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30 dicembre 2019

Ancora su mortalità e ricoveri associati alle emissioni delle centrali a carbone: riflettori su Vado Ligure

Per non dimenticare 
Tratto  da Ambiente e Salute

Ancora su mortalità e ricoveri associati alle emissioni delle centrali a carbone: riflettori su Vado Ligure 


Alcune affermazioni vanno riprese per essere opportunamente inquadrate e commentate.
Innanzitutto la pubblicazione scientifica garantisce la revisione cosiddetta “tra pari”, la peer review, che certifica la validità dal punto di vista metodologico, di contenuti e di coerenza con gli altri studi pubblicati nel mondo sulla stessa materia.  Science of the Total Environment è una rivista altamente qualificata del settore ambientale con un panel di revisori internazionali indipendenti, come sanno tutti i ricercatori della materia.
Le dichiarazioni di un rappresentante di Tirreno Power riportate da ANSA ieri fanno riferimento all’Osservatorio (che dovrebbe essere l’Osservatorio regionale salute e ambiente della Regione Liguria, citato anche nell’articolo e che ha ricevuto i dati su cui l’articolo si basa) affermando che ha escluso impatti dell’impianto, così come i dati dell’Agenzia regionale per l’ambiente.
E’ chiaro per i ricercatori di CNR-IFC che i risultati di studi pubblicati su riviste scientifiche accreditate a livello internazionale non possono essere confutati da commissioni istituite da un ente locale o una Regione, ancorché composti da rappresentanti del mondo scientifico. Alcuni membri dell’Osservatorio ambiente salute istituito dalla regione Liguria sollevarono critiche già alla presentazione dei dati, critiche sistematicamente discusse e analizzate allora, anche con argomentazioni e dettagli che si possono ritrovare nell’articolo pubblicato.
In particolare, le valutazioni svolte dall’osservatorio erano basate su confronti dello stato di salute esistente nell’area di Vado rispetto alla media regionale, mentre gli epidemiologi ambientali di CNR-IFC hanno lavorato sulle differenze ambientali e sanitarie esistenti all’interno dell’area di 12 comuni intorno a Vado Ligure. Sono stati confrontati tra loro i dati di mortalità e ricoveri in 4 aree a diverso livello di inquinamento e valutate le differenze tra le classi più esposte rispetto a quella meno esposta.
Non è stato considerato un livello di inquinamento ambientale stabilito dalla legge, perché l’interesse principale era quello di capire se c’erano differenze di salute anche a livelli più bassi di diffusione di sostanze inquinanti. Oggi è infatti universalmente accettato che si verificano effetti negativi sulla salute anche nel caso di esposizioni ad inquinanti nell’aria che sono più basse di quelle stabilite dalla legge, e che si usano per il monitoraggio ambientale, come afferma la stessa Organizzazione Mondiale della Salute, OMS.
Quanto al fatto che siano dati “vecchi” gli stessi ricercatori hanno scritto nel comunicato che annunciava la pubblicazione che purtroppo ancora una volta si è dovuto studiare a posteriori eventi avversi sulla salute accaduti in passato. Eventi avversi che non sono ipotizzati o “teorici”, come afferma Tirreno Power nelle dichiarazioni ad ANSA, ma sono decessi e malattie realmente avvenute. Ci si augura quindi che si possa migliorare in futuro, utilizzando approcci preventivi per la protezione della salute (valutazione di impatto sulla salute o VIS).
L’originalità dell’articolo pubblicato sta proprio nell’aver dimensionato, dato una misura dei rischi e dei danni sulla salute, specie in riferimento a cause di morte e ricovero per le quali sono consolidate le conoscenze scientifiche sulla relazione con gli inquinanti ambientali in gioco anche a Vado Ligure.
Infine riguardo al fatto che le conclusioni dell’Osservatorio “escluderebbero qualsiasi impatto dell’impianto” chi lo afferma se ne assume tutta la responsabilità, mentre i ricercatori affermano che “l’articolo scientifico pubblicato da Science of the Total Environment indica una situazione ben diversa”.

Minichilli F., Gorini F., Bustaffa E., Cori L., Bianchi F. ‘Mortality and hospitalization associated to emissions of a coal power plant: A population-based cohort study’, Science of the Total Environment, vol 694 (2019) 133757


29 dicembre 2019

Huffpost - Greta Thunberg: "Sul clima è emergenza esistenziale"

Tratto da HUFFINGTONPOST 
Greta Thunberg: "Sul clima è emergenza esistenziale"
L'attivista svedese su Twitter lancia ancora        una volta l'allarme sui cambiamenti climatici



“Emergenza esistenziale”. Termini drastici per descrivere i cambiamenti climatici. Greta Thunberg, alla fine di un anno segnato dal fallimento della conferenza dell’Onu di Madrid e dalla sua consacrazione come “Persona dell’anno” dal settimanale Time, rilancia l’allarme e ribadisce l’importanza di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici.
“Questa - scrive su Twitter la giovane attivista svedese - non può essere più una notizia tra le altre notizie, una ‘questione importante’ tra le altri questioni, un ‘tema politico’ tra altri temi politici, o una crisi tra le altre crisi.
Questa non è una politica di un partito o un’opinione, 
questa è un’emergenza esistenziale e dobbiamo iniziare a trattarla come tale”.

Patrizia Gentilini (medico ISDE): "5G entra nella pelle, su terminazione nervose e vasi sanguigni".

Patrizia Gentilini (medico ISDE): "5G entra nella pelle, su terminazione nervose e vasi sanguigni". CONVEGNO INTERNAZIONALE STOP 5G – QUARTA PARTE


OASI SANA pubblica a puntate gli interventi video e gli atti scritti dei relatori intervenuti nel 1° Convegno internazionale Stop 5G dal titolo “Moratoria nazionale, 5G tra rischi per la salute e principio di precauzione” organizzato a Roma dall’Alleanza Italiana Stop 5G il 5 Novembre 2019 presso la Camera dei Deputati, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio.
QUARTA PARTE – Intervento della dott.ssa Patrizia Gentilinimedico oncologo ed ematologo di ISDE Italia e di Medicina Democratica
Video ripreso dal canale Youtube della Web TV Byoblu, foto Lucio Russo, testo integrale dell’intervento gentilmente trascritto da Odiele Nazart.
20′-Il problema dei rischi per la salute è un problema sottovalutato. Fino agli anni 1940 il fondo naturale pulsato (campo elettrico) era di 0,0002 V/m. Il Comitato europeo ECNRR (European Commitee on Non-ionising Radiation Risk) recentemente ha chiesto che l’esposizione fosse valutata come per le radiazioni ionizzanti, con un limite cumulativo e in funzione dell’età. Tutt’oggi questo non viene fatto e siamo esposti a valori superiori a quelli considerati cautelativi per la salute umana. “Schizofrenia” dell’Europa: nel 2011 il Consiglio d’Europa raccomandava un limite di 0,6 V/m e a medio termine di 0,2 V/m; nel 2016 l’Europa spinge il 5G; il comitato SCHEER (Scientific Committee on Health, Environmental and Emerging Risks, organismo UE) ha classificato il 5G come “rischio emergente”.
22′- Se il 5G fosse un farmaco non avrebbe mai superato la fase preclinica. Nessun controllo è stato fatto. E’ la società civile stessa che è diventata un laboratorio per sperimentare nuove tecnologie. Il ministro dell’Ambiente di Bruxelles ha detto: “Non voglio che i miei concittadini diventino cavie.” Da noi, il 5G viene già sperimentato su milioni di cittadini nelle città scelte.
24′- Ad oggi non esistono dispositivi in grado di misurare i CEM che verranno generati dal 5G. Andiamo completamente nel buio. Il Ministero della Salute non è coinvolto nell’implementazione del 5G. Navighiamo a vista.


25′- Rapporto (e posizione) dell’ISS ISTISAN 19/11 estremamente discutibile. Per il 5G dice che “non è possibile formulare una previsione sui livelli di CEM“, “sarà dunque necessaria una revisione della normativa nazionale”, ci saranno scenari non prevedibili. Ma non ne trae nessuna conseguenza.
26′- CONOSCENZE ATTUALI SUI RISCHI per la salute umana da CEM, introdotti da recente perché non esistono in natura. Prima domanda: chi ha finanziato gli studi? Tra quelli finanziati dall’industria il 32% vede degli effetti e il 68% no; tra quelli indipendenti il 70% rileva rischi e il 30% no. Gli effetti non termici, ma biologici sono i più pericolosi come esposizione cronica. Ci sono in modo statisticamente significativo dei tumori cerebrali, ma anche molte altre patologie. Orbene, i limiti di legge tengono solo conto degli effetti termici sui tessuti, stabiliti su dei manichini. da una ONG privata, l’ICNIRP.
28′- Effetti sulle cellule: stress ossidativo, formazione di radicali liberi, alterazione del DNA, azione epigenetica, alterazione della membrana cellulare e dei canali del calcio, alterazione della forma stechiometrica delle proteine. Diverse funzioni biologiche molto importanti vengono alterate.
29′- Le persone elettrosensibili hanno gravi alterazioni biochimiche per lo stress ossidativo da esposizione ai CEM. Si possono dosare nel sangue dei marcatori, l’elettrosensibilità ha un riscontro oggettivo. Effetti clinici non cancerogeni dei CEM: danno alla barriera emato-encefalica, malattie degenerative, disturbi del comportamento, alterazione agli organismi in via di sviluppo, alterazione della funzionalità del pancreas, disturbi metabolici, aumento del rischio di diabete, alterazione del ritmo cardiaco. Quindi un ventaglio molto ampio.
30′- Una meta-analisi mostra che per esposizione di lavoro, aumento del 26% del rischio di SLA (sclerosi laterale amiotrofica), del 33% del rischio di Alzheimer. Studio 84000 coppie madre-bambino in diversi paesi: le madri che usavano molto il cellulare in gravidanza avevano un aumento di deficit di attenzione- iperattività nel bimbo (probabilmente perché il cellulare altera la produzione di melatonina).
31′- Rischi cancerogeni: nel 2011 classificazione dei CEM in radiofrequenze dall’OMS “possibili cancerogeni” (classe 2B), sopratutto per i tumori cerebrali. Slide aumento glioblastomi in Gran-Bretagna: le zone più esposte al cellulare hanno più tumori. Nel 2018, studi del NTP e dell’Istituto Ramazzini: aumento nei ratti di schwannomi, tumori delle guaine nervose e tumori al cervello.
33′- 3 meta-analisi di studi epidemiologici: oltre 10 anni di utilizzo aumento del 32% di rischio di tumore cerebrale; e del 44% per i gliomi; oltre 1640 ore aumento del 33%. La IARC ha messo nelle sue priorità di rivalutare verso l’alto la classificazione.

26 dicembre 2019

L’inquinamento atmosferico uccide, anche in Italia. La parola agli epidemiologi: Fabrizio Bianchi e Francesco Forastiere

Tratto da LifeGate

L’inquinamento atmosferico uccide, anche in Italia. La parola agli epidemiologi

L’esposizione agli inquinanti presenti nell'aria è costata la vita, in Italia, a ben 76.200 persone in un solo anno. Secondo uno studio pubblicato su Lancet, siamo primi in Europa per mortalità da smog. L'importanza del lavoro degli epidemiologi.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione all’inquinamento atmosferico nel mondo causa 4,2 milioni di morti in tutto il mondo di cui almeno 600mila bambini colpiti da infezioni respiratorie acute, provocate dall’aria tossica. Ogni anno, si registrano quasi 500 mila morti premature in Europa. L’esposizione al particolato, cancerogeno, al biossido di azoto e all’ozono troposferico, è costata la vita, nel nostro Paese, a ben 76.200 persone in un solo anno, rivela l’Agenzia europea dell’ambiente. Secondo un recentissimo studio pubblicato su Lancet, siamo primi in Europa per mortalità da smog.

