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05 maggio 2022

ANSA: Ilva: Corte Strasburgo, persiste il pericolo per la salute

Tratto da ANSA 

Ilva: Corte Strasburgo, persiste il pericolo per la salute



La Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha pronunciato 4 nuove condanne nei confronti dello Stato italiano a causa delle emissioni dell'Ilva responsabili di mettere a rischio la salute dei cittadini.

Le condanne riguardano i ricorsi presentati tra il 2016 e il 2019 da alcuni dipendenti dell'impianto siderurgico oltre che da oltre 200 abitanti di Taranto e di alcuni comuni vicini.

Nelle sentenze emesse oggi la Cedu sottolinea che l'Italia è stata già condannata per lo stesso motivo nel gennaio 2019 e che da allora questo caso è all'esame davanti al comitato dei ministri del Consiglio d'Europa che deve verificare se il Paese ha messo in atto tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute degli abitanti.

La Cedu evidenzia che l'anno scorso il comitato dei ministri ha stabilito che "le autorità italiane non avevano fornito informazioni precise sulla messa in atto effettiva del piano ambientale, un elemento essenziale per assicurare che l'attività dell'acciaieria non continui a rappresentare un rischio per la salute". 
Dalla documentazione del comitato dei ministri risulta che il governo italiano ha presentato lo scorso 5 aprile nuovi elementi sull'attuazione del piano ambientale in vista di un nuovo esame del caso il prossimo giugno.  

29 ottobre 2019

Caso COIMPO :"Era un'azienda pericolosa. Sono serviti quattro morti per capirlo"

Tratto da Polesine 24

"Era un'azienda pericolosa. Sono serviti quattro morti per capirlo"



Le reazioni degli avvocati di parte civile dopo la sentenza sul caso Coimpo

"Da un lato, c'è la soddisfazione di vedere messo un punto fermo in una vicenda lunga e dolorosa. Dall'altro, l'amarezza che deriva dal fatto che siano state necessarie quattro morti per fare emergere una situazione di irregolarità e di pericolo diffusi". Questi i sentimenti degli avvocati di parte civile Matteo Ceruti ,Claudio Maruzzi ,Carmelo Marcello, Cristina Guasti e Marco Casellato tutti componenti della rete professionale Lpteam, dopo la sentenza che ha chiuso il processo di primo grado sul caso Coimpo (LEGGI ARTICOLO).

Incentrato, cioè, sulla tragedia sul lavoro che, il 22 settembre del 2014, vide quattro persone venire fulminate da una nube tossica nello stabilimento delle ditte Coimpo - Agribiofert, in località America, Ca' Emo, Comune di Adria. Un sito nel quale venivano trattati fanghi, industriali e da depurazione, perché potessero poi essere smaltiti, sotto forma di spandimenti sui terreni agricoli, come fertilizzante...

"Riteniamo - proseguono i legali - che già la consulenza disposta dal giudice avesse perfettamente fotografato quanto sosteniamo dall'inizio di questa devastante vicenda: ossia che in quell'impianto le lavorazioni avvenivano in maniera difforme da quella autorizzata, con grave rischio, purtroppo concretizzatosi in maniera tanto grave, per i dipendenti. Ma anche per chi viveva nelle vicinanze: non dimentichiamo che, come emerso nel corso dell'istruttoria, quel giorno per fortuna il vento portò la nube in aperta campagna, a rarefarsi. Se, invece, la avesse condotta all'abitato di Ca' Emo, il bilancio avrebbe potuto essere ancora peggiore".

"Il dispositivo ci fa capire una cosa importante - spiegano - Nella gestione di questa azienda ha sicuramente prevalso la logica del profitto su quella della difesa dell'uomo, del lavoratore, del bene ambiente. Ci aspettavamo una sentenza di condanna, perché le prove andavano in questa direzione. Per noi era importante che venisse riconosciuta la responsabilità di chi ha gestito l'azienda in questa maniera. Riteniamo di dovere dare un grande merito al giudice che da solo, come giudice monocratico, ha saputo imprimere ritmi veloci, efficienti e impegnativi al procedimento, che hanno consentito di arrivare a sentenza in tempi celeri, per un reato contravvenzionale, ma molto importante per le persone che vivono nelle vicinanze. Le loro legittime aspettative sono state soddisfatte".

E' giunto a conclusione un processo emblematico, di come una cattiva gestione di un impianto di trattamento di rifiuti possa essere pericolosa per una comunità e possa portare a delle vittime tra i lavoratori. Emblematico anche perché evidenzia come le molestie olfattive, in determinati casi, possano essere il segnale di una situazione di pericolo".

"E' stato un processo lungo e difficile - chiudono i legali - ma che, alla fine, crediamo abbia messo bene in evidenza una situazione di pericolo e di irregolarità che si è protratta per anni, senza interventi di sorta, cessata unicamente dopo una delle peggiori tragedie sul lavoro della storia del Polesine".


14 ottobre 2019

Inquinamento: polveri sottili trovate nel lato fetale della placenta

 Tratto da  Periodo fertile
Quando respiriamo aria inquinata le particelle sottili causate dell’inquinamento atmosferico, non arrivano solo ai polmoni. Uno studio recente ha evidenziato che, in una donna incinta,  arrivano addirittura  all’utero che dovrebbe proteggere  il bambino in crescita.
inquinamento placentaDurante lo studio , pubblicato su Nature Communications a settembre 2019,  i ricercatori hanno analizzato campioni di placenta di donne che hanno partorito in Belgio e hanno trovato particelle di carbone (in pratica fuliggine) incorporate nella placenta, nel lato rivolto verso il bambino
La quantità di queste polveri trovate nella placenta era direttamente correlata al grado di inquinamento del luogo di residenza delle donne analizzate.

La ricerca di Nature Communications è la prima prova diretta che le particelle inquinanti dell’aria  possono penetrare nella parte della placenta che nutre il feto in via di sviluppo.
Potrebbe essere il primo passo per spiegare perché l’elevato inquinamento è collegato ad un aumentato rischio di aborto spontaneo, parto prematuro e bassi pesi alla nascita.
I problemi di sviluppo nel bambino, conseguenti all’esposizione ad inquinanti ambientali sono stati messi in relazione a una risposta infiammatoria all’inquinamento atmosferico da parte del corpo della madre, inclusa l’infiammazione all’interno dell’utero. Ma il nuovo studio, aggrava ulteriormente il problema dimostrando che l’inquinamento dell’aria riesce ad arrivare a contatto diretto con il bambino all’interno dell’utero.

Lo studio in dettaglio
Lo studio ha esaminato in particolare il carbone nero, un inquinante emesso dalla combustione di combustibili fossili come benzina, diesel e carbone. I ricercatori belgi dell’Università Hasselt di Diepenbeek e della Katholieke Universiteit Leuven hanno utilizzato l’illuminazione laser pulsata al femtosecondo per testare la presenza di fuliggine nei tessuti. La tecnica prevede l’uso di flash laser estremamente veloci, (ogni quadrilione di secondo), per eccitare gli elettroni all’interno del tessuto, che quindi emette luce. È noto che tessuti diversi generano determinati colori, come il rosso per il collagene e il verde per le cellule della placenta. Il carbonio nero si distingue per il rilascio di  luce bianca (indicate con le frecce bianche nella foto sotto) .
particelle carbone placenta
I ricercatori hanno anche verificato se la quantità di polveri rilevate in 20 campioni di placenta corrispondesse al grado di inquinamento della zona di residenza delle donne analizzate. Sono stati trovati, come era da aspettarselo,  più polveri di carbone nei campioni di 10 donne che vivevano in zone ad alto inquinamento, rispetto a quelle che vivevano in zone meno inquinate. Nelle donne esposte a minor inquinamento è stata trovata una media di 9.500 particelle per millimetro cubo di tessuto placentare mentre sono state  bel 20.900 particelle per millimetro cubo, quelle trovate in donne che vivevano in zone più esposte agli inquinanti.

Soluzioni?

Gli esperti suggeriscono alle donne in gravidanza di evitare strade trafficate. E per chi vive sempre in zone con alta concentrazione di polveri sottili? Evitare di aprire le finestre dal lato strada… Ma se si vive in una zona dove l’aria che si respira è sempre pessima che si fa? Si usa la maschera a gas?
Basta dare un’occhiata al sito Arpa della propria regione nella sezione dove monitorano le polveri sottili, i PM 10 e PM 2.5 per capire quello che respiriamo quotidianamente. Questa ad esempio è la situazione in Veneto monitorata settimana dopo settimana.
La lotta all’inquinamento ormai deve interessare tutti, ma finché non cambia qualcosa a livello politico, sarà difficile ottenere risultati straordinari.
Sicuramente è in pericolo la nostra salute e quella dei nostri figli, ancora prima che vengano al mondo, e non è più possibile rimandare gli interventi volti a migliorare l’aria che respiriamo giorno dopo giorno. Diamoci da fare, tutti.

01 agosto 2019

Incontro il 2 Agosto tra ISDE Genova e Fridays for Future Genova

Tratto da : Isde 

Incontro tra ISDE Genova e Fridays for Future Genova

Agosto 2 @ 17:00 - 18:30

Noi combattiamo contro il riscaldamento globale e contro le emissioni. Lo facciamo perché il nostro futuro è in pericolo.
Ma se vi dicessimo che anche il nostro presente è in pericolo?
Se quelle stesse emissioni, responsabili dell’emergenza climatica che si sta aggravando sempre più, fossero anche responsabili di morti e malattie proprio adesso?
Qual’è il legame fra ambiente e salute?
Ne parleremo con l’associazione Medici per l’Ambiente.
Scendete in piazza con tutte le domande su questo tema, cercheremo di rispondere a tutti i dubbi e a creare un dibattito per trovare cause e soluzioni!

14 gennaio 2018

Bank of America: "Il vero pericolo è il clima...

Tratto da La Repubblica 

Bank of America: "Il vero pericolo è il clima, serviranno 70mila miliardi di investimenti"

Secondo gli analisti, senza intervenire l'ambiente diventerà estremo entro la fine del secolo: soffrirà il 60% della popolazione e ci saranno costi pari al 5% del Pil

MILANO - Il 2016 è stato l'anno più caldo di sempre e abbiamo infilato una serie di record di surriscaldamento globale tanto che i 5 anni più caldi della storia si collocano tutti nel nuovo millennio. Nel 2016 il clima ha segnato il passo storico: le temperature medie sono risultate di 1 grado più alte rispetto al periodo antecedente l'industrializzazione. Non è solo una questione simbolica: significa che il pianeta è a metà strada verso quella soglia di due gradi di surriscaldamento entro il 2100 che sono visti come livello indicatore di una catastrofe per quanto attiene il cambiamento climatico.

Richiamando questi dati, gli economisti di BofA Merrill Lynch spiegano perché dalla tematica ambientale sarà impossibile scappare. In un report pubblicato a metà dicembre, la grande banca d'affari sostiene che le catastrofi ambientali e in ultima analisi il 'climate change' siano il rischio numero uno al mondo. Soltanto pochi giorni prima della sua fine, parlavano già del 2017 come il 41esimo anno conscutivo con temperature superiori alle media del 20esimo secolo. Ormai il clima "estremo", ovvero caratterizzato da condizioni che sono storicamente rare, copre il 10-12% del pianeta, contro lo 0,2% del periodo tra i 1951 al 1980.

Il futuro rischia di essere altrettanto catastrofico. In uno scenario "business as usual", ovvero senza che nulla si faccia sul punto, le temperature globali potrebbero salire di 4 gradi entro la fine del secolo, con picchi di +12 gradi. Con il 60% della popolazione ormai colpita da una situazione di clima estremo, il costo complessivo di questo scenario sarebbe di 5 punti percentuali di Pil e sconvolgerebbe soprattutto i Paesi emergenti. Se si vuole restare entro la soglia di 2 gradi di riscaldamento, dopo il picco previsto per il 2020, le emissioni devono dimezzarsi entro il 2050. Ogni ritardo ulteriore rischia di essere fatale.
La mappa: dove colpirà il climate change (fonte: BofA Merril Lynch su Syngenta, UNEP, Cline)
La mappa: dove colpirà il climate change (fonte: BofA Merril Lynch su Syngenta, UNEP, Cline)
"Tecnologie dirompenti stanno trasformando ogni settore, inclusa la mitigazione del clima e degli effetti dei cambiamenti climatici, dove ci sono strumenti tecnologici in grado di risolvere problemi in maniera più incisiva", dice il report passando ad analizzare quelli che possono essere i vincitori della battaglia per il clima che il pianeta deve giocoforza combattere. "Le rinnovabili e l'efficienza energetica possono aiutarci a percorrere oltre l'80% della via verso un riscaldamento inferiore a 2 gradi", dicono ancora gli esperti. Il mercato dell'energia pulita vale ora 300 miliardi di dollari l'anno "e può provvedere al 70-80% della capacità energetica aggiuntiva al 2040, tempo entro il quale i tre quarti della produzione potrebbe arrivare dalle fonti low-carbon". .......

20 aprile 2017

Nature Energy .Centrali a carbone: un pericolo per la salute dei neonati

Tratto da La Repubblica
L’inquinamento che producono è collegato ad un minore peso dei neonati, un importante indice di salute. Lo dimostra uno studio pubblicato su Nature Energy
LA NUOVA politica energetica del Presidente Trump sembra destinata a riportare in funzione le centrali a carbone americane. E a farne le spese come sempre rischia di essere l’intero pianeta, visto che parliamo della seconda nazione al mondo per emissioni di CO2. The Donald non sembra curarsene, scettico com’è sull’intera faccenda del riscaldamento globale. Ma se il cambiamento climatico è un concetto impalpabile, facile da liquidare come chiacchiera da scienziati, è più difficile chiudere gli occhi di fronte ad un problema concreto come la salute dei bambini. Ed è di questo che parla un una nuova ricerca appena pubblicata su Nature Energy: l’accensione di nuove centrali elettriche a carbone e il conseguente inquinamento atmosferico sarebbero collegati a una netta diminuzione del peso dei neonati, un indice importate per prevedere la salute dei neonati.

Il caso. L’indagine portata avanti da Edson Severnini della Carnegie Mellon University ha analizzato il peso dei neonati del Tennessee a partire dal 1979. Una data tutt’altro che casuale: proprio in quell’anno infatti avvenne il famoso incidente di Three Mile Island, il peggior disastro nell’industria atomica commerciale della storia degli Stati Uniti. Un parziale meltdown atomico nella centrale situata sull’omonima isola della Pensylvania, che portò alla chiusura dell’impianto e spinse diversi stati americani a ripensare l’utilizzo dell’energia atomica. Uno di questi è il Tennessee, dove la Tennessee Valley Authority (società federale responsabile della produzione di energia) decise di spegnere temporaneamente i reattori nucleari per nuovi controlli, dirottando le necessità energetiche dell’area sugli impianti a carbone.

Lo studio. A decenni di distanza, Severnini ha deciso di approfittare della situazione: un aumento estremamente circoscritto dell’inquinamento atmosferico in un’area fortemente monitorata è perfetto per studiare gli effetti delle centrali a carbone sulla salute. Nello studio, il ricercatore ha incrociato i dati relativi alla produzione elettrica delle centrali con le misurazioni del particolato presente nell’atmosfera e del peso alla nascita dei neonati dell’area. In questo modo ha potuto scoprire una relazione diretta tra inquinamento e salute neonatale: “Il peso medio dei neonati è diminuito di circa 134 grammi in seguito alla chiusura delle centrali nucleari”, spiega il ricercatore. “E nelle aree più colpite, la loro salute può essere concretamente peggiorata”.

Effetti sulla salute. I 134 grammi in meno di cui parla Severini si riferiscono alle zone in cui è aumentata maggiormente la concentrazione di particolato in seguito alla riapertura delle centrali a carbone. In termini assoluti, equivalgono a una diminuzione del 5,4 percento del peso corporeo medio alla nascita. E quando il peso corporeo scende di oltre il 5 percento iniziano i pericoli per la salute: i dati citati da Severini parlano di collegamento con il quoziente intellettivo, minore altezza e minori guadagni nell’età adulta. Ma non solo: un basso peso alla nascita sarebbe anche un fattore di rischio per una morte prematura, in particolare per malattie cardiovascolari.

20 ottobre 2015

Una spiaggia troppo bianca, di Stefania Divertito.

Tratto da Affaritaliani

Una spiaggia troppo bianca, di Stefania Divertito.

divertito stefania
di Alessandra Peluso

Stupisce ed entusiasma la volontà determinata e coscienziosa di Stefania Divertito: una giornalista d'inchiesta specializzata in tematiche ambientali. E per attrarre l'attenzione, anziché andare in televisione, l'autrice scrive un libro e sceglie la scrittura per smuovere le coscienze.
"Una spiaggia troppo bianca" tratta una delle questioni ambientali imperanti oggigiorno quale è l'inquinamento e interessa ogni singolo componente che abita la Terra. È un ospite l'uomo e dovrebbe tutelare e proteggere l'ambiente in cui vive; mentre, quotidianamente logora ogni sua parte. Ecco allora che Stefania Divertito lancia un allarme, il pericolo incombe: numerose morti per tumore, dovute - nel caso di Napoli, all'amianto abbandonato per le strade, - e invita a reagire, è necessario far qualcosa. E dunque, l'autrice oltre a segnalare la gravità dell'inquinamento ambientale anche nella sua professione di giornalista, scrive una storia, perché possa arrivare in ogni dove, senza limiti di spazio o di tempo.      
"Una spiaggia troppo bianca" è un eco-thriller che appassionerà tutti, anche i ragazzi. ....
   
"Una spiaggia troppo bianca" di Stefania Divertito non rimarrà solo un ricordo, ma è immagine viva di ogni singola parte di noi, di ciascun lettore che si accinge a riflettere sulle questioni ambientali e sul modo in cui trascuriamo e maltrattiamo il nostro habitat, ma anche su come si possa fare tanto assieme con i sentimenti dell'amore e dell'amicizia. 
Su  Affaritaliani l'articolo integrale

26 agosto 2015

Greenpeace:La gravità di quanto accaduto a Tianjin dovrebbe essere un monito per il governo cinese, e per il resto del mondo.

Tratto da Greenpeace

Tianjin, la città devastata dalle esplosioni tossiche.

News - 26 agosto, 2015
A due settimane dall’incidente, resta alta l'allerta per la contaminazione ambientale.
La sera del 12 agosto la città portuale di Tianjin, uno dei maggiori centri industriali della Cina, situato nel nord del Paese, è stata svegliata da due forti esplosioni innescate in un deposito di sostanze chimiche. Una tragedia umana e ambientale di proporzioni gigantesche: le esplosioni, oltre a devastare una buona parte della città, hanno causato più di cento morti, diverse centinaia di feriti, e ancora oggi si contano numerosi dispersi. Immediatamente dopo l'esplosione l'attenzione è stata rivolta principalmente alla possibile contaminazione da sostanze chimiche: il magazzino della compagnia Ruihai Logistics, dove si è verificata l'esplosione, conteneva infatti molti composti chimici altamente pericolosi e reattivi, tra cui centinaia di tonnellate di cianuro di sodio, una sostanza che può rivelarsi letale se inalata.
Secondo i dati raccolti dalla stazione di monitoraggio ambientale di Tianjin-Tanggu, tra le sostanze più pericolose immagazzinate dalla compagnia c'erano, oltre al cianuro di sodio (NaCN), toluene diisocianato (TDI) e carburo di calcio (CaC2), tutti composti che, in caso di contatto diretto, rappresentano una seria minaccia per la salute umana. In particolare il cianuro di sodio è altamente tossico, mentre gli altri due composti reagiscono violentemente a contatto con l'acqua e con altre sostanze chimiche, rischiando di provocare esplosioni.
I nostri colleghi di Greenpeace East Asia (uffici di Pechino e Hong Kong) hanno costituito un team di Risposta Rapida per monitorare lo stato della contaminazione ambientale nelle aree circostanti la zona interessata dalle esplosioni.
Greenpeace è stata l'unica organizzazione internazionale presente sul posto per seguire quotidianamente l'evolversi della situazione.
Oggi, a due settimane dall'esplosione, i nostri colleghi di Greenpeace East Asia continuano l'opera di monitoraggio per verificare l'assenza di rischi per l'ambiente e per la salute delle comunità locali.
Greenpeace team members arrive at the location near Meihua Hotel, Jinhai road, Which the media indicated “mysterious white foam has appeared on the streets ”, to have a quick test on cyanides in an artificial landscape water pool of Yujingyuandi, a residential area near the Meihua Hotel, Tanggu District, Tianjin.
La gravità di quanto accaduto a Tianjin dovrebbe essere un monito per il governo cinese, e per il resto del mondo
Abbiamo bisogno di regole più severe per la gestione delle sostanze chimiche pericolose, partendo dalla loro sostituzione con alternative più sicure.
Per questo la nostra missione Detox è così importante: se non cambiamo il modo di produrre ciò che ci occorre, saremo costretti ad affrontare altre Tianjin, incidenti mostruosi che inquinano l'aria che respiriamo, avvelenano le nostre acque e minacciano le comunità locali.

