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20 dicembre 2016

Greenreport Agenzia europea dell’ambiente, l’export illegale di rifiuti pericolosi è aumentato del 625%

Tratto da Greenreport

Agenzia europea dell’ambiente, l’export illegale di rifiuti pericolosi è aumentato del 625%

rifiuti-pericolosi
Gli “speciali pericolosi” sono quei rifiuti generati da attività produttive o di servizio che contengono un’elevata dose di inquinanti (ma sono “pericolosi” anche alcuni rifiuti urbani comunemente presenti nelle nostre case, come pile esauste o medicinali scaduti), e che per questo necessitano di un’ancor più attenta gestione.
L’ultimo rapporto pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) in materia si sofferma in particolare sulle politiche in atto nel Vecchio continente per prevenire la produzione di rifiuti pericolosi, individuando non poche lacune. Innanzitutto legislative: in tutta Europa gli unici programmi di prevenzione che contengano precisi target quantitativi in merito sono stati elaborati da Bulgaria, Lettonia, Svezia e Italia. Un primato che, purtroppo, non ci inserisce automaticamente tra i Paesi virtuosi: il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti, adottato in Italia nel 2013, prevede tra gli altri obiettivi una riduzione del 10% (al 2020, rispetto al 2010) della produzione di rifiuti speciali pericolosi per unità di Pil, ma ad oggi non è dato sapere quali politiche industriali siano in atto per raggiungere questo obiettivo. «Nessuno di questi programmi – precisa d’altronde l’Eea – ha un sistema di controllo specifico per la prevenzione dei rifiuti pericolosi».
Nel frattempo, l’Ispra documenta come dal 2013 al 2014 (ultima annualità disponibile) la produzione di rifiuti speciali pericolosi sia aumentata in Italia dello 0,3%, arrivando a 8,8 milioni di tonnellate/anno.
Rifiuti che, è bene ricordare, non siamo ancora in grado di gestire in toto all’interno dei nostri confini. Nel 2014 – evidenzia ancora una volta l’Ispra – 919mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi italiani sono stati esportati. La grande maggioranza viene spedita (678mila tonnellate, pagate profumatamente) in Germania, dove questi rifiuti pericolosi – ormai celebre il caso dell’amianto – prodotti su suolo italiano vengono poi gestiti......
Eppure il dato drammaticamente più urgente contenuto nel rapporto Eea – più della produzione ancora in crescita di rifiuti pericolosi (circa 100 milioni di tonnellate, in «leggero incremento» dal 2008 nonostante la crisi), più della bassa qualità degli stessi dati raccolti, che minano «l’accuratezza e la comparabilità» delle varie performance nazionali – sta nella manifesta volontà di continuare a dirottare altrove il problema degli scarti prodotti dalle nostre società.
Quando va bene i rifiuti vengono messi su camion, navi o vagoni ferroviari per essere spediti lontano dai luoghi di produzione, con aggravi di costi sia ambientali sia economici, ma pur sempre nell’alveo della legalità. Quando va male, questi stessi rifiuti trovano come via di fuga quella – più economica? – dei traffici illegali. Traffici che hanno subito negli ultimi anni una nuova impennata: «Nonostante gli sforzi della Commissione europea, degli Stati membri dell’Ue, delle organizzazioni internazionali […] le spedizioni illegali di rifiuti sembrano in aumento, con 2.500 casi riportati nel 2013 a fronte di 400 nel 2009». Un aumento in parte forse riconducibile a controlli più efficaci, motivazione che da sola potrebbe però difficilmente spiegare un incremento del 625% in soli 4 anni – peraltro di acuta crisi economica.
Da una parte «le esportazioni di rifiuti pericolosi sono rimaste prevalentemente all’interno dell’Ue, spinte dalla mancanza di capacità nazionale per gestire i flussi di rifiuti, e dai differenti costi di recupero o smaltimento in luoghi diversi». Gli impianti non ci sono, in altre parole, dunque i rifiuti si spediscono fuori confine. D’altra parte, poiché anche «il trattamento dei rifiuti pericolosi all’interno dell’Ue appare spesso molto caro, ci sono incentivi economici per spedirli illegalmente in luoghi senza o con minori standard ambientali». Tale azione, evidenzia in modo lapalissiano l’Agenzia europea dell’ambiente, ha «spesso gravi conseguenze per l’ambiente e/o la salute umana». Una postilla che raramente sembra turbare le nostre coscienze: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

19 dicembre 2016

LUCA PAGNI :Il fotovoltaico più vantaggioso del carbone. Anche senza aiuti statali e incentivi

Tratto da La Repubblica 

Il fotovoltaico più vantaggioso del carbone. Anche senza aiuti statali e incentivi

Quel che sembrava utopia è realtà:
 in alcune aree del mondo le energie prodotte da fonti rinnovabili, in particolare del solare, sono più convenienti delle fonti fossili.
 Si tratta di Cina, India, Brasile, Sud Africa,
 Cile e altre 54 economie emergenti del mondo

MILANO - Fino a cinque anni fa sembrava ancora una utopia, fino all'anno
scorso una ipotesi ancora troppo ottimistica. E, invece, ci siamo già 
arrivati:in alcune aree del mondo le energie prodotte da fonti rinnovabili,
in particolare del solare, sono più convenienti delle fonti fossili.
Anche senza dover ricorrere a sussidi pubblici o incentivi pagati in 
bolletta dai consumatori.

Lo sostiene l'ultimo rapporto non di un centro studi ambientalista ma di Bloomberg New Energy Finance: grazie al crollo di prezzi dei pannelli e l'evoluzione della tecnologia sempre più efficiente, il costo al megawattora dell'energia fotovoltaica ha superato quella da fonte eolica a terra e ha 
messo la freccia anche rispetto al carbone. Lo è sicuramente in Cina, 
India, Brasile, Sud Africa, Cile e altre 54 economie emergenti del mondo.
In queste aree, rispetto al 2010 i costi medi per la realizzazione di un 
impianto solare si sono dimezzati e i prezzi dell'energia sono calati di un terzo.