Il lavoro degli epidemiologi

Dietro queste stime c’è il lavoro degli epidemiologi, scienziati che studiano cause, distribuzione, frequenza delle malattie e della mortalità nella popolazione, a seguito di vari fattori. Quelli che vengono definiti determinanti di salute, come qualità dell’ambiente, condizioni socio-economiche, attività professionale ed esposizione agli inquinanti. Come Fabrizio Bianchi, dirigente di ricerca del Cnr, responsabile dell’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche  e Francesco Forastiere, oggi al Cnr di Palermo e visiting professor al King’s College di Londra.
Proprio Francesco Forastiere è stato coordinatore dello studio Viias, Valutazione integrata dell’impatto ambientale e sanitario dell’inquinamento atmosferico, commissionato dal ministero della Salute, che nel 2015 aveva previsto quelle che sarebbero state le ricadute sulla salute degli italiani, a causa del particolato fine (Pm 2,5), ozono e biossido di azoto, al 2020. Dati che confermavano come nel 2005, lo smog fosse già stato causa del 7 per cento della mortalità osservata, per cause naturali, in Italia. “Nello studio Viias veniva già dimostrato che i livelli di inquinamento atmosferico, per la popolazione italiana, erano inaccettabili, con un costo oneroso di vite umane. Dati confermati dalle analoghe stime dell’Agenzia europea dell’ambiente”, precisa l’epidemiologo. Da allora cosa è cambiato? “Oggi, rispetto a quattro anni, fa c’è una maggiore consapevolezza e si comprende come inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici siano strettamente legati. Ma se pure le emissioni di alcuni inquinanti sono diminuite, la situazione è drammatica. L’Italia è uno dei paesi con l’impatto sanitario più grave, dovuto allo smog”.

In Italia, la politica sanitaria deve occuparsi delle ricadute ambientali

“Nel Piano nazionale dell’aria si è totalmente ignorato il tema della prevenzione. Il ministero della Salute ha partecipato a quel tavolo, ma solo per concordare le attività di comunicazione alla popolazione, nel caso di allerta per il superamento delle emissioni”, spiega Forastiere. Eppure l’impatto sanitario è rilevante. “Basti pensare ai bambini, alle donne in gravidanza. Gli studi ci confermano che l’inquinamento atmosferico influisce sul peso dei nascituri e sulle nascite pretermine”. Anche per questo, sottolinea lo scienziato “abbiamo bisogno non solo dell’intervento del ministero della Salute ma che l’intero servizio sanitario nazionale, a partire dei medici di base fino alle Asl, si occupi di ambiente”. Occorre, quindi, fare prevenzione, spiegare ai cittadini quali sono le ricadute ambientali di stili di vita non sostenibili. E occorrono programmi di ricerca di sanità pubblica. “Che attualmente mancano”.
Dello stesso avviso Fabrizio Bianchi. “Le stime prodotte dagli studi epidemiologici parlano di circa 60 mila morti premature in Italia. Ma sono numeri che non devono rimanere freddi o peggio ancora, macabri. Vanno letti attentamente dai decisori politici, come numero di decessi che possono essere evitati, riducendo l’inquinamento”. Per fare ciò, ribadisce Fabrizio Bianchi, occorre che le politiche di prevenzione sanitaria non vengano escluse dai tavoli decisionali, in seno ai ministeri dell’Ambiente e della Salute. Come pure nelle regioni, che in questa situazione emergenziale hanno un ruolo decisionale importantissimo. Con piani territoriali che possono incidere sulla qualità dell’aria, delle acque e dei suoli contaminati. Anche perché, ricorda Bianchi – autore di numerosi studi d’impatto come quello sulla centrale a carbone di Vado Ligure, sulla Val d’Agri e Taranto –, “oggi abbiamo a disposizione, attraverso i sistemi satellitari, una lettura molto precisa dei dati ambientali e dell’inquinamento in ogni angolo del Paese”.

Valutazioni sempre più attente

Tutto ciò, solo qualche anno fa era inimmaginabile. “La letteratura scientifica e i nuovi sistemi di rilevamento ci permettono di realizzare valutazioni di impatto sanitario sulla popolazione dell’inquinamento sempre più precise e circostanziate. Anche in modo preventivo”, ribadisce Bianchi. Ecco, quindi, che bisogna agire bene e fare presto. “I costi sanitari dell’inquinamento, in termini di perdita di qualità della vita sana, di morti premature di malattia, sono, sia tangibili nell’immediato, che intangibili cioè protratti nel tempo. Purtroppo, non vengono mai messi a bilancio. I tempi necessari per ottenere risultati sul versante sanitario, non combaciano con i tempi della politica”. Questione di tempo o di volontà, quindi? “Ridurre l’inquinamento oggi porterà vantaggi e risparmi di vite umane, nel giro di qualche anno, in termini di aspettativa di vita sana. Mentre ora si dimensionano le decisioni su tempi brevi, legati alla politica, alle legislature, invece avremmo bisogno di scenari almeno quinquennali, per vedere risultati concreti”.

Serve un cambiamento immediato

Entrambi gli epidemiologi concordano: l’era fossile ha portato ricadute insostenibili per l’ambiente e la salute umana, animale e vegetale. Ogni decisione verso un futuro sostenibile, con nuovi stili di vita basati su energie rinnovabili e non inquinanti, va presa al più presto. “I cambiamenti climatici, l’altra faccia dell’inquinamento, stanno sconvolgendo il pianeta. I migranti climatici non saranno migliaia di persone, ma milioni. Cambiamenti che, come stiamo osservando noi medici, stanno riportando anche malattie che pensavamo debellate”.
Un quadro drammatico, come delineato dall’Ipcc ben prima della Cop 25 di Madrid, che continua a essere ignorato dai potenti del mondo. “Eppure tutto sta avvenendo molto più velocemente di quanto pensassimo e occorre agire, in ogni nazione”, conclude Forastiere. Anche per questo diventa fondamentale il patto tra cittadini, medici e scienziati. “Al Cnr abbiamo intensificato gli studi su scale ridotte, per piccole porzioni di territorio. Indagini che confermano gli elevati rischi dell’inquinamento e le grandi potenzialità della prevenzione”. Informazioni che vanno diffuse tra la popolazione, in modo consapevole e scientifico.

Il ruolo degli epidemiologi

“Ogni studio epidemiologico viene disegnato coinvolgendo le popolazioni esposte. La partecipazione deve essere attiva e creare consapevolezza” precisa Fabrizio Bianchi. “Il nostro compito di scienziati, non è solo quello di realizzare indagini rigorose, ma di renderle accessibili ai cittadini, alle fasce di popolazione più giovane, come anche qui al Cnr abbiamo iniziato a fare”. Un patrimonio di conoscenza a disposizione della generazione dei Fridays for future.

EMERGENZA CLIMA:Il 2019 non ha risolto la “battaglia” tra scienza e realtà

Tratto da Qualenergia 

Emergenza clima, il 2019 non ha risolto la “battaglia” tra scienza e realtà

Continua a esserci un ampio divario tra quello che raccomandano gli scienziati e quello che fanno i governi di tutto il mondo: ripercorriamo le tappe principali dell’anno che si sta per chiudere.
Come stanno andando le cose per il clima e quali risposte sono arrivate dai paesi di tutto il mondo per
affrontare l’emergenza ambientale?
Dopo il sostanziale fallimento della CoP 25 a Madrid è
tempo di fare un bilancio sul 2019, partendo proprio da quel crescente divario tra “scienza” e “realtà” rimarcato da un rapporto dell’Unep (il programma ambientale delle Nazioni Unite), Emissions Gap Report, prima che iniziasse la conferenza mondiale sul clima in Spagna.

Cosa dice la scienza
In pratica, affermano gli scienziati in quel rapporto, le
emissioni globali di anidride carbonica dovrebbero
diminuire del 7,6% l’anno tra 2020 e 2030 per seguire una traiettoria compatibile con il traguardo stabilito dagli accordi di Parigi, cioè contenere a +1,5 gradi l’aumento medio delle temperature entro fine secolo, in confronto all’epoca preindustriale.
E per puntare ai 2 gradi di surriscaldamento le emissioni dovrebbero scendere del 2-3% l’anno nello
stesso periodo, richiedendo ai governi mondiali uno
sforzo all’incirca triplo per tagliare la CO2, rispetto agli impegni volontari presi finora nei rispettivi piani
nazionali(NDC, Nationally Determined Contributions).
Peccato che il nostro Pianeta, spiegano gli esperti dell’Unep,stia andando verso un incremento delle temperature di circa 3,2 gradi.
Difatti, le emissioni anziché diminuire stanno continuando a crescere.
Lo scorso maggio, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera aveva raggiunto il massimo storico
fino a quel momento, pari a 414,66 parti per milione
(ppm) secondo i dati della NOAA (National Oceanic
and Atmospheric Administration) rilevati dall’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii.
Così non c’è alcun segno di un’inversione di tendenza
nel “cammino” della CO2.
Secondo le ultime proiezioni del Global Carbon Project in uno studio realizzato con due università inglesi (East Anglia-Exeter), le emissioni prodotte
complessivamente dai combustibili fossili
aumenteranno dello 0,6% circa nel 2019 sfiorando
37 miliardi di tonnellate.
L’aumento è leggermente più contenuto in confronto al 2017-2018 grazie soprattutto al minore utilizzo di carbone per la generazione elettrica, anche se le previsioni, su questo fronte, non sono molto incoraggianti, dato cheml’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) ritiene assai probabile un nuovo boom di questa fonte fossile in Asia nei prossimi anni.
Intanto la World Meteorological Association (WMO) ha
appena pubblicato sul suo sito web un bollettino dove
afferma che il 2019 è candidato a diventare il secondo o terzo anno più caldo della storia; il risultato preciso si avrà con i dati definitivi a gennaio.
Ancora più importante, sottolinea la WMO, è la tendenza di lungo periodo del surriscaldamento: le temperature medie registrate nel decennio 2010-2019, si legge nel bollettino, quasi certamente saranno le più alte di sempre.
Dal 1980 ogni decennio è sempre stato più caldo di
quello precedente, precisano gli esperti dell’associazione meteorologica mondiale.
Ma le temperature sono solo una parte della storia,
ammonisce la WMO. Scioglimento dei ghiacci artici, acidificazione degli oceani, eventi meteorologici estremi come siccità prolungate, ondate di calore, vasti incendi e, all’opposto, alluvioni e tifoni, hanno contraddistinto l’evoluzione climatica degli ultimi anni e con ogni probabilità continueranno a farlo.


Il nostro Pianeta, si legge ancora nel bollettino, sta
“viaggiando” verso un aumento delle temperature
di 3-5 gradi entro la fine di questo secolo, dopo essere già salita di circa 1,1 gradi dall’età preindustriale.

Cosa stanno facendo i governiDi fronte all’emergenza climatica, le risposte dei governi sono state del tutto insufficienti.
Alla CoP di Madrid i campanelli d’allarme della scienza
sono rimasti inascoltati: nessun accordo è stato raggiunto sui punti fondamentali che dovrebbero portare verso quella drastica e rapida riduzione
delle emissioni inquinanti, raccomandata già un anno
fa dagli scienziati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il “braccio” delle Nazioni Unite che studia l’evoluzione del clima).
In particolare, sono falliti i negoziati per definire un mercato internazionale delle quote di carbonio.

L’Europa, dal canto suo, sta provando a costruire una
politica climatica più ambiziosa, che potrebbe anche
fare da guida agli altri paesi.
La nuova commissione Ue di Ursula von der Leyen ha
appena svelato la “prima pietra” del Green Deal europeo, che punta ad azzerare le emissioni nette di CO2 nel2050. Entro 100 giorni dovrebbe arrivare la prima legge climatica europea, con una serie di misure volte a de-carbonizzare il sistema economico del nostro continente.
E l’Europa ha anche trovato l’intesa sulla“tassonomia”
green, la nuova classificazione degli investimenti secondo criteri di compatibilità ambientale, in modo da promuovere la finanza “verde” a sostegno dei progetti nelle fonti rinnovabili, nell’efficienza energetica e nei trasporti a basso contenuto di CO2.
Ma ovviamente il percorso futuro della CO2 resta appeso a quello che faranno colossi come gli Stati Uniti (ricordiamo  che Trump ha deciso di uscire dall’accordo di Parigi), l’India e la Cina; Pechino, in particolare, riassume perfettamente le contraddizioni dell’attuale sistema energetico, dove si investe sempre di più in fonti pulite ma si fatica ad abbandonare il carbone.
Gli ultimi dati dei ricercatori indipendenti del Global
Energy Monitor, infatti, rivelano che la Cina è
in controtendenza rispetto al resto del mondo sul
carbone, perché sta continuando a costruire nuovi impianti per produrre elettricità con questa fonte fossile; si parla di quasi 150 GW in cantiere.

Insomma il 2019 è avviato a una conclusione che lascia tutto in sospeso: emissioni in aumento, eventi estremi più intensi e frequenti, caldo record, fallimento dei negoziati sul clima…


Non fa molta eccezione l’Italia che secondo i dati
diffusi dall’Enea, archivierà il 2019 con un lieve calo
delle emissioni di CO2 (1% circa), comunque insufficiente a puntare ai traguardi indicati nel Piano nazionale su energia e clima per il 2030.

20 dicembre 2019

Con l'inquinamento aumentano depressione e rischio di suicidio

Tratto da Wired
Con l'inquinamento aumentano depressione e rischio di suicidio.

Un’équipe di scienziati della University College London ha appena messo insieme e rianalizzato criticamente i risultati di 25 studi sul collegamento tra salute mentale inquinamento atmosferico, relativi a 16 paesi del mondo. I risultati, pubblicati sulla rivista Environmental Health Perspectives, suggeriscono che effettivamente esiste un nesso: in particolare, dicono gli autori del lavoro, l’esposizione ad alti livelli di inquinamento atmosferico è correlato a un aumento dei tassi di depressione e del rischio di suicidio. I numeri parlano chiaro: se la correlazione dovesse indicare effettivamente una causalità, ridurre l’esposizione media globale alle polveri sottili (Pm 2,5) da 44 microgrammi per metro cubo a 25 microgrammi per metro cubo (le linee guida della World Health Organization indicano una soglia di sicurezza di 10 milligrammi per metro cubo) potrebbe portare a una diminuzione del 15% del rischio di depressione.
“Sapevamo già che l’inquinamento atmosferico fosse pericoloso per la salute”, ha spiegato Isobel Braithwaite, prima autrice del lavoro, della University College London Psychiatry e Institute of Health Informatics“con conseguenze che vanno dalle malattie cardiovascolari e polmonari a un maggior rischio di demenza. In questo studio abbiamo dimostrato che l’inquinamento può avere un impatto forte anche sulla salute mentale, il che rende il problema ancora più allarmante”. In particolare, l’équipe di scienziati ha cercato di mettere insieme tutti gli studi che, in passato, avevano indagato l’associazione tra l’inquinamento da polveri sottili e cinque diversi disturbi mentali. In media, dicono gli esperti, un aumento della concentrazione di Pm 2,5 di 10 microgrammi per metro cubo è associato a un aumento del 10% circa del rischio di depressione. “I risultati dei diversi studi erano più o meno coerenti tra loro, anche dopo aver ripulito i dati da altri fattori che avrebbero potuto giocare un ruolo nella correlazione. I nostri numeri, inoltre, sono simili per ordine di grandezza a quelli misurati per l’effetto dell’inquinamento su altri problemi di salute”.
I ricercatori, inoltre, hanno anche trovato le prove di un’altra correlazione, stavolta tra l’esposizione ai Pm 10, polveri sottili di diametro maggiore, e il numero di suicidi: in particolare, il rischio di suicidio sembra essere “significativamente più alto”nei giorni in cui i livelli di Pm 10 sono particolarmente elevati. “Le nostre scoperte”, commenta Joseph Hayes, un altro degli autori dello studio, “corrispondono ai risultati di altri lavori pubblicati quest’anno, in particolare quelli relativi a persone giovani o ad altri disturbi mentali. Ancora non possiamo stabilire se questa correlazione sia indice di causalità, tuttavia ci sono forti indizi che spingono in questa direzione”.

Ansa:Domenica cittadini manifestano in aree più inquinate Italia

Tratto da Ansa

Domenica cittadini manifestano in aree più inquinate Italia

Una delegazione "Magliette Bianche'anche ad Angelus Papa

(ANSA)- ROMA, 20 DIC - Da Taranto a Gela, dal Sulcis a Crotone, magliette bianche per la tutela dell'ambiente e della salute. Si terrà domenica 22 dalle 16 alle 19 una manifestazione pacifica nei siti più inquinati d'Italia, in cui ai chi parteciperà in 25 città (23 Sin, Siti di Interesse Nazionale) viene chiesto di indossare una t-shirt bianca. Una delegazione sarà presente anche all'Angelus del Papa. "Le Magliette Bianche - spiega un documento - rappresentano cittadini che hanno a cuore la tutela della salute e dell'ambiente in quanto vivono all'interno o in prossimità di territori gravemente inquinati, classificati come Sin o Sir (Siti Interesse Regionale per le bonifiche da effettuare), o in cui gli standard di qualità ambientale potrebbero non essere rispettati". I cittadini chiedono a Governo, Parlamento e Regioni "procedimenti amministrativi e penali rapidi ed efficaci, affinché il principio 'chi inquina paga' sia rispettato e siano finanziate le bonifiche anche dalle aziende colpevoli". Tra le priorità indicate l'avvio delle bonifiche ambientali, "senza compromessi o rinvii", la previsione di obiettivi "trasparenti e non derogabili in termini aree bonificate o messe in sicurezza" e risorse per garantire le bonifiche nei siti "orfani" (dove non è possibile rintracciare chi ha inquinato) per lavori da realizzare "in danno" di chi sarà dichiarato colpevole dalla Magistratura. Poi, l'effettuazione da parte del ministero della Salute di studi epidemiologici per ogni Sin, la sorveglianza epidemiologica nei Livelli essenziali di assistenza anche per i Siti di Interesse Regionale e una Tessera sanitaria, "Green Card Sin", per i cittadini con screening a cadenze regolari. Anche Vis (Valutazione di Impatto Sanitario) e Viias (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario) per ogni procedura di autorizzazione ambientale e l'istituzione di un Coordinamento Nazionale Interforze per l'accertamento di reati ambientali, oltre che un inasprimento delle pene. Infine, la creazione di una "Procura Speciale Ambientale". (ANSA).

17 dicembre 2019

Centrale a carbone di Vado Ligure: per il Cnr eccessi di mortalità nelle aree più esposte: Video

Centrale a carbone di Vado Ligure: per il Cnr eccessi di mortalità nelle aree più esposte           di Monica Panetto
Nell'area della centrale a carbone Tirreno Power a Vado Ligure – dismessa cinque anni fa – negli anni compresi tra il 2001 e il 2013, sono stati riscontrati eccessi di mortalità (+ 49%) nelle aree a maggiore esposizione a inquinamento atmosferico. È questo ciò che emerge da uno studio condotto da un gruppo di epidemiologi ambientali dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa che ha valutato la relazione tra esposizione ad inquinanti atmosferici e rischio di mortalità e ricovero in ospedale per cause tumorali e non tumorali. Il lavoro è stato pubblicato recentemente su Science of the Total Environment.
“L’esposizione a biossido di zolfo (SO2) e ossidi di azoto (NOx) è stata stimata dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure (Arpal) mediante un modello di dispersione, che ha considerato le emissioni da fonti industriali, portuali e stradali – spiega Fabrizio Bianchi, coordinatore del gruppo –. L’area è stata suddivisa in quattro classi di esposizione a inquinanti (diversi livelli con inquinamento di crescente intensità). La relazione tra effetti sulla salute ed esposizione a inquinamento atmosferico è stata studiata per uomini e donne, confrontando ciascuna delle tre categorie con maggiore concentrazione di inquinanti con quella a minore concentrazione, tenendo conto dell’età e della condizione socio-economica della popolazione (indice di deprivazione)”.
Gli scienziati hanno preso in esame la popolazione residente nei 13 anni considerati in 12 comuni dell’area, per un totale di 144.019 persone. Nelle aree a maggiore esposizione a inquinanti sono stati riscontrati eccessi di mortalità per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso e degli organi di senso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%). L’analisi dei ricoveri in ospedale ha fornito risultati coerenti con quelli della mortalità.
Di tutto questo abbiamo parlato con Fabrizio Bianchi.  
Il ricercatore sottolinea l’importanza di programmi di sorveglianza adeguati e di una valutazione preventiva degli impatti sulla salute che possono avere le fonti che si conoscono come maggiormente inquinanti.  “Mentre a Vado Ligure le due sezioni a carbone sono state fermate nel 2014 - sottolinea -, molte altre centrali in Italia, in Europa e nel mondo continuano a funzionare. Nel nostro Paese si parla di un’uscita dal carbone nel 2025. Noi speriamo che questi risultati facciano riflettere sul fatto che prima si abbandona l’impiego del carbone e dei combustibili fossili e ci si avvia sulla strada delle risorse rinnovabili e meglio è per la salute su scala locale, regionale e nazionale. Senza contare tutto il discorso sui cambiamenti climatici”.

Riflettori su Vado Ligure:Ancora su mortalità e ricoveri associati alle emissioni delle centrali a carbone

Tratto da  ambiente salute 

Ancora su mortalità e ricoveri associati alle emissioni delle centrali a carbone: riflettori su Vado Ligure

Alcune affermazioni vanno riprese per essere opportunamente inquadrate e commentate.
Innanzitutto la pubblicazione scientifica garantisce la revisione cosiddetta “tra pari”, la peer review, che certifica la validità dal punto di vista metodologico, di contenuti e di coerenza con gli altri studi pubblicati nel mondo sulla stessa materia.  Science of the Total Environment è una rivista altamente qualificata del settore ambientale con un panel di revisori internazionali indipendenti, come sanno tutti i ricercatori della materia.
Le dichiarazioni di un rappresentante di Tirreno Power riportate da ANSA ieri fanno riferimento all’Osservatorio (che dovrebbe essere l’Osservatorio regionale salute e ambiente della Regione Liguria, citato anche nell’articolo e che ha ricevuto i dati su cui l’articolo si basa) affermando che ha escluso impatti dell’impianto, così come i dati dell’Agenzia regionale per l’ambiente.
E’ chiaro per i ricercatori di CNR-IFC che i risultati di studi pubblicati su riviste scientifiche accreditate a livello internazionale non possono essere confutati da commissioni istituite da un ente locale o una Regione, ancorché composti da rappresentanti del mondo scientifico. Alcuni membri dell’Osservatorio ambiente salute istituito dalla regione Liguria sollevarono critiche già alla presentazione dei dati, critiche sistematicamente discusse e analizzate allora, anche con argomentazioni e dettagli che si possono ritrovare nell’articolo pubblicato.
In particolare, le valutazioni svolte dall’osservatorio erano basate su confronti dello stato di salute esistente nell’area di Vado rispetto alla media regionale, mentre gli epidemiologi ambientali di CNR-IFC hanno lavorato sulle differenze ambientali e sanitarie esistenti all’interno dell’area di 12 comuni intorno a Vado Ligure. Sono stati confrontati tra loro i dati di mortalità e ricoveri in 4 aree a diverso livello di inquinamento e valutate le differenze tra le classi più esposte rispetto a quella meno esposta.
Non è stato considerato un livello di inquinamento ambientale stabilito dalla legge, perché l’interesse principale era quello di capire se c’erano differenze di salute anche a livelli più bassi di diffusione di sostanze inquinanti. Oggi è infatti universalmente accettato che si verificano effetti negativi sulla salute anche nel caso di esposizioni ad inquinanti nell’aria che sono più basse di quelle stabilite dalla legge, e che si usano per il monitoraggio ambientale, come afferma la stessa Organizzazione Mondiale della Salute, OMS.
Quanto al fatto che siano dati “vecchi” gli stessi ricercatori hanno scritto nel comunicato che annunciava la pubblicazione che purtroppo ancora una volta si è dovuto studiare a posteriori eventi avversi sulla salute accaduti in passato. Eventi avversi che non sono ipotizzati o “teorici”, come afferma Tirreno Power nelle dichiarazioni ad ANSA, ma sono decessi e malattie realmente avvenute. Ci si augura quindi che si possa migliorare in futuro, utilizzando approcci preventivi per la protezione della salute (valutazione di impatto sulla salute o VIS).
L’originalità dell’articolo pubblicato sta proprio nell’aver dimensionato, dato una misura dei rischi e dei danni sulla salute, specie in riferimento a cause di morte e ricovero per le quali sono consolidate le conoscenze scientifiche sulla relazione con gli inquinanti ambientali in gioco anche a Vado Ligure.
Infine riguardo al fatto che le conclusioni dell’Osservatorio “escluderebbero qualsiasi impatto dell’impianto” chi lo afferma se ne assume tutta la responsabilità, mentre i ricercatori affermano che “l’articolo scientifico pubblicato da Science of the Total Environment indica una situazione ben diversa”.

Minichilli F., Gorini F., Bustaffa E., Cori L., Bianchi F. ‘Mortality and hospitalization associated to emissions of a coal power plant: A population-based cohort study’, Science of the Total Environment, vol 694 (2019) 133757.

CISAS :Comunicazione e coinvolgimento delle comunità locali per supportare la governance del rischio

Tratto da Ambiente e Salute

Comunicazione e coinvolgimento delle comunità locali per supportare la governance del rischio

Il gruppo di autori sono ricercatori CNR coinvolti nel CISAS “Centro internazionale di studi avanzati su ambiente ed impatti su ecosistema e salute umana” che studia nelle tre aree altamente inquinate di Priolo, Milazzo e Crotone, coordinando le competenze di 153 esperti (84 di 4 Istituti CNR e 69 di Università ed Enti che collaborano) in scienze mediche, ambientali, sociali e informatica.
Le attività di CISAS spaziano dalla comprensione dei fenomeni di inquinamento ambientale all’impatto su ecosistema e salute umana, con un largo spazio allo sviluppo di ricerche multidisciplinari e alla crescita di competenze, alla divulgazione scientifica nella società e per destinata ai decisori e alla formazione, supportando attività nelle scuole, sia con gli insegnanti che con gli studenti.
La governance dei rischi cui si fa riferimento è qualcosa di più della pura gestione del rischio, che prevede alcune fasi tecniche e gestite da esperti. Si parla di governance in una situazione in cui i rischi hanno assunto una dimensione sistemica, cioè hanno impatti diretti sul contesto sociale ed economico. I rischi sistemici si collocano all’incrocio tra eventi naturali (che possono essere aggravati da interventi umani), rischi tecnologici, problemi economici e avvenimenti sociali, sia nazionali che internazionali (International Risk Governance Center, IRGC 2017). I rischi si caratterizzano come strutturalmente complessiincerti e ambigui e si tratta di occuparsi sia della dimensione fattuale che del contesto socio-culturale, che viene pesantemente influenzato da questo tipo di rischi. Quindi oltre agli aspetti tecnici, misurabili e definibili come gestione e contenimento dei rischi, si devono includere i diversi attori coinvolti, i loro valori e obiettivi, le loro percezioni e la situazione socio-economica nel gioco delle decisioni politiche.
La comunicazione scientifica in questo contesto si deve attrezzare culturalmente ed essere consapevole del ruolo cruciale che potrebbe svolgere, in particolare di fronte alla sfida rappresentata da una parte dai social media, dall’altra dai cittadini che sempre più partecipano e si presentano come produttori di scienza e conoscenza.
CISAS lavora in un contesto in cui la governance pubblica deve essere sostenuta e rafforzata con lo sforzo di tutti gli attori in campo. Le conoscenze scientifiche che vengono messe a disposizione durante il progetto riguardano: le pressioni ambientali, il consumo alimentare, la salute riproduttiva, lo stato di salute delle comunità, la percezione dei rischi.
Gli strumenti di rapporto con il territorio, con la comunità scientifica, con gli amministratori e le autorità locali, sono pianificati in un apposito piano di comunicazione e tengono conto dei requisiti etici richiesti dalla ricerca che coinvolge le persone e il loro ecosistema.
Gli strumenti pubblici finora attivati sono conferenze e seminari, che hanno avuto una copertura della stampa locale e fatto conoscere i primi risultati.
Per gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado sono stati fatti già due concorsi sul tema “ambiente e salute nel mio territorio”, visite alla nave oceanografica del CNR, schede di rilevamento della biodiversità marina e un corso di aggiornamento per i docenti delle scuole sulle materie del progetto. Infine è stata avanzata la proposta di creazione di un’aula didattica interattiva su ambiente e salute, da costruire in una scuola di riferimento sul territorio come centro di documentazione e disseminazione del progetto CISAS.
In programma per i prossimi mesi, mentre proseguono le ricerche, numerosi seminari e il coinvolgimento di cittadine cittadini, associazioni e amministratori per condividere le conoscenze maturate e sviluppare azioni positive per la governance del rischio a livello locale.

