitanti a 182, aumentando di 11,4 volte, con costi sociali ed assistenziali elevatissimi. Come affermato dal professor Gallo il costo medio di un paziente è di circa 40mila euro l’anno e dato che si stima che i malati in Italia siano oltre centomila, se ne deduce che la malattia costa allo Stato circa 4 miliardi di euro, lo 0,21% del Pil.

Nell’indagine padovana tutti i casi sono stati georeferenziati e, tramite satellite in grado di monitorare il PM2.5 con la collaborazione del Cnr e del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, è stato possibile sovrapporre la mappa dell’inquinamento da PM 2.5 con la distribuzione dei pazienti. Si è così evidenziato che nelle aree dove l’inquinamento atmosferico è maggiore c’è anche il maggior numero di malati. Questo dato non è che una ulteriore conferma dei rischi per la salute rappresentati dalla cattiva qualità dell’aria, problema come ben noto originato dai processi di combustione e specie in questa stagione ricorrente.
Tuttavia, per quanto annoso, tale problema è ben lungi dall’essere risolto visto che sono circa 60.000 le morti premature che ogni anno si registrano in seguito ad esso. E se gli effetti a carico del sistema cardiocircolatorio e respiratorio sono fra i primi ad essere stati studiati, quelli al sistema nervoso – specie in via di sviluppo –  sono sempre più documentati. In questa recentissima revisione, studi condotti in varie parti del mondo (Usa, Polonia, Cina, Spagna, Italia, Corea) confermano che per esposizione ad alcuni comuni inquinanti dell’aria (Idrocarburi Policiclici aromatici IPA, PM2,5, PM10, NO2, NOx) negli adulti si registra incremento della demenza, della depressione, alterazioni della memoria e Parkinson e nei bambini alterazioni del comportamento e dello sviluppo cerebrale, diminuzione del quoziente intellettivo, aumento del deficit di attenzione ed iperattività (ADHD), riduzione della sostanza bianca dell’emisfero sinistro e della BDFN (brain-derived neurotrophic factor), fondamentale fattore protettivo dello sviluppo cerebrale.
E dovrebbe destare allarme il pericoloso aumento dei disturbi del linguaggio che si segnala in Italia, ma sulle cui cause non sembra ci si interroghi in modo adeguato.
I motivi di preoccupazione sono più che fondati anche perché a tali rischi se ne aggiungono altri quali malformazioni cardiache, infertilità, abortività spontanea, diabete, patologie tutte in drammatico aumento e gravate da alti costi umani e sociali. D’altro canto aumentano anche le evidenze che ad un miglioramento della qualità dell’aria si associano rapidamente benefici per la salute quali la diminuzione di pericolosi inquinanti nel cordone ombelicale e migliori performance neurocognitive nei nati dopo chiusura di centrale a carbone in Cina o miglioramento della funzione polmonare e riduzione dell’asma in bambini in California in seguito a riduzione di PM2,5, PM10 e biossido di azoto.
Queste tematiche dovrebbero essere centrali nel dibattito politico, ma purtroppo così non è anche perché nell’opinione pubblica non vi è ancora la percezione precisa dell’incombente crisi ambientale, climatica e quindi della salute. A questo proposito si è recentemente levata anche la voce autorevole di Vincenzo Balzani che, unitamente ad altri scienziati, ha richiamato l’urgente necessità di “ridurre i consumi energetici e utilizzare le fonti rinnovabili, perché solo la seconda soluzione, oggi matura e perseguibile, può farci uscire dalla crisi ambientale, sociale ed economica”. Come è possibile continuare a non capirlo e quindi a non agire di conseguenza?

11 aprile 2016

QUALENERGIA :Polo industriale e centrale a carbone di Brindisi: un'idea di sviluppo che non funziona

Tratto da Qualenergia

Polo industriale e centrale a carbone di Brindisi: un'idea di sviluppo che non funziona

