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28 luglio 2015

Inquinamento e ricatto occupazionale, un paradosso che arriva da lontano .....Il costringere la gente a scegliere tra il lavoro e la salute.

Tratto da Greenreport 

INQUINAMENTO E 

              RICATTO OCCUPAZIONALE

un paradosso che arriva da lontano ......

Portavo i calzoncini corti, professionalmente, e facevo il giovane pretore quando mi sono imbattuto a tutto campo in quel male silente ed endemico del nostro Paese che sarà poi la causa madre dei grandi futuri disastri ambientali e dei conseguenti danni alla salute pubblica: l’inquinamento e il ricatto occupazionale, il costringere la gente a scegliere tra il lavoro e la salute. Due diritti fondamentali, questi ultimi,  che – tutelati  ambedue di pari grado solo sulla carta e a chiacchiere – dagli anni ’80 sono stati posti forzatamente, progressivamente ed inesorabilmente – nei fatti –  in permanente antitesi tra di loro.
Era il tempo dei “pretori d’assalto” (così erano bollati in senso denigratorio i pretori che  iniziavano a contrastare gli albori di quelli che poi diventeranno ai giorni nostri gli attuali, diffusi traffici di rifiuti e scempi ambientali) e delle prime grandi inchieste contro gli inquinatori di prima generazione. Era il tempo delle prove generali degli scarichi abusivi, dei traffici di rifiuti, degli inquinamenti diffusi, degli scempi edilizi/paesaggistici e delle prime timide leggi che – con colpevole ritardo – iniziarono ad essere emanate nel settore.
E proprio questa “novità” inaspettata, dopo anni di praticata anarchia nel settore del contrasto agli inquinamenti (si pensi che i “vecchi” pretori “d’assalto” per contrastare le antiche forme di inquinamento nel mare dovevano applicare forzatamente la legge a tutela  commerciale dei… pesci), quando qualcuno iniziò a far valere i principi in base ai quali era finito il tempo nel quale ognuno poteva fare quello che voleva e come voleva (molte grandi discariche micidiali che emergono oggi dal ventre della terra sono state realizzate tra gli anni ’60 e gli anni ’70) e che chi scaricava e inquinava doveva iniziare a rispettare le prime seppur blande e annacquate regole ambientali, iniziò a generare come reazione immediata il ricatto occupazionale.
Il concetto era (ed è ancora oggi) molto semplice ed elementare: volete che rispetti le regole ambientali e a tutela della salute pubblica, che hanno dei costi? E io chiudo e licenzio i dipendenti… Oggi la versione aggiornata come variabile è: e io chiudo in Italia (licenziando) e riapro all’estero dove tutto è “semplificato” (leggi: dove come regole siamo al tempo dell’Italia anni ‘60/’70 e possiamo fare quello che ci pare)......
E il sistema era efficacissimo perché attivava immediatamente un contenzioso durissimo tra il pretore (e la polizia giudiziaria allora da lui dipendente) e gli operai. Era il tempo in cui i cittadini ancora non avevano minimamente consapevolezza del concetto di disastro ambientale, dei danni conseguenti per la salute pubblica e dei rischi che i propri figli correvano (oggi se non altro questa consapevolezza almeno in parte è più diffusa) e la stampa era analogamente poco lungimirante in tal senso; dunque il ricatto occupazionale faceva presa subito. 
Chi agiva per tutelare ambiente e salute pubblica era visto come un sovversivo o un estremista esagerato, e a fronte del danno (immediatamente percepibile) della perdita del posto di lavoro messo in contrapposizione a un danno allora non visibile (nei termini drammatici odierni) per la propria salute, il fronte era automatico e inevitabile.
I pretori del tempo per evitare questo continuo ricatto occupazionale furono costretti dunque ad elaborare quella “giurisprudenza satellite” che per anni operò come cuscinetto di bilanciamento tra diritto al lavoro e diritto alla salute pubblica.
Ad esempio i c.d. “sequestri condizionati”, tanto criticati da fonti cattedratiche ma efficaci sul territorio per porre almeno in parte argine agli inquinamenti dilaganti. Perché, a fronte di quell’insediamento che scaricava in modo brutale, avevi due possibilità: sequestrare tutto l’insediamento per bloccare lo scarico selvaggio (e automaticamente scattava il ricatto occupazionale e si creava il logico fronte ostile da parte di dipendenti e opinione pubblica) oppure vedere la palese violazione di legge e lasciar perdere e consentire al titolare di continuare ad inquinare come voleva.
Si ideò allora una terza ipotesi: sequestrare lo stabilimento, ma consentire la continuazione del ciclo produttivo in atto nel caso in cui il titolare avesse adottato almeno alcune minime, urgenti ed economicamente accettabili misure per tamponare e ridurre il flusso brutale degli inquinamenti nell’ambiente naturale. Il ricatto occupazionale veniva così in parte disinnescato.
Questa ipotesi non era prevista dal codice, e iniziò così l’elaborazione di una giurisprudenza realmente supplente rispetto a un assetto normativo che non affrontava il problema e faceva finta di non percepirlo nei dettati legislativi, scaricando sui pretori la patata bollente (ma questa patata dentro era avvelenata, e solo oggi molti se ne stanno rendendo conto).
Oggi credo che il quadro di fondo sia rimasto sostanzialmente immutato come principi di base, solo che tutto è ingigantito dai macrosistemi del tempo attuale. Sono macro i disastri ambientali (che negli anni ’80 erano iniziali e se li avessero bloccati adesso non saremmo in queste condizioni), sono macro le conseguenze di danni alla salute pubblica (dove solo un negazionismo di maniera può ignorare nella realtà delle cose concrete la connessione tra inquinamenti e tumori e altre malattie diffuse), sono macro gli interessi economici e politici in gioco, sono macro gli attori in campo (al posto dei pretori ci sono magistrature di elevato livello e al posto del singolo titolare di azienda ci sono intere categorie strutturate), sono macro alcuni nuovi soggetti che sono entrati nella partita (i criminali delle ecomafie).
Dalle prove generali degli anni ’80 a oggi il meccanismo è sempre lo stesso: scegliere tra lavoro e danno ambientale/salute pubblica. Con criteri diversi, oggi a volte di massa, oggi nei meccanismi di numeri e dati elevati, ma il nocciolo della questione è quello.
Il profitto (di pochi) è l’elemento portante di questo (dis)equilibrio che ci sta portando al progressivo peggioramento della situazione attuale. Finché l’opinione pubblica e la stampa non troveranno una chiave di lettura ragionevole per spezzare questo male endemico, continueremo ad ammalarci di livelli tabellari sulla carta rispettati ed adattati alle emergenti e mutevoli esigenze produttive, in nome di un diritto al lavoro che ha abdicato al diritto parallelo alla tutela della salute dei lavoratori stessi e dei cittadini terzi. Questa chiave è solo quella di imporre a chi trae immensi profitti dalle attività che generano gli inquinamenti di dedicare una parte di questi profitti alla messa in regola (sostanziale e non sulla carta ed a chiacchiere) degli impianti per diminuire gli inquinamenti. Tecnicamente questo è possibile, e lo dimostrano esperienze in altri Paesi ed in alcuni casi (rari) anche in Italia.
Ma il migliore alleato del ricatto occupazionale è la rassegnazione. Soprattutto quella dei dipendenti e dei giovani. Ho conosciuto dipendenti consapevoli dei rischi (certezze) di danno a cui vanno incontro, ma pur di lavorare accettano tutto. Non si può accettare di andare a lavoro come andando in una guerra.
Ho conosciuto giovani universitari in città a forte e conclamato tasso di tumori da inquinamento endogeno che, infastiditi, cercavano di evitare di parlare della cosa. Ma perché vieni qui a parlare di questo? Li hai visti i bei monumenti che ha la nostra città? Parliamo di quelli…
Il più bel monumento che oggi possiamo avere è il diritto a non ammalarci per cause ambientali. Ma quale sovrintendenza tutela questo monumento, che ancora è nella roccia e dobbiamo iniziare a scolpirlo?
di Maurizio Santoloci – Diritto all’ambiente

