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31 maggio 2020

WEBINAR: 5G NE SAPPIAMO DAVVERO ABBASTANZA?

Tratto da ISDE

5G NE SAPPIAMO 
DAVVERO ABBASTANZA?
VENERDÌ 5 GIUGNO ORE 17  -  19


29 maggio 2020

Paolo Ermani: Sanità pubblica e ambiente a pezzi: le responsabilità sono solo del coronavirus?

Tratto da Il Cambiamento 

Sanità pubblica e ambiente a pezzi: le responsabilità sono solo del coronavirus?

Se fosse stata data priorità all'efficienza e alle risorse per la sanità pubblica e per la tutela ambientale, quindi alla reale difesa della popolazione, l’Italia sarebbe stata obbligata agli arresti domiciliari in conseguenza del coronavirus? Ecco la nostra riflessione.


Immaginiamo per incanto che l’Italia avesse come priorità la salute dei propri abitanti, quindi di conseguenza la tutela dell’ambiente in cui vivono. Se così fosse, la sanità pubblica non sarebbe stata indebolita sistematicamente da ogni governo nel corso degli anni, a vantaggio di quella privata. E se la preoccupazione fosse stata veramente la salute e la prevenzione, perché è stato smantellato nel 2016 il Centro per la Sorveglianza e Prevenzione delle Epidemie (Cnesps) dell’Istituto Superiore di Sanità (Isa)?


Quindi, prima si spalancano le porte al virus o chi per lui, indebolendo tutte le possibili difese, poi si grida alla catastrofe e si mettono gli italiani agli arresti domiciliari. Una modalità simile sembra l’esatto contrario della prevenzione e di una modalità di azione per il bene dei cittadini. L’ambiente poi, la cui salubrità determina per la grandissima parte dei casi il recarsi o meno delle persone negli ospedali (basti pensare alle centinaia di migliaia di cancri che derivano dalla sistematica aggressione ambientale e agli oltre 80 mila morti l’anno di inquinamento), è sempre l’ultimo dei pensieri, la cenerentola degli interventi, sacrificato sull’altare della crescita cioè dell’ulteriore arricchimento dei già straricchi.

Se si fosse dato priorità alla salute e alla tutela ambientale, quindi alla reale difesa della popolazione, l’Italia sarebbe stata obbligata agli arresti domiciliari in conseguenza del coronavirus come ci è stato raccontato? Ovviamente no, perché anche qualora ci fosse stato un aumento dei ricoverati, sarebbe stato gestito efficacemente dalle strutture esistenti su tutto il territorio e di sicuro non si sarebbe dovuto ricorrere alla drastica limitazione della libertà per l’intero paese, così come del resto non è avvenuto per la maggior parte dei paesi esteri colpiti.

Ma forse non si sarebbe nemmeno arrivati al punto di un aumento vertiginoso di ricoveri. Infatti immaginiamo l’Italia come un giardino fiorito, l’inquinamento ai minimi termini, massima attenzione alla prevenzione, al rafforzamento delle difese immunita.

28 maggio 2020

Conferenza in streaming: 5g: tra paure e opportunità.

Tratto da ISDE

    5G:TRA PAURE E OPPORTUNITA’

VENERDI‘ 29  Maggio ore  21:00 - 23:00


“Per ripartire dopo il Covid serve un Pianeta sano”

Tratto da Isde
La lettera di 40 milioni di medici ai leader del G20: “Per ripartire dopo il Covid serve un Pianeta sano”

Per la nostra salute, bisogna ripartire dalla salute del Pianeta. 
Lo dicono e lo scrivono, a gran voce, 40 milioni fra medici e operatori della salute di tutto il mondo, provenienti da 90 Paesi. 
In una dichiarazione congiunta lanciata oggi con l’hashtag a #HealthyRecovery i professionisti della salute hanno chiesto ai leader dei paesi del G20 di impegnarsi concretamente nella battaglia alla crisi climatica, per un mondo meno inquinato e più verde, con una impronta sostenibile tale da tentare di scongiurare future pandemie.

CLICCA QUA PER LEGGERE LA LETTERA

26 maggio 2020

IL virus COVID 19 e’ meno forte . Svolta in laboratorio.

Tratto da .quotidiano.net

Covid 19. "Abbiamo isolato il virus, è meno forte". Svolta in laboratorio: ecco le prove.