Le esternalità legate al polo industriale di Brindisi e alla centrale Enel a carbone di Cerano devono rimettere al centro delle politiche industriali un aspetto fondamentale per alcune grandi opere: perché per il territorio il saldo è spesso negativo in termini ambientali, sanitari e, nel complesso, anche per ricaduta economica e occupazionale?
Quando si sceglie di assegnare a un territorio un indirizzo economico e quindi di sviluppo, sarebbe opportuno fissare, sulla time line di tale scelta, degli step cadenzati per valutarne l’effettiva efficacia.
Per l’intero polo industriale brindisino questo bilancio non è mai stato veramente effettuato. Al contrario per un territorio a cui fu imposta, agli inizi degli anni ’60, una vocazione diametralmente opposta a quella naturale, si scelse, nonostante gli evidenti segnali negativi in termini occupazionali, di puntare nuovamente negli anni ’80 sull’industria.
Nel 1997, dopo oltre un decennio di gestazione non propriamente condivisa dalle comunità locali che ne contestavano sia l’effettiva capacità di ricollocare cassintegrati e licenziati, nonché l’impatto assolutamente negativo sul comparto agricolo e su quello turistico, entrò in funzione, a pieno regime, la centrale termoelettrica a carbone di Cerano, con una potenza totale di 2.640 MW e un'estensione di circa 270 ettari, per un investimento complessivo, da parte dello Stato, di 7.000 miliardi di lire.
Tutto questo in un territorio la cui “crisi ambientale” è, di fatto, riconosciuta dalla richiesta di “Dichiarazione a Rischio di crisi ambientale” avanzata dalla Regione Puglia già dal 1988, confermata dagli studi dell’ENEA ultimati nel 1995 e sanciti dal DPR del 28 aprile 1998 relativo alla “Approvazione del Piano di disinquinamento e risanamento di Brindisi e Taranto. Tale Decreto riporta, a differenti priorità, tutti gli interventi strutturali e di bonifica che dovevano essere realizzati da Enti pubblici e dalle aziende insediate nell’area industriale al fine di disinquinare il territorio, migliorare le proprie performance ambientali e uscire dalla fase di “crisiambientale”.
Per completezza ricordiamo inoltre che Brindisi è stata definita area SIN (Sito d’interesse nazionale per le bonifiche) con la Legge 426/98 e successivamente perimetrato con Decreto di ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2000, in attuazione dell’articolo 1, comma 4, della predetta Legge.  
Il Sito ha un’estensione complessiva di 114 kmq, distribuiti in circa 21 kmq di aree private e 93 kmq di aree pubbliche (di cui 56 kmq di aree marine, il cui sviluppo costiero è circa 30 kmq). Complessivamente si tratta di 5.800 ettari di terra e 5.600 di mare; in particolare nel settore meridionale del SIN ricade in zona con destinazione urbanistica agricola.
All’interno di tali aree, nello specifico lungo la fascia adiacente al nastro trasportatore, è stata emanata nel giugno 2006 un’ordinanza sindacale di divieto alla coltivazione sulla scorta dei dati di caratterizzazione compiuta dal Commissario Delegato per l’emergenza ambientale in Puglia e, con l’ordinanza n° 5/2016, il Commissario prefettizio del Comune di Brindisi, sancisce il divieto di emungimento e di utilizzo ai fini agricoli delle acque di falda freatica da pozzi situati nella zona industriale e ricadenti nel SIN di Brindisi.
Tornando alla centrale a carbone è giusto domandarsi quale sia stato in seguito l’impatto e la ricaduta economica/occupazionale, comparandolo, in termini quantitativi e qualitativi, con quella sanitaria e ambientale (si veda anche “Rapporto di Valutazione speditiva del Danno Sanitario nell’area di Brindisi, a cura di ARPA PUGLIA, AReS, ASL BR, dicembre 2014, ultima modifica maggio 215 – 10 Mb, pdf).
dati occupazionali al maggio del 2014 dicono che la centrale Federico II di Brindisi impiegava in maniera diretta oltre 450 dipendenti Enel  (ma non tutti residenti in Puglia). Per l’indotto circa 180 persone, appartenenti a ditte terze, impegnati nel settore della logistica del carbone; infine, circa 500 unità – sempre di ditte terze – nell'ambito dell’impianto produttivo. L’80% dell’indotto ha ricadute dirette sul territorio ovvero riguarda direttamente ditte locali, che si traducono a livello economico in oltre cento milioni di euro annui.
Volendo poi comparare questa ricaduta “positiva” con lo studio dell’Agenzia per l’ambiente dell’unione europea (novembre 2011) che definisce la centrale di Cerano l’impianto più inquinante d’Italia e tra i primi 20 in Europa, il saldo della ricaduta sul territorio sprofonda senza attenuanti.
Lo studio quantifica i costi esterni – intesi come danni sanitari e ambientali prodotti dalle sue emissioni - in 536÷707 milioni di euro per il solo 2009; cifra che supera gli stessi profitti che Enel ottiene dalla centrale.
Nel dicembre 2014 è stato diffuso l’aggiornamento del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sui costi economici degli effetti sanitari associati alle emissioni industriali. L'aggiornamento abbraccia un arco temporale dal 2008 al 2012, e rispetto a quello precedente relativo al 2009, la centrale Federico II si conferma in assoluto il peggior impianto italiano in termini di inquinamento. Nel quadriennio le emissioni inquinanti della centrale hanno comportato un costo per le cosiddette esternalità tra 1,3 e 2,9 miliardi di euro.
Questi costi, sostenuti pressoché interamente dalla collettività, non sono contabilizzati in nessun bilancio costo-benefici. Qualora lo fossero diverrebbe palese l’antieconomicità, oltre che l’insostenibilità ambientale e sanitaria, insita in questi mega impianti.
Volendo andare oltre i dati economici e osservando quelli occupazionali, ciò che risalta maggiormente è la diretta conseguenza che la costruzione della centrale e del nastro traportatore – oltre 12 km di lunghezza complessiva – hanno avuto sul preesistente comparto produttivo locale ossia quello agricolo.
Contrada Cerano era caratterizzata da una produzione d’eccellenza di angurie, meloni, vitigni autoctoni, carciofi, pomodori solo per citarne alcuni. L’avvento della centrale - ben prima che la ricaduta al suolo degli inquinanti emessi in atmosfera rendesse necessario l’ordinanza con il divieto assoluto di coltivazione -  sancì la morte di decine di aziende agricole di tradizione decennale e la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro, proprio a causa della costruzione del nastro trasportatore.
La sua costruzione tagliò, di fatto, in due, la falda, con il risultato di privare l’intera area dell’acqua, non solo per l’agricoltura, ma anche per uso domestico. Ad oggi, infatti, i residenti (quelli rimasti) sono costretti, per lavarsi e cucinare, ad utilizzare una fontana pubblica a circa 7 km dalle loro abitazioni.
Oggi bisognerebbe definire fallimentare l’impatto avuto da questo impianto e dal polo industriale nel suo insieme sul territorio e sulla comunità. 
Quando si parla di opere strategiche bisognerebbe sempre capire chi è veramente il soggetto che ne trae maggior profitto, perché ad oggi, nel nostro paese, sempre più spesso le opere definite in questo modo finiscono per diventare veri e propri incubi e poi uscirne è sempre molto complesso.

23 marzo 2013

.1)Washington DC passa all’energia eolica 2)...VIAGGIO NELL'AREA AD ELEVATO RISCHIO DI CRISI AMBIENTALE DI BRINDISI

  Tratto da Rinnovabili.it

  • Washington DC passa all’energia eolica

La capitale degli Stati Uniti d’America vuole dare il buon esempio impegnandosi in prima persona nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nel consumo energetico eco-friendly. 
 Attraverso un comunicato ufficiale Washington DC ha appena annunciato che tutte le agenzie governative della città dovranno utilizzare il 100% di energia eolica per soddisfare le loro esigenze elettriche. A sancire l’impegno  è il nuovo contratto firmato  dal Dipartimento dei Servizi generali del Distretto di Columbia con l’utility Washington Gas Energy Services (WGES) che implementerà la prima fase del programma. Un parco eolico  a nord della metropoli si assicurerà di coprire inizialmente il 50 %  del fabbisogno elettrico delle Agenzie, poi un secondo contratto – di cui però sono ancora ignote tempistiche e dettagli – si occuperà di portare la percentuale al 100%. Leggi l'articolo integrale

Energia rinnovabile, New York punta su eolico e fotovoltaico


Uno studio stima che in futuro il 78% del fabbisogno energetico della Grande Mela arriverà da fonti rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico. 

Nell’immaginario collettivo New York è rappresentata come una metropoli caotica e inquinata, ma, grazie alla rivoluzionaria scoperta dello Stanford Woods Institute for the Environment e di altri atenei americani, potrebbe presto cambiare faccia.
 Nel futuro della Grande Mela c’è, infatti, la produzione di energia da fonti rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico, che, oltre ad aumentare l’efficienza energetica, potrebbero contribuire a ridurre il numero di morti riconducibili alle emissioni da combustibili fossili.

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 lN ITALIA SI  CONTINUA  IMPERTERRITI A PROMUOVERE IL CARBONE ED IL NUMERO DI MORTI AD ESSO CORRELATI.....
 
Tratto da Noalcarbone

"AGNELLO DI DIO", VIAGGIO NELL'AREA AD ELEVATO RISCHIO DI CRISI AMBIENTALE DI BRINDISI



Quando parliamo di “Governi” e di “industria pesante” ci innalziamo a professori cattedratici, e siamo tutti d’accordo, tutti uniti e solidali, a parole.


Ma poi, il giorno dopo, ricominciamo la solita stessa vita fatta di rincorse affannose che ci fanno  trascurare, stordendoci, quel minimo di realtà in cui cercare di vivere.......
 

Quando capisci che la tua stessa vita e quella dei tuoi figli è messa a repentaglio, non puoi restare a guardare.
Siamo noi, tutti noi, con la vigliacca indifferenza e l’inerzia suicida che ci portiamo addosso,
a scolpire per i venturi un luogo invivibile. 



MARTEDI’ 26 MARZO ore 18  PALAZZO NERVEGNA presentazione del libro “agnello di dio” di Pierpaolo Petrosillo (“viaggio nell’Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale di Brindisi”), Prefazione Dott. Maurizio Portaluri.Leggi l'articolo integrale

12 giugno 2010

2010/06/12 Vado: Tirreno Power, abitanti pronti a chiedere i danni / L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo



Vado: Tirreno Power, abitanti pronti a chiedere i danni

Avviare un'azione legale per chiedere il risarcimento per le vittime dell’inquinamento nel Savonese. E’ una delle proposte, sicuramente la più importante e mai percorsa finora, lanciata ieri sera durante un’assemblea tenutasi presso la sala Coop di Vado Ligure e che ha visto intorno al tavolo comitati e associazioni che contrastano da tempo l’ipotesi del raddoppio a carbone della centrale Tirreno Power.
A esporre varie strategie legali perseguibili l’avvocato savonese Roberto Suffia, presente a titolo personale e non come consulente incaricato dai comitati che comunque intendono in futuro avvalersi della collaborazione di più legali per contrastare il progetto.
Ieri sera erano presenti anche i medici e gli studiosi che da sempre sono impegnati in questa battaglia da Agostino Torcello a Virginio Fadda, per il MODA, al pneumologo Paolo Franceschi.Presente anche il vicesindaco di Vado Franca Guelfi.
“Esiste una letteratura molto ampia che prova scientificamente come i casi di tumori nella nostra provincia siano almeno del 30 – 40% superiori ai livelli riscontrati nel resto d’Italia – ha spiegato Valeria Rossi – portavoce dei comitati.
Di qui pensiamo che si possa lavorare per mettere in campo tutti gli strumenti a nostra disposizione compresi ovviamente quelli legali. Presto organizzeremo anche nuove e più visibili iniziative per fermare questo piano e siamo pronti anche a nuovi ricorsi.

In Texas sono già state bloccate 17 centrali simili a quella di Vado – Quiliano, non capiamo perché qui si debbano autorizzare progetti di questo tipo”.
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Prima della lettura del post seguente una considerazione di "Uniti per la Salute"
Come cittadini ,gravitanti sotto una inquinante centrale a carbone di cui è stato richiesto un ulteriore potenziamento "sempre a carbone",nutriamo la speranza che qualche parlamentare Europeo si preoccupi anche per la nostra situazione che ha "certamente bisogno di essere effettivamente migliorata "e non sicuramente tramite un ulteriore potenziamento,o ancora peggio tramite la ventilata combustione di di cdr in centrali a carbone......
Come dice il "MODA"
"E cosa dire poi della opportunità di bruciare il rifiuto CDR, tecnicamente possibile solo sui gruppi a carbone, previsto a pag. 170 del Piano Provinciale Rifiuti approvato dalla Regione Liguria ma vietato dalla Comunità Europea, che produrrebbe in aggiunta all'inquinamento da carbone e da gas anche un pericoloso inquinamento da diossine e metalli pesanti".


Ed ora il post Fonte: www.soniaalfano.it

L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo

Ho presentato un’interrogazione alla Commissione europea sullo smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento nella zona del siracusano, riportando dei dati ufficiali molto preoccupanti.
Secondo i dati ufficiali dell’OMS e dell’ENEA, la zona della provincia di Siracusa, comprendente i comuni di Augusta, Priolo e Melilli, è contraddistinta da un tasso di mortalità per cancro del 30%. L’esposizione della popolazione della zona al cancro arriva al 60%,laddove la media italiana è del 25%. Altro dato preoccupante è la percentuale di feti con malformazioni che si aggira sul 4%, raggiungendo addirittura picchi del 5-6% com’è accaduto nel 2000.

Già negli anni ’90 il Ministero dell’Ambiente aveva dichiarato quella zona un’area ad ‘alto rischio di crisi ambientale‘, ma nulla è stato fatto per rimediare a questo ‘olocausto industriale‘, come qualcuno lo ha etichettato. I dati sulle emissioni nell’atmosfera e nelle acque dei complessi industriali della zona sono consultabili nel registro INES, aggiornato al 25 novembre 2008, e dimostrano un preoccupante trend delle emissioni, in crescita nel corso degli anni.

Come se non bastasse, la Regione Siciliana ha di recente approvato un progetto per la creazione sul sito di un megainceneritore che permetterebbe di convogliare circa 500.000 tonnellate di rifiuti e di bruciarne circa 280.000 l’anno.

Si registrano tante e tali violazioni di direttive comunitarie in materia, da rendere impossibile citarle tutte, ma ho citato nella mia interrogazione quelle principali:

  • carenza della valutazione d’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati;
  • carenza nella lotta contro l’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti industriali,
  • carenze nella limitazione delle emissioni nell’atmosfera di taluni inquinanti originati dai grandi impianti di combustione
  • e totale disattenzione alla direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno.
  • Questa normativa europea è tra l’altro citata nei ‘considerando‘ del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, recante norme in materia ambientale, che viene del tutto disatteso.
    Alla luce di tutto questo, ho chiesto alla Commissione come intendesse intervenire affinchè si fermasse questo scempio e si garantisse ai cittadini il diritto alla salute.

Proprio ieri ho ricevuto risposta da Janez Potocnik, il quale mi ha informata che la Commissione non era a conoscenza della situazione specifica da me illustrata, nonostante avesse contezza circa l’inquinamento industriale nella zona di Augusta.
In materia di normativa UE sulla qualità dell’aria, l’Italia ha richiesto una
proroga, ai sensi dell’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE, per quanto riguarda il rispetto dei valori limite per il particolato (PM10) nella zona di qualità dell’aria che comprende i comuni citati dall’onorevole parlamentare (zona IT19R2).

In data 1° febbraio 2010, la Commissione ha deciso di non concedere la proroga in quanto l’Italia non aveva dimostrato di aver adottato tutte le disposizioni utili per conformarsi agli obblighi entro la data iniziale prevista nel 2005, né che il rispetto dei valori limite sarebbe stato raggiunto entro giugno 2011, termine del periodo di esenzione (si tratta di due delle tre condizioni stabilite all’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE per poter ottenere una proroga).

La Commissione aveva già lanciato una
procedura d’infrazione nel gennaio 2009, in quanto l’Italia aveva dato notifica in ritardo della proroga. La Commissione ha adottato due decisioni negative in risposta a richieste di proroga avanzate dall’Italia per il PM10 e sta attualmente valutando se inviare un parere motivato allo Stato membro riguardo il superamento dei valori limite del PM10 in diverse zone di valutazione della qualità dell’aria ambiente sul suo territorio, inclusa la zona IT19R2.

La programmazione di attività industriali e lo svolgimento di progetti specifici in questo campo è di competenza esclusiva degli Stati membri, a condizione che essi rispettino la legislazione dell’UE.
La Commissione tiene a precisare che ai sensi dell’articolo 4 della direttiva 2006/12/CE del Parlamento e del Consiglio del 5 aprile 2006 relativa ai rifiuti, gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e in particolare:

a) senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora;
b) senza causare inconvenienti da rumori od odori;
c) senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse.

Inoltre, l’articolo 4 della direttiva quadro 2008/98/EC sui rifiuti, applicabile a decorrere dal 12 dicembre 2010, stabilisce che per la loro gestione vada osservata una cosiddetta gerarchia dei rifiuti che incoraggiala prevenzione, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio eil recupero di energia, mentre lo smaltimento, ad esempio tramite incenerimento, è considerata la meno desiderabile tra le opzioni disponibili.

