COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".
Visualizzazione post con etichetta carbone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carbone. Mostra tutti i post

20 luglio 2021

WWF. BRINDISI LO CONFERMA: IL CARBONE FA MALE ALLA SALUTE

 Tratto da WWF

BRINDISI LO CONFERMA: IL CARBONE FA MALE ALLA SALUTE

Lo studio epidemiologico sugli effetti delle esposizioni ambientali di origine industriale sulla popolazione residente a Brindisi, reso noto stamane dalla Regione Puglia conferma, in modo inequivocabile, gli effetti negativi del carbone e di altre lavorazioni industriali inquinanti sulla salute .

. A Brindisi sorgeva una centrale a carbone Edipower (ferma dal 2012), sorge ed è tuttora attiva la centrale Enel Federico II (2640 MW, quattro gruppi,  a carbone) e il polo Petrolchimico.

Nell’area brindisina sottoposta ad esame si è verificato, dati alla mano, un eccesso di mortalità e morbilitàriconducibile proprio agli impianti termoelettrici e al petrolchimico. Peraltro è evidente il nesso tra funzionamento degli impianti a carbone e danni sulla salute che risultano maggiori in passato quando cioè a funzionare erano due impianti a carbone e la stessa Federico II operava per un numero maggiore di ore/anno. Il fatto che ancora oggi, malgrado il miglioramento rispetto al passato, persista un eccesso significativo di mortalità e morbilità e che tutto questo avvenga (come hanno detto i ricercatori nel corso della presentazione) nel pieno rispetto delle norme sulle emissioni, sono il segno che gli effetti dell’inquinamento tendono a permanere nel tempo e che i limiti non sono adeguati a evitare i danni. Il carbone, quindi,  fa sempre male anche quando rispetta i limiti di legge sulle emissioni e questo non lo dicono gli ambientalisti ma in Puglia oggi è arrivata l’ennesima conferma dalla comunità scientifica.

Dietro questi numeri c’è la sofferenza di moltissime persone e di un’intera comunità”. Ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia che chiede di “fissare un punto, concreto, per mettere fine a tutto questo, e costruire, da subito, alternative di sviluppo pulito e rinnovabile, molto più nelle corde di una delle Regioni più ricche di natura. Gli inquinatori, i cui nomi sono a tutti noti, ora non ingaggino la solita lotta sui numeri e le cifre, ma diano concreti e visibili segni e contributi per cambiar rotta, porre fine alle produzioni inquinati e risanare l’area”. “Con la Strategia Energetica Nazionale c’è la concreta possibilità di cominciare a scrivere, nero su bianco la data della fine del carbone in Italia: noi chiediamo che questa data sia al massimo il 2025 – conclude Midulla -. È un’opportunità per i brindisini, per la Puglia e per l’Italia. E’ un dovere morale, perché il carbone è anche il primo killer del clima, dal quale dipendono le condizioni per la vita di tutti”.

09 aprile 2021

Col sostegno al carbone cambiamento climatico assicurato

Tratto da Recommon

Re:Common e Greenpeace: «Col sostegno al carbone cambiamento climatico assicurato»

«Generali continua a essere uno degli attori chiave nel sostenere il settore europeo del carbone, in particolare in quei Paesi che dipendono ancora fortemente dal più inquinante dei combustibili fossili: Polonia, Repubblica Ceca e anche Germania. Un sostegno che ostacola la transizione di questi Stati verso un’economia più giusta e basata sulle energie rinnovabili»: così si legge nell'intervento di Greenpeace che annuncia, insieme a Re:Common, l'analisi approfondita «dell'ostinato supporto del Leone di Trieste al business del carbone e il suo legame con le aziende più inquinanti d’Europa nel nuovo rapporto “Cambiamento climatico assicurato” che pubblichiamo a poche settimane dall’Assemblea degli azionisti di Assicurazioni Generali, prevista per il 29 aprile».

Gli investimenti di Generali nel carbone
«Il ruolo delle compagnie assicurative nei progetti fossili è decisivo: miniere, centrali, oleodotti e gasdotti non potrebbero operare senza copertura assicurativa. E Generali in questo non fa eccezione, se pensiamo anche al ruolo che riveste come investitore e gestore di asset per conto di terzi, come avviene ad esempio per alcuni fondi pensione polacchi - dicono le due associazioni - Gli investimenti di Generali nelle società carbonifere ammontano ancora a 203 milioni di euro, tra cui spiccano i 20 milioni in RWE, società più inquinante d’Europa, di cui è il primo investitore italiano. Di recente proprio la società energetica tedesca ha deciso di portare in tribunale i Paesi Bassi, perché questi hanno deciso di chiudere entro il 2030 con il carbone per la produzione di energia elettrica. Un affronto ai cittadini dei Paesi Bassi, che rischiano di dover placare la fame fossile di RWE con i propri soldi, e a tutti coloro che affrontano quotidianamente le conseguenze derivanti dall’inquinamento del carbone».

«Il nodo cruciale resta l’ostinato legame di Generali con alcuni suoi clienti, grandi aziende del settore del carbone in Polonia e Repubblica Ceca - continuano le due associazioni - Generali ha infatti etichettato questi due Paesi, tra i maggiori utilizzatori di carbone in Europa, come “eccezioni” rispetto agli impegni presi nel 2018. Grazie a questo escamotage, ancora oggi il Leone di Trieste intrattiene rapporti, ad esempio, con PGE e ČEZ, aziende controllate dallo Stato rispettivamente in Polonia e Repubblica Ceca, che hanno tra i più alti livelli di emissioni di gas serra in Europa».

Basta assicurare l’emergenza climatica!
L«a comunità scientifica è stata chiara: l’Europa deve chiudere con il carbone entro il 2030 se vogliamo raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi Centigradi - aggiungono Greenpeace e Re:Common -Nell’anno in cui l’Italia ricopre la presidenza del G20 e la vicepresidenza della CoP26, Generali non può continuare a nascondersi dietro slogan che tingono di verde il suo business nero. Gli occhi del mondo saranno puntati sull’Italia in materia di clima, ambiente e transizione ecologica, con tantissime persone che chiederanno a gran voce di smetterla con le false promesse e di passare ai fatti. Una richiesta per i governi, per le società energetiche e anche per la finanza, Generali compresa».

«L’emergenza climatica non ammette eccezioni. E lo stesso deve fare Generali, chiudendo immediatamente i rapporti con società come PGE e CEZ, e avviando un serio e rapido percorso di abbandono di tutti i combustibili fossili, compreso il gas».

02 novembre 2020

RECOMMON: Il gas è il nuovo carbone

Tratto da Recommon

                      Il gas è il nuovo carbone


L'associazione Re:Common, insieme agli attivisti di Gastivist, lanciano una video-denuncia sulla "favoletta" del "gas buono". «Pessima idea sostituire un combustibile fossile con un altro» spiegano.

In Italia si attende il 2025 per il promesso stop definitivo al carbone, che comporterà la chiusura delle centrali ancora operative sul territorio nazionale. Eppure gli strascichi legati allo sfruttamento della polvere nera sono di non poco conto. Una delle ultime notizie di spicco riguarda l’annullamento del processo d’appello sulle dispersioni di polveri di carbone dalla centrale Enel di Brindisi sui raccolti degli agricoltori che hanno i loro terreni vicino all’impianto. La Corte di Cassazione ha stabilito l’annullamento della sentenza di secondo grado, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce.

Al di là dei singole vicende, è indubbio che la transizione necessiterà tempo, ma soprattutto dovrebbe comportare investimenti per le bonifiche e delle valide alternative. Ma a Brindisi, così come in altre centrali italiane, il “pericolo” è che si passi dalla padella alla brace. Ovvero che al posto di un combustibile fossile ne subentri un altro: il gas, dipinto come la soluzione ideale dal comparto estrattivo.

Che sia solo una favola, quella del “gas buono”, ce lo spiega il video Gastivists. Un minuto e mezzo per smontare la narrazione virtuosa sull’ennesima fonte fossile che non solo emette tanta CO2 quando viene bruciato, ma anche altri gas climalteranti come il metano quando si verificano delle perdite nei vari passaggi del suo ciclo. Buona visione!








22 febbraio 2020

MARTEDI' 25 FEBBRAIO LA NUOVA UDIENZA IN PROCURA A SAVONA

MARTEDI' 25 FEBBRAIO 2020 NUOVA UDIENZA   
DEL PROCESSO NEL QUALE SONO A GIUDIZIO 
26 MANAGER DI TIRRENO POWER

Parleranno 
Fabrizio Minichilli
PhD STATISTICO - EPIDEMIOLOGO presso CNR-IFC, National Research Council Institute of Clinical Physiology

Statistico ed Epidemiologo nel campo dell'epidemiologia ambientale e clinica con particolare riferimento ai temi rifiuti e salute, siti di interesse nazionale per le bonifiche e salute, percezione del rischio, Valutazione di impatto sulla salute, acque potabili e salute con particolare attenzione agli effetti dell'arsenico. Referente di unità operativa in progetti nazionali come EpiambNet. Membro di segreterie come quella dell'Associazione Italiana di Epidemiologia e del Coordinamento Regionale Ambiente e Salute della Regione Toscana. 


  Dottor Giovanni  Ghirga Medico  ISDE
Direttore Unità Operativa Complessa di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale San Paolo di Civitavecchia ,Referente ISDE Italia per i rapporti con Heal esperto sugli effetti sanitari del carbone                       


Prof.Gianni Tamino




Gianni Tamino è docente di Biologia generale all’Università degli Studi di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari. È stato membro della Camera dei Deputati e del Parlamento europeo, dove ha seguito in particolare la normativa comunitaria in tema di biotecnologie. È attualmente membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e della Commissione Interministeriale per le Biotecnologie. .



01 dicembre 2019

Focus - Carbone: siamo a una svolta?

Tratto da Focus

Carbone: siamo a una svolta?

Nel 2019 l'utilizzo del carbone, ossia del motore che ha dato inizio e vita alla rivoluzione industriale, è calato del 3 per cento a livello globale. Bene, ma non si può certo parlare di decarbonizzazione.

Secondo l'Emission Gap Report 2019 dell'UNEP (United Nations Environment Programme) siamo ancora molto lontani dagli obiettivi che molti Paesi si sono dati per contrastare il riscaldamento globale di origine antropica (ossia quello provocato dalle attività umane) e i conseguenti cambiamenti climatici. Nel 2018 le emissioni globali di anidride carbonica hanno raggiunto i 37,5 miliardi di tonnellate: un record assoluto. E se alla CO2 si aggiungono gli altri gas serra il totale globale arriva a oltre 55 miliardi di tonnellate. Sarebbe necessario come minimo dimezzare il totale globale, se davvero vogliamo contenere l'aumento della temperatura media della Terra sotto i due gradi centigradi da qui al 2050 - e in ogni caso, secondo l'UNEP, l'obiettivo ideale di 1,5 °C ci sta sfuggendo.

UNA GOCCIA NEL MARE. Tra scelte politiche, guerre commerciali e spasmodica ricerca di nuove fonti fossili, c'è un piccolo trend positivo da registrare per il 2019: il rapporto "novembre 2019" sulla produzione di energia elettrica da carbone, commentato su Carbon Brief, infatti, mette in evidenