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Visualizzazione post con etichetta Duke Energy. Mostra tutti i post
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29 aprile 2017

Recommon a Generali, basta investimenti nel carbone killer del clima

Tratto da ReCommon
Re:Common lancia oggi la sua nuova pubblicazione Passo Falso”, che esamina il ruolo delle compagnie assicurative, e in particolare dell’italiana Generali, nel finanziamento dei cambiamenti climatici.
Il rapporto si basa sull’attualizzazione di uno studio realizzato dal Sunrise Project, in collaborazione con varie realtà della società civile internazionale.
Proprio in concomitanza con l’assemblea degli azionisti di Generali, Re:Common evidenzia come ben 11 dei 15 gruppi analizzati nella ricerca, tra cui Generali, offrano coperture assicurative al settore dei combustibili fossili, in relazione del quale svolgono quindi un ruolo di primaria importanza, visti gli elevati rischi legati alla realizzazione dei vari progetti estrattivi.
Sebbene in base ai dati a disposizione si sia potuto tracciare solo il 10% degli investimenti complessivi del gruppo, risulta che nel 2016 Generali ha investito almeno 2,53 miliardi di euro nei combustibili fossili.
“Passo Falso” si concentra su alcuni casi, tra cui quello della Polonia, che, all’inizio del 2017 l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha etichettato come il Paese più inquinato d’Europa. Nel 2016 Generali ha investito almeno 33,8 milioni di dollari nella PGE, Polska Grupa Energetyczna (PGE), che produce l’85% della propria energia dal carbone, incluso un 30% dalla lignite, il carbone di più bassa qualità e più inquinante. Generali è quindi sponsor (forse inconsapevole?) dell’espansione del peggiore carbone esistente all’interno dei confini europei, estratto nelle miniere di Bełchatów, tra le più grandi di lignite del Vecchio Continente, e quella di Turów, che ha pesantissimi impatti transfrontalieri con la Repubblica Ceca. Re:Common ha visitato entrambi i siti delle miniere, come racconta il video disponibile sul canale You Tube dell’associazione.
Rilevante anche il caso dell’utility statunitense Duke Energy, coinvolta in cause milionarie legate all’alto livello di inquinamento provocato dalle sue attività. La Duke avrebbe calcolato che il costo delle bonifiche affrontate finora sarebbe di almeno 725 milioni di dollari, ma che la stima complessiva potrebbe raggiungere i 4,5 miliardi di dollari. Una grossa parte del conto dovrebbe essere pagata dalle 30 società assicuratrici che coprono le attività della Duke, tra cui risulta esserci anche Generali – non è dato sapere per quale ammontare.
Eppure alcuni segnali provenienti dal settore assicurativo lasciano qualche speranza. Le società francesi AXA e SCOR hanno deciso di disinvestire dalle imprese che hanno almeno il 50% delle loro entrate nel settore del carbone, una soglia relativamente alta.
“Sarebbe auspicabile che Generali facesse seguito agli impegni sulla carta presi in occasione del summit sul clima di Parigi passando all’azione” ha dichiarato Elena Gerebizza di Re:Common, intervenuta insieme ad attivisti polacchi e statunitensi all’assemblea degli azionisti della compagnia triestina. “Non investire in nuovi impianti a carbone, né concedere la copertura assicurativa al business del carbone, e spendersi per accelerare la chiusura degli impianti esistenti, ci sembra l’unica strategia di buon senso” ha concluso la Gerebizza.
Scarica la pubblicazione “Passo Falso”:

08 settembre 2016

Il fondo pensione sovrano norvegese scarica Duke Energy. Generali cosa fa?

Tratto da  Re Common

Il fondo pensione norvegese scarica Duke Energy. Generali cosa fa?