La Commissione non ha ancora individuato violazioni specifiche nella provincia di Siracusa, ma si impegna da subito a richiedere alle autorità italiane di fornire informazioni in merito alle procedure di autorizzazione per il previsto inceneritore nonché alle condizioni di funzionamento degli impianti nella zona e alle misure tramite le quali le autorità italiane intendono assicurare l’effettiva osservanza della legislazione UE.


03 agosto 2009

"AIA AIA!"«L’Europa indaghi sull’Aia»


Autorizzazione Integrata Ambientale
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L'autorizzazione integrata ambientale (AIA) é il provvedimento che autorizza l'esercizio di un impianto o di parte di esso a determinate condizioni, che devono garantire la conformità ai requisiti del decreto legislativo 18 febbraio 2005 , n. 59, di recepimento della direttiva comunitaria 96/61/CE, relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento (IPPC).
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Tratto dal Blog del Comitato per Taranto"
"AIA AIA!"


IL RICORSO CI SI È RIVOLTI ALLA COMMISSIONE UE: LE AZIENDE DELL’AREA INDUSTRIALE POTREBBERO NON TENER CONTO DELLE PRESCRIZIONI

«L’Europa indaghi sull’Aia»
«Altamarea» critica lo Stato: ritardi nel rilascio della concessione
FULVIO COLUCCI (La Gazzetta di Taranto, 31 luglio 2009, p.III)

Il ricorso all’Unione Europea c’è. e «Altamarea», il cartello delle associazioni ambientaliste che lo ha presentato (e illustrato ieri alla stampa) spiega: «Chiediamo l’intervento della Commissione europea, nelle forme previste dai regolamenti vigenti, nei confronti dello Stato italiano per il mancato rilascio delle Autorizzazioni integrate ambientali nei tempi previsti dalla normativa europea e italiana».

Cosa è successo? Secondo gli ambientalisti, il ritardo nel rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale «Ha aggravato e sta aggravando la posizione italiana nella procedura di infrazione già in atto nei confronti dell’Italia da parte della Commissione europea». Ma non si tratta solo di un problema legato ai tempi e alle leggi.
Ieri, durante una conferenza stampa, Biagio De Marzo per Peacelink, Paola D’Andria per l’Ail, Leo Corvace e Lunetta Franco per Legambiente, hanno ricostruito il sofferto percorso dell’Aia, partendo dalla proroga al 31 marzo del 2008 dei termini per il rilascio delle autorizzazioni. Da quella data il silenzio è calato sulle pratiche. O quasi. L’accordo stipulato ad aprile dello scorso anno dal governo e dalle aziende della zona industriale (Ilva, Eni, Cementir, Sanac, Enipower, Edison) concedeva altri 300 giorni perché gli impianti fossero messi a norma nel rispetto delle leggi.

Anche questo termine è scaduto senza risultato. «Il mancato rilascio dell’Aia nei tempi previsti - hanno ricordato ieri i rappresentanti delle associazioni ambientaliste riunite nel cartello «Altamarea» - di fatto si traduce in un’ulteriore proroga concessa alle imprese del territorio in assenza di uno specifico provvedimento legislativo.

Ciò ha gravi ripercussioni sul territorio ionico in termini di impatto ambientale e di ricadute sulla salute dei cittadini poiché ne ritarda il risanamento e ne procrastina, invece, lo stato di crisi ambientale tra i più rilevanti a livello europeo come attestato dal registro delle emissioni “Eper” e dal riconoscimento del territorio tarantino come area ad elevato rischio ambientale nel 1990 e nel 1998».

Gli ambientalisti ricordano anche un altro aspetto assai rilevante: «Il ritardo nella concessione dell’Aia può consentire alle aziende di realizzare gli interventi previsti nei loro cronoprogrammi anche in mancanza del rilascio dell’autorizzazione e anche prima delle conclusioni dell’istruttoria da parte della commissione Ippc (commissione di controllo integrato per la prevenzione dell’inquinamento). Insomma le aziende potrebbero non tenere conto delle prescrizioni che saranno contenute nell’Aia».
«Questo documento lo abbiamo inviato a un centinaio di deputati e senatori, alla Regione, alla Provincia e al Comune - ha commentato Biagio De Marzo di Peacelink - perché riteniamo sia necessario smuoverli da un certo torpore che produce una inerzia dannosa per i cittadini. Lo Stato non può ignorare le condizioni in cui versano territorio e comunità. Il 28 novembre 2009 con una nuova manifestazione “Altamarea” tornerà alla carica».