La rivelazione del presidente dei virologi, Caruso: la variante studiata dai miei ricercatori a Brescia è poco aggressiva. "Prima il morbo era una bomba, ora i tamponi sono appena positivi. E anche chi ha una carica virale forte, non ha sintomi"
Brescia, 26 maggio 2020 - Finalmente si può dire: il virus è diventato meno aggressivo in questo fine maggio italiano. Ci pensa il professore Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv), a dare una svolta decisa, grazie soprattutto a una scoperta scientifica. "Sì, il nuovo Coronavirus sta perdendo forza", spiega il virologo, dopo che nel laboratorio di Microbiologia dell’Asst Spedali Civili a Brescia, da lui diretto, è stata isolata una variante di virus Sars-CoV-2 "estremamente meno potente, più ‘buona’".
"Mentre i ceppi virali che siamo stati abituati a vedere in questi mesi, che abbiamo isolato e sequenziato, sono bombe biologiche capaci di sterminare le cellule bersaglio in 2-3 giorni – spiega l’esperto –, questo per iniziare ad attaccarle ha bisogno minimo di 6 giorni": il doppio del tempo.
La notizia sarà oggetto di pubblicazione scientifica, ma Caruso vuole anticiparla "per lanciare un messaggio di speranza. Queste varianti virali più attenuate dovrebbero diventare il futuro della probabile evoluzione di Covid-19". Che il nuovo Coronavirus si stia indebolendo è sotto gli occhi di tutti, come dimostrano i bollettini quotidiani che riportano un numero di contagi progressivamente in calo, ma soprattutto le terapie intensive degli ospedali che via via si svuotano. "È tanto vero che sta perdendo forza – sottolinea Caruso, ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica all’università degli Studi di Brescia – che ogni giorno vediamo tamponi naso-faringei positivi non più in modo forte, bensì debole". La prova molecolare di "infezioni molto leggere, quasi inapparenti. Si vede il virus in dosi molto, molto ridotte".
«È successo però – racconta – che mentre ultimamente arrivano tutti tamponi con bassa carica virale, ce ne è capitato uno con carica molto alta e la cosa ci ha stupito". Una sorpresa ancora più grande considerando che "questo soggetto era asintomatico. Siamo dunque andati a isolarne il virus, scoprendo che in coltura era estremamente più debole dei precedenti". Mettendolo cioè a contatto in vitro con cellule buone da aggredire, "non riusciva nemmeno a ucciderle tutte. Anzi, anche solo per cominciare ad attaccarle necessitava di almeno 6 giorni, contro le 48-72 ore sufficienti ai classici ceppi per finire tutte le cellule a disposizione".
Ma Caruso avverte: "Non sappiamo se e quanto circoli questa variante, né se sia geneticamente diversa dalle altre. Possiamo però dire che qualcosa sta succedendo". Che a Sars-Cov-2 qualcosa stia capitando lo hanno messo nero su bianco "colleghi di Hong Kong sulla rivista ‘Emerging Microbes & Infections’: uno studio molto ben fatto – evidenzia Caruso – in cui hanno documentato la minore aggressività di questi virus in vitro e in vivo, sugli animali. Gli autori hanno osservato che queste varianti presentano grosse alterazioni genetiche e anche noi, che stiamo procedendo ai test genetici, speriamo di vedere altrettanto". Non solo. "Rumors nella comunità scientifica – aggiunge – ci dicono che anche negli Usa stanno emergendo evidenze in linea con quelle cinesi e con la scoperta di Brescia".

L’appello di 40 milioni di medici: «Investite sulla salute»

Tratto da Corriere del Ticino

L’appello di 40 milioni di medici: «Investite sulla salute»

G20  
Gli sforzi, suggeriscono in una lettera, vanno impegnati per ridurre inquinamento e gas serra che danneggiano la salute umana e per aumentare la capacità di resistenza contro future pandemie.
L’appello di 40 milioni di medici: «Investite sulla salute»









Un esercito di oltre 40 milioni fra medici, infermieri e professionisti della sanità di 90 Paesi del mondo, fra cui molti impegnati in prima linea contro la Covid-19, lanciano un appello ai leader del G20: mettete la salute pubblica al centro dei pacchetti di stimolo per la ripresa economica, per cercare di evitare crisi future.

Gli investimenti, suggeriscono in una lettera, vanno impegnati per ridurre inquinamento e gas serra che danneggiano la salute umana, per assicurare aria pulita, acqua pulita, clima stabile, per aumentare la capacità di resistenza contro future pandemie creando nel contempo posti di lavoro sostenibili. In sintesi, la salute umana, la salute economica e la salute del pianeta sono strettamente collegate.
Nella più grande mobilitazione della comunità sanitaria degli ultimi 5 anni, dalla vigilia dell’Accordo di Parigi sul clima, oltre 350 organizzazioni mediche mondiali hanno firmato la lettera a nome degli associati, e il numero dei sottoscrittori è destinato ad aumentare via via che ci sono le adesioni: fra le altre World Medical Association, the International Council of Nurses, the Commonwealth Nurses and Midwives Federation, the World Organization of Family Doctors (Wonca), the World Federation of Public Health Associations e Isde Italia (Associazione Medici per l’Ambiente). La lettera è stata sottoscritta anche singolarmente da migliaia di medici. Ed è atteso il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità.
La pandemia ha esposto medici, infermieri e altri professionisti della sanità a morte, malattia e stress mentale a livelli mai visti da decenni, si sottolinea nella lettera. I big della politica e dell’economia devono imparare da questi errori e agire per rafforzare il mondo. I governi hanno il potere di fare questa trasformazione nei prossimi 12-18 mesi a seconda di come e dove scelgono di investire le migliaia di miliardi che devono immettere nell’economia. Ci sono vari summit internazionali in agenda sino a fine anno e il messaggio è chiaro: Covid-19 ha dimostrato con chiarezza che l’economia soffre quando la salute è compromessa.

Sentenza del Consiglio di Stato: la discrezionalità nell’AIA e il Parere Sanitario del Sindaco

Tratto da Note di Marco Grondacci

Consiglio di Stato: la discrezionalità nell’AIA e il Parere Sanitario del Sindaco


Il caso trattato dalla sentenza in esame riguarda il rigetto della richiesta di Autorizzazione Integrata Ambientale (di seguito AIA)  per un impianto di termovalorizzazione di pneumatici fuori uso (PFU).

La sentenza (QUI) è particolarmente rilevante sotto i seguenti profili:
1. definisce la natura giuridica dell’AIA  e quindi il suo oggetto ampio;
2. l’importanza dello stato sanitario della zona interessata dall’impianto da autorizzare a prescindere dalle emissioni specifiche dello stesso;
3. il ruolo che il Sindaco deve svolgere come Autorità Sanitaria all’interno della procedura di rilascio dell’AIA.

Riporto sinteticamente i principali passaggi di questa sentenza in rapporto ai suddetti tre profili.


SULLA NATURA GIURIDICA DELL’AIA
Afferma il Consiglio di Stato: “Si deve, infatti, rilevare che l’autorizzazione integrata ambientale è configurata come un titolo abilitativo conseguente ad una verifica di carattere generale sull’impianto, con particolare riguardo alle emissioni in relazione all’ambiente circostante, attribuendo alle autorità interessate un ampio potere - espressione di discrezionalità tecnica - anche circa le concrete misure tecniche che devono essere disposte per il controllo e la riduzione di tali emissioni, le quali inoltre rilevano anche in un ampio contesto geografico circostante.” 
Si conferma il carattere profondamente diverso dell’AIArispetto alle autorizzazioni ambientali settoriali del passato(acqua, aria, rifiuti etc.). Queste ultime si limitavano a verificare che l’impianto rispettasse i limiti di legge settoriale di riferimento e niente di più. L’AIA invece oltre a stabilire limiti di emissioni per i singoli comparti ambientali (aria , acqua, suolo) verifica la compatibilità dell’intero modello gestionale dell’impianto (ciclo produttivo, materie prime, misure di mitigazione) con il sito in cui è collocato. 
Questo fa capire come il potere di chi rilascia l’AIA non possa essere limitato all’imporre i limiti di emissioni di legge e le migliori tecnologie disponibili frutto del processo definitivo dalla UE ma anche ulteriori limiti, ulteriori prescrizioni anche oltre quanto stabilito dalla legge se motivato dalla situazione specifica (ambientale e sanitaria)in cui l’impianto è collocato.

Infatti in relazione al caso esaminato dalla sentenza del Consiglio di Stato si afferma: “Ne deriva che, già con riferimento ai pareri espressi da tali organi tecnici, fosse giustificato il diniego, non essendo stato realizzato il monitoraggio continuo richiesto dall’ARPA né modificato il sistema di abbattimento di NOx.
Anzi, con riferimento a tali criticità, la difesa della appellante deduce che il sistema di monitoraggio avrebbe richiesto una modifica dell’impianto già prima dell’avvio, riconoscendo quindi il mancato adeguamento a quanto richiesto nella conferenza di servizi istruttoria. Tale argomentazione difensiva circa la modifica dell’impianto non può poi essere condivisa, in quanto il potere di modifica di un impianto ai fini della verifica delle emissioni da parte dell’ARPA è espressamente previsto nella disciplina dell’AIA”.  Conclude sul punto il Consiglio di Stato: “Si deve, quindi, rilevare, sul punto, che le modifiche al fine di contenere o verificare le emissioni sono espressamente previste dalla disciplina dell’AIA sopra richiamata, con la conseguente legittimità, nel caso di specie, di tali richieste di modifica, espressione di discrezionalità tecnica certamente non tacciabile di illogicità od abnormità.”