Qui l'articolo  integrale 

07 gennaio 2014

Ilva di Genova: 20 milioni di euro per le bonifiche che non pagheranno però gli inquinatori

Tratto da Ecoblog

Ilva di Genova: 20 milioni di euro per le bonifiche e non paga chi ha inquinato

Scritto da: -

La lunga storia dell'inquinamento subito dal quartiere Cornigliano a Genova sembra giunto all'epilogo con un conto salatissmo da 20 milioni di euro per bonifiche che non pagheranno però gli inquinatori


Il Secolo XIX oggi annuncia che la bonifica per l’area Sottoprodotti (SOT) dell’ Ilva di Genova costerà presumibilmente tra i 15 e i 20 milioni di euro. La terra su cui sorgeva l’acciaieria con la cokeria è intrisa di benzene fin sotto la falda acquifera e occorre impacchettare l’intera zona in una scatola che impermeabilizzi il suolo. A questa soluzione si è giunti dopo molti anni di discussioni e progetti fino all’ultimo definitivo messo a punto dagli esperti de La Sapienza di Roma. E’ previsto anche la messa in sicurezza del torrente Polcevera che passa proprio li sotto. I costi stimati per questo progetto oscillano tra i 15 e i 20 milioni di euro. I soldi arriveranno dalla grande cassa dell’accordo di programma tra enti, governo e acciaierie Ilva per cui gli enti locali pagheranno l’onere delle bonifiche. Amaro epilogo dunque che potrebbe essere analogo a quel che si sta prospettando per l’Ilva di Taranto.
Vi racconto la storia dell’Ilva di Genova perché presenta molte analogie con la storia dell’Ilva di Taranto avendo in comune la famiglia Riva a gestirle.
........I Riva imboccano la strada del ricatto occupazionale sostenendo che con la chiusura della cockeria si schiude anche lo stabilimento e che sono così costretti a mandare a casa 1200 operai. Di fatto la chiusura definitiva della cockeria si avrà il 29 luglio del 2005. Nulla di nuovo neanche qui. 
 Il dato interessante ce lo fornisce Andrea Ranieri intervistato da Bruno Ugolini che ripercorre l’arrivo dei Riva all’Ilva.Dice Andrea Ranieri:
Tutta l’operazione della semplificazione della siderurgia italiana è costata una barca di soldi, mentre la vendita a Riva fece incassare poco. Costarono molto, invece, ad esempio, i prepensionamenti. Io non leggo comunque la vicenda di oggi come una contrapposizione tra le ragioni del lavoro e quelle dell’ambiente. I giudici dicono una cosa importante quando affermano che è stata fatta una scelta (non si tratta di fatalità) tra l’inquinare o il non inquinare. Ovvero di investire per l’efficienza dello stabilimento e non altrettanto per l’ambiente. Le condizioni di rischio non cascano dal cielo, sono una scelta. Il grande balzo in avanti nella produzione e negli utili non è stato accompagnato dalla priorità da dare alla salvaguardia della salute.
Quel che resta sul campo dopo i reati contestati molti dei quali finiti in prescrizione è un terreno profondamente e gravemente inquinato da benzoapirene che sarà inscatolato per proteggere la falda acquifera e il torrente Polcevera. 
 La bonifica non la paga chi ha inquinato ma tutti i cittadini che hanno subito. Perché come sottolinea ancora Ranieri:
Occorre costringere l’imprenditore a impiegare una parte degli straordinari profitti accumulati. Occorre superare la logica di chi dice che se si paga troppo in sicurezza poi certe produzioni se ne vanno dall’Italia.
Qui 'articolo integrale

11 maggio 2013

Ilva, il Procuratore Generale attacca i sindacati "Anni di fragoroso silenzio"

Tratto da La Repubblica Bari

Ilva, il Procuratore Generale attacca i sindacati"Anni di fragoroso silenzio"

Il procuratore generale di Lecce critica l'atteggiamento dei rappresentanti dei lavoratori, "che hanno mantenuto il silenzio nonostante la gravità di una situazione visibile a tutti", non risparmiando azienda e amministratori locali.

di CHIARA SPAGNOLO

"Sull'Ilva si è registrato negli anni un fragoroso silenzio da parte dei sindacati e una disattenzione dei governi che si sono succeduti a livello locale e nazionale". Lo ha affermato il procuratore generale di Lecce, Giuseppe Vignola, in apertura dei lavori del convegno su 'Il caso Ilva di Taranto' in corso a Lecce.

Il magistrato ha criticato duramente l'atteggiamento del sindacato, "che ha mantenuto il silenzio nonostante la gravità di una situazione visibile a tutti", e anche contro la proprietà "che dal 1982 non ha mai inteso adempiere alle prescrizioni della magistratura".

Dal canto suo, Mario Buffa, presidente della Corte d'appello di Lecce, ha lanciato l’allarme sulla possibilità che "dopo la legge ad aziendam fatta dal Governo, della cui costituzionalità continuiamo a dubitare anche dopo la pronuncia della Consulta di cui attendiamo le motivazioni, c'è il rischio che a Taranto tutto resti come prima".
 Buffa ha ricordato come sia "inaccettabile" il ricatto occupazionale messo in atto dall'azienda e precisato che l'obiettivo del convegno giuridico di Lecce è stato quello di "tenere desta l'opinione pubblica". 

Di ricatto occupazionale, “nel caso Ilva così come a Pomigliano”, ha parlato anche Fausto Bertinotti, ricordando come in entrambi i casi e anche in altri “la politica ha dismesso il proprio ruolo, accettando l’idea che si debba difendere a tutti i costi quello che c’è e non si possa costruire una valida alternativa in cui i diritti dei lavoratori tornino in primo piano”.....

La vicenda della fabbrica di Taranto, per il presidente emerito della Camera, è sintomatica della costruzione di un compromesso sociale “secondo cui i diritti sociali sono variabili dipendenti dall’andamento dell’economia”, ma anche “del sistematico ridimensionamento dell’ordinamento costituzionale in atto in Italia”, messo in atto tramite la distruzione della Costituzione 

 ......Vai all'articolo integrale

02 maggio 2013

VELENO:L’Ilva e l’inferno di Taranto: intervista a Daniela Spera.

 DANIELA SPERA E
LA SUA  BATTAGLIA CIVILE PER TARANTO.
GRAZIE DA UNITIPERLASALUTE PER LA SUA IMPORTANTE LOTTA A TUTELA  DELLA SALUTE.
Tratto da   Retronline

L’Ilva e l’inferno di Taranto: intervista a Daniela Spera.


L’Ilva, i suoi camini e il fumo denso che sale verso l’azzurro del cielo pugliese hanno trasformato la città di Taranto in un luogo di morte, dove le malattie e i tumori incombono sul futuro dei cittadini. 


DanielaSpera ha preso in mano le redini di questa battaglia contro il mostro di acciaio, portando alla luce dati che fanno paura. La sua storia è stata raccontata dalla giornalista Cristina Zagaria nel libro Veleno, edito dalla Sperling & Kupfer. Ho avuto la fortuna di poter rivolgere alla dottoressa Spera alcune domande con lo scopo di far conoscere a più persone possibili la realtà dei fatti.


Com’è iniziata la sua battaglia?
La mia battaglia è cominciata perché notai un video nel quale veniva mostrato l’abbattimento di un intero   gregge di bestiame poiché contaminato da diossine. Rimasi molto colpita da quel video soprattutto perché l’allevatore individuava un colpevole: l’Ilva di Taranto. Così ho cominciato a documentarmi costantemente, a raccogliere storie, per capire cosa davvero stesse accadendo a Taranto. Il mio lavoro mi ha permesso di entrare in contatto con le storie delle famiglie, con diversi casi di patologie tumorali: sono in effetti un’osservatrice privilegiata, svolgendo una professione sanitaria.

Quali sono i dati più preoccupanti che è riuscita a far emergere?

I dati più allarmanti che ho avuto modo di osservare e che sono stati confermati dalla perizia epidemiologica riguardano le incidenze e mortalità di patologie tumorali nei bambini. Quando ad essere colpiti da patologie neoplastiche sono i bambini significa che siamo oltre una situazione di rischio o di allarme, significa che c’è una inequivocabile componente ambientale che genera una vera e propria strage. In questo caso ci si trova di fronte ad una emergenza sanitaria che impone interventi immediati ed efficaci per fermare – e non per ridurre – l’inquinamento in atto.