[di Luca Manes]

Government Pension Fund Global, il fondo sovrano norvegese finanziato dai ricchi proventi petroliferi del Paese scandinavo, ha deciso di ritirare il suo investimento di 480 milioni di euro nella Duke Energy, la principale utility energetica statunitense. Il provvedimento, che sarà operativo dalla fine del 2016, è basato su motivazioni di natura etica. In base alle indagini portate avanti negli ultimi mesi dal fondo, la Duke sarebbe colpevole di aver causato “gravi danni all’ambiente”.
La grande utility era già da tempo finita nell’occhio del ciclone per l’altissimo livello di inquinamento dei bacini d’acqua in cui sono sversati i residui tossici della combustione nelle centrali a carbone. Tecnicamente si chiama coal ash management, altri non è se non un’attività molto dannosa per l’ambiente e per le persone. La Duke brucia carbone in cinque stati: Indiana, Florida, Kentucky, South Carolina e North Carolina, dove a fronte di 14 impianti ci sono ben 33 bacini di smaltimento.
Nel 2014, a causa della sua discussa coal ash management e soprattutto di un grosso sversamento nel fiume Dan, in North Carolina, la Duke Energy è stata accusata di negligenza, imperizia e violazione della normativa nazionale sui fiumi. La compagnia ha patteggiato con le corti federali civili e penali, che hanno così imposto sanzioni pecuniarie di oltre 100 milioni di dollari e l’obbligo di svolgere servizi per le comunità impattate.
Ma per ripristinare i guasti provocati ci vorrà comunque più di un decennio, anche se l’azienda dovesse iniziare a cambiare linea d’azione. Il fondo sovrano di Oslo aveva già stabilito di non puntare più sulle società che hanno più del 30% della propria capacità di generazione elettrica, nel caso delle utility elettriche, o più del 30% dei ricavi da progetti a carbone, ma nel caso della Duke la risoluzione si è basata, come detto, su questioni puramente “etiche”.
Val la pena ricordare che anche la società di assicurazione italiana Generali detiene un pacchetto di investimenti nella Duke Energy e che, come chiesto da Re:Common e dall’esponente dell’International Waterkeeper Alliance Donna Lisenby all’assemblea degli azionisti della compagnia tenutasi lo scorso aprile a Trieste, sarebbe ora che tale rapporto d’affare fosse completamente rivisto. Casomai seguendo l’esempio virtuoso del Fondo norvegese.

04 maggio 2016

Marina Forti :Perché Generali continua a investire nella Duke Energy, e nel carbone?

 Da Il blog di Marina Forti

Perché Generali continua a investire nella Duke Energy, e nel carbone?