SULL’IMPORTANZA DELLO STATO SANITARIO DELLA ZONA INTERESSATA DALL’IMPIANTO DA AUTORIZZARE A PRESCINDERE DALLE EMISSIONI SPECIFICHE DELLO STESSO
Nel caso esaminato dalla sentenza del Consiglio di Stato la istruttoria che ha portato al diniego dell’AIA ha rilevato come i vari soggetti partecipanti alla conferenza hanno fatto riferimento alla particolare criticità ambientale dell’area della valle del Sacco, circostanza che ha assunto anche un rilievo a livello legislativo, in quanto inserita tra i siti di bonifica di interesse nazionale.
In tal senso afferma il Consiglio di Stato: “La complessiva scadente qualità ambientale dell’area in questione, confermata da tale previsione legislativa, ben poteva essere oggetto di valutazione nel suo complesso, a prescindere dalla presenza o dal superamento del singolo inquinante, come sostiene la parte appellante.”. 
Quanto sopra perché la disciplina dell’AIA è finalizzata a “conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente nel suo complesso” per cui, nella sentenza qui esaminata, il Consiglio di Stato afferma: “una valutazione in termini di costi - benefici derivanti da un impianto industriale e dei suoi possibili effetti sull’ambiente e sulla salute dei cittadini vanno al di là della specifica localizzazione dell’area, ai fini urbanistici, dovendo essere considerata la vicinanza della abitazioni con riferimento all’effetto complessivo delle emissioni inquinanti sull’ambiente circostante.”



È FONDATO UTILIZZARE IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE, SE ADEGUATAMENTE MOTIVATO, PER NEGARE IL RILASCIO DELL’AIA
Il verbale della conferenza di servizi nel caso in esame si richiama al principio di precauzione quale principio fondante la decisione di non rilasciare l’AIA . Secondo il Consiglio di Stato: “Tale richiamo è corretto, in quanto la disciplina di tutela ambientale e della salute dei cittadini deve ritenersi ormai orientata da tale principio, come del resto riconosciuto specificamente per la gestione dei rifiuti dal sopra richiamato art. 178 del d.lgs. n. 152 del 2006.”
Il Consiglio di Stato ricorda altresì che il principio di precauzione è contenuto nell’articolo 191 del Trattato UE che al primo paragrafo fa riferimento alla tutela della salute e al secondo al principio di precauzione proprio per confermare l’integrazione del principio suddetto con l’obiettivo di un elevato livello di tutela ambientale. 
Il principio di precauzione, secondo la sentenza qui esaminata, quindi: “…integra, quindi, un criterio orientativo generale e di larga massima, che deve caratterizzare non soltanto le attività normative, ma prima ancora quelle amministrative, come prevede espressamente l'art. 1 della legge 7.8.1990 n. 241, ove si stabilisce che “l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta ... dai principi dell'ordinamento comunitario” (Consiglio di Stato IV, 18 luglio 2017, n. 3559 - QUI).

25 maggio 2020

Ansa Bilancio Ue: Greenpeace, no fondi alle industrie inquinanti

Tratto da Ansa 

Bilancio Ue: Greenpeace, no fondi alle industrie inquinanti

'Riqualificare i lavoratori e scoraggiare l'uso delle app di tracciamento'


BRUXELLES - "Invece di distribuire denaro indiscriminatamente, anche alle industrie inquinanti", la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen "dovrebbe concentrarsi sul benessere sociale e ambientale, sulla trasformazione economica e sugli investimenti in settori con un'occupazione a prova di futuro".
E' l'appello del direttore di Greenpeace Europa Jorgo Riss, a pochi giorni dalla presentazione della nuova proposta sul bilancio Ue 2021-27, progettato per la ripresa dalla crisi. L'organizzazione chiede di non concedere aiuti incondizionati per il salvataggio di industrie inquinanti, investire nella riqualificazione dei lavoratori e rafforzare i servizi pubblici, e rispettare i principi dello Stato di diritto, scoraggiando l'uso delle app di tracciamento per il Covid-19.

21 maggio 2020

Effetti avversi sulla salute della tecnologia di rete mobile 5G....

Tratto da Peacelink
Articolo scientifico di Ronald N. Kostoff, Paul Heroux, Michael Aschner e Aristides Tsatsakis

Effetti avversi sulla salute della tecnologia di rete mobile 5G in condizioni di vita reale

Questa pubblicazione è apparsa il 1° maggio 2020 su ScienceDirect, la fonte è "Toxicology Letters"
Fonte: Toxicology Letters, Volume 323, 1 May 2020, Pagine 35-40 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31991167
Questo articolo dimostra gli effetti avversi delle radiazioni non ionizzanti e non visibili (d'ora in poi chiamate radiazioni wireless) riportati nella più importante letteratura biomedica.
Esso mette in evidenza che la maggior parte degli esperimenti realizzata in laboratorio al momento non sono concepiti per identificare gli effetti avversi più severi derivanti dall'ambiente operativo della vita reale nel quale operano le radiazioni dei sistemi wireless. Molti esperimenti non includono la pulsazione e modulazione del segnale portante.
La grande maggioranza non tiene conto degli effetti collaterali sinergici di altri stimoli tossici (come quelli chimici e biologici) che agiscono di concerto con le radiazioni wireless.
Questo articolo inoltre presenta l'evidenza che la nascente tecnologia 5G per il network mobile della diffusione versatile e  nascente, non riguarda solo la pelle e gli occhi, come si crede comunemente,  ma ha anche effetti avversi
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Pubblicazione

Autori

Ronald N. Kostoff
Research Affiliate, School of Public Policy, Georgia Institute of Technology, Georgia, United States. Electronic address: rkostoff@gmail.com
Paul Heroux
Toxicology and Health Effects of Electromagnetism, McGill University, Canada
Michael Aschner
Molecular Pharmacology, Einstein Center of Toxicology, Albert Einstein College of Medicine, United States
Aristides Tsatsakis
Laboratory of Toxicology, Medical School, University of Crete, Voutes, 71409 Heraklion, Crete, Greece; Department of Analytical, Toxicology, Pharmaceutical Chemistry and Pharmacognosy, Sechenov University, 119991 Moscow, Russia. Electronic address: toxlab.uoc@gmail.com

Patrizia Gentilini: Coronavirus, ‘non si può uscire dalla crisi con quel modello di sviluppo che ha contribuito a crearla’

Tratto da  Il Fatto Quotidiano
Patrizia Gentilini:

Coronavirus, ‘non si può uscire dalla crisi con quel modello di sviluppo che ha contribuito a crearla’

La fase 2 in cui ci troviamo, e che dovrebbe farci uscire gradualmente dall’emergenza causata da Covid-19, è particolarmente delicata e complessa e richiede non solo una attenta riflessione, ma anche partecipazione, confronto e condivisione da parte di tutti. Da più parti si levano voci sulla necessità di un cambiamento e sul fatto che “nulla torni come prima”, ma si profila il concreto rischio che il cambiamento ci sia, ma non nella direzione auspicata e che, sulla spinta della crisi economica e sociale, si facciano passi indietro sul fronte della tutela ambientale.
In momenti di crisi è infatti forte la tentazione di cercare scorciatoie che rischiano però di peggiorare ulteriormente le cose. Pessimo segnale in questo senso è, ad esempio, la recente deroga al clorpirifos, insetticida organofosforico messo al bando in Europa, perché estremamente dannoso per il neurosviluppo, ma subito riautorizzato dalla ministra Teresa Bellanova.
Se partiamo dal presupposto che anche questa pandemia, come pure le precedenti, sia il segnale della rottura del complesso e difficile equilibrio fra uomo e natura, aggravare questa frattura continuando a spargere veleni non potrà che porre le basi per ulteriori disastri, ancor più devastanti data anche la crisi climatica in atto.
Lo stretto legame fra salute e ambiente è fortunatamente sempre più percepito e a questo proposito assume grande rilievo il documento congiunto fra la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) e l’Associazione Medici per l’Ambiente Isde Italia: Covid-19: le lezioni da imparare, gli sbagli da non fare.
Nel documento, già sottoscritto dal Gruppo Unitario per le Foreste Italiane (Gufi), Navdanya International, Federbio e altri, si elencano in modo stringato ma efficace gli errori da non ripetere e le lezioni che il Covid, nostro malgrado, ci impartisce.
Si afferma innanzitutto che il porre la salute al di sopra degli interessi economici – come ripetutamente dichiarato in questi mesi – valga non solo per la pandemia, ma anche per il complesso delle malattie cronico-degenerative, responsabili del 91% della mortalità in Italia e il cui legame con l’inquinamento è fuori dubbio.
Si ribadisce che il depotenziamento dell’assistenza sanitaria, i drastici tagli, l’introduzione di logiche privatistiche e prestazioni a pagamento ha messo a nudo le carenze di un sistema sanitario che va quindi riformato radicalmente e ripensato a partire dai servizi territoriali, fondamentali per soddisfare i reali bisogni di salute.
Altro punto cruciale è la “fragilità” della popolazione, specie anziana, che ha pagato il prezzo più elevato al coronavirus. A tal proposito un recentissimo articolo illustra come la “fragilità” sia dovuta a patologie cronico-degenerative che iniziano sempre più precocemente, a volte addirittura già in età pediatrica, e dimostra come inquinamento atmosferico, interferenti endocrini, mancanza di verde, pesticidi, cambiamenti climatici e innumerevoli altre aggressioni ambientali compromettano i principali meccanismi molecolari che regolano la vulnerabilità individuale e siano alla base della “fragilità” della popolazione.
Il concetto di “One health”, “una sola salute” ovvero che la salute umana è un tutt’uno con quella degli altri ecosistemi e dell’intero pianeta, è il concetto fondamentale da cui ripartire e fortunatamente sempre più condiviso.
Nel documento vi sono non solo attestazioni di massima, ma anche concrete indicazioni quale quella di approvare rapidamente la legge sull’agricoltura biologica da due anni ferma in Senato, la richiesta del blocco totale del consumo di suolo, della messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti (strade, ponti etc.), nonché la bonifica delle aree inquinate e la rigenerazione urbana.
Si afferma che l’energia deve provenire da fonti “realmente” rinnovabili, dove “realmente” sottende che siano sostitutive di quelle fossili, fondate su criteri di sostenibilità e a basso o nullo impatto ecologico, ambientale e paesaggistico e che ovviamente si cessi di incentivare l’energia prodotta da processi di combustione, biomasse incluse....
Con altrettanta fermezza si chiede anche “una moratoria sull’implementazione di tecnologie digitali non ancora adeguatamente testate”considerazione più che mai attuale a fronte dell’implementazione del 5G su cui la comunità scientifica e non solosolleva dubbi più che legittimi.
Il documento conclude che: “Non si può pensare di uscire dalla crisi sanitaria, economica e sociale indotta dalla pandemia rimanendo ancorati o addirittura prigionieri dello stesso modello di sviluppo e di consumo che ha contribuito a crearla”. Questo il forte messaggio che si leva dalla classe medica italiana e che la classe politica non può più continuare ad ignorare!