Terra dei fuochi al Nord, in aumento il cancro alla prostata.

Tratto da Il fatto quotidiano.it

Terra dei fuochi al Nord, in aumento il cancro alla prostata. Una ‘lapidazione’ mai vista


Ho reso pubblico il mio cancro non già per far sapere che andavo a curarmi al nord, ma per denunziare il fatto che nelle Terre dei Fuochi tutte le patologie cronico-degenerative stanno subendo un drammatico incremento di incidenza, con abbassamento dell’età di comparsa della malattia causato dall’ingravescente “lapidazione ambientale” da tossici di vario tipo, chimici e fisici.
Uno studio appena pubblicato su Cancer certifica che, in gran parte del mondo, l’incidenza del cancro alla prostata negli adolescenti e nei giovani adulti è in costante aumento. “L’incidenza del cancro alla prostata è aumentata in tutti i gruppi di età compresa tra 15 e 40 anni e sale a livello globale a un tasso costante medio del 2% all’anno dal 1990” affermano gli autori. E’ molto complesso comprendere il perché di questo aumento dell’incidenza nei più giovani, ma gli agenti cancerogeni ambientali in modo sempre più evidente appaiono tra le principali cause. Quello che appare pure certo è che i giovani con cancro alla prostata hanno tassi di sopravvivenza molto peggiori dei pazienti più anziani.
Mai prima si era visto nel corpo umano qualcosa di simile! Siamo oggetto di una “lapidazione” di cancerogeni ambientali innescata dalle nuove tecnologie anche belliche e dall’industria fuori controllo. Le combustioni ad altissime temperature sono aggravate dalla non perfetta conformità del materiale da incenerire, come nei recenti casi di inquinamento radioattivo proveniente da materiale ferroso non tracciato finito nelle discariche “legali” di Brescia.
Nelle Terre dei Fuochi d’Italia (dalla Campania a Brescia, da Taranto a Priolo) i risultati di uno studio pilota di biomonitoraggio, nell’ambito del progetto di ricerca EcoFoodFertility del dottor Luigi Montano dell’Asl di Salerno, sono stati presentati in anteprima a Palazzo Serra di Cassano a Napoli lo scorso 30 novembre: aiutano a capire cosa sta succedendo. Sono esami di maschi sani, omogenei per età e abitudini di vita, residenti nelle Terre dei Fuochi rispetto al tranquillo Alto Medio Sele (provincia di Salerno).
“I dati – spiega il dr. Montano, che ha coordinato il lavoro con Cnr e l’Iss – evidenziano la presenza di più elevate concentrazioni di alluminio, cromo, manganese, litio e cobalto nel sangue e più elevati livelli di cromo, rame e zinco nello sperma dei maschi residenti nelle Terre dei Fuochi, associati anche ad alterazioni della bilancia ossido-riduttiva nel seme, con danni al Dna spermatozoario rispetto a quelli dell’area di controllo. Nei ragazzi di Brescia in particolare cromo e cobalto assumono valori statisticamente significativi rispetto pure ai cittadini campani. L’obiettivo di EcoFoodFertility è quello di proteggere tutte le popolazioni esposte a questa “lapidazione ambientale” con percorsi di prevenzione che considerino i sistemi organo-funzionali più sensibili agli stress ambientali, come il sistema riproduttivo”.
Lo studio certifica “un maggior rischio biologico nei residenti delle Terre dei Fuochi d’Italia”: “Le alterazioni delle difese antiossidanti riscontrate evidenziano il ‘peso’ dell’area di residenza e quindi dell’ambiente sulla salute riproduttiva, che può nel tempo tradursi in un danno alla salute complessiva e predisporre a patologie maggiori, tra cui certamente anche il cancro con significativo anticipo della sua comparsa nella vita dei cittadini esposti”.
Riusciremo a salvare i nostri figli nelle Terre dei Fuochi? Brescia sta scoprendo di stare diventando pure “Bresciernobyl” con i suoi impianti “legali” di riciclo e smaltimento finale, attrattori di rifiuti industriali – persino radioattivi – mai tracciati a monte in modo certificato e sicuro.
Lo scorso 2 dicembre, alla presenza di tutte le maggiori autorità della Provincia di Brescia, ho denunziato quanto sta accedendo per mancata tracciabilità dei rifiuti industriali, ma l’unica apparente preoccupazione riportata dai giornali locali il giorno dopo è stata quella di riuscire a recuperare sufficienti soldi per garantire le “bonifiche” delle discariche radioattive incriminate.
Delle obbligate conseguenze sulla salute pubblica di fenomeni di inquinamento così gravi, ormai sempre più evidenti anche nel nord Italia, silenzio assoluto!