Casale Monferrato e Taranto: due realtà molto vicine. Perché in Italia si muore per questi motivi?
Nel nostro paese non esiste la cultura del rispetto della vita. La priorità è la produzione ad ogni costo, il profitto a discapito della qualità della vita. In questa maniera si diventa ostaggi di un’azienda che si avvale di una potentissima arma: il ricatto occupazionale.
Come si concilia il diritto al lavoro e quello alla salute? I Tarantini come hanno reagito davanti alla possibile chiusura dell’Ilva? Credo che il referendum snobbato pochi giorni fa sia un segnale forte.
Il diritto alla salute viene prima di ogni cosa, non si può scegliere se accettare dei decessi in cambio di un misero stipendio. Non si dimentichi che gli stessi operai sono vittime del loro stesso lavoro e allo stesso tempo provocano la morte dei propri cari. Nel libro Veleno questo aspetto è descritto molto bene ed emerge in maniera prepotente.
La maggior parte dei Tarantini rifiuta l’attuale sistema industriale che annienta il proprio territorio e nonostante la scarsa affluenza alle urne .........Gli astenuti forse hanno subito il ricatto occupazionale.
Secondo lei quale sarà il futuro di Taranto?
Difficile pensare al futuro di Taranto. Posso solo dire ciò che vorrei per Taranto: la chiusura dello stabilimento Ilva e di tutte le aziende inquinanti che insistono sul nostro territorio, bonifica e rilancio dell’economia locale.
La sua storia è stata raccontata nel libro Veleno. Come ci si sente a essere la protagonista di un libro?
In realtà non mi sono soffermata molto su questo aspetto. Essere protagonista di un libro per me è solo l’occasione per parlare di Taranto, per offrire un esempio di battaglia civile, attraverso la mia storia che ha in effetti coinvolto molti altri Tarantini ed è questo l’aspetto più importante. Ora vorrei che la mia battaglia fosse anche un esempio per tutta l’Italia.
Che cosa vuol dire convivere con la presenza della morte? Non ha paura di rientrare anche lei nel numero delle vittime dell’Ilva?
La presenza della morte e il timore di ammalarsi a Taranto sono molto vivi. C’è chi accetta con rassegnazione, c’è chi invece reagisce, io faccio parte di quel piccolo gruppo di persone che ha deciso di lottare.
Anch’io ho il timore di ammalarmi, ed è per questo che lotto senza sosta, perché voglio portare a termine ciò che ho cominciato, prima di diventare vittima.
Ringrazio la dottoressa Daniela Spera per l’intervista.
Articolo di Alessandra Coppo.

14 aprile 2013

A Taranto come ad Acerra : la salute e l’ambiente salubre, sono diritti supremi e inalienabili.......

Tratto da CO.RE.ri

 

Taranto come Acerra

La salute e l’ambiente salubre, quali componenti di uno stesso bene primario, non sono suscettibili di alcun condizionamento da parte dei Pubblici Poteri, che possono al più solo regolamentarli, nella prospettiva di una tutela e di uno sviluppo ambientalmente sostenibile.
14 aprile 2013 - Coordinamento Regionale rifiuti - Campania

Era il 27 Novembre dello scorso anno quando il Ministro dell’Ambiente Clini proponeva per Taranto un modello di legge calzato su misura, invitando a basarsi sull’esperienza di Acerra
Il parallelo però non riguardava affatto le due nefaste situazioni di spaventosa pressione ambientale che accomunano il paese campano alla città pugliese.
Acerra è uno dei tre vertici del cosiddetto “Triangolo della morte”, figura geometrica tristemente nota per rappresentare il luogo simbolo della devastazione ambientale compiuta dalla camorra che, con la connivenza di politica ed industria del nord d’Italia e d’Europa, ha letteralmente imbottito i terreni agricoli di rifiuti tossici, usandoli finanche come concime o arrivando a seppellire intere cisterne contenenti prodotti di scarto industriale, finendo in tal modo per compromettere in maniera irreversibile terreni, falde acquifere ed aria.......

Eppure ad Acerra, nonostante il disastro in atto, nel maggio del 2008 il governo italiano aveva sommato danno al danno,  imponendo, tramite  un decreto legislativo “speciale”, poi convertito in legge, l’avvio del noto impianto di termodistruzione, sulla cui inaffidabilità ed illegittimità sono stati scritti fiumi di inchiostro; oggi addirittura la Regione Campania, tramite i giornali locali, fa trapelare l’intenzione di ampliare tale mostro, con l’intento di trasformarlo nel più grande impianto di incenerimento al mondo.

Taranto è oggi invece la città simbolo dell’inquinamento ambientale di un’industria pesante che non si è fatta scrupolo alcuno nell’agire al di fuori dei principi di cautela a tutela della salute della popolazione locale, dietro la potente clava del ricatto occupazionale.
 Una gran percentuale  dell'inquinamento europeo da diossina proviene da quella città; sono state visionate da un po’ tutti le immagini del mare di Taranto trasformato in una pozza di petrolio provocata dai liquidi di raffreddamento industriale in esso sversati; sono state rilevate ancora in questi giorni, nonostante le ripetute denunce del Fondo Antidiossina, emissioni fuori legge dalle cokerie dell’Ilva; una recentissima denuncia degli ambientalisti locali segnala per di più la rilevazione di piombo nel sangue di un campione di bambini residenti nell’area industriale della città, quale indicatore di una esposizione recente e continuativa a pericolosi inquinanti.

Clini.....
Questo ........ funzionario dello Stato, onnipresente in ogni nuova legislatura e divenuto con il Governo Monti addirittura Ministro dell’Ambiente, il 27 novembre proponeva dunque per Taranto la cura Acerra, al fine di riutilizzare la stessa procedura di “militarizzazione” dei territori con la quale si sono imposte per legge in Campania 11 mega-discariche e l’inceneritore suddetto, deprivando i cittadini del potere di sovranità sui propri territori ed imponendo dunque, leggi speciali, sovranazionali e extra-ordinamento, con le quali consentire allo Stato, sul territorio nazionale, di agire al di fuori delle norme ordinarie per una presunta finalità di “interesse nazionale”.
 
L’esperimento della Campania esportato dunque a Taranto, con il vergognoso decreto Salva-Ilva convertito nella legge n. 231/2012 dall’intero precedente arco parlamentare; un decreto vergognoso che ha l’effetto di rendere non applicabile ad alcune imprese una parte del codice di procedura penale per un periodo di tempo che può arrivare fino a 36 mesi. L’individuazione delle imprese che beneficiano di questo trattamento è affidata allo stesso Governo, che lo fa attraverso un atto della Presidenza del Consiglio dei Ministri denominando le stesse “di interesse strategico nazionale”.

Il risultato di un simile aborto legislativo è che se il Ministro dell’Ambiente autorizza “la prosecuzione dell’attività produttiva” di una industria inquinante sequestrata da un giudice in via cautelativa, la sua volontà prevale su quella del giudice stesso.

La Corte Costituzionale, alla quale in questi giorni i giudici di Taranto, che avevano disposto il sequestro di parti dell’Ilva, si erano appellati per contestare l’illeggittimità di una simile legge, si è pronunciata sostenendo nei fatti che le norme in questione non incidono su procedimento penale in corso.
 
È una decisione che come CO.RE.ri. - Coordinamento Regionale rifiuti della Campania non possiamo che considerare gravissima perché introduce per la prima volta una scala di priorità aberrante nel valutare l’importanza dei principi sanciti dalla nostra Carta costitituzionale, anteponendo il profitto di pochi, mascherato come interesse strategico nazionale in termini di tutela del lavoro, alla morte di cittadini italiani.
 

Come CO.RE.ri. riteniamo piuttosto che esistano diritti supremi e inalienabili, la salute e l’ambiente salubre, quali componenti di uno stesso bene primario, non suscettibili di alcun condizionamento da parte dei Pubblici Poteri, che possono al più solo regolamentarli, nella prospettiva di una tutela e di uno sviluppo ambientalmente sostenibile.
Per tale motivo esprimiamo piena solidarietà alla popolazione di Taranto invitando gli ambientalisti locali a valutare se tutto quanto sta accadendo non possa meritare un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.
Napoli, 14/04/2013
Coordinamento Regionale rifiuti della Campania
http://www.rifiuticampania.org

contatti@rifiuticampania.org
http:// www.facebook.com/CoordinamentoRegionalerifiutiCampania

Tel: 393-5477300 / 334-6224313

24 agosto 2012

SALUTE O LAVORO? ILVA, quando le leggi del mercato hanno la meglio......

Tratto da Il cambiamento

Ilva, quando le leggi del mercato hanno la meglio.

 

L'Ilva di Taranto, una delle fabbriche dei veleni che inquinano da anni il nostro territorio. Le indagini, il riscontro dell'aumento di tumori nella popolazione locale. Poi il sequestro degli stabilimenti e la retorica del ricatto occupazionale. Da Antoine Fratini, presidente dell'Associazione Europea di Psicoanalisi e membro de l'Académie Européenne Interdisciplinaire des Sciences, una lettura psicoanalitica della cultura che contrappone salute e occupazione.

di Antoine Fratini - 23 Agosto 2012

Le leggi del Mercato prevalgono su quelle della Natura (J.Marc Lévy-Leblond, Eureka N°41 bis...)


Da alcune settimane la vicenda legata all’impianto siderurgico Ilva di Taranto è in cima alla lista delle notizie su tutti i media. Gli esperti hanno accertato che la fabbrica rilascia nell’ambiente sostanze inquinanti e pericolose per la salute della popolazione locale. Si parla di un 30% di tumori in più rispetto alla media, un dato altamente significativo dal punto di vista epidemiologico. La magistratura non poteva pertanto che decretare l’arresto dell’attività produttiva dello stabilimento, notizia che ha provocato il panico dei dipendenti che vedono profilarsi lo spettro della cassa integrazione. Sembra addirittura che alcuni dipendenti abbiano nascosto ai medici la loro stessa patologia per paura di subire ritorsioni da parte della ditta. Tutti questi fatti, se confermati, sarebbero ovviamente gravissimi sotto ogni punto di vista. 

Abbiamo inoltre due ministri dell’ambiente, uno attualmente in carica, l’altro appartenente al precedente governo, che si esprimono come se fossero ministri dell’industria, sminuendo la gravità del problema ambientale e contemporaneamente enfatizzando quello occupazionale ed economico.

Fatto particolarmente significativo è che in questo caso l’intera classe politica, da destra a sinistra, sembra parlare la stessa lingua. 

 Il partito del dio Economia è trasversale. Per Stefano Fassina, per esempio, il sequestro "è un fatto drammatico" perché l'Ilva e il relativo indotto "sono una realtà industriale ed occupazionale imprescindibile per il territorio tarantino, per il Mezzogiorno e per l'Italia". 
 Ancora, per il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera "è necessario avviare e portare avanti, una volta per tutte, il superamento strutturale delle motivazioni che hanno portato al provvedimento di sequestro da parte della magistratura". Qualcuno ha persino affermato che il problema è la magistratura che con il suo provvedimento rischia di mettere in ginocchio l’industria italiana! 
Insomma, secondo la classe politica italiana il sistema produttivo avrebbe una importanza prioritaria rispetto alla messa a norma ambientale di uno stabilimento inquinante e pericoloso per la salute dei cittadini.
 Come ho già proposto altrove, questo evidente sballo dei valori dipende solo apparentemente da una valutazione razionale.