20 maggio 2020

Consiglio di Stato su industrie insalubri poteri dei Comuni e principio di precauzione

Tratto da Note. Di  Marco Grondacci 

Consiglio di Stato su industrie insalubri poteri dei Comuni e principio di precauzione

Il Consiglio di Stato con sentenza recentissima (QUI)  ha affrontato la vicenda di un diniego di permesso di costruire e di autorizzazione alle emissioni per uno stabilimento industriale per la macinazione, miscelazione, frantumazione di leganti idraulici e carbonato di calcio (praticamente una cementificio senza completo ciclo produttivo). 
La sentenza del Consiglio di Stato di seguito esaminata è molto interessante perché partendo dalla questione di merito ribadisce alcuni importanti principi in materia di disciplina delle industrie insalubri, di come devono essere classificate le attività rientranti in questo elenco, di quali siano i poteri dei Comuni in materia, di come il principio di precauzione di derivazione comunitaria debba essere considerato vincolante per un corretto processo decisionale a rilevanza ambientale al fine di una tutela preventiva della salute dei cittadini. 


GLI ATTI ISTITUZIONALI CONTESTATI DAI TITOLARI DELLA AZIENDA 
Nel caso oggetto della sentenza qui esaminata il Comune richiedeva il parere igienico sanitario alla Azienda sanitaria, che, con la nota successiva, rilevava che dal progetto presentato, pur emergendo accorgimenti per il contenimento delle emissioni, restavano criticità sulla localizzazione, in quanto l’impianto avrebbe impattato sulla ricaduta di polveri nella frazione respirabile, contribuendo: “comunque ad incrementare l’inquinamento al suolo in una situazione già fragile riguardante oltre alla località interessata anche gli abitati limitrofi”; invitava pertanto il Comune a valutare l’idoneità dell’area e del sito ove sarà installato l’impianto, da classificarsi come industria insalubre di prima classe ai sensi della lettera B punto 33 del D.M. 5 settembre 1994. 

A sua volta l’ARPA territorialmente competente rilevava la mancanza di una corretta valutazione quali/quantitativa delle emissioni, in particolare con riferimento ai metalli pesanti; la mancanza del controllo in continuo delle polveri su tutti i camini; la mancanza di proposte di interventi per la riduzione dei camini come previsto dall’art. 270 DLgs 152 del 2006; la mancanza del modelli di previsione di ricaduta delle polveri. 
Soprattutto l’Arpa sottolineava i numerosi superamenti dei limiti nella qualità dell’aria per le polveri fini (PM10) nonché il fatto che il Piano Regionale qualità aria classificava il Comune interessato dall’impianto in Zona A di rischio di superamento dei valori limite e delle soglie d’allarme per il PM 10.
A sua volta il Dirigente del settore urbanistica del Comuneinteressato, sulla base del suddetto parere della ASL e dell’art. 23 delle NTA del Piano particolareggiato, che prevedeva che “i fumi, le esalazione e le polveri non devono risultare nocive all’uomo e all’ambiente,” si esprimeva negativamente sul rilascio del permesso di costruire.
Infine in sede di Conferenza dei Servizi indetta dalla Provincia per il rilascio della autorizzazione alle emissioni, rappresentanti del Comune interessato si esprimevano in senso negativo, per la posizione del sito nelle vicinanze dell’abitato a 500 metri dall’abitato, sia sotto il profilo urbanistico che sanitario non sussistendo un parere favorevole della ASL.

LA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO
La sentenza ribaltando la sentenza di primo grado,  afferma  la legittimità degli atti sopra descritti  con le seguenti motivazioni..

