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19 maggio 2018

PLANET OR PLASTIC ?SUL NATIONAL GEOGRAPHIC MESSO IN COPERTINA L’INQUINAMENTO DA PLASTICA

LA COPERTINA DEL NATIONAL GEOGRAPHIC DENUNCIA L’INQUINAMENTO DA PLASTICA


Tratto da Biopianeta
La copertina di giugno della rivista National Geographic è una denuncia all’immensa quantità di plastica che immettiamo nell’ambiente: a rappresentarlo è un iceberg che sotto la superficie nasconde un sacchetto. Planet or plastic?

“Otto miliardi di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno. E questa è solo la punta dell’iceberg” recita la copertina-denuncia del numero di giugno del National Geographic, dedicata all’immensa quantità di plastica che ogni giorno viene prodotta e immessa nell’ambiente. A rappresentarla simbolicamente è l’immagine della punta di un iceberg in mezzo all’oceano, che sotto la superficie rivela invece un sacchetto di plastica immerso in acqua, accompagnato dalla domanda “Planet or plastic?”
L’illustrazione e la rielaborazione grafica dell’immagine sono dell’artista messicano Jorge Gamboa; la copertina vuole essere una provocazione e porre l’attenzione su quello che è attualmente il problema più grave rispetto l’ambiente: l’inquinamento causato dall’enorme quantità di plastica, problema la cui risoluzione non può più essere rimandata. Gamboa, che aveva già presentato l’opera chiamata “Iceberg Plàstico” alla Biennale di manifesti della Bolivia, nel 2017, dove ha vinto il primo premio per la categoria Manifesti politici e sociali, ha colto nel segno. I lettori hanno apprezzato il modo forte di lanciare un messaggio, e secondo Vaughn Wallace, il Senior Photo Editor del National Geographic, la copertina di giugno della rivista è destinata a diventare la copertina del secolo.
Rispetto al problema della plastica sono molte le denunce, anche da parte di Greenpeace, che ricorda che le timide misure finora messe in atto non sono sufficienti a fermare l’inquinamento e a salvare il pianeta. Ogni minuto finisce in mare l’equivalente di un camion pieno di plastica: è evidente come tutti, governi e multinazionali fino ai singoli cittadini, debbano attivarsi in modo reale per dare al pianeta una speranza di sopravvivere nel futuro.

13 febbraio 2017

IL FATTO QUOTIDIANO : Cambiamenti climatici, 2100: l’Italia sommersa


Cambiamenti climatici, 2100: l’Italia sommersa

Cambiamenti climatici, 2100: l’Italia sommersa
di Andrea Maria Scaparro
L’innalzamento del livello del mare modificherà la morfologia delle coste italiane nel corso dei prossimi 80 anni. Un recente studio prevede che fino a 5500 chilometri quadrati di pianure costiere potrebbero finire sott’acqua, rivelando un’Italia di fine secolo molto diversa da quella che conosciamo.
Il livello medio del mare è cresciuto di circa 15 cm dal diciottesimo secolo ad oggi e la maggior parte di questo cambiamento si è registrato a partire dalla metà del ventesimo secolo. Il recente report sui cambiamenti climatici globali ha messo in luce i rischi indotti dall’innalzamento del livello del mare su scala mondiale. Anche limitando in modo sensibile le emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale si prevede un incremento del livello marino di 0.5 m nel corso del ventunesimo secolo, che potrebbe salire a un metro o più se nessuna azione drastica sarà intrapresa dai governi. Oltre un miliardo di persone che vivono vicino alle coste sarebbero costrette ad abbandonare la propria casa divenendo a tutti gli effetti migranti climatici.
Si stima che in Europa siano circa 86 milioni le persone che vivono entro 10 km dalla costa. In Italia, così come nel resto della fascia mediterranea, il 70% della popolazione vive nella zona costiera, dove la rapida urbanizzazione iniziata negli anni ‘60 ha comportato un’espansione incontrollata delle zone edificate. Le coste italiane ospitano inoltre importanti stabilimenti industriali e sono l’epicentro di fiorenti attività turistiche. Tutte queste attività saranno sempre più minacciate dall’erosione delle coste e dal rischio di inondazioni. Le comunità costiere sembrano invece inconsapevoli e dunque impreparate di fronte ad un rischio che è alle porte e che sicuramente cambierà il paesaggio, la vita e le abitudini delle prossime generazioni. Nel frattempo si continuano a costruire infrastrutture destinate a finire sott’acqua nel giro di 80 anni.
Invece è necessario agire e, a partire da oggi, correre ai ripari di una situazione in rapida evoluzione. Questo è il messaggio del recentissimo lavoro pubblicato da Fabrizio Antonioli (direttore di ricerca al Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti dell’Enea) e collaboratori sulla rivista Quaternary Science Reviews e rilanciato a Gennaio da National Geographic Italia.
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