22 novembre 2014

PEACELINK: Il processo all'ILVA potrà andare in prescrizione come il processo Eternit?

Tratto da Peacelink
Ecco come prevenire il pericolo

Il processo all'ILVA potrà andare in prescrizione come il processo Eternit?

Venerdì 21 novembre riprende a Taranto il procedimento penale sull'ILVA
20 novembre 2014 - Alessandro Marescotti
Riprende il procedimento penale sull'ILVA a Taranto e PeaceLink ha presentato la documentazione per costituirsi parte civile.

Questa importante udienza sarà dedicata proprio all'esame della costituzione delle parti civili.
i fumi dell'ilva di taranto
In occasione di questa nuova udienza, intendiamo dichiarare la nostra preoccupazione per la decisione del governo di accelerare l'approvazione del disegno di legge 1345 sui reati ambientali. E' un tentativo di riscrivere il reato di disastro ambientale proprio alla vigilia del processo ILVA a Taranto. PeaceLink si dichiara contraria a riscrivere in senso limitativo il reato di disastro ambientale proprio adesso.

Il rischio è quello di trasformare il processo in un'amnistia. Ci rivolgiamo pertanto ai senatori perché avviino una seria consultazione dei cittadini nelle realtà in cui sono in corso o stanno per avviarsi i processi per disastro ambientale.

Già 5675 cittadini hanno firmato la petizione di PeaceLink per fermare il disegno di legge.

Il disegno di legge vuole sancire il danno ambientale come “alterazione irreversibile dell’ecosistema”: cosa molto difficile, se non impossibile, da dimostrare. Infatti ogni serio intervento di bonifica può ridurre o attenuare l'alterazione dell'ecosistema.
Questa formulazione limitativa è pertanto uno "sgambetto" per i magistrati che - come a Taranto - hanno dimostrato con perizie molto solide che la popolazione era stata esposta ad una situazione di pericolo concreto, come confermato dall'indagine epidemologica.

Per poter accertare il nuovo reato di disastro ambientale - come prevede il nuovo disegno di legge - si dovrebbero poter produrre, con numerosissime perizie, dei dati "individuali" certi per ognuna delle possibili vittime dell'inquinamento. 
La difficoltà di ottenere tutti questi dati costituisce un problema di non facile risoluzione e il processo potrebbe diventare una "Tela di Penelope" con il rischio di generare un "processo infinito" e quindi di farlo andare in prescrizione.

Il fatto che il governo adesso spinga per approvare il nuovo Disegno di Legge sui reati ambientali è da noi interpretato come un tentativo di mettere in difficoltà la magistratura tarantina, a cui va il nostro sostegno.

Riscrivere le regole del gioco mentre sta iniziando la partita è per noi inaccettabile.

Invitiamo coloro che non lo hanno ancora fatto di  firmare la  petizione di Peacelink online


03 novembre 2014

Allarme Onu sul clima :"Resta poco tempo"...Il rapporto Ipcc sui gas serra è una chiamata alle responsabilità per il mondo. "

STOCCOLMA settembre 2013 : PRESENTATA LA SINTESI
DEL NUOVO RAPPORTO IPCC SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI
 3 Novembre 2014 

Tratto da Ansa 

Allarme Onu sul clima: "Gas serra ai massimi da 800mila anni, resta poco tempo"

Ipcc, poco tempo per stare sotto soglia 2 gradi riscaldamento.


Le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera hanno raggiunto i più alti livelli "in 800 mila anni", "resta poco tempo" per riuscire a mantenere l'aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi: è la sintesi del rapporto del Gruppo di esperti sul clima dell'Onu (Ipcc).

"L'azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, ad un migliore stato di salute e a città più vivibili": lo ha detto il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, dopo la pubblicazione a Copenaghen del nuovo rapporto Ippc sui cambiamenti climatici. "Questa è la valutazione più completa del cambiamento climatico mai fatta. Dobbiamo agire ora per ridurre le emissioni di CO2 ed evitare un peggioramento del clima, che si riscalda a una velocità senza precedenti", ha aggiunto.

"Il rapporto Ipcc sui gas serra è una chiamata alle responsabilità per il mondo. Europa guida verso Lima e Parigi 2015, ma ora serve presa coscienza globale": lo scrive il Ministro dell'Ambiente Gianluca Galletti su Twitter. Galletti è in Cina dove solleciterà il suo omologo ad un impegno sui gas serra.

"Quelli che decidono di ignorare o di contestare i dati chiaramente esposti in questo rapporto, mettono in pericolo noi, i nostri figli e i nostri nipoti": questo il commento del segretario di Stato Usa, John Kerry, dopo la pubblicazione del rapporto Ipcc sul clima. "Più restiamo bloccati sui questioni ideologiche e politiche più i costi dell'inazione aumentano", aggiunge.

IL RAPPORTO ONU - Le emissioni mondiali di gas serra devono essere ridotte dal 40 al 70% tra il 2010 e il 2050 e sparire dal 2100, ha spiegato il Gruppo intergovernativo di esperti sul clima (Ipcc) nella più completa valutazione del cambiamento climatico dal 2007 ad oggi. La temperatura media della superficie della Terra e degli Oceani ha acquistato 0,85°C tra il 1880 e il 2012, hanno aggiunto gli esperti dell'Ipcc riuniti a Copenaghen.

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Tratto da Qualenergia

Il 5°rapporto IPCC e i motivi per cui possiamo farcela


Lunedì, 3 Novembre 2014
Gianni Silvestrini
Nella sintesi finale del quinto rapporto dell’Ipcc presentato ieri a Copenaghen (vedi allegato in basso) si trovano passaggi che rafforzano le valutazioni fatte da questo organismo nel corso degli ultimi 25 anni e ci sono delle novità negli accenti sugli interventi da adottare. I dubbi si riducono, la constatazione del raggiungimento dei più elevati livelli di CO2 in atmosfera da 800.000 anni ammonisce sulla gravità della situazione.
Per la prima volta in maniera chiara si dice che alla fine del secolo, fra 85 anni, le emissioni legate ai combustibili fossili si dovranno praticamente azzerare per avere buone probabilità di non superare la soglia di 2 °C di incremento rispetto al periodo preindustriale.
Dobbiamo agire ora per ridurre le emissioni di CO2, ridurre gli investimenti nel carbone e adottare energie rinnovabili per evitare il peggioramento del clima che si riscalda ad una velocità senza precedenti”, ha commentato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aggiungendo “L’azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, a un migliore stato di salute e a città più vivibili”.......

In realtà, qual è la carta che fa ritenere che l’anno prossimo a Parigi si potrà raggiungere un risultato positivo? La consapevolezza, ormai anche a livello politico, della credibilità di una soluzione che a Copenaghen nel 2009 sembrava ancora costosa e di dimensioni limitate. Parliamo ovviamente delle fonti rinnovabili.
Alcuni dati spiegano la diversità di percezione che si ha oggi del loro ruolo. Tra il 2009 e il 2014 la potenza eolica e solare si è triplicata arrivando a 540 GW, ma soprattutto il costo del kWh eolico si è ridotto del 58% quello del fotovoltaico del 78% (Lazard, 2014). Lo scorso anno nel mondo si è installata più potenza da rinnovabili che da centrali fossili e nucleari. È questa constatazione che fa lanciare la IEA, solitamente criticata per la sua cautela sulle rinnovabili, in scenari secondo i quali entro la metà del secolo le tecnologie solari potrebbero essere il principale produttore di elettricità nel mondo.
L’altro elemento da sottolineare è la crescita della consapevolezza della necessità di intervenire sui consumi di carbone. L’incitamento a “ridurre gli investimenti nel carbone”, del Segretario dell’Onu, è una frase che riecheggia gli slogan della campagna “Divest fossil fuel” per spostare gli investimenti dai fossili alle rinnovabili.
Ed è, in questo senso, molto interessante la proposta di questi giorni del governo danese di studiare l’eliminazione delle centrali a carbone, che forniscono il 20% di energia primaria, entro il 2025. Una scelta coerente con una strategia per uscire totalmente dai fossili entro 35 anni (trasporti e calore inclusi) e con l’obiettivo di soddisfare con l’eolico la metà dei consumi elettrici alla fine del decennio.

Il rapporto IPCC:

Leggi anche su International business time


Climate Change

Climate Change Report: Il riscaldamento globale può essere limitato ma il cambiamento deve avvenire  presto.


Gli effetti deleteri del cambiamento climatico sono stati avvertiti in tutto il mondo, e gli eventi meteorologici estremi non faranno altro che peggiorare, senza un importante  azione  nei comportamenti, il Gruppo intergovernativo di esperti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha concluso nel suo ultimo rapporto  pubblicato Domenica a Copenhagen, Danimarca. L'IPCC ha detto che le nuove politiche energetiche devono essere realizzate prima del 2030. E  ha detto che  queste politiche dovrebbero comprendere una modifica verso le basse emissioni di carbonio...........

"Questo rapporto è un altro canarino nella miniera di carbone".....
Le prime miniere di carbone non avevano sistemi di ventilazione. I minatori portavano nei nuovi antri delle miniere un canarino dentro una gabbietta. I canarini sono particolarmente sensibili al metano e al monossido di carbone, il che li rendeva perfetti per rivelare la presenza di gas pericolosi. Fino a che sentivano il canto del canarino potevano esser sicuri che l’aria fosse sicura. La morte del canarino segnalava invece l’immediata evacuazione.......

08 agosto 2012

L'ordinanza del Tribunale del Riesame non autorizza l'Ilva a continuare a produrre......


 Tratto da Peacelink
Comunicato stampa

L'ordinanza del Tribunale del Riesame non autorizza l'Ilva a continuare a produrre

Abbiamo intenzione di avviare altre azioni di tipo legale per difendere la salute dei cittadini di Taranto.
Un nuovo inganno non passerà e vigileremo per il massimio rispetto della legalità
8 agosto 2012 - Fabio Matacchiera, Alessandro Marescotti (Fondo Antidiossina Onlus Taranto, Associazione PeaceLink)
 
L'ordinanza del Tribunale del Riesame non autorizza l'Ilva a continuare a produrre. Pertanto nei prossimi giorni l'azienda dovrà cessare la produzione, mantenere gli impianti in stand-by e avviare i lavori tecnici "per eliminare le situazioni di pericolo". foto di Taranto

Una interpretazione letterale non consente equivoci in quanto non si parla mai di facoltà d'uso per produrre ma per realizzare misure tecniche che eliminino situazioni di pericolo. Se si continua a produrre le situazioni di pericolo si perpetuano.

Il Tribunale, in riferimento agli impianti, prevede unicamente che si "utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo".

Se l'Ilva continuasse a produrre in violazione di quanto stabilito dal Tribunale del Riesame, raccoglieremo le firme dei cittadini per un esposto alla Procura della Repubblica e faremo rispettare il volere dei magistrati.


Porteremo inoltre all'attenzione della Magistratura un dossier tecnico per dimostrare come l'attuale cokeria è troppo pericolosa e non può diventare compatibile con il quiartiere Tamburi neanche con eventuali operazioni di aggiornamento tecnico. E' strutturalmente inadeguata e non può continuare a produrre neanche con gli interventi annunciati dall'assessore regionale all'ambiente che sono deludenti e inefficaci. Questa cokeria è vecchia, è troppo vicina alle abitazioni della città e va spenta.   


Abbiamo intenzione di avviare altre azioni di tipo legale per difendere la salute dei cittadini di Taranto.


Un nuovo inganno non passerà e vigileremo per il massimio rispetto della legalità.



COSA STABILISCE IL TRIBUNALE DEL RIESAME


In parziale modifica del decreto di sequestro preventivo impugnato, ferma restando la nomina degli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, nomina custode e amministratore delle aree e degli impianti di sequestro altresì il dott. Bruno Ferrante nella sua qualità di presidente del C.d.A. e di legale rapp.te di Ilva s.p.a., revocando la nomina del dott. Marco Tagarelli.

Dispone che i custodi  garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti.

14 novembre 2010

"L'Ilva di Taranto avvelena le tavole italiane"Riva indagato.2)Numerose interrogazioni parlamentari mettono in luce la gravità dell’inquinamento

Tratto da "La Repubblica"

"L'Ilva avvelena le tavole italiane"Riva indagato: disastro doloso.

Quattro periti sono stati incaricati di verificare i danni a persone e ambiente delle diossine.I pm vogliono sapere se sia necessario chiudere lo stabilimento

Di GIULIANO FOSCHINI
TARANTO - A Taranto qualcuno starebbe provocando volontariamente un disastro ambientale, buttando in aria fumi, diossine, benzoapirene, in sostanza veleni, facendo così ammalare e poi morire molta, troppa gente.
Quegli stessi fumi starebbero lentamente inquinando la catena alimentare, e così i veleni di Taranto finiscono sulle tavole di tutta Italia.
Questo qualcuno sarebbe Emilio Riva, il padrone delle acciaierie Ilva, il primo azionista di Alitalia, che insieme a suo figlio Nicola, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e il responsabile di uno dei reparti dello stabilimento siderurgico, Angelo Cavallo è accusato dalla procura di Taranto di disastro doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, getto e sversamento pericoloso di cose, più una serie di altri reati sugli infortuni del lavoro. A muovere la nuova accusa è il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, che sull'Ilva indaga ormai da vent'anni.
Per la prima volta però nella lunga storia di battaglia ambientale, dopo un'udienza del 27 ottobre, l'8 novembre scorso un giudice, il gip Patrizia Todisco, ha deciso di capire se realmente tutti i problemi di Taranto arrivino dalle ciminiere dell'Ilva, dai quei minareti industriali che dominano e ammorbano, a credere alle colonne di fumo e alla puzza, la città.
Per farlo il gip ha nominato - "tenuto conto delle segnalazioni tecniche e delle denunce pervenute dal Comune, dall'Arpa e da numerose associazioni ambientaliste" - quattro periti (Mauro Sanna, Rino Felici, Roberto Monguzzi, Nazzareno Santilli) ai quali ha affidato cinque quesiti attorno ai quali ruoterà il futuro ambientale di Taranto e della Puglia.

I tecnici dovranno verificare se "dallo stabilimento Ilva si diffondano gas, vapori, sostanze aeriformi e solide (polveri), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto".
In particolare dovranno essere cercate le diossine, il benzoapirene, sostanze fortemente cancerogene per le quali Taranto ha l'indice di emissione più in alto di Europa.

Il giudice però va oltre. Chiede infatti per la prima volta "se i valori di emissione di tali sostanze eventualmente ritenute nocive per la salute di persone e animali, nonché dannose per cose e terreni, determino situazioni di danno o di pericolo inaccettabili".
E soprattutto domanda "in caso affermativo, quali siano le misure tecniche necessarie per eliminare la situazione di pericolo, anche in relazione ai tempi di attuazione delle stesse e alla loro eventuale drasticità".

In sostanza, il tribunale vuole sapere se l'Ilva sia la causa di tutto.

Ma chiede anche se sia necessario, per mettere fine al disastro, chiudere lo stabilimento tenendo presente anche le ricadute occupazionali: oggi l'Ilva dà lavoro a 13mila persone all'incirca. Le associazioni ambientaliste hanno chiesto un referendum tempo fa sulla chiusura dello stabilimento, poi stoppato dal Tar. Sull'incidente probatorio si sono sollevate nuove polemiche politiche: né il Comune, né la Regione si sono costituite con tecnici di parte. L'azienda invece rimanda al mittente tutte le accuse: "Siamo uno degli stabilimenti più controllati d'Italia - dicono - e negli ultimi anni abbiamo speso come nessuno in ambientalizzazione: rispettiamo tutte le leggi".
14 novembre 2010)
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Tratto da Peacelink
Nel 2001 l'Europa prevedeva di risolvere il problema “diossina” entro 10 anni

Numerose interrogazioni parlamentari mettono in luce la gravità dell’inquinamento a Taranto


E’ stato fatto veramente il possibile per proteggere la popolazione dalla miscela di sostanze tossiche che la colpiscono così duramente? Riassumiamo i fatti attraverso le parole dei parlamentari (prossimamente vedremo le risposte del Governo)
13 novembre 2010 - Lidia Giannotti

Dieci anni. In 10 anni il problema “diossina” sarebbe stato risolto all’interno dei paesi dell’Unione Europea, se solo fosse stata applicata la strategia avviata nel 2001 e illustrata in una Comunicazione della Commissione alle istituzioni comunitarie.