 Per il moderno homo economicus, l’economia è diventata un sistema di credenze inconsapevole che detta i propri valori e impone le sue esigenze sull’etica e sugli altri aspetti della cultura.
E fintantoché l’uomo non prenderà coscienza di questo suo stato, che in gergo psicoanalitico va sotto il nome di possessione, situazioni come quella di Taranto saranno destinate a ripetersi. Razionalmente, l’importanza del rispetto per la Natura non pone particolari problemi di comprensione, ma la possessione ad opera di Economia obnubila la mente, quella dei politici in particolare modo.....
Evidentemente, la Natura oggi viene considerata soltanto come un insieme di risorse da sfruttare in nome dell'Economia. 
 Il rapporto dell’uomo moderno con la Natura è di tipo parassitario, a senso unico, tanto che appare più corretto parlare di non-rapporto. E quando Gaia, la Terra, reagisce, occorre mostrarle chi è più forte. Per esempio, quando parte la corsa alla cementificazione degli argini dei fiumi onde scongiurare i pericoli di esondazioni invernali e per continuare a sfruttare il “territorio”.

 Non è pertanto esagerato affermare che l’uomo moderno ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro contro la Natura. 
Il sistema, imperniato sul precetto religioso della crescita economica infinita, non contempla alternativa.
 In quel contesto, ogni riduzione prevista o confermata del PIL diventa blasfema e suscita reazioni furiose. Così, operai, sindacati, politici, giornalisti… tutti di concerto intonano l’inno globale di guerra contro la Natura e, quindi, contro l’anima che in essa da sempre si rispecchia e si manifesta. Quel comportamento coatto legato alla distruzione e allo sfregio del territorio è una delle forme più diffuse che riveste oggi la resistenza all’inconscio.
La vicenda giudiziaria dell’Ilva sembra quindi destinata ad acquisire una valenza simbolica decisiva per il nostro modo di intendere l’industria nel prossimo futuro.
 Altro che green economy.

 Leggi l'articolo integrale

 

27 luglio 2012

Ilva, una sfida per Taranto e l'Italia.......Ilva, il gip: «Inquinato per profitto»



Leggi su Noalcarbone

27 luglio 2012


La magistratura è intervenuta perché è fallita la politica

 (fonte peacelink.it)
Scattano i provvedimenti a carico di chi ha diretto l'azienda. Per tutti questi anni PeaceLink ha lavorato per difendere la salute dei bambini e avviare le bonifiche ambientali. A Taranto, secondo i periti della magistratura, muoiono 2 persone ogni mese per inquinamento industriale.Leggi tutto


 
Tratto da "La Stampa"
  
Ilva, una sfida per Taranto e l'Italia

L’Ilva è a un passo dalla chiusura, avendo il gip deciso il «blocco delle attività» di cinque aree dell’acciaieria. E se muore la fabbrica muore la città, Taranto. Ma nello stesso tempo il ricatto del lavoro al Sud non può più consentire che si lavori a tutti i costi. Anche a costo di morire di lavoro.

E’ terribile il ricatto. Ne sanno qualcosa i sopravvissuti di Casale Monferrato che hanno vissuto con l’Eternit. E che solo quando la fabbrica della morte era chiusa ormai da anni hanno avuto giustizia. Adesso, la vicenda di Taranto è più complessa. Intanto perché nello stabilimento lavorano, tra diretti e indiretti, quasi 15.000 addetti. E per la città sarebbe una tragedia la perdita di 15.000 posti di lavoro. Poi perché si scatenerebbe un effetto «domino» con la chiusura di altri impianti Riva che producono tubi e acciai, e le aziende clienti dell’Ilva soffrirebbero per la mancata consegna delle materie prime.


Ma come per l’Eternit di Casale Monferrato, così l’inchiesta della procura di Taranto ha accertato che la presenza dell’acciaieria ha provocato decine di decessi di cittadini che hanno respirato i veleni dell’Ilva.


La città naturalmente si interroga e assiste agli eventi. L’anno scorso ha dovuto prendere atto che il Mar Piccolo era «avvelenato» a tal punto che tutte le coltivazioni di cozze sono state distrutte. E’ accaduto anche quest’anno.

Da sempre Taranto ha accettato la grande acciaieria che garantisce lavoro agli operai pugliesi, della Basilicata e persino della Calabria. Anche sapendo del prezzo da pagare. Quand’era Italsider, azienda pubblica, era un “«ssumificio», le assunzioni passavano attraverso il ministero delle Partecipazioni statali e dei ras democristiani locali. La produttività era un concetto astratto. Nella fabbrica prosperavano ben 546 imprese d’appalto, comprese quelle in odore di quarta mafia, di mafia pugliese.

Si moriva di fabbrica e per la fabbrica, ma politici e sindacati erano impegnati a garantire lavoro.

Poi è arrivato il padrone delle ferriere. L’inglese che si insedia in India: Emilio Riva che si ritrova la più grande acciaieria d’Europa tra le mani. Per nulla. E si è continuato a morire di fabbrica e per la fabbrica.


.........Il gip ha posto una condizione perché l’Ilva rimanga aperta: che si rendano compatibili con l’ambiente i reparti e le aree di produzioni. E’ una sfida che si deve accettare. Per Taranto e l’Italia. E ieri sera, nel corteo operaio che ha invaso la città, lo slogan che si gridava parlava di questo: «Lavoro e ambiente, connubio intelligente»

 .Leggi l'articolo integrale






Tratto da Il Secolo XIX

Taranto, l’Ilva chiude trema anche Genova

Non resisterà comunque a lungo in attività l’acciaieria di Cornigliano con i sigilli a Taranto..............Il protocollo d’intesa “per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto” - sottoscritto dai ministeri dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, della Coesione territoriale, dalla Regione Puglia, da provincia e comune di Taranto - prevede risorse per «interventi di riqualificazione ambientale» pari a «un importo complessivo di 336 milioni di euro»: 329 pubblici e 7,2 privati, spiega una nota.
 Basterà ai magistrati del Riesame per convincersi che anni e anni di inquinamento, diossina nei campi e nel mare, aumenti statistci dei morti per cancro nell’area tarantina sono un ricordo del passato? Per ora il giudizio del Gip non lascia speranze : ancora oggi gli impianti, producono emissioni nocive oltre i limiti.  
Troppo pericoloso per andare avanti anche se questo significa il rischio di perdere decina di migliaia di posti di lavoro a Taranto, Genova, Novi Ligure.