Non è ancora così vantaggiosa in Europa, dove la presenza di grandi impianti termoelettrici (soprattuto alimentati a carbone è ancora vantaggioso),
almeno fino a quando non verranno alzati i costi per le emissioni della Co2.

Secondo il presidente di Bloomberg New Energy Finance, Michael Liebrech
siamo ormai entrati nell'era della "energia fotovoltaica sottocosto". 
Il rapporto cita il caso del Cile, dove è stato raggiunto il pezzo record di
29 dollari al megawattora, ma anche in Messico e Sud Africa si viaggia 
ormai stabilmente sotto i 50 dollari.

Così, se tre settimane fa l'Agenzia internazionale per l'energia aveva 
certificato che nel 2015, la produzione da eolico nel mondo aveva superato
la produzione derivante dalle centrali a carbone, Bloomberg assicura che 
il 2016 sarà l'anno in cui la nuova produzione da fotovoltaico supererà
l'energia prodotta dal vento: 70 gigawatt contro 59.

Lifegate : L’era del carbone è finita. Ora si apre un mondo di opportunità economiche

Tratto da Lifegate
Il declino del carbone crea nuove opportunità economiche. Dalla Cina agli Stati Uniti, ecco come rinascono le comunità dopo la fine della dipendenza.

Il sorpasso delle rinnovabili sul carbone è una realtà. Nei prossimi 5 anni la crescita della domanda mondiale di carbone si fermerà. È quanto sostiene l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) nel rapporto di medio termine sul mercato del carbone. In questo contesto anche i maggiori consumatori di carbone, come Cina e India, non potranno fare a meno di pensare a soluzioni energetiche alternative.
Le città che sono sorte intorno alle miniere e che si sostengono grazie alle attività legate all’estrazione del carbone dovranno essere in grado di trasformare la propria economia, affrontando un cambiamento non solo economico e produttivo ma più profondo, antropologico e culturale. In Appalachia, una regione degli Stati Uniti orientali che attraversa il West Virginia, il Kentucky e altri territori situati lungo la catena montuosa omonima nella parte orientale del nord America, ci stanno faticosamente provando.

Il rallentamento del carbone a livello mondiale

La quota di carbone nel mix energetico per la produzione di elettricità scenderà nei prossimi 5 anni dal 41 (dato 2014) al 36 per cento, secondo l’Aie. Un trend positivo sostenuto dalla rapida crescita delle rinnovabili e dalla minore domanda di carbone proveniente da Cina e Stati Uniti. Un segnale positivo nonostante il mondo resti ancora fortemente dipendente dal carbone. Oggi, il 30 per cento dell’energia mondiale deriva da questa fonte e scenderà al 27 per cento nel 2021.
Nei prossimi anni, al calo dei consumi di carbone negli Stati Uniti e in Europa, si affiancherà un aumento nei paesi emergenti, in particolare nel Sudest asiatico, dove per crescere si sta puntando alla fonte di energia più ampiamente disponibile e relativamente conveniente quale è il carbone.
carbone
Il consumo (in percentuale) di carbone nel mondo nel periodo 2000-2015. Fonte: Iea

Le centrali a carbone inutili, in Cina

Il picco massimo nel consumo di carbone in Cina è stato raggiunto nel 2013 e da allora la tendenza si è invertita. “Il decennio d’oro del carbone in Cina è finito. Vediamo la domanda di carbone in calo, lento ma strutturale”, ha detto Keisuke Sadamori, uno dei direttori dell’Agenzia internazionale per l’energia. Un’inversione di rotta che ha stupito la stessa Aie che non aveva previsto tale cambiamento. Le cause sono l’aumento dell’efficienza energetica, la crescita della produzione di energia a basso tenore di carbonio e una minor intensità energetica nel settore industriale.
Nel settore energetico Pechino sta pian piano spostando gli investimenti dal carbone al nucleare e alle fonti rinnovabili, a fronte di una domanda di energia che si sta indebolendo. Ma nonostante questo continua a investire in nuove centrali a carbone. Uno spreco di risorse, in un paese dove esiste un numero più che sufficiente di centrali elettriche a carbone che, di fatto, renderanno i nuovi impianti del tutto inutili. Quelle attualmente in attività stanno funzionando meno della metà del tempo e non ci sono segnali che nel prossimo futuro la tendenza possa invertirsi.

Il carbone è in declino anche in America

Anche negli Stati Uniti, la crisi del carbone si tocca con mano, soppiantato sempre più dalle energie rinnovabili che si stima aumenteranno del 72 per cento entro il 2040, o dal gas naturale diventato l’anno scorso la principale fonte di energia elettrica del paese.
Nonostante la campagna elettorale del presidente eletto Donald Trump in cui ha promesso di salvare l’industria del carbone passando dall’abolizione dell’Environmental protection agency e disconoscendo gli accordi internazionali sul clima, nel West Virginia e in Kentucky un reportage pubblicato su FastCoExist.com, racconta una storia diversa. Molti cittadini, amministratori statali e dirigenti di società private sanno bene che l’industria del carbone sta morendo e che presto si dovrà mettere la parola fine a tutte le attività e i lavori che aveva creato.Continua a leggere qui

17 dicembre 2016

Disinvestimento dai combustibili fossili. Impegni raddoppiati negli ultimi 15 mesi

Tratto da greenreport

5,2 trilioni di disinvestimento dai combustibili fossili. Impegni raddoppiati negli ultimi 15 mesi 

L’appello globale per un'economia di energia pulita del movimento DivestInvest continua a rafforzarsi
[16 dicembre 2016]
disinvestimento
Secondo un recente rapporto  pubblicato da Arabella Advisors, 688 istituzioni e 58,399 individui in 76 Paesi si sono impegnati a disinvestire dai combustibili fossili. Il movimento DivestInvest spiega che «I settori che hanno storicamente spinto il movimento – comprese le università, fondazioni e organizzazioni basate sulla fede – rappresentano il 54% ei nuovi impegni assunti». Sempre più leader della finanza, filantropi, religiosi, personaggi dello spettacolo e scienziati appoggiano il movimento e alla conferenza stampa internazionale simultanea di presentazione del rapporto, che si è tenuta il 12 dicembre a New York e Londra, la star era Lou Allstadt, un ex alto dirigente della Mobil Oil che è stato uno dei protagonisti dellla fusione Exxon-Mobil.
Secondo Arabella Advisors, a livello globale, il disinvestimento dai combustibile fossili è raddoppiato negli ultimi 15 mesi, con le istituzioni e i singoli cittadini che controllano 5.197 miliardi di dollari di assets  e che si sono impegnati a disinvestire.
Il movimento è diventato così esteso e forte che ne ha preso atto anche il segretario uscente dell’Onu, Ban Ki-moon, che ha sottolineato: «Un anno dopo l’adozione dell’accordo storico di Parigi sul clima, è chiaro che la transizione verso un futuro ad energia pulita è inevitabile, utile e ben avviato e che gli investitori svolgeranno un ruolo chiave. Mi congratulo per l’annuncio che un numero crescente di investitori sta realizzando uno spostamento dalle più fonti di energia ad alta intensità di carbonio verso la sicurezza, l’energia sostenibile. Gli investimenti in energia pulita sono la cosa giusta da fare e il modo intelligente per costruire la prosperità per tutti, mentre proteggiamo il nostro pianeta e garantiamo che nessuno sia lasciato indietro».
May Boeve, direttore esecutivo di 350.org, l’organizzazione climatica che ha sostenuto di più la campagna per il disinvestimento, ha detto che «Mentre si conclude l’anno più caldo nella storia, il successo globale del movimento del disinvestimento dai carburanti fossili e è innegabile. Quello che era iniziato in alcuni campus universitari negli Usa si è diffuso in ogni angolo del mondo, proprio nel mainstream finanziario. Il disinvestimento ha permeato ogni settore della società: dalle università ai fondi pensione, dalle istituzioni filantropiche e culturali alle città, gruppi di fedeli, compagnie di assicurazione ed oltre. Ora, a 5 miliardi di dollari, il movimento è inarrestabile. Le istituzioni e gli investitori devono scegliere se stare dalla parte giusta della storia».
E’ abbastanza incredibile che un movimento nato dalle idee socialiste di Occupy Wall Street abbia trovato un tale sostegno da parte di istituzioni profit come i fondi pensione, grandi assicuratori privati e banche che ormai citano i rischi climatici nei loro portafogli di investimento.  Tra questi ci sono  il potentissimo fondi sovrano della Norvegia,  il gigante delle assicurazioni Tedesco  Allianz e Amalgamated Bank che a settembre è diventata la prima banca Usa a disinvestire dai fossili. Da solo il  private businesses reppresenta  4.6 trilioni di assets, quasi il 90% del totale.
Ma mentre le istituzioni finanziarie tradizionali si impegnano sempre di più nel disinvestimento, l’industria e le grandi banche restano ancora sulla vecchia strada. Allstadt  ha spiegato che «L’industria petrolifera e del gas sta sperimentando un livello senza precedenti di fattori negativi – dai profitti ridotti a una maggiore indebitamento per pagare i dividendi – mentre i costi dell’energia solare, eolica e delle batterie continuano a scendere. Il fiduciari prudenti agisce subito per ridurre il rischio nei loro portafogli. Il disinvestimento sta facendo accelerare l’orologio del conteggio finale  che dimostra che i combustibili fossili sono out e l’energia pulita è in».
Nel 2015 gli investimenti rinnovabili hanno stabilito un nuovo record , raggiungendo i 288 miliardi di dollari, circa il 70% di tutti gli investimenti mondiali per la produzione  di energia elettrica. Recentemente Google ha annunciato che nel 2017  acquisterà il 100% del suo fabbisogno energetico da fonti rinnovabili ed è già oggi il più grande acquirente privato di energia rinnovabile in tutto il mondo, in gran parte perché ha un senso economico.

Inceneritore nelle ex centrali di Spezia o Savona?

Tratto da Il Secolo XIX

Inceneritore nelle ex centrali di Spezia o Savona?La Regione promette: «Mai»

 Genova - Alla Spezia e (un po’ meno) a Savona sentono puzza di inceneritore, nel senso che una delle due ex centrali a carbone, quella di Vado Ligure e quella di Vallegrande potrebbero bruciare i rifiuti (css) ottenuti dalla raccolta differenziata. A Spezia l’allarme è maggiore, perché il solo sospetto ha scatenato gli ambientalisti, tanto che il consiglio comunale ha subito votato una mozione contro la combustione di qualsivoglia rifiuto nella ex centrale termoelettrica e l’assessore regionale Giampedrone si è affrettato a promettere che mai e poi mai un eventuale inceneritore sorgerà in Liguria: «Non esiste alcun progetto, per utilizzare la centrale Enel della Spezia come inceneritore del combustibile da rifiuti - ha detto - e l’accordo che ha firmato con Ecocarbon riguarda solo «uno studio, mirato a valutare se valga la pena di produrre combustibile da rifiuti, come prevedeva il piano della precedente giunta Burlando. Se anche produrremo Css, e non sono convinto ancora di farlo, si brucerà fuori dalla Liguria».