A concrete pipe below this Duke Energy coal ash pond failed in 2014, releasing ash into North Carolina’s Dan River
Generali è una delle maggiori compagnie d’assicurazione italiane. Duke Energy è la maggiore azienda produttrice di energia elettrica degli Stati uniti, oggi sotto accusa per aver inquinato diversi bacini d’acqua. Per capire cosa le lega, seguiamo il filo del carbone.
Il carbone resta tra le fonti d’energia fossile più estratte del Pianeta, con miniere attive in circa 70 paesi, questo ormai nessuno o nega. Principali produttori e consumatori sono Usa, Cina e India, e secondo il think tank americano Center for Climate and Energy Solutions, dal carbone dipende il 29,7% della produzione energetica e il 44% delle emissioni di anidride carbonica mondiali.
Ridurre l’uso di carbone è fondamentale, per contenere il cambiamento del clima. In occasione della recente conferenza dell’Onu sul clima a Parigi (la Cop 21), abbiamo sentito grandi dichiarazioni d’intenti – ad esempio da parte delle grandi compagnie d’assicurazione, che gestiscono enormi quantità di fondi attivi da investire.
Anche Generali: «In qualità di assicuratore, Generali desidera avere un ruolo attivo nel dare supporto alla transizione verso un’economia ed una società più sostenibili. Continueremo a monitorare e ridurre i nostri impatti diretti e a promuovere un’economia per limitare il riscaldamento globale a 2 gradi attraverso i nostri prodotti, servizi e investimenti, così come affermato nella nostra Politica di Gruppo per l’ambiente e il clima», dice un messaggio pubblicato sul suo sito web in occasione della conferenza sul clima.
Dal 2010 Generali dichiara di avere le sue linee guida su come vincolare i suoi investimenti e prestiti in giro per il mondo a una maggior tutela ambientale; prima dichiarava di seguire le “migliori pratiche” del Fondo pensione del governo norvegese, che con quasi 790 miliardi di euro di attivi in gestione è il principale veicolo a controllo statale al mondo.
Negli ultimi tempi però il Fondo norvegese ha deciso di disinvestire dal carbone, cioè non puntare più su società che affidano al carbone più del 30% della propria capacità di generazione elettrica, nel caso delle utility elettriche, o più del 30% dei ricavi da progetti a carbone. Anche Axa e Allianz, dirette concorrenti di generali, hanno scelto di non mettere più le proprie risorse nel carbone. Invece la compagnia triestina continua a investire in compegnie come la Duke Energy, la più grande utility energetica statunitense, con interessi anche in Canada e in America Latina.
Duke è finita nell’occhio del ciclone per l’altissimo livello di inquinamento dei bacini d’acqua in cui sono sversati i residui tossici della combustione nelle centrali a carbone. Tecnicamente si chiama coal ash management, attività molto dannosa per l’ambiente e per le persone. La Duke brucia carbone in cinque stati: Indiana, Florida, Kentucky, South Carolina e North Carolina, con 14 impianti e ben 33 bacini di smaltimento. «Immaginate 33 stagni grandi come il Colosseo, o più, pieni di rifiuti industriali contenenti arsenico, cromo, cadmio, mercurio e piombo che finiscono nei fiumi e nelle falde acquifere. Un vero incubo!», racconta Donna Lisenby, esponente dell’organizzazione International Waterkeeper Alliance, che dal 2010 segue questo caso. «Nei pressi di questi stagni vivono oltre 300 famiglie, che non possono utilizzare l’acqua dei pozzi vicini alle loro abitazioni». Donna spiega che è la Duke a fornire riserve idriche a tutte queste famiglie ma che le ultime analisi fatte eseguire dalle autorità statali lo scorso febbraio hanno stabilito che l’acqua è potabile, smentendo le precedenti ricerche. «L’attuale governatore del North Carolina, Pat McCrory, ha lavorato per la Duke Energy per 28 anni».
Se localmente la compagnia può contare su alleati di un certo peso, a livello federale le cose non vanno altrettanto bene. Nel 2014, a causa della sua discussa gestione delle ceneri di carbone e soprattutto di un grosso sversamento nel fiume Dan, in North Carolina, la Duke Energy è stata accusata di negligenza, imperizia e violazione della normativa nazionale sui fiumi. La compagnia ha patteggiato con le corti federali civili e penali, che hanno così imposto sanzioni pecuniarie di oltre 100 milioni di dollari e l’obbligo di svolgere servizi per le comunità danneggiate. «Ma ci sono aspetti molto controversi in queste sentenze, per esempio che la Duke è obbligata a ripulire i bacini che si trovano nei paraggi di sole 7 delle 14 centrali in North Carolina. Non basta, devono bonificare tutta l’area che hanno inquinato», ribadisce Lisenby.
Intanto anche gli azionisti della Duke hanno intrapreso ben sei azioni legali nei confronti della compagnia e non è da escludere una class action. Proprio per raccontare quali e quanti sono i problemi che avvolgono una delle società in cui Generali investe i suoi fondi, Donna Lisenby è volata fino a Trieste, dove ha partecipato all’assemblea degli azionisti della compagnia assicuratrice.
A proposito di azionariato critico: in quell’assemblea c’erano anche esponenti di Re:Common, che hanno stigmatizzato i finanziamenti di Generali all’indiana NTPC, alla polacca PGE, alla ceca CES e alla tedesca RWE, che ha impianti a lignite, ancora più inquinanti (è la compagnia europea che emette più anidride carbonica nell’atmosfera).
«Chiediamo a Generali di rendere pubblici tutti i suoi investimenti in società attive nel settore del carbone (estrazione, trasporto e produzione elettrica) sia tramite azioni che titoli obbligazionari.
Analogamente di rendere pubbliche le sue operazioni di assicurazioni di specifici progetti a carbone. E soprattutto di impegnarsi da questa assemblea a sviluppare entro la fine del 2015 una policy di disinvestimento dal carbone che vada oltre gli impegni di Axa, Allianz e del Fondo pensione norvegese», ha detto l’associazione Re:Common nel suo intervento (che ha ricevuto una risposta piuttosto elusiva dal presidente di Generali, Gabriele Galateri di Genola: la compagnia non ha «una politica di esclusione delle società legate al settore energetico, in particolare quelle che producono carbone… ma questo tema è tuttora oggetto di approfondimento da parte di Generali, che non è ancora giunta a politiche di disinvestimento ma ha intenzione di adeguarsi alle regole che stanno emergendo nell’ambito dei convegni internazionali, come la COP21». Insomma, siamo ancora solo a vaghe dichiarazioni d’intenti – la realtà è ancora carbone, emissioni tossiche e ceneri inquinanti.
(ringrazio Luca Manes)