Tratto da Il Secolo XIX
 Ilva, il gip: «Inquinato per profitto»

Taranto - «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Sono pesantissime le conclusioni a cui è giunto il gip di Taranto Patrizia Todisco che oggi ha disposto il sequestro di sei reparti a caldo del siderurgico tarantino e ha ordinato l’arresto per otto persone, coloro che per anni hanno gestito lo stabilimento dell’Ilva.Leggi tutto



21 luglio 2012

Paolo Ermani :Siamo in crisi o in trasformazione?

bruco 

Siamo in crisi o in trasformazione?

"Per chi sorregge il sistema della impossibile crescita infinita in un mondo finito, siamo in crisi. Per chi invece pensa alla sopravvivenza della vita sulla terra, siamo in trasformazione".

di Paolo Ermani - 20 Luglio 2012

È evidente che per chi vive di potere, di soldi e della vendita di qualsiasi cosa: siamo in crisi poiché per tenere in piedi un sistema simile c’è bisogno di un potere d’acquisto crescente all’infinito e anche questo è evidentemente impossibile, così come poter continuare a riempire discariche, cantine, case e garage.
Lontano da questa deriva, c’è tutto un mondo variegato che non aderisce alla follia e che si sta organizzando di conseguenza. Ovviamente non è rappresentato dai media che sono ampiamente foraggiati dallo stesso sistema della follia ma esiste. Ogni tanto per folklore sui media appare qualche articolo sul manager che si è licenziato e fa il pastore oppure la ditta che va a gonfie vele nel settore biologico ma dietro ad una notizia del genere ci sono centinaia di persone che stanno facendo percorsi simili,
 c’è tutta un economia parallela che sta crescendo.

Ovunque ci sono disertori, ci sono già oltre mille gruppi di acquisto collettivo fra formali e informali, ci sono centinaia di giovani e non che, senza lamentarsi, si rimboccano le maniche e stanno progettando di recuperare borghi o luoghi abbandonati per costruirsi un lavoro sensato, avere una vita più a contatto con la natura e loro stessi. Ovviamente i media non possono parlare di tutto ciò come una alternativa reale al suicidio collettivo e quindi al massimo danno notizie spot, ma per il resto è un martellamento continuo sullo spread, sulla possibile tragedia se la Fiat vende meno macchine, se i nostri marchi storici entrano in crisi, il tutto condito dal solito ricatto occupazionale in cui i sindacati invece di farsi venire idee alternative, ci cascano sempre dentro con tutte le scarpe.

Viene creato artificiosamente questo clima di panico e paura generalizzata così da imprimere nella testa delle persone che se non si fanno sacrifici, se non si sorregge la baracca, sarà una catastrofe.
Invece è proprio lasciando al suo destino questo sistema morente che può nascerne un altro, di sopravvivenza e vita reale.
Non bisogna seguire i lamenti, non bisogna pensare che solo rianimando il moribondo avremo delle possibilità.
Il moribondo scalcia e cerca di aggrapparsi con tutte le sue forze e i suoi potentissimi mezzi, per cercare la nostra approvazione, il nostro aiuto, il nostro sacrificio per permettergli di riprendersi e di continuare imperterrito a sfruttarci e distruggere.

Il  mondo nuovo che sta nascendo ha bisogno di molte menti, braccia ed energia e queste forze non devono svendersi o prestarsi ad un sistema che non poteva che entrare in crisi irreversibile e che mai supporterà un miglioramento effettivo della salute del pianeta e nostra.

26 dicembre 2011

LA MEMORIA LUNGA


   Stralcio da Trucioli Savonesi
LA MEMORIA LUNGA
Di Antonia Briuglia
Natale è arrivato. Anche a Savona, a Vado, a Quiliano, nelle Albissole, a Noli, Spotorno e nelle altre cittadine della Provincia.Come tutti gli anni è arrivato, ma quest’anno sembra averci portato un regalo, per molti indesiderato anche se temuto.
L’ampliamento della centrale a Carbone di Vado è stato approvato in Regione Liguria. 
Sì avete capito bene, quella delle tante battaglie avvalorate da dati e analisi scientifiche che denunciavano dati allarmanti sulla salute del territorio colpito dalle emissioni della stessa e mai pubblicamente contestate, mai state oggetto di un corretto confronto tra le parti che hanno preferito sedersi ai tavoli decisionali senza tenere conto della volontà contraria dei 18 Comuni interessati, dell’opposizione netta della popolazione e dei Sindaci dei  Comuni di Vado e Quiliano, dell’opinione  di scienziati e medici che da anni a gran voce  comunicavano i gravi allarmi sulla salute. 

