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16 ottobre 2019

Il sottile legame fra clima e smog

Tratto da Il meteo.net

Il sottile legame fra clima e smog


Si chiamano forzanti climatici a vita breve e contribuiscono sia all’inquinamento che al cambiamento climatici. Cosa sono e perché sono così importanti per salute e clima?

Grazie al messaggio di Greta Thunberg i cambiamenti climatici e in genere l’inquinamento sono sotto ai primi posti della preoccupazione dei giovani e dell’opinione pubblica

A molti non è chiara però la differenza, ma anche il legame indiretto che c’è fra i gas serra che agiscono a lungo termine sul clima e l’inquinamento atmosferico, dannoso direttamente per l’uomo, gli ecosistemi e perfino per l’agricoltura

Cruciale per la lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento è il ruolo, poco noto, dei Short-Lived Climate Pollutants (SLCP). Ecco quali sono i principali inquinanti climatici a vita breve.

Ozono e HCFC

L’ozono è un emblema di come l’uomo è in grado di fare danni opposti alla sua stessa casa, la Terra. L’ozono stratosferico ci protegge dai raggi ultravioletti, negli anni 1980 era alla ribalda il problema buco nell’ozono, arginato col protocollo di Montreal nel 1988 che mise al bando i gas CFC usati a suo tempo nelle bombolette e come refrigeranti che ne sono i responsabili.


I sostituti dei CFC, già essi anche gas serra, gli HCFC, sono dei gas serra ancora più potenti ed efficaci, 20000 volte più della CO2. Piccole quantità impattano notevolmente sul bilancio energetico terrestre. Fondamentale dunque la loro regolamentazione e riduzione. Ma non finisce qua.

L’ozono è anche gas serra, calando in stratosfera si avrebbe un leggero raffreddamento, ma per opposto l’ozono si forma nei bassi strati della troposfera soprattutto in estate come inquinante fotochimico secondario ed è così fattore riscaldante del clima.


L’ozono troposferico oltre che irritante per la salute, nuoce anche alla produzione agricoltura. Si stima che agendo per la sua riduzione si eviterebbe la perdita di produzione di 50 milioni di tonnellate di cereali. Inoltre, l’inquinamento da ozono causa anche un impoverimento del potere nutrizionale del grano e altri cereali.

Fuliggine e black carbon

Il black carbon, testualmente carbonio nero, deriva da una combustione incompleta dei combustibili fossili e delle biomasse.

Questo inquinante è anche un forzante climatico di breve durata atmosferica, ovvero agisce sul clima in pochi giorni o settimane. Altrettanto, ridurli avrebbe effetti quasi immediati nel contenimento del global warming, oltre che benefici sulla salute e perfino sui ghiacci e sul livello del mare.

Gli effetti climatici del black carbon sono principalmente regionali o macro regionali. Importanti però alcuni effetti collaterali globali, ad esempio col trasporto transfrontaliero dovuto ai venti su grande scala arriva e quindi si deposita sotto forma di fuliggine sui ghiacciai montani e perfino polari. L’Effetto è micidiale, infatti il deposito di fuliggine accelera la perdita di ghiaccio marino e lo scioglimento dei ghiacciai alpini e montani. Addirittura, mitigare le emissioni di black carbon potrebbe limitare del 20% l’aumento del livello del mare.

Il metano

Il metano non è affatto un combustibile ecologico. Non è un inquinante diretto, ma con la combustione produce gas serra ed inoltre il suo effetto riscaldante a breve termine è anche 100 volte superiore alla CO2.

Il metano rappresenta il 16% delle emissioni serra globali e proviene dal bestiame, soprattutto grandi allevamenti, dalla produzione e distribuzione di petrolio e gas, estrazione del carbone, dalle discariche e coltivazione di riso. La riduzione delle emissioni di metano migliora anche la qualità dell'aria locale perché riduce i composti organici volatili, precursori della formazione di ozono troposferico di cui abbiamo parlato.

L’importanza di agire sugli inquinanti climatici

La riduzione di CO2 è essenziale, ma da sola non basta. L’effetto della CO2 è soprattutto a lungo termine, quella emessa oggi si ripercuoterà perfino sul clima del XXII secolo. Gli inquinanti climatici invece hanno forti effetti nei prossimi anni o decenni.

L’azione sui forzanti climatici a breve termine è cruciale per raggiungere l’obiettivo di contenere entro 1.5°C il riscaldamento globale previsto dall'Accordo di Parigi sul clima. Tuttavia, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. E' importante evitare che un'azione di riduzione della CO2 non aumenti gli inquinanti climatici o viceversa la riduzione dello smog non peggiori le emissioni serra.

Si stima in 0.6°C il riscaldamento che si eviterebbe al 2050 abbattendo le concentrazioni dei SLCP. Soprattutto, la loro drastica riduzione eviterebbe circa 7 milioni di morti all’anno globalmente con grandi benefici economici per le minori spese sanitarie anche in Italia ed Europa.

UE inquinamento: Italia grande malata tra i Paesi fondatori - 412 mila persone morte nell’ Ue per l'inquinamento dell’aria


Video tratto da https://www.youtube.com/watch?v=_DLJ98KlG5k


Tratto da Sputiniknews
412 mila persone morte nell’ Ue per l'inquinamento dell’aria


L'inquinamento dell'aria in Europa è causa di circa 400 mila morti premature annue, a certificarlo l'Agenzia europea dell'Ambiente (EEA) nel report Air quality in Europe del 2019.
L’inquinamento dell’aria nei paesi europei ha causato 412 mila morti nel solo 2016, secondo il rapporto Air quality in Europe del 2019 appena pubblicato dall’Agenzia europea dell’Ambiente (EEA).
I cittadini delle maggiori città europee, in particolare, sono esposti a livelli letali di sostanze inquinanti e nocive per la salute. Livelli di esposizione superiori ai limiti imposti dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO).
L’inquinamento dell’aria è considerato il fattore di maggiore rischio per la salute delle persone, questo quanto scrive l’EEA nel rapporto.