Gli anni sono passati. La popolazione che vive a Taranto e nel vicino comune di Statte non è stata neppure informata dell’emissione nell’aria di quantità imponenti di diossine, più consistenti di quelle disperse dalla nuvola che il 10 luglio del 1976 si sprigionò dall’ICMESA di Seveso, in Lombardia (in un incidente causato da un aumento incontrollato di temperatura nel reattore dello stabilimento chimico).

Non è stata informata e neanche protetta.


RITARDI GRAVISSIMI
Nella sconfinata area industriale di Taranto ci sono 6 importanti impianti (l’acciaieria ILVA, Edison, Enipower, ENI, Sanac, AMIU e Cementir). Si pensava che le istituzioni vigilassero sull’incolumità e sul benessere di quella comunità.

Molte istituzioni hanno invece mancato di svolgere il loro importantissimo ruolo (un tempo molto rispettato in questa parte del Meridione).

Una miscela di sostanze tossiche e di polveri, di ritardi e di inefficienze - terreno di coltura di abusi e di reati - ha offeso per anni la natura e la gente di questo territorio, insieme ai tanti che in questi anni si sono spostati nella città e nei paesi più vicini da altre regioni, grazie all’antica presenza di una base navale, di una scuola sottoufficiali e di uno dei tre grandi arsenali militari della Marina Italiana. E’ indubitabile il ritardo con il quale le istituzioni si sono mosse, dopo le associazioni e soltanto dopo alcune inchieste giornalistiche. Ma si può dire che oggi il ritardo sia stato recuperato?

La popolazione di quei territori può contare su un’informazione corretta e ritenere di essere (finalmente) protetta?

Non è escluso che qualcuno possa trovare argomenti formali per giustificare inerzie persino oggi, oppure argomenti che giusticano scelte dilatorie tutto sommato non vietate dalla legge.
Non è escluso, però, che molti all'interno delle istituzioni siano inconsapevoli di quanto sta continuando ad accadere.

Tutti dovrebbero leggere l'interessantissima COMUNICAZIONE del 17 gennaio 2001 della Commissione Europea, che descrive i danni procurati dalla diossina:
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2001:0593:FIN:IT:PDF

Ma i motivi per reagire e cambiare sono anche altri.

Nel 1998 l'Accordo internazionale chiamato "Protocollo di Aahrus" - qui citato - proponeva un approccio globale per ridurre la produzione di alcune sostanze e la tutela della salute, e uno dei passaggi principali della sua strategia riguarda anche oggi la sensibilizzazione del pubblico e la circolazione di informazioni.

Quell'Atto infatti riconosce i diritti degli individui e dei gruppi in funzione di autodifesa, ma intende soprattutto innescare un processo virtuoso a tutti i livelli istituzionali e civili, un processo di autodifesa, di conoscenza e di sviluppo a vantaggio dell'intera collettività.

LE INTERROGAZIONI DEGLI ULTIMI 3 ANNI E LE INCHIESTE GIORNALISTICHE

Continua sull'articolo integrale

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Tratto da Agoramagazine


Il Ministero dell’Ambiente condona gli inquinatori


CON GLI ACCORDI TRANSATTIVI

domenica 14 novembre 2010 di Erasmo Venosi


Il Protocollo d’Intesa, predisposto dal Ministero dell’Ambiente per la sottoscrizione di Accordi Transattivi, tra soggetti inquinatori su cui dovrebbe pendere l’onere della bonifica , dovrebbe riguardare come prima applicazione, il sito di interesse nazionale di Priolo.

Una sorta di condono ambientale non dichiarato.


Riportiamo solo il finale consigliandovi la lettura del dettagliato e molto incisivo articolo integrale LEGGI

Appare evidente che nel nostro Paese, la politica considera l’ambiente un costo da scaricare sulle pubbliche finanze e sul benessere ambientale che significa benessere sia fisico che psichico.

I reiterati e apparentemente veementi richiami alla sostenibilità, all’ambiente, alla economia verde, sono vacue declamazioni che si scontrano con un potere legislativo che approva norme, la cui ambivalenza, tortuosità e scarsa comprensibilità , determinano le condizioni atte all’assolvimento degli inquinatori.

Retrospettivamente e malinconicamente , si può tranquillamente affermare che 30 anni di politica a tutela dell’ambiente , sul piano reale non hanno prodotto assolutamente nulla. I costi sanitari, ambientali, sociali e finanziari sono di dimensioni colossali ma si continua diabolicamente come se nulla fosse successo.

Differenziati su base territoriale e di “colore “ politico del Governo regionale inoltre, gli interventi e l’assenza di volontà e di risorse finanziarie: a Priolo si prevedono due milioni di euro per le valutazioni epidemiologiche e afasia totale per un analogo studio nella inquinata Taranto!

Erasmo Venosi

(Professore universitario di Fisica Nucleare. Libero professionista - ex Vice Presidente Commissione I.P.P.C. del Ministero dell’Ambiente.......)