Hanno preferito discutere: Regione, Provincia di Savona, sindacati e Tirreno Power tenendo a dovuta distanza coloro che sono i più interessati all’intera vicenda: i cittadini che pensavano di aver già dovuto pagare un prezzo molto alto a causa della combustione del carbone con  quarant’anni di malattie, morti premature, alterazioni e inquinamento di un territorio che è stato sempre merce di ricatto occupazionale  e di scambio politico.Il lavoro o la salute. Lo sviluppo o la decrescita.
Oggi le promesse di lavoro non sembrano del tutto credibili, sia per la crisi economica che in particolar modo la nostra Provincia sta attraversando , sia per la mancanza di capacità progettuali della classe industriale e di quella sindacale , fermi entrambi su scelte anacronistiche, obsolete e scarsamente innovative, quindi anche il ricatto “ Se vuoi lavorare, devi accettare qualche rischio sulla salute tua e quella dei tuoi figli…” non sembra reggere più.
Non bisogna essere necessariamente ambientalisti, conoscere perfettamente le risultanze scientifiche legate alla combustione del carbone, sapere che il “carbone pulito” non esiste, diffidare di chi oggi ci promette decisivi e miracolosi miglioramenti in fatto di emissioni quando sino ad oggi si è potuto auto certificare e dichiarare le proprie emissioni inquinanti senza che nessun ente pubblico potesse verificarne l’attendibilità, per non crederci più

La maggioranza di cittadini di Vado e Quiliano, ma anche di Savona, Albissola, Noli, Spotorno , Finale e degli altri Comuni sono contrari all’ampliamento della centrale a carbone e non solo sulle Delibere di Consiglio comunicate al Presidente della Provincia, ma  per la concreta opposizione dei loro cittadini.
Grande è lo sconcerto per avere appreso la decisione favorevole della Regione Liguria e del Governatore Burlando che, nonostante avesse a conoscenza le problematiche e le aspettative della popolazione contraria , ma soprattutto la netta opposizione dei Sindaci dei Comuni di Vado e Quiliano, ha voluto salutare come mediazione, l’accoglimento delle richieste della proprietà, nelle parti più sostanziali e gravose.
Grande è lo sconcerto per aver appreso come tutte le forze politiche presenti in Regione siano state complici e protagoniste di questo vergognoso accordo, dal PD all’IDV, al PDL( che in Provincia col Presidente Vaccarezza aveva il più strenuo sostenitore) .        
 Tutti senza distinzioni.
Grande, infine, lo sconcerto per la presa di posizione del PD provinciale che con il Segretario Di Tullio in testa, ma ampiamente sostenuto dal Consigliere Verdino e dalla Rambaudi, dimenticano di aver cavalcato i motivi dell’opposizione all’ampliamento , raccogliendo addirittura le firme in campagna elettorale e si permettono, oggi, di attaccare l’operato politico di due Sindaci , di cui uno , Ferrando, facente parte del Partito Democratico. 
Certo è grave nel PD non seguire in modo fedele e cieco le decisioni della Segreteria, non ubbidire agli ordini di chi con gravi incoerenze cerca di giustificare la bontà di un progetto di scempio ambientale che mortificherà il nostro territorio per altri 50 anni: potrebbe meritare una punizione. 
Ma noi avremo la memoria lunga.

Ci ricorderemo di tutti coloro che si sono resi responsabili o complici di questo progetto di scempio ambientale, quasi un crimine contro la popolazione che lo abita.

Ci ricorderemo di loro quando saremo, di nuovo, nella cabina elettorale.

Ci ricorderemo di loro per le prossime morti premature, per i prossimi casi di tumore, per tutti i bimbi asmatici o sofferenti che testimonieranno come tra la salute dei cittadini e gli interessi dei poteri forti, loro hanno scelto i secondi.
Ci ricorderemo di loro che hanno dimenticato quale sia il ruolo dei Sindaci eletti dai cittadini, che tengono onestamente fede al mandato che gli è stato conferito e per il quale sono stati eletti. 
Ci ricorderemo di chi non ha mai fatto nulla per verificare l’operato di autocontrollo delle emissioni in atmosfera e nei corsi d’acqua interessati dalla centrale e poteva farlo. 
Ci ricorderemo di chi non ha saputo essere obbiettivo e non ha  concretamente preso le distanze da chi ha deciso il futuro del nostro territorio  dando il parere positivo di VIA  pur non avendo le carte in regola,  essendo indagato per la valutazione ambientale di un’altra centrale a carbone: quella di Porto Tolle.  
Ci ricorderemo di chi non solo non ha voluto ascoltare la denuncia di medici e scienziati sui danni da polvere sottili e ultra sottili, ma anche di chi ha finto di credere a una battaglia ambientale, talvolta prendendone parte in prima persona, ma  senza poi  assumere posizioni di vera rottura con i loro partiti e le loro segreterie per chiedere, ad esempio, una verifica seria sui gruppi 3 e 4 che continuano a operare fuori dai parametri di legge. 

Ci ricorderemo di chi, mentre il mondo andava in un’altra direzione , funzionale  alla diminuzione dei livelli di CO2 e quindi ad una diminuzione della combustione da carbone ritenuto la prima fonte fossile responsabile del surriscaldamento globale del pianeta, a Savona promuoveva un aumento di produzione ingannando i cittadini sulla bontà dello stesso. 

E ci ricorderemo anche di chi come i Sindaci Ferrando e Caviglia hanno avuto, invece il coraggio di essere coerenti, con il mandato dei cittadini, con il programma elettorale ma soprattutto con se stessi.  


Non sono stati certo loro ad avere indebolito la trattativa politica in Regione, perché non si tratta su un progetto sul quale ci si sente in netto disaccordo. La trattativa è un compromesso, una falsa impostazione per tradire elegantemente i cittadini e soprattutto i propri elettori .......

Le ricadute sul territorio non saranno mai quelle che, chi si batte contro l’ampliamento della centrale e per la metanizzazione dei gruppi esistenti, chiede da decenni.

 Le sole ricadute ammissibili devono essere: la salute.

Solo quella avremmo voluto incassare e non ci arrenderemo certo facilmente a rinunciarvi.
La memoria quella sì non la perderemo e siamo certi di conservarla a lungo.  
                                                                                   
ANTONIA BRIUGLIA