13 marzo 2015

News Carbone Usa: super-multa a Duke Energy e in Florida comprano una centrale per chiuderla

"Mala tempora currunt  "per il carbone......
Tratto da Greenreport
Carbone Usa: super-multa a Duke Energy e in Florida comprano una centrale per chiuderla

In North Carolina 25,1 milioni di multa per l’inquinamento di polveri da carbone
In Florida la Fpl vuole chiudere la centrale a carbone di Cedar Bay per far risparmiare i suoi clienti                  [13 marzo 2015]

Il North Carolina Department of Environment and Natural Resources (Denr) ha affibbiato una multa record di 25,1 milioni dollari alla Duke Energy per aver contaminato per 5 anni le falde idriche con il percolamento di polvere di carbone. Si tratta di una multa che è 5 volte più grande di quella del precedente record del Denr e riguarda l’inquinamento dalla centrale a carbone di Sutton Wilmington, dismessa nel 2013.

Le ceneri di carbone, o residui della combustione di carbone, sono un sottoprodotto delle centrali elettriche a carbone e contengono inquinanti come il mercurio, il cadmio e l’arsenico
. Vengono stoccati in “piscine” che spesso si trovano vicino laghi e corsi d’acqua e gli sversamenti o lo smaltimento illegale possono causare danni ambientali ed economici...........

Duke Energy è famosa non solo per l’inquinamento ma anche per i ritardi nell’effettuare le bonifiche dei suoi disastri che stanno mettendo a rischio anche la pesca sportiva in alcune aree fluviali e lacustri della North Carolina, ormai fortemente inquinate dal selenio della cenere di carbone.

Ma l’industria del carbone non sembra passarsela bene nemmeno in Florida, dove l’utility statale Florida Power and Light (Fpl) vuole acquistare una centrale a carbone solo per chiuderla, impedendo così l’emissione di quasi un milione di tonnellate di CO2 all’anno. La Fpl ha infatti presentato un’offerta alla Public Service Commission per acquisire il Cedar Bay Generating Plant di jacksonville, una centrale a carbone entrata in servizio nel 1994 e ha detto che se l’affare andrà in porto ridurrà immediatamente l’attività dell’impianto del 90% e lo chiuderà definitivamente in 2 o 3 anni. La Fpl ha detto che la ragione per cui vuole farlo è semplice: «L’impianto è obsoleto e chiuderlo farà risparmiare denaro ai clienti: 70 milioni di dollari all’anno per l’esattezza».

Eric Silagy, presidente della Fpl ha spiegato in un comunicato che «Anche se anni fa aveva senso acquistare energia da questa centrale per servire i nostri clienti, i tempi sono cambiati. Abbiamo investito miliardi di dollari per migliorare l’efficienza del nostro sistema, ridurre il consumo di carburante, prevenire le emissioni e ridurre i costi per i nostri clienti. Ora siamo nella posizione di assumere la proprietà della struttura e comprare effettivamente un contratto superato, con l’obiettivo di mettere gradualmente l’impianto fuori servizio». E’ la prima volta che la Fpl compra una centrale elettrica per chiuderla e crediamo che sia la prima volta in assoluto che questo viene fatto per far risparmiare i clienti. Il fatto è che il carbone in Florida è ormai fuori mercato e che la Fpl punta sul gas che arriverà con nuovi gasdotti.

I gruppi ambientalisti, come The Nature Conservancy e Southern Alliance for Clean Energy (Sace), plaudono a questo approccio innovativo: «Ogni volta che si chiude una centrale a carbone, che è una buona cosa dal punto di vista del cliente e da un punto di vista ambientale» ha detto George Cavros Florida Energy Policy Attorney della Sace........
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