........
Ma il sospetto che la Regione trami per bruciare la spazzatura da qualche parte in Liguria non si è dissolto, tanto che il Movimento 5 Stelle ora chiede di «sospendere immediatamente il Protocollo d’Intesa con il consorzio Ecocarbon sulla gestione dei rifiuti». La portavoce Alice Salvatore è la prima firmataria di una mozione con cui il MoVimento 5 Stelle impegna la Giunta Toti a revocare la delibera incriminata. «Con questo accordo, in pratica, Ecocarbon diventerebbe una sorta di ‘superconsulente’ della Regione per lo studio di soluzioni gestionali e tecniche sull’utilizzo del combustibile solido secondario – spiega Salvatore – Peccato che il consorzio abbia evidenti interessi commerciali e imprenditoriali privati proprio in questo settore, in pieno conflitto di interessi con l’incarico affidatogli dalla Regione. Siamo al paradosso: il controllato diventa il controllore!».
«Il timore - conclude Salvatore - è che questo Protocollo sia l’anticamera di un piano ben più articolato da parte della Regione che aprirebbe la strada alla realizzazione di un inceneritore in Liguria, dopo che per mesi Toti ha sempre negato quest’ipotesi. I cittadini sono stanchi di una vecchia politica che avvelena ambiente e cittadini con trattamenti altamente inquinanti nascosti dietro finte riconversioni e anteponendo gli interessi degli amici degli amici al sacrosanto diritto alla salute dei liguri».

15 dicembre 2016

Conferenza WWF sulla decarbonizzazione:“IL CARBONE È IL PASSATO, UN FUTURO PIÙ PULITO È POSSIBILE



Tratto da Puglialive
“IL CARBONE È IL PASSATO, UN FUTURO PIÙ PULITO È POSSIBILE: GLI IMPATTI DEL CARBONE E LE OPPORTUNITÀ DELLA DECARBONIZZAZIONE A BRINDISI E IN ITALIA”
Lunedì 19 Dicembre 2016 - ore 17,00
Palazzo Nervegna - Brindisi
Via Duomo, 20

Tra tutti i combustibili fossili, il carbone è quello più inquinante: dalla sua combustione viene liberato il 46% delle emissioni globali di CO2. Da solo, è quindi in grado di vanificare qualsiasi sforzo di mitigazione del cambiamento climatico. Numerosissimi studi scientifici hanno inoltre dimostrato come l’inquinamento causato dai combustibili fossili sia causa di gravi patologie umane. Brindisi è una delle città più esposte al problema, ospitando ben due centrali a carbone: la Federico II, che è la più grande e inquinante d’Italia, e la centrale di Brindisi Nord, al momento provvisoriamente ferma, ma che negli anni di attività ha fortemente danneggiato l’ambiente e la salute della popolazione.
Il WWF si batte da anni per la chiusura delle centrali a carbone e per l’adozione di una seria strategia di decarbonizzazione che trasporti il nostro paese fuori dal più inquinante e pericoloso dei combustibili fossili nel minor tempo possibile.
Con la conferenza “Il carbone è il passato, un futuro più pulito è possibile: gli impatti del carbone e le opportunità della decarbonizzazione a Brindisi” il WWF presenterà il nuovo Dossier Carbone 2016, che fa il punto sui trend del carbone a livello internazionale e italiano e affronta il tema dell’impatto sanitario, climatico ed economico del carbone. Ci sarà poi focus specifico sul caso Brindisi, evidenziando al contempo i vantaggi e le opportunità della decarbonizzazione.


Programma della Conferenza

Introduzione
Giovanni Ricupero, WWF Brindisi

Perché no al carbone?
Massimiliano Varriale, Coal and Carbon Officer WWF Ricerche e Progetti, autore del Dossier “Carbone: un passato inutile e pericoloso”.

L’impatto sanitario del carbone sulla popolazione
Dott. Maurizio Portaluri, medico oncologo dell'associazione Salute Pubblica, per una testimonianza diretta degli effetti concreti del carbone sulla salute dei cittadini.
Dott.ssa Cristina Mangia*, fisica e ricercatrice pubblica, sullo studio “Impatto sulla salute della popolazione del particolato secondario originato da una sorgente industriale”. 

Alternative al carbone: quale energia per il futuro?
Giovanni Grassi, esperto in gestione dell’energia.

Intervento Coldiretti Puglia*

Avv. Francesco Silvestre, Vice Sindaco con delega all’Ecologia presso il Comune di Brindisi.

Conclude
Luigi Agresti, WWF Italia

13 dicembre 2016

Dal Rapporto Ispra: ambiente fanalino di coda in Italia

Tratto da Il Cambiamento 
Biodiversità minacciata, aumento della temperatura media, inquinato il 60% di fiumi e laghi, aumentano consumo di suolo e siti contaminati, raccolta differenziata dei rifiuti ferma al 47%. È l’impietoso ritratto del nostro paese che si ricava dal quattrodicesimo rapporto annuale sull’ambiente dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, appena reso pubblico.Rapporto Ispra: ambiente fanalino di coda in ItaliaL’edizione 2016 ha introdotto anche il raffronto tra l’Italia e un contesto europeo in costante evoluzione per quanto concerne i nuovi indirizzi delle politiche ambientali e delle metodologie di reporting.

Ma vediamo voce per voce qual è la situazione italiana.


Biodiversità

Resta alto il livello di minaccia per vertebrati, piante vascolari, briofite e licheni, in crescita l’introduzione di specie alloctone. Aumentano le Zone di Protezione Speciale (ZPS) e Siti di Interesse Comunitario (SIC), invariato il numero delle aree protette terrestri e marine e delle zone umide.

Clima
Aumenta la temperatura media, ma diminuiscono le emissioni totali di gas serra. L’aumento della temperatura media registrato negli ultimi trent’anni nel nostro Paese è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma. Il 2015 in Italia è stato l’anno più caldo dal 1961. L’anomalia della temperatura media (+1,58 °C) è stata superiore a quella globale (+1,23 °C) e rappresenta il ventiquattresimo valore annuale positivo consecutivo. Gli scarti rispetto ai valori normali sono stati particolarmente marcati nel mese di luglio e negli ultimi due mesi dell’anno, quando il clima mite ha accompagnato un lungo periodo di tempo stabile e secco su quasi tutto il territorio nazionale. Nuovi record di temperatura sono stati registrati soprattutto nelle regioni settentrionali e nelle stazioni in quota dell’arco alpino

Inquinamento atmosferico
La situazione della qualità dell’aria permane critica. L’Italia con il bacino padano rappresenta una delle aree di maggior criticità a livello europeo.

Qualità acque interne
Lo stato di qualità dei fiumi (16 regioni e due province autonome, per un totale di 2.440 corpi idrici e 35.144,5 km monitorati) risulta in uno stato ecologico da “elevato” a “buono” per il 40% e inferiore al buono per il 60%. Lo stato di qualità dei laghi (10 regioni e 2 province autonome per un totale di 139 corpi idrici) presenta una classe di qualità tra elevato e buono per il 35%, inferiore a buono per il restante 65%. Lo stato chimico delle acque sotterranee, su 4.023 stazioni di monitoraggio il 69,2% ricade in classe “buono”, mentre il restante 30,8% in classe “scarso”.

Mare e coste
Negli ultimi decenni i litorali italiani presentano significative evoluzioni geomorfologiche dovute ai processi naturali all’intervento dell’uomo. Situazioni di elevata criticità si evidenziano per i distretti del Po, dell'Appennino Settentrionale, per la Campania [Distretto Appennino Meridionale] e la Puglia [Distretto Appennino Meridionale] con più del 50% (esattamente il 50% per il distretto del Po) dei corpi idrici marino costieri in stato chimico "non buono.

Il suolo
Il consumo di suolo in Italia non accenna a diminuire, si è passati dal 2,7% di suolo consumato negli anni ’50, al 7% nel 2014 (stima). In media più di 7 m al secondo. Al 2014 sono stati consumati irreversibilmente circa 21.000 km (stima) i valori percentuali più elevati di suolo consumato si registrano nel Nord, in particolare nel Nord-Ovest (2014). A livello provinciale, la percentuale più alta di suolo consumato, rispetto al territorio amministrativo, si osserva per la provincia di Monza Brianza con quasi il 35%. Tra i comuni il valore più alto di suolo sigillato (85%) è stato rilevato per il comune di Casavatore (NA)

Rifiuti
La produzione nazionale dei rifiuti urbani è in lieve diminuzione. La raccolta differenziata si attesta al 42,3% della produzione totale dei rifiuti urbani, crescita ancora non sufficiente a raggiungere l’obiettivo previsto per il 2012 (65%). Aumento dei tassi di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti urbani, ma ancora non viene raggiunto l’obiettivo fissato dalla normativa.

Agenti fisici
Rimane costante l’attenzione dei cittadini verso la problematica dei campi elettromagnetici. Gran parte della popolazione italiana è esposta a livelli di rumore, diurni e notturni, considerati importanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La principale fonte di rumore è costituita dal traffico stradale....

12 dicembre 2016

Taranto "Quartiere Tamburi":Bambini che hanno fumato 200 sigarette in tre giorni

Tratto da Peacelink
Inquinamento nel quartiere Tamburi di Taranto

Bambini che hanno fumato 200 sigarette in tre giorni

Oggi quei bambini vanno a scuola e hanno mostrato un QI inferiore all'atteso. Ma non stupitevi dei danni al QI dei bambini, stupitevi della stupidità degli adulti che hanno tollerato tutto questo. I bambini non hanno alcuna colpa, gli adulti sì.
10 dicembre 2016 - Alessandro Marescotti
Questa storia l'ho raccontata oggi intervenendo nella conferenza stampa dell'Ordine dei Medici di Taranto.
La storia è drammatica e ha dell'incredibile. Ma i dati sono tratti da un rapporto ISPESL che PeaceLink ha strappato alla segretezza.Non un altro bambino

Ecco i numeri. In soli tre giorni, fra il 2 marzo e il 4 marzo 2004, i bambini del quartiere Tamburi hanno inalato benzo(a)pirene equivalente a 200 sigarette. Questa sostanza oltre che cancerogena e genotossica è anche capace di produrre danni al cervello.
I dati di questa cosa abnorme sono contenuti in questo link: http://www.peacelink.it/ecologia/docs/2858.pdf (vedere pagina 4 e 5)
Adesso ditemi chi è che possa escludere che simili traumi non possano aver provocato conseguenze non solo nei polmoni ma anche nel cervello dei bambini che li subiscono.
Non stupitevi dei danni al QI dei bambini, stupitevi della stupidità degli adulti che hanno tollerato tutto questo. I bambini non hanno alcuna colpa, gli adulti sì.
I valori di benzo(a)pirene in quei giorni erano 15,8 ng/m3, 22,4 ng/m3 e 65,5 ng/m3 per un benzo(a)pirene equivalente rispettivamente a 31 sigarette/giorno, 44 sigarette/giorno e 128 sigarette/giorno.
Chi aveva pochi mesi allora ha respirato benzo(a)pirene equivalente a 200 sigarette e oggi ha 12 anni. Chi era nella pancia della mamma ha subito un grave trauma, come se la mamma avesse fumato 200 sigarette in tre giorni. E oggi quei piccoli hanno 11 anni. E vanno a scuola. E hanno fatto i test dell'ISS. Non meravigliamoci dei dati cognitivi riscontrati, pensiamo alle prove terribili a cui hanno dovuto resistere questi bambini in balia dell'ignavia di tanti. Sono stati piccoli eroi in mezzo a una guerra, e se qualcuno è rimasto ferito non nascondiamolo sotto il tappeto per vergogna.


Qualche approfondimento

Sull'impatto che sui bambini e sull'apprendimento hanno gli IPA (una famiglia di molecole che contiene anche il benzo(a)pirene) si veda questo articolo:

New York, con meno inquinamento dell’aria bambini più intelligenti e adulti più produttivi


Leggi anche su Peacelink
A Roma non ci sono i “Wind Day” e i bambini giocano nei parchi, a Taranto no

Conferenza stampa Ordine dei Medici Taranto e Convegno ISS a Roma   Guarda i video


10 dicembre 2016

Taranto: Le minacce del benzo(a)pirene, la salute dei bambini"

Tratto da Peacelink
L'inquinamento e le interferenze delle emissioni industriali sul sistema cognitivo

Benzo(a)pirene, oggi emergono nei bambini di Taranto i danni provocati nel 2010

A sei anni dalla presentazione del Dossier “Non legiferare contro-natura. Le minacce del benzo(a)pirene, la salute dei bambini". Cosa è accaduto negli embrioni e nei feti che si sono formati nel 2010 nel quartiere Tamburi di Taranto?
10 dicembre 2016 - Alessandro Marescotti
Era il 1 febbraio 2011 ed eravamo a Roma davanti ai parlamentari della Commissione Bicamerale infanzia per spiegare i danni che potevano essere arrecati ai bambini con il dlgs 155/2010.
PeaceLink, con il supporto scientifico della dott.ssa Annamaria Moschetti e delle associazioni dei pediatri, consegnò un dossier alla Commissione Bicamerale per l'Infanzia e l'adolescenza in cui si evidenziava che il decreto legislativo 155/2010 creava condizioni di pericolo per l'infanzia.
Il 13 agosto 2011 infatti il governo, con il decreto legislativo 155/2010, consentiva di emettere benzo(a)pirene oltre il limite di legge, che fino ad allora era stato di 1 ng/m3. Non è difficile immaginare l'impatto che ciò può avere provocato sui bambini del quartiere Tamburi che oggi sono iscritti alla scuola primaria.
Il dossier che presentammo aveva un titolo attualissimo: “Non legiferare contro-natura. Le minacce del benzo(a)pirene, la salute dei bambini".
Oggi abbiamo delle conferme che - dopo alcuni anni - qualcosa è avvenuto, qualcosa purtroppo di negativo.Bambini malati di tumore
Lo studio Sentieri dell'ISS attesta un +54% di tumori infantili a Taranto rispetto al dato regionale.
Oggi emergono anche disturbi dell'aprendimento e dell'attezione nei bambini più ci si avvicina all'ILVA.
I problemi di natura cognitiva sono evidenziati dall'ISS nel recente studio (presentato a Roma con modalita comunicative che sembravano voler accomunare Taranto e Roma in un "mal comune mezzo gaudio" dato che sono entrambe inquinate) "Valutazione dell'esposizione di gruppi di popolazione residente in aree della città di Taranto prossime allo stabilimento Ilva, a confronto con aree non impattate dalle emissioni dell'Ilva stessa e del possibile impatto sulla salute riproduttiva femminile e su funzioni cognitive in popolazioni pediatriche".La formazione dell'embrione e del feto, le fasi di maggiore vulnerabilità sono evidenziate nel grafico.

Nel 2011 documentammo, grazie alla relazione della dott.ssa Annamaria Moschetti e alla consulenza delle associazioni dei pediatri oltre che dell'ISDE, che l'inquinamento poteva avere anche un impatto sul sistema cognitivo, sulla formazione della funzionalità del sistema nervoso degli embioni, dei feti e dei bambini.
Sarebbe utile proporre tutti quanti una biobanca per conservare per i bambini di Taranto un campione di liquido amniotico, di cordone ombelicale e di placenta per capire in quali condizioni è avvenuta la gravidanza di studenti con disturbi di apprendimento.
E' proprio nella prima fase della gravidanza che si forma il sistema nervoso (ad esempio la mielinizzazione delle fibre si realizza con ritmo lento a partire dalla 12a settimana di gestazione) e questa è la fase più delicata e fragile nella quale l'interferenza degli inquinanti neurotossici si può far sentire con maggiore danno. 
La formazione dell'embrione e del feto, con le fasi di maggiore vulnerabilità, sono evidenziate nel grafico sopra riportato.
Fino ad ora è emerso un danno sui bambini che ha impattato in un aumento dei tumori, ma è bene cominciare a capire meglio anche qual è stato il danno inflitto alle capacità di apprendimento e qual è stata la perdita di quoziente di intelligenza. Negli studi degli psicologi (che hanno lavorato per l'ISS) è emerso un quadro critico che andrebbe valutato perché la salute dei bambini passa anche per la tutela del loro potenziale cognitivo, minacciato dagli inquinanti neurotossici.
Nell'urina delle donne di Taranto l'ISS ha trovato IPA in eccesso. E gli IPA hanno una funzione non solo cancerogena e genotossica. Agli IPA sono associati anche effetti sul sistema nervoso.

09 dicembre 2016

Polonia, cittadini e ong bloccano la più grande centrale a carbone d’Europa:“Sul carbone le comunità locali devono essere ascoltate”

Tratto da Lifegate
Un tribunale ha accolto il ricorso della popolazione locale e delle ong ecologiste contro la costruzione della più grande centrale a carbone dell’Unione europea.

“Sul carbone le comunità locali devono essere ascoltate”


La più grande centrale a carbone d’Europa non verrà costruita. Il tribunale di Gdansk, in Polonia, ha revocato il permesso per edificare l’impianto, oggetto di forti contestazioni da parte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste. “Si tratta di una vittoria per gli abitanti della zona e per le ong che si sono battute contro questa centrale”, ha commentato ClientEarth, una delle organizzazioni che si è opposta al progetto.

La centrale avrebbe emesso 8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno
A convincere i giudici a dire no alla costruzione è stato il fatto che, a loro giudizio, l’autorità regionale che ha gestito il processo di concertazione, la Starosta Tczewski, non ha agito secondo quanto imposto dalla legge. In particolare, la partecipazione dei cittadini nel processo decisionale è stata resa troppo difficile.
Il mega impianto da 1600 megawatt, che avrebbe dovuto essere edificato nel nord della Polonia, avrebbe rappresentato il più grande del suo genere sul territorio dell’Unione europea. Capace di bruciare 3.7 milioni di tonnellate di carbone all’anno, emettendo in questo modo circa 8 milioni di tonnellate di CO2. Numeri che hanno provocato la dura opposizione soprattutto da parte della popolazione locale, preoccupata per le conseguenze sulla salute umana e sulle terre agricole circostanti.
Polonia carbone

“Sul carbone le comunità locali devono essere ascoltate”

Assieme alle ong, si è deciso quindi di costituire la Coalizione Stop Ep, che ha studiato il dossier ed evidenziato nel corso del tempo numerose mancanze. Basti pensare che la Polenergia, ovvero l’investitore che avrebbe voluto costruire la centrale a carbone, spiega ClientEarth, “non aveva fornito indicazioni in merito al possibile impatto negativo dell’impianto a livello idrico”.
“La decisione della corte – ha osservato Malgorzata Smolak, avvocato che per l’associazione ha curato il ricorso – conferma che le comunità locali devono avere voce in capitolo su progetti di questo tipo”. A questo punto non è escluso un appello da parte di Polenergia, ma la bilancia sembra pendere decisamente dalla parte degli ambientalisti.

08 dicembre 2016

Di Caprio da Trump: “Ecco il piano green per rilanciare l’economia”

Tratto da La Stampa

Di Caprio incontra Trump: “Ecco il piano green per rilanciare l’economia”

L’attore ricevuto dal presidente eletto a New York: sul tavolo una strategia per creare migliaia di posti di lavoro con le rinnovabili e l’energia pulita
Leonardo DiCaprio e il responsabile della fondazione che porta il suo nome sono stati ricevuti mercoledì alla Trump Tower della causa che più sta a cuore alla star di Revenant, il cambiamento climatico; e hanno presentato al presidente eletto, Donald Trump, un progetto sulla tutela ambientale come strumento per rilanciare l’economia. L’attore premio Oscar e Terry Tamminen, amministratore delegato della Leonardo DiCaprio Foundation (LDF), hanno incontrato Trump, la figlia Ivanka e altri uomini del “transition team” facendo una presentazione su come, concentrandosi sulle rinnovabili e l’energia pulita si possano creare migliaia di posti di lavoro. 

L’incontro è avvenuto nelle stesse ore in cui Trump sceglieva il procuratore generale dello stato dell’Oklahoma, Scott Pruitt, come prossimo capo dell’Epa, l’Environmental Protection Agency. Pruitt ha la fama di essere uno che nega il cambiamento climatico, è considerato vicino all’industria dei carburanti fossili; e da procuratore generale, ha presentato diversi ricorsi legali contro l’Epa, compreso uno, in attesa di verdetto, volto ad annullare il «Clean Power Plan», il piano sull’energia pulita al centro della strategia sull’ambiente del presidente uscente Barack Obama. La sua nomina dunque è un chiaro tentativo di smantellare le politiche ambientali dell’amministrazione Obama. Del resto Trump ha detto che il cambiamento climatico è una «bufala» inventata dalla Cina per ostacolare l’economica americana e ha minacciato di far uscire gli Usa dall’accordo sul clima di Parigi. 

Dopo l’incontro, Tamminen ha diffuso una dichiarazione alla stampa americana spiegando di aver «presentato al presidente eletto e ai suoi consiglieri un quadro -che LDF ha messo a punto con la collaborazione delle più importanti voci economiche e dell’ambientalismo - che spiega come mettere in moto una ripresa economica in tutti gli Usa che sia centrata su investimenti ed infrastrutture sostenibili. La nostra conversazione -prosegue la nota- si è concentrata su come creare posti di lavoro sicuri, per gli americani nella costruzione e gestione di una generazione energetica rinnovabile, e pulita tanto commerciale che residenziale». 

Greenreport : Con la riforma dell’EU emissions trading system più di 230 miliardi di sussidi alle industrie inquinanti

Tratto da Greenreport 

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Con la riforma dell’EU emissions trading system più di 230 miliardi di sussidi alle industrie inquinanti

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Corporate Europe Observatory (Ceo) ha pubblicato oggi il rapporto “Carbon Welfare” dal quale emergono cifre clamorose: «La riforma dell’ EU emissions trading system  EU-Ets) potrebbe dare più di 230 miliardi di euro di sussidi alle industrie ad alta intensità energetica»,
Il rapporto arriva prima del voto della prossima settimana del Parlamento europeo sulla pianificata  riforma  dell’EU-Ets e sottolinea che «Gli emendamenti presentati includono ulteriori sovvenzioni alle industrie pesantemente inquinanti, come il settore siderurgico ed energetico».
Il rapporto svela le fortissime pressioni fatte dai più grandi inquinatori industriali dell’Ue  per ottenere privilegi  nella prossima versione del sistema EU.Ets per il periodo 2021 –  2030.  Ceo denuncia: «Gli sforzi della lobby, guidata dal gigante petrolifero Shell, dalla compagnia globale dell’ acciaio ArcelorMittal e dall’associazione dell’industria siderurgica dell’Ue  Eurofer, si sono tradotti in un volume previsto di quote di emissione gratuite del valore di oltre 175 miliardi di euro durante questo periodo. Allo stesso tempo, le stesse companies  che hanno premuto con successo per ottenere queste dispense chiedono anche un abbuono EUI-Ets legato alle bollette dell’energia elettrica che potrebbe valere fino a 58 miliardi di euro».
Il co-autore del rapporto, Oscar Reyes, spiega che «La riforma dello  scambio delle emissioni dell’Unione europea si sta rivelando un carbon welfare scheme per gli inquinatori, mentre alla gente comune viene chiesto di pagare il conto».
Altre falle si sono aperte a causa dell’influenza esercitata su molti  Parlamentari europei dai lobbysti che rappresentano gli interessi dell’industria dei loro Stati membri. Ceo fa l’esempio di produttori di alluminio che «Hanno premuto con successo sul governo italiano per proporre un sistema di indennizzo dell’energia elettrica nel Consiglio europeo, mentre diversi deputati italiani hanno proposto modifiche nello stesso senso in Parlamento».
Corporate Europe Observatory spiega come funziona la cosa: «In una relazione al Parlamento europeo che ha preceduto il voto in commissione ambiente sugli emendamenti proposti, il relatore e scozzese ed eurodeputato conservatore Ian Duncan  ha incluso una deroga di 1.7 miliardi di euro per i produttori di petrolio off-shore. D’altronde aveva già promesso di per proteggere l’industria petrolifera e del gas scozzese dalla “minaccia” delle misure ambientali dell’Ue. Un altro deputato europeo che è stato intervistato per il rapporto ha parlato della pressione esercitata dai lobbyisti sui membri del Parlamento in riunioni a porte chiuse».
L’altra autrice del rapporto Belén Balanyá,  conclude: «La revisione della direttiva EU-Ets ha rappresentato una perfetta opportunità per i lobbisti per erodere l’azione climatica dell’Ue. Anche piccole modifiche al modo in cui vengono distribuiti i permessi di inquinamento possono tradursi in milioni di profitti dell’industria o di risparmi. Invece di far pagare i grandi inquinatori, ora  l’EU-Ets sembra destinata ad aumentare i loro profitti».

07 dicembre 2016

Alessandro Marescotti :I bambini che vivono vicino all'ILVA hanno difficoltà di apprendimento e di attenzione

Tratto da Peacelink
Presentata oggi una ricerca a Roma

I bambini che vivono vicino all'ILVA hanno difficoltà di apprendimento e di attenzione


"Riduzione del Quoziente di Intelligenza rilevata con la batteria WISC (Wechsler Intelligence Scale for Children) nelle aree di Tamburi e Paolo VI, rispetto alle aree a maggiore distanza dalle sorgenti di emissione", si legge sullo studio dell'Istituto Superiore della Sanità.
7 dicembre 2016 - Alessandro Marescotti
A Taranto i bambini che vivono più lontano dall'ILVA hanno un Quoziente di Intelligenza più alto.
Quoziente di Intelligenza, test di iperattività, disturbi dell’attenzione e del comportamento sociale: i bambini che vivono vicino all'ILVA presentano maggiori problemi. In particolare una ricerca dell'IIS presentata oggi a Roma riscontra difficoltà di apprendimento e di attenzione più elevate rispetto agli altri bambini che vivono più lontano dall'ILVA.

In particolare: riduzione del Quoziente di Intelligenza rilevata con la batteria WISC (Wechsler Intelligence Scale for Children) nelle aree di Tamburi e Paolo VI, rispetto alle aree a maggiore distanza dalle sorgenti di emissione. Nonostante i metalli pesanti non presentino valori elevati nei bambini (questo affermano i ricercatori che oggi presentano a Roma i dati della ricerca condotta a Taranto) si constata un aumento di iperattività e tratti psicopatologici (ansia e depressione), riduzione dell’attenzione e alterazione del comportamento sociale, rilevati con le batterie CANTAB (Cambridge Neuropsychological Test Automated Battery), CBCL (Child Behavior Checklist) e SRS (Social Responsiveness Scale), nelle aree di Tamburi, Paolo VI, Statte rispetto alle aree a maggiore distanza dalle sorgenti di emissione.Campagna sui bambini a Taranto
Mi chiedo come mai solo ora queste indagini siano svolte quando era evidentissimo che c'erano problemi di disturbo dell'apprendimento nei bambini del quartiere Tamburi. Lo notavano tutti di insegnanti di buon senso.
E mi chiedo perché non siano stati fatti in passato test sui metalli pesanti sui bambini nonostante l'ILVA dichiarasse livelli emissivi di metalli pesanti che non avevano riscontro in altre industrie italiane.
Taranto aveva bisogno di controlli sui bambini almeno dieci anni fa, e questo non è stato fatto.
Nelle scuole non sono state fatte neppure le spirometrie ai bambini.
 
Il risultato è che oggi manca una serie storica di raffronto per confrontare la presenza di metalli pesanti nel sangue e nelle urine dei bambini.
La mancanza di una serie storica di raffronto è evidenziata nella ricerca presentata oggi a Roma.

Ricordo che lo studio Sentieri sui bambini ha riscontrato un +54% di tumori nei bambini di Taranto rispetto alla media regionale.
Queste cose si vengono a sapere solo ora mentre dieci anni fa era assolutamente normale far vivere i bambini e le mamme nel quartiere Tamburi.
QI a Taranto nei bambini: è più elevato nelle zone più distanti dall'ILVA  
La notizia che in queste ore sta passando ("dati di biomonitoraggio nella norma") è l'esatto opposto di quella che dovrebbe preoccupare una comunità. Quello che infatti emerge drammaticamente è che il quoziente di intelligenza dei bambini di Taranto è più elevato se si sta lontani dalla fabbrica. Eppure stanno dando una versione tranquillizzante della ricerca dell'ISS presentata a Roma, da cui è tratto questo diagramma che vedete qui a destra. Un diagramma terribile. L'ISS annota che forse l'effetto negativo sul cervello e sulle sue funzioni cognitive è avvenuto nella fase prenatale.
Cosa si evince da questo diagramma?
Si evince che bambini vicini a #Ilva hanno Quoziente di Intelligenza (QI) più basso. Ecco i dati presentati a Roma con aria tranquillizzante. Ma è normale che il valore più basso del QI dei bambini che vivono a Talsano (il quartiere di Taranto più lontano dall'ILVA) sia più elevato del valore medio del QI dei bambini del quartiere Tamburi (il quartiere di Taranto più vicino all'ILVA)?
Sollevai nel 2012 il problema del rapporto fra QI e inquinamento in un convegno di Arpa in cui ero stato invitato come relatore, avvalendomi della consulenza scientifica della dott.ssa Annamaria Moschetti.
Come insegnante posso testimoniare che i ragazzi che provengono dal quartiere Tamburi presentano generalmente più problemi di apprendimento dei ragazzi che provengono dalla provincia di Taranto (che pure presenta livelli di deprivazione socioculturale elevati e paragonabili a quelli del quartiere Tamburi).
Gli insegnanti dell'Istituto professionale Archimede di Taranto (che raccoglie molti adolescenti del quartiere Tamburi) lo sanno meglio di me.