Come si classifica una attività o impianto come industria insalubre
Il Consiglio di Stato chiarisce che per definire insalubre non basta guardare solo l’elenco delle attività di cui alla sezione C Parte I allegato al Decreto Ministeriale del 1994 (vedi QUI) ma anche al ciclo produttivo della attività/impianto da classificare quindi anche alle altre due sezioni della Parte I (sostanze utilizzate sezione A e prodotti/materiali sezione C). Nel caso specifico così statuisce il Consiglio di Stato: ”il D.M. 5 settembre 1994, Elenco delle industrie insalubri di cui all'art. 216 del testo unico delle leggi sanitarie, nell’allegato alla lettera B) della parte prima, che classifica le industrie insalubri di prima classe, in base ai “Prodotti e materiali e fasi interessate dell'attività industriale”, indica al punto n. 33, la “produzione di cementi” senza alcuna distinzione del sistema di produzione e della fasi di lavorazione; ne deriva già sotto tale profilo la classificazione quale industria insalubre di prima classe. Di fronte a tale dato testuale tassativo, che non limita la indicazione degli stabilimenti di produzione del cemento in relazione al tipo di ciclo produttivo effettuato, non possono condividersi le affermazioni del CTU, né le argomentazioni del giudice di primo grado che le hanno riprese, per cui la mancanza del ciclo completo di produzione del cemento con la combustione escluderebbe tale classificazione.” 
In relazione a quanto affermato dal consulenze tecnico di ufficio nominato dal giudice di primo grado in relazione alla tesi per cui l’impianto in questione non è un vero e proprio cementificio in quanto non prevede una vera attività di combustione, il Consiglio di Stato così ha statuito: “Si tratta, infatti, di rilievi del consulente in chiaro contrasto con la previsione normativa. Inoltre, al n. 83 del medesimo elenco della lettera B) dell’allegato al D.M. 5 settembre 1994 è indicata “macinazione, frantumazione di minerali e rocce”, tra cui anche rientra l’attività in questione, per la quale anche il CTU nelle proprie conclusioni e nelle risposte alle osservazioni del CTP ha rilevato, inoltre, la emissione di polveri anche silicee.”.


La legittimità di norme anche di tipo urbanistico che pongono precise condizioni alla localizzazione di industrie insalubri di prima classe
Afferma sul punto il Consiglio di Stato: “La classificazione quale industria insalubre di prima classe, era stata indicata anche dalla ASL in precedenza al contenzioso in esame. Ne deriva la legittimità del diniego del Comune sotto il profilo urbanistico, in relazione alla previsione dell’art. 23 della NTA del Piano particolareggiato, che vietava espressamente tali industrie nell’area in questione, salva “l’adozione da parte del gestore dell’impianto di particolari interventi per evitare l’aggravio della salubrità e della qualità dell’ambiente circostante” e con la valutazioni indicate dal medesimo art. 23 da parte degli organi competenti in materia igienico-sanitaria ed ambientale” circa l’assenza di un aggravamento della salubrità ambientale e del rispetto, nell’area in esame, dei limiti di qualità dell’aria ambiente stabiliti per la salvaguardia della salute umana” circostanze escluse, nel caso di specie, dai pareri della ASL e dell’ARPAV, che avevano rilevato criticità circa l’inquinamento dell’area e il suo incremento con l’impianto in questione.”.....


La natura dei poteri del Sindaco in materia di industrie insalubri
Afferma il Consiglio di Stato: “La giurisprudenza consolidata di questo Consiglio, infatti, ritiene che le disposizioni degli artt. 216 e 217 R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, attribuiscano al Sindaco, ausiliato dalla struttura sanitaria competente, il cui parere tecnico ha funzione consultiva ed endoprocedimentale, un ampio potere di valutazione della tollerabilità o meno delle lavorazioni provenienti dalle industrie, classificate “insalubri” per contemperare le esigenze di pubblico interesse con quelle pur rispettabili dell'attività produttiva, anche prescindendo da situazioni di emergenza ( cfr. Cons. Stato Sez. III, 12 giugno 2015, n. 2900 (QUI); Sez. V, 27 dicembre 2013, n. 6264 - QUI).


Il principio di precauzione e la sua natura imperativa nei procedimenti di autorizzazione a rilevanza ambientale
Il Consiglio di Stato con la sentenza in esame chiarisce la natura imperativa quindi vincolante se sostenuta da adeguate istruttorie tecniche del principio di precauzione nelle decisioni ambientali.

19 maggio 2020

Salute e clima: due crisi in una

Tratto da Scienza in rete

Salute e clima: due crisi in una 


Per un paio di mesi, il lockdown ha abbassato in modo considerevole le attività produttive e il traffico: con quali effetti sull'inquinamento atmosferico? E soprattutto, cosa possiamo imparare dall'esperienza?
Le misure di lockdown hanno ridotto considerevolmente per un paio di mesi attività produttive e traffico, come probabilmente non era mai successo su scala così estesa. Come ha influenzato questa forzata quarantena le emissioni e le concentrazioni di inquinanti atmosferici e di gas serra? E che prospettive si aprono adesso con la ripresa? Abbiamo cercato di rispondere a queste domande con l’aiuto di Michela Maione, docente di Chimica dell'Ambiente all'Università di Urbino e affiliata a ISAC-CNR, responsabile del programma di monitoraggio di gas climalteranti e inquinanti atmosferici presso l'osservatorio globale del GAW-WMO di Monte Cimone.