I tre inquinanti che causano i danni maggiori

L’EEA ha condotto la ricerca tenendo conto dei dati raccolti da 4 stazioni di monitoraggio collocate in tutta l’Ue. I dati a disposizione sono aggiornati al 2017 e forniscono un quadro allarmante della situazione.
Nelle aree urbane le persone subiscono i maggiori danni alla propria salute. In particolare sono tre le sostanze nocive che causano i maggiori problemi:
  1. il particolato (PM);
  2. biossido di azoto (NO2);
  3. ozono a livello del suolo (O3).
Le analisi condotte dall’EEA hanno certificato che 412 mila morti premature in 41 nazioni europee, nel solo 2016, sono dovute ai Pm 2.5. Di queste 374 mila sono morte all’interno dell’Unione Europea.

I danni economici

Oltre a causare migliaia di morti, l’inquinamento dell’aria comporta un enorme dispendio di risorse economiche alle famiglie di quanti cadono vittima delle malattie correlate all’inquinamento atmosferico, ma anche ai sistemi sanitari nazionali che devono fare fronte alle cure mediche dei cittadini..........
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Su Quotidiano Sanità 

Inquinamento aria: è strage. Nel 2016 quasi 500.000 morti premature in Europa. E l’Italia è uno dei Paesi dove si muore di più. I nuovi dati dell’Agenzia europea per l’ambiente

In tutto 498.100 le morti premature dovute all'esposizione a poveri sottili, biossido di azoto e ozono nei 41 Paesi europei compresi nello studio dell'Agenzia. In Italia, in termini assoluti, si sono registrate 58.600 morti premature per polveri sottili, 14.600 per biossido di azoto e 3.000 a causa dell'ozono. Poco incoraggianti anche i dati riguardanti gli anni di vita persi per 100.000 abitanti. In particolare per il biossido di azoto nel nostro Paese gli anni di vita persi sono oltre il doppio rispetto alla media UE. IL RAPPORTO

15 ottobre 2019

Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo : Nuovo ricorso contro l’Italia.

Tratto da Peacelink
Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo 

Nuovo ricorso contro l’Italia

Con sentenza del 24 gennaio 2019, divenuta definitiva in data 24 giugno 2019, la Corte dei diritti dell’uomo ha già accertato la mancata adozione da parte dello Stato italiano di misure per garantire la protezione effettiva del diritto alla salute a Taranto, inquinata dal polo industriale
13 ottobre 2019
ILVA a Taranto
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha comunicato un nuovo ricorso contro l’Italia relativo alle conseguenze pregiudizievoli sulla vita e la salute dei ricorrenti tarantini provocate dall’inquinamento dell’acciaieria  ex-Ilva.
Il governo è chiamato a fornire una risposta circa la violazione del diritto alla vita (art. 2 CEDU), del diritto al godimento della vita privata e familiare (art. 3 CEDU) e del diritto a un ricorso effettivo (art. 13 CEDU).
In ragione della precedente sentenza del 24 gennaio 2019 la Corte valuterà se deferire la controversia ad un comitato di tre giudici in luogo della sezione composta da sette giudice, e ciò al fine di confermare la condanna dell’Italia.
Con sentenza del 24 gennaio 2019, divenuta definitiva in data 24 giugno 2019, la Corte dei diritti dell’uomo ha già accertato la mancata adozione da parte dello Stato italiano di misure volte a garantire la protezione effettiva del diritto alla salute dei ricorrenti  e, più in generale, della popolazione residente nelle aree adiacenti agli impianti dello stabilimento  ex Ilva ed ha sentenziato che lo Stato italiano vi ponga rimedio nel più breve tempo possibile.

ISDE Lettera aperta agli oncologi. Duemila nuovi casi di tumore in meno in Italia: è la vittoria di Pirro?

Tratto da ISDE
Lettera aperta agli oncologi. Duemila nuovi casi di tumore in meno in Italia: è la vittoria di Pirro?


Nella recente presentazione del volume “I numeri del cancro in Italia 2019” curato da AIOM ed AIRTUM, viene riportata la diminuzione di 2000 casi di cancro in Italia per l’anno in corso, interpretando il dato come segnale di una “tendenza alla diminuzione”. Si tratta di una notizia della quale ovviamente ci rallegriamo, ma che riteniamo sbagliato enfatizzare, in quanto si tratta non di dati attuali dei registri ma di una stima di previsione e come peraltro è scritto : “… è l’ordine di grandezza l’informazione da cogliere e non il numero esatto, non a caso qui proposto in forma arrotondata”.

L’informazione è che in Italia ogni anno si ammalano di cancro circa 400.000 persone e questo è il dato, certo non trascurabile, cui a nostro avviso andrebbe prestata attenzione! 

Ma questo spunto ci offre l’occasione per segnalare come in questo Report, come nelle precedenti edizioni, il cancro continua ad essere interpretato come una malattia “genetica”: geni mutati inducono le cellule a proliferare in modo incontrollato. Questa visione stereotipata nel tempo non tiene conto che da oltre 15 anni gli studi di epigenetica hanno dimostrato che l’incontrollata proliferazione cellulare che caratterizza il cancro può essere scatenata non solo da mutazioni geniche, ma anche dai processi che ne alterano le funzioni. La metilazione di parti non codificanti del DNA può indurre il cancro, aumentando l’espressione oncogenica o bloccando la trascrizione di geni oncosoppressori ed assumendo, così, un ruolo centrale nella regolazione della proliferazione e differenziazione cellulare.
Le modificazioni epigenetiche, ormai considerate come forza trainante della cancerogenesi, aprono nuove aree di ricerca nella valutazione del rischio, perché sono conseguenze dirette degli influssi ambientali (oltre che degli stili di vita). Sono, infatti, reazioni adattative all’ambiente che ci circonda, ambiente che si è profondamente ed innegabilmente modificato nell’ultimo secolo sia dal punto di vista fisico (pensiamo alla espansione delle telecomunicazioni), che chimico per le migliaia di sostanze estranee, tossiche, persistenti e cancerogene ormai presenti in tutte le matrici ambientali (suolo, aria, acqua e cibo) che penetrano nei nostri corpi, condizionando negativamente il nostro stato di salute e, passando attraverso la placenta, anche quello dei nascituri (1-9).

Il considerare come base della cancerogenesi esclusivamente il vecchio modello genetico è una visione miope che porta ad avvallare tabelle obsolete ed ormai inadeguate sui “Fattori di Rischio” .......La relazione fra inquinamento ambientale e tumori ha, viceversa, un rilievo ben più consistente, supportato da numerosissimi studi epidemiologici, condotti in ogni parte del pianeta. In Italia ad esempio, questa relazione è confermata dal 5° rapporto SENTIERI ben sintetizzato dai suoi Autori anche in questo volume AIOM-AIRTUM, pur relegato in uno spazio limitato e lasciato a sé come un corpo estraneo. Ricordiamo che nei SIN (siti di interesse nazionale e da bonificare) l’eccesso stimato di patologie oncologiche in un arco temporale di cinque anni è risultato pari a 1.220 casi negli uomini e 1.425 nelle donne. Nell’età da 0 a 19 anni nei 22 siti coperti da Registri Tumori l’eccesso di incidenza è stato del 9%, attribuibile soprattutto a sarcomi, leucemie mieloidi, linfomi NH e tumori al testicolo (10). Più in generale l’aumento di incidenza tumorale e di malattie croniche degenerative che si manifestano nelle aree più inquinate ed in età sempre più precoce interessando bambini, adolescenti e giovani adulti è l’aspetto più eclatante del legame fra ambiente e salute (11,12,). Ma il problema non riguarda solo i SIN, se si pensa ad esempio alla contaminazione da PFAS/PFOA in Veneto o alla Pianura Padana vista dai satelliti: una delle aree più inquinate a livello globale. A tutto questo va aggiunto l’effetto transgenerazionale: gli effetti epigenetici che avvengono nei momenti critici dello sviluppo fisiologico del corpo (embrione, feto, infanzia, adolescenza) ed anche trasmessi dai genitori per via gametica, possono influenzare la salute dei nascituri sia nell’infanzia che nella vita adulta (13 – 18). Uno studio condotto nel 2017 dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) sull’incidenza mondiale dei tumori infantili e giovanili (0-19 anni) ha evidenziato i valori più elevati nei Paesi del Sud-Europa, con l’Italia nelle prime posizioni (19). ........Nelle prime decadi della vita, la frequenza dei tumori è infatti molto bassa, pari a qualche decina di casi ogni 100.000 bambini ogni anno”, trascurando di riportare che l’incidenza di tumori infantili in Italia è andata crescendo per 3 quinquenni consecutivi (1993-2008) per poi stabilizzarsi, ma senza mai regredire e confermandosi una delle più elevate a livello globale.

L’incidenza di cancro nell’infanzia non può essere ascritta all’invecchiamento o ad errate abitudini personali e su questo tema, così cruciale e che tanto interesse suscita nella comunità scientifica internazionale (20), una maggiore attenzione anche da parte dell’oncologia italiana ci sembrerebbe più che opportuna. Il mondo è in grave sofferenza per un riscaldamento globale e progressivo e per un rischio incombente ed inimmaginabile per tutte le creature viventi. I ragazzi del mondo intero se ne sono accorti e protestano come possono. Di certo la grande parte dei fattori responsabili del disastro ambientale sono la diretta conseguenza delle attività antropiche, coincidono con sostanze tossiche e spesso cancerogene e sono il frutto di uno “sviluppo” che ha alterato gli equilibri stessi della biosfera e che non è in alcun modo più sostenibile. La letteratura oncologica è ricca di lavori e report che associano l’insorgenza di tumori a cause inquinanti: digitando oggi in PubMed “Pollution and Cancer” si trovano 8.835 voci, e con “Pesticides and Cancer ” 8.557. Sono presenti ricerche epidemiologiche e metanalisi con dati impressionanti (vedi riferimenti bibliografici), che dovrebbero far riflettere sull’urgenza di un drastico e radicale cambio di rotta ed un cambiamento di mentalità e di programmazione della futura politica in termini di salute (21- 30). A parte la battaglia contro il fumo, per la quale tutti concordiamo, riteniamo indispensabile rivolgere pari attenzione alle emissioni inquinanti, ai pesticidi in agricoltura, alle sostanze chimiche presenti anche in prodotti di uso quotidiano (spesso interferenti endocrini) ed anche all’inquinamento crescente da onde elettromagnetiche. Continuare ad enfatizzare il ruolo dello stile di vita nella genesi del cancro significa di fatto “colpevolizzare”, da un lato, i pazienti che tanto spesso si chiedono inutilmente cosa possono aver sbagliato nelle proprie scelte personali, addossando loro anche questo tormento all’angoscia della malattia, e dall’altro, viceversa, “assolvere” coloro che hanno la responsabilità delle scelte politiche ed imprenditoriali nella nostra società. Nuovi paradigmi di Prevenzione Primaria devono essere pensati, assunti ed organizzati perché il tempo per cambiare le sorti della salute umana e quella degli esseri viventi del pianeta sta per scadere.


Ruggero Ridolfi, Patrizia Gentilini, Paola Zambon, Medici per l’Ambiente ISDE Italia

Clima, nel Mediterraneo i danni arriveranno prima

Tratto da  people for planet

Clima, nel Mediterraneo i danni arriveranno prima


250 milioni di persone sono particolarmente a rischio a causa dei cambiamenti climatici più veloci da noi del 20% rispetto al resto del pianeta.
Gli scienziati dell’Union for the Mediterranean, l’organizzazione intergovernativa che riunisce tutti i paesi UE e 15 paesi del Mediterraneo orientale e meridionale, hanno presentato, giovedì a Barcellona, un rapporto in cui è emersa la drammatica accelerazione dell’innalzamento delle temperature nell’area mediterranea, già sopra 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il che significa una velocità del 20% maggiore rispetto al resto del pianeta. Di questo passo, segnalano i ricercatori, entro il 2040 si arriverà a superare i 2,2°C con conseguenze disastrose per 250 milioni di persone.
Innanzitutto l’innalzamento del livello del mare: entro il 2100 potrebbe elevarsi di oltre un metro, a cui conseguirebbero alluvioni e scarsità di cibo, per via della scomparsa della biodiversità e dell’alta concentrazione di sale nel suolo, che porterebbe al collasso l’agricoltura dei territori costieri. 
Anche la siccità, dovuta alle sempre più frequenti ondate di calore, preoccupa il team di ricercatori. Infatti entro il 2040 molte zone si troveranno ad affrontare la sempre crescente scarsità di acqua, dovuta a una riduzione di 1000 metri cubi di acqua pro capite. 
Lo scenario che si palesa per i cambiamenti climatici in corso è molto grave. Le elevate temperature e il deterioramento della qualità dell’aria incideranno sulla salute delle persone, per l’aumentare delle patologie respiratorie e cardiovascolari, e sulla sicurezza alimentarela scarsità d’acqua e di raccolti infatti non potranno che causare carestie.
 Ne risentiranno direttamente gli ecosistemi, minacciati dall’eccessivo sfruttamento del suolo, del mare e dall’alta concentrazione di inquinamento atmosferico. Le specie marine si stanno riducendo a causa dell’acidificazione e dell’aumento delle temperature del mare e questo comporta anche il proliferare di insetti, come le zanzare, portatori di malattie.
L’unico modo per far fronte al peggioramento climatico della zona del Mediterraneo è di adottare misure concrete per la riduzione dei gas serra. Il futuro fosco illustrato dagli scienziati è molto più vicino di quanto pensiamo.

14 ottobre 2019

Inquinamento: polveri sottili trovate nel lato fetale della placenta

 Tratto da  Periodo fertile
Quando respiriamo aria inquinata le particelle sottili causate dell’inquinamento atmosferico, non arrivano solo ai polmoni. Uno studio recente ha evidenziato che, in una donna incinta,  arrivano addirittura  all’utero che dovrebbe proteggere  il bambino in crescita.
inquinamento placentaDurante lo studio , pubblicato su Nature Communications a settembre 2019,  i ricercatori hanno analizzato campioni di placenta di donne che hanno partorito in Belgio e hanno trovato particelle di carbone (in pratica fuliggine) incorporate nella placenta, nel lato rivolto verso il bambino
La quantità di queste polveri trovate nella placenta era direttamente correlata al grado di inquinamento del luogo di residenza delle donne analizzate.

La ricerca di Nature Communications è la prima prova diretta che le particelle inquinanti dell’aria  possono penetrare nella parte della placenta che nutre il feto in via di sviluppo.
Potrebbe essere il primo passo per spiegare perché l’elevato inquinamento è collegato ad un aumentato rischio di aborto spontaneo, parto prematuro e bassi pesi alla nascita.
I problemi di sviluppo nel bambino, conseguenti all’esposizione ad inquinanti ambientali sono stati messi in relazione a una risposta infiammatoria all’inquinamento atmosferico da parte del corpo della madre, inclusa l’infiammazione all’interno dell’utero. Ma il nuovo studio, aggrava ulteriormente il problema dimostrando che l’inquinamento dell’aria riesce ad arrivare a contatto diretto con il bambino all’interno dell’utero.

Lo studio in dettaglio
Lo studio ha esaminato in particolare il carbone nero, un inquinante emesso dalla combustione di combustibili fossili come benzina, diesel e carbone. I ricercatori belgi dell’Università Hasselt di Diepenbeek e della Katholieke Universiteit Leuven hanno utilizzato l’illuminazione laser pulsata al femtosecondo per testare la presenza di fuliggine nei tessuti. La tecnica prevede l’uso di flash laser estremamente veloci, (ogni quadrilione di secondo), per eccitare gli elettroni all’interno del tessuto, che quindi emette luce. È noto che tessuti diversi generano determinati colori, come il rosso per il collagene e il verde per le cellule della placenta. Il carbonio nero si distingue per il rilascio di  luce bianca (indicate con le frecce bianche nella foto sotto) .
particelle carbone placenta
I ricercatori hanno anche verificato se la quantità di polveri rilevate in 20 campioni di placenta corrispondesse al grado di inquinamento della zona di residenza delle donne analizzate. Sono stati trovati, come era da aspettarselo,  più polveri di carbone nei campioni di 10 donne che vivevano in zone ad alto inquinamento, rispetto a quelle che vivevano in zone meno inquinate. Nelle donne esposte a minor inquinamento è stata trovata una media di 9.500 particelle per millimetro cubo di tessuto placentare mentre sono state  bel 20.900 particelle per millimetro cubo, quelle trovate in donne che vivevano in zone più esposte agli inquinanti.

Soluzioni?

Gli esperti suggeriscono alle donne in gravidanza di evitare strade trafficate. E per chi vive sempre in zone con alta concentrazione di polveri sottili? Evitare di aprire le finestre dal lato strada… Ma se si vive in una zona dove l’aria che si respira è sempre pessima che si fa? Si usa la maschera a gas?
Basta dare un’occhiata al sito Arpa della propria regione nella sezione dove monitorano le polveri sottili, i PM 10 e PM 2.5 per capire quello che respiriamo quotidianamente. Questa ad esempio è la situazione in Veneto monitorata settimana dopo settimana.
La lotta all’inquinamento ormai deve interessare tutti, ma finché non cambia qualcosa a livello politico, sarà difficile ottenere risultati straordinari.
Sicuramente è in pericolo la nostra salute e quella dei nostri figli, ancora prima che vengano al mondo, e non è più possibile rimandare gli interventi volti a migliorare l’aria che respiriamo giorno dopo giorno. Diamoci da fare, tutti.

CIVITAVECCHIA: VIA LIBERA ALL’INQUINAMENTO DA CARBONE. I CITTADINI NON CI STANNO

Tratto da Ortica web

Il Ministero dell’Ambiente stronca le speranze dei cittadini col via libera all’ENEL. Torre Valdaliga Nord rimarrà attiva fino al 2025. 
Ebbene sì, ciò che in tanti ci auguravamo non accadesse mai, si sta palesando sotto i nostri occhi: la fine del carbone equivale alla costruzione di una nuova centrale a turbogas. Si prospetta per Civitavecchia e il suo comprensorio l’ennesima beffa targata Enel.
Di fronte alla sollevazione planetaria di una generazione che vede compromesso il proprio fragile futuro, a Civitavecchia siamo ancora alla prima rivoluzione industriale, alla strafottenza di un’azienda che non conosce vergogna neanche davanti alla sofferenza di un territorio piegato da tumori e disoccupazione.
Inizia così la denuncia del Comitato S.O.L.E (Salute. Opportunità. Lavoro. Ecologia) che spiega la situazione in cui versa Civitavecchia e le scelte degli amministratori, molto lontane dalle promesse fatte ai cittadini e alla tutela della salute. Continua l’appello:
Sono giorni ed ore decisive per il futuro del nostro territorio, ma le notizie continuano a non essere positive: il Ministero dell’Ambiente ha dato il via libera alla prosecuzione dell’esercizio per Torre Valdaliga Nord. Tradotto: carbone fino al 2025. In aggiunta a ciò, come detto, corre spedita la richiesta di Enel per i nuovi impianti a turbogas (senza valutazione d’impatto ambientale). Carbone e gas quindi, insieme.
Il “bosco delle ciminiere”, così lo ha definito il dott. Viti nell’ultimo indecoroso consiglio comunale aperto. Indecoroso perché l’attuale amministrazione continua a tergiversare, ad essere drammaticamente debole di fronte alla portata della sfida che sta attraversando la città: il sindaco di Civitavecchia, fino a qualche settimana fa categorico sulla fine delle fonti fossili, appare oggi ostaggio di una maggioranza, o parte di essa, che vorrebbe subito passare alla cassa, monetizzare la nuova servitù del gas a svantaggio, come al solito della riconversione ecologica e dello sviluppo alternativo.
Il problema non sono le beghe condominiali di questa amministrazione, ma l’incapacità di una visione unitaria. Il Sindaco non ha presentato prescrizioni formali in conferenza dei servizi per il rinnovo dell’AIA su Tvn, ha espresso altresì preoccupazione. A noi non servono amministratori preoccupati o solidali, a noi servono amministratori che mettano in campo azioni precise, nette......
Il Sindaco avrà l’appoggio dell’intera città di Civitavecchia, se vorrà farsi portavoce delle trasversali istanze di cambiamento del modello energetico in questo territorio. Altrimenti continuerà ad essere il vice sindaco della centrale a carbone.......
Chiediamo chiarezza, unità e determinazione. Siamo pronti alla battaglia con chiunque vorrà condividerla. Siamo pronti, già dalle prossime ore, ad esercitare la nostra legittima difesa contro l’ennesima violenza. 
Comitato S.O.L.E.
Salute. Opportunità. Lavoro. Ecologia

13 ottobre 2019

Patrizia Gentilini: Salute, i tumori si possono ricollegare alle alterazioni ambientali. Altro che ‘malattia genetica’

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Salute, i tumori si possono ricollegare alle alterazioni ambientali. Altro che ‘malattia genetica’

La notizia, di recente comparsa sull’Ansa, secondo cui ci sarebbero 2mila casi in meno di cancro nel nostro paese, non potrebbe che rallegrarci se davvero fosse un segnale di quella inversione di rotta che tutti auspichiamo. Questa notizia è stata ripresa con enfasi dal volume I numeri del cancro in Italia 2019 , stilato ogni anno a cura di Aiom e Airtum: ma va precisato che si tratta di una stima, non di dati attuali e che pertanto andrebbe presa con molta cautela.
Nel testo infatti si specifica che “è l’ordine di grandezza l’informazione da cogliere e non il numero esatto, non a caso qui proposto in forma arrotondata” e forse come ordine di grandezza bisognerebbe maggiormente soffermarsi sui circa 400mila nuovi casi di cancro che ogni anno si registrano nel nostro Paese. Questa notizia comunque è stata l’occasione per scrivere, con alcuni colleghi, una lettera aperta agli oncologi italiani.
In essa vengono ribaditi concetti già ampiamente segnalati anche in passato. In particolare anche in questo report, come nei precedenti, si continua a presentare il cancro come una malattia “genetica” che trae origine da mutazioni più o meno casuali dei geni. Si tratta di una visione obsoleta e stereotipata della cancerogenesi su cui sono intervenuta già in passato ed è desolante constatare che si continua a non tenere adeguatamente conto delle più recenti conoscenze scientifiche, in particolare di quelle che derivano dall’epigenetica.
Questa disciplina infatti ha ormai ampiamente dimostrato che l’incontrollata proliferazione cellulare che caratterizza il cancro può essere scatenata non solo da mutazioni geniche, ma anche dai processi che alterano le loro funzioni. Se viene alterata la “trascrizione” dell’informazione contenuta nel genoma (ad esempio attraverso la metilazione di parti non codificanti), si può favorire l’insorgenza del cancro o perché aumenta la proliferazione o perché si blocca la funzione dei geni oncosoppressori.
L’importanza di queste conoscenze è enorme perché i meccanismi epigenetici sono sotto la diretta influenza degli stimoli ambientali di qualsivoglia tipo, e si attuano in assenza di mutazioni che coinvolgano il genoma. Non tenere conto di questo significa continuare a pubblicare, come nel report in oggetto, tabelle del tutto desuete in cui, ad esempio, si continua ad attribuire ai fattori ambientali solo il 2% dei tumori.
Anche sui tumori infantili il volume I numeri del cancro in Italia 2019 lascia molto a desiderare perché si limita ad un laconico: “in età infantile (0-14 anni) si trova una quota molto limitata del totale dei tumori (meno dello 0,5% dei tumori). Nelle prime decadi della vita la frequenza dei tumori è infatti molto bassa, pari a qualche decina di casi ogni 100mila bambini ogni anno”, trascurando di riportare che l’incidenza di tumori infantili in Italia è andata crescendo per tre quinquenni consecutivi (1993-2008) per poi stabilizzarsi, ma senza mai regredire e confermandosi una delle più elevate a livello globale. Ricordo che in 22 Sin (Siti altamente inquinati e da bonificare), coperti da registro tumori, nell’età da 0 a 19 anni l’eccesso di incidenza è stato del 9%, attribuibile soprattutto a sarcomi, leucemie mieloidi, linfomi Nh e tumori al testicolo.

AIA Tvn, il Comune di Civitavecchia presenta ricorso

Tratto da TRC

AIA Tvn, il Comune presenta ricorso

AIA Tvn, il Comune presenta ricorso
Il Comune di Civitavecchia ha presentato ricorso contro la determinazione ministeriale, firmata dal ministro Costa, di approvazione dell’AIA di Torre Valdaliga Nord. Lo annuncia l’assessore all’Ambiente, Manuel Magliani che risponde anche alle critiche che gli sono arrivate dal mondo politico, in particolare dal Movimento Cinque Stelle sul mancato utilizzo del Regio Decreto da parte del sindaco Tedesco nell’ambito della conferenza dei servizi.    
“Quello che ci lascia più esterrefatti – spiega l’assessore Manuel Magliani – è il parere favorevole rilasciato dal Ministero alla richiesta di rinnovo presentata dal gestore. Ci aspettavamo che si facesse squadra nell’interesse del territorio, speravamo che ci fosse più di un parere contrario, invece il nostro è rimasto isolato. Abbiamo fatto un ricorso preventivamente, non sapendo quale orientamento giurisprudenziale potesse prendere. Il ricorso, però, non è stato dichiarato procedibile, in quanto questo l’atto che avevamo preventivamente e potenzialmente impugnato non era un atto impugnabile, quindi la presidenza dei Ministri ha seguito l’orientamento giurisprudenziale che ha ritenuto che non ritiene il verbale di conclusione della conferenza dei servizi un atto nuovamente impugnabile. L’atto impugnabile diventa la determinazione motivata a firma del ministro, abbiamo provveduto a fare delle integrazioni, visto che ciò che è scritto nell’Aia, ciò non ci trova assolutamente d’accordo, l’amministrazione comunale ha inviato un ricorso corroborato da altre evidenze scientifiche con dei testi redatti da professionisti di fama assoluta. Per quanto concerne le prescrizioni, che sono state oggetto di dibattito e strumentalizzazioni, ritengo che il sindaco Tedesco sia intervenuto nella maniera migliore possibile. Il Regio decreto esiste dal 1934, non è vero che si applica solo all’interno di una conferenza dei servizi, visto che questa non nasce da un’esigenza specifica del territorio, ma per un decreto del governo Gentiloni, che impone l’adeguamento. Il sindaco Tedesco si è rifatto a quelle prescrizioni”.

12 ottobre 2019

Sanità, lavoro e ambiente: così si combatte per il diritto alla salute

Tratto da Striscia Rossa 
Sanità, lavoro e ambiente: così  si combatte per il diritto alla salute

|DI TANIA PAOLINO
L’ impegno di Isde per la Salute 
“L’ambito sanitario non è e non può essere considerato settore a sé stante ma, viceversa, strettamente connesso con gli aspetti sociali ed economici di un mondo globalizzato e troppo orientato ad uno sfrenato liberismo economico, che si pone così in posizione antitetica rispetto ai diritti fondamentali delle popolazioni, tra cui, appunto, quello alla salute”. A sostenerlo è Ferdinando Laghi, che dal prossimo 26 ottobre diventerà ufficialmente Presidente di ISDE International (Associazione internazionale di medici per l’ambiente, riconosciuta da ONU e OMS) e attualmente vice-Presidente ISDE Italia. Le sue battaglie contro l’inquinamento e a favore dell’educazione ambientale e della salute lo hanno fatto avvicinare alle istanze del movimento Fridays for Future e, sempre con l’ISDE, appoggia un’azione legale contro il governo, come già fatto da altre associazioni in altre nazioni, per l’insufficiente azione svolta da questo nel porre efficacemente un freno ai cambiamenti climatici.

“Per intervenire efficacemente in questo ambito così delicato e importante, alla salute dovrebbe essere attribuita una connotazione no-profit, piuttosto che essere considerata, come purtroppo sta invece avvenendo sempre più manifestamente, un enorme business planetario. – afferma Laghi – In più, appare del tutto evidente che proprio la limitatezza delle risorse economiche debba spingere a investire nella prevenzione primaria, la forma più efficace e con i costi più bassi, per combattere l’insorgere delle malattie, le quali, come affermato dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, dipendono, in rilevante percentuale, dagli ubiquitari inquinanti ambientali. Tutti concetti che sono da sempre alla base dell’attività e delle iniziative di ISDE, sia in Italia che a livello internazionale”.

La battaglia per la difesa del Pollino

In qualità di medico per l’ambiente, Laghi segue da anni le modifiche degli ecosistemi e gli annessi processi migratori, studia le malattie legate ai diversi tipi di inquinamento e l’alimentazione corretta per prevenirle. Si sforza, quindi, di coinvolgere e sensibilizzare in queste battaglie i singoli come le associazioni, le istituzioni a tutti i livelli, affinché l’ambiente, la salute, la giustizia sociale diventino materia unica del dibattito politico attuale.

I territori sono di chi li abita e, di conseguenza, chi li abita ha il diritto/dovere di preservarli. Non è ammissibile che scelte politiche, dalle ricadute rilevanti sulla salute e sulle qualità di vita dei residenti, vengano assunte senza consultare le popolazioni locali. Il riferimento è a una delle tante battaglie condotte da ISDE, e da Laghi in prima persona, quella cioè contro l’Ecodistretto della Calabria del nord, relativo all’Ato 1 (ambito territoriale ottimale) individuato nelle immediate vicinanze del Parco del Pollino. “Una battaglia lunga, contro la decisione di un paio di sindaci di realizzare un megaimpianto di smaltimento rifiuti nel territorio di competenza senza coinvolgere minimante i cittadini o le stesse rappresentanze consiliari. Un fatto gravissimo per vari motivi: – aggiunge Laghi – diversi vincoli di legge sono stati ignorati. Stiamo parlando di quello che la legge classifica come Impianto Insalubre di Prima Classe, che andrebbe ad impattare, tra l’altro, con l’area protetta del Parco Nazionale del Pollino, che è anche Zona di Protezione Speciale (ZPS) dell’Unione Europea, Sito di Interesse Comunitario (SIC), nonché Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Inoltre, il mancato coinvolgimento dei cittadini appare del tutto inaccettabile nel caso di una scelta per tanti versi discutibile o, addirittura, potenzialmente pericolosa per la salute”.

I danni della Digestione Anaerobica e la vera economia circolare

 Un impianto di trattamento e gestione di rifiuti sia differenziati che indifferenziati, ivi compresa la frazione umida
 che dovrebbe essere sottoposta a Digestione Anaerobica – con produzione di biogas – che rappresenta una scelta assolutamente non condivisibile sotto molti profili, ambientale, di impatto sulla salute e, non da ultimo, di ricadute sulla sicurezza sociale, a servizio della provincia di Cosenza, aveva visto la “disponibilità” dei sindaci di Acri, Castrovillari, Morano Calabro. “Solo l’opposizione ferma delle popolazioni, supportate da associazioni e comitati nati spontaneamente – spiega il dott. Laghi – ne ha scongiurato finora la realizzazione. La soluzione della biodigestione anaerobica della frazione umida non è certo quella ottimale, tutt’altro. Bisogna, anzitutto, intercettare gli scarti di cucina laddove vengono prodotti e supportare e incentivare il compostaggio domestico e quello per piccoli o piccolissimi ambiti, così da evitare inutili e pericolose concentrazioni di rifiuti e ottenere, contemporaneamente, compost di qualità, utilizzabile come ammendante agricolo, cosa praticamente impossibile da realizzare quando le quantità in gioco crescono a dismisura. Il tutto accompagnato da sgravi economici per cittadini e Comuni che da ciò traggano ulteriore incentivo a comportamenti virtuosi. Questa è economia circolare, non certo i processi di combustione legati alla pratica della Digestione Anaerobica.”.


Al solito, la proposta della DA viene fatta passare come la svolta tanto attesa, che andrebbe a coniugare la produzione di biogas alla creazione di nuovi posti di lavoro. Il solito “ricatto occupazionale”, ancora più grave se perpetrato nelle zone economicamente depresse del Mezzogiorno. Ma dietro la promessa si annida l’inganno: trattandosi di impianti moderni e sofisticati, è necessario un tipo di manodopera altamente specializzata, difficilmente reperibile in loco. “Per fortuna le popolazioni lo hanno recepito – afferma Laghi. La soluzione ce l’hanno lì, a portata di mano, ed è in linea con le direttive europee. Nelle zone rurali interne, tra l’altro, ogni famiglia ha sempre avuto generalmente un pezzo di terra, un orto vicino alla propria abitazione. Negli anni passati, ma in molti casi ancora oggi, non si buttava via niente, tutto si riciclava o riutilizzava. L’umido accumulato produceva compost, con cui si concimava il terreno. Non dimenticando che la frazione umida dei Rifiuti Solidi Urbani raggiunge, nel Sud Italia, percentuali fino al 40% del totale. E a questo, altre iniziative possono essere utilmente coniugate, in linea con la normativa europea che, al primo posto nello smaltimento dei rifiuti, pone… la diminuzione della loro produzione! L’incentivazione del vuoto a rendereo quello dei distributori “alla spina” di alimenti o prodotti per la casa va esattamente in questa direzione”.

Per una sinergia tra ambiente, legalità e lavoro


I megaimpianti puzzano, anche in senso metaforico, e questo puzzo i cittadini l’hanno avvertito da lontano. Le battaglie appoggiate da ISDE in tutta Italia sono, quindi, battaglie di democrazia e legalità. La gente partecipa, si informa, discute, manifesta, fonda associazioni e comitati, tutto dal basso. Nel Pollino al momento l’opera sembra scongiurata, anche se non si può ancora abbassare la guardia, come l’esperienza in questa terra insegna.


Ferdinando Laghi, da buon medico, conosce bene i rischi legati all’inquinamento per la salute dell’uomo, e non solo; paradossalmente, negli ultimi tempi, ha dovuto portare avanti ed è ancora impegnato in un’altra battaglia, quella per salvare l’ospedale di Castrovillari. Perché, mentre da un lato si mette a rischio la nostra salute, aggredendo l’ambiente, dall’altro non ci viene consentito nemmeno di curarci adeguatamente, secondo un unico teorema: profitto contro equità sociale, degrado ambientale contro reali politiche del lavoro, interessi contro legalità. A farne le spese, come sempre, gli indigenti, più deboli di fronte al ricatto, più esposti persino alle malattie.


Non c’è altra soluzione, si è capito. Servono politiche economiche integrate, con una impostazione ecologica delle questioni, in cui diritto alla salute, salvaguardia ambientale e giustizia sociale siano davvero sinergici. “La preoccupazione è per l’ambiente dell’intero pianeta, ma l’agire deve essere locale. Subito, con scelte radicali. Non abbiamo più tempo”, conclude Laghi.



I FINANZIAMENTI AL FOSSILE E LO SCONTRO NELLA BEI

Tratto da Fridays for Future Milano 
I FINANZIAMENTI AL FOSSILE E LO SCONTRO NELLA BEI

Un interessante articolo di Alessandro Runci di Re:Common sul ruolo giocato dalla Banca Europea per gli investimenti nel fossile, sullo scontro che si sta giocando sui miliardi di finanziamento alle varie fonti energetiche e sul ruolo che il governo italiano potrebbe giocare nella partita con la consapevolezza che, citando il pezzo : "Non sarà certo un goffo Green New Deal italiano a chiudere le centrali a carbone di Brindisi, Civitavecchia o Fiume Santo o a impedire la costruzione di nuovi gasdotti e altre grandi opere inutili e dannose. L’unico argine possibile a questo sistema estrattivista siamo tutte e tutti noi".

https://milanoinmovimento.com/primo-piano/il-primo-banco-di-prova-sul-clima-per-il-governo-italiano?fbclid=IwAR3cK9bICeFovFNRgtNfChNE6vxzKiUdUwwR_wPu-09fot_MtE14BCwQmjA

10 ottobre 2019

20 grandi aziende fossili sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni di CO2

Tratto da Lifegate
Un report punta il dito su 20 colossi dei combustibili fossili: a loro è imputabile il 35 per cento delle emissioni che hanno portato all'emergenza climatica.

La crisi climatica si avvicina al punto di non ritorno. Se la comunità globale non riuscirà ad azzerare le emissioni nette entro il 2050, sarà impossibile contenere l’aumento delle temperature globali entro gli 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Lo Special report 15 (Sr15)pubblicato un anno fa dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) mette le cose in chiaro: appena mezzo grado in più porterebbe conseguenze catastrofiche. Estati senza ghiaccio nell’Artico almeno una volta ogni 10 anni, un rischio inondazioni che sale del 170 per cento, 410 milioni di residenti urbani alle prese con la siccità, addio alle barriere coralline.
Di fronte una prospettiva del genere, diventa ancora più sconvolgente scoprire che le emissioni di gas serra – le stesse che secondo il 97 per cento degli scienziati determinano i cambiamenti climatici – sono il risultato dell’azione di pochi, pochissimi soggetti. Per la precisione, appena venti colossi dei combustibili fossili sono responsabili di oltre un terzo dei gas serra emessi in atmosfera nell’ultimo mezzo secolo.

20 aziende hanno causato il 35 per cento delle emissioni

La rivelazione arriva dal Guardian, che ha pubblicato in anteprima i risultati di una ricerca condotta da Richard Heede per il Climate Accountability Institute. Attingendo ai report annuali pubblicati dalle singole aziende, è stato possibile ricostruire il volume totale di petroliocarbone e gas naturale che sono stati estratti dal 1965 a oggi. Questa data è stata scelta come punto di partenza perché già all’epoca, secondo gli esperti, i leader politici e industriali erano a conoscenza dell’impatto ambientale delle fonti fossili. Infine, i ricercatori hanno calcolato le emissioni di CO2 e metano lungo tutta la filiera, dall’estrazione all’utilizzo finale.

Azienda
CO2 equivalente in miliardi di tonnellate
Saudi Aramco59,26
Chevron43,35
Gazprom43,23
ExxonMobil41,90
National Iranian Oil Co35,66
BP34,02
Royal Dutch Shell31,95
Coal India23,12
Pemex22,65
Petróleos de Venezuela15,75
Fonte: Guardian
Alle prime 20 società della classifica sono imputabili 480 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, cioè il 35 per cento delle emissioni legate all’energia in tutto il Pianeta, per i cinque decenni considerati. Ironia della sorte, più della metà dei nomi di questa lista è di proprietà statale, a partire da Saudi Aramco (che da sola copre il 4,30 per cento del totale), passando per la russa Gazprom, e poi National Iranian Oil Co, Coal India, la messicana Pemex.
Compagnie petrolifere
Della classifica fanno parte anche Chevron, Gazprom, ExxonMobil e BP © Zbynek Burival / Unsplash

“Un grande fallimento morale del nostro sistema politico” 

Il 90 per cento delle emissioni attribuite ai venti grandi inquinatori è stato generato nell’ultimo anello della filiera, quello in cui i combustibili fossili alimentano aerei, automobili, centrali a carbone. Il restante 10 per cento è legato all’estrazione, alla raffinazione e al trasporto. Il Guardian ha contattato tutte le 20 aziende, ma solo 7 hanno risposto. Alcune rifiutano di ritenersi responsabili dell’uso che è stato fatto dei combustibili che loro hanno estratto, altre contestano l’ipotesi per cui il loro impatto ambientale fosse già noto all’epoca.
“La grande tragedia della crisi climatica sta nel fatto che 7 miliardi e mezzo di persone debbano pagare il prezzo, sotto forma di un Pianeta rovinato, per permettere a una ventina di soggetti inquinanti di continuare a macinare profitti da record. Aver lasciato che tutto ciò accadesse è un grande fallimento morale del nostro sistema politico”, ha dichiarato il noto climatologo e geofisico statunitense Michael Mann.