Archiviato il caso del particolato carrier, resta il danno degli inquinanti

La questione è già stata ampiamente discussa, ma facciamo un breve riepilogo. La correlazione tra alte concentrazioni di varie forme di particolato atmosferico e insorgenza di casi Covid-19 non dovrebbe eccessivamente stupire, dal momento che, come spiega Maione, «è un dato accettato che il particolato atmosferico, specialmente la frazione con diametro inferiore a 2.5 micron (PM2.5), sia responsabile di 420.000 morti premature all’anno in Europa, delle quali 58.000 in Italia1». Quindi, un conseguente indebolimento generalizzato degli apparati respiratorio e cardiovascolare e del sistema immunitario può verosimilmente fungere da cofattore nell’epidemia; così come, effettivamente, è stato osservato per precedenti epidemie da coronavirus SARS verificatesi in Cina2.
Analogamente, «l’esposizione al biossido di azoto (NO2), uno dei principali inquinanti atmosferici antropogenici prodotto durante i processi di combustione, è responsabile, secondo l’Organizzazione Mondiale di Sanità3, di danni significativi alla salute soprattutto a carico dell’apparato respiratorio. Uno studio tedesco4 riporta come la maggior parte dei casi Covid con esito fatale si sia verificato in cinque regioni in Nord Italia e Spagna che, nel periodo gennaio-febbraio 2020, hanno mostrato i maggiori livelli di NO2 combinati con condizioni meteorologiche che non hanno favorito una dispersione efficiente degli inquinanti», spiega Maione.
Tralasciano gli studi che hanno suggerito la possibilità che le particelle virali potessero anche essere trasportate dal particolato, al momento non sufficientemente approfonditi né vagliati dalla comunità scientifica6,7,8, resta intatto il potenziale sanitario dei vari inquinanti atmosferici, ma anche la possibilità di ridurne efficacemente la concentrazione.
In Europa, infatti, come mostra l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente dal 2000 al 2017, sono diminuite le emissioni della maggior parte degli inquinanti atmosferici; in particolare quelle degli ossidi di zolfo, che sono calate del 62% dal 20009 (Figura1). Dati incoraggianti che mettono in luce la capacità di saper far fronte a queste sfide e che devono spingere a migliorare ancora di più la pianificazione politica su questo....

Lockdown: un esperimento unico per inquinanti e gas climalteranti

È molto probabile che il lockdown abbia mostrato una diminuzione degli inquinanti atmosferici (reattivi) e, in prospettiva, di alcuni gas climalteranti. «I processi di combustione sono la fonte primaria di entrambe le classi di composti, con cocktail emissivi differenti a seconda del settore interessato (trasporti, riscaldamento domestico, industria, ecc.)», spiega Maione. «Il lockdown ha rappresentato quindi una sorta di esperimento unico che ci porterà a comprendere i meccanismi che sono alla base dei fenomeni di inquinamento e il peso relativo, in termini di emissioni, dei diversi settori coinvolti».....

Crisi climatica e probabili conseguenti crisi pandemiche

Mitigare il cambiamento climatico può avere conseguenze importanti anche per quanto riguarda futuri rischi pandemici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità11 ci avverte che la crisi climatica in atto potrebbe allargare l’area geografica raggiunta dai vettori di varie malattie infettive, come la malaria o la febbre Dengue. Maione sottolinea, inoltre, come sia «facile vedere uno stretto parallelismo con quanto sta accadendo ora relativamente alla crisi pandemica: gli scienziati da tempo ci hanno informato sui pericoli derivanti dai cambiamenti d’uso del territorio che stanno avvenendo su scale globale (deforestazione, agricoltura, allevamenti) in relazione alla diffusione di virus in grado di effettuare il salto di specie dall’animale all’uomo».
Il rischio è che gli ingenti impegni economici presi a livello internazionale a favore della ripresa dalla pandemia sottraggano le risorse previste dall’Accordo di Parigi per centrare gli obiettivi di riduzione a 1,5-2°C12. Trattare separatamente crisi sanitarie e ambientali globali sarebbe un grave errore, ma tutt’altro che improbabile. «Questi obiettivi - spiega la ricercatrice - sono stati scelti appositamente per poter riuscire a governare i danni inevitabili della crisi climatica: dobbiamo fare in modo di rispettarli, in modo globalmente coordinato, per non doverci trovare ad affrontare effetti ingestibili quando sarà ormai troppo tardi per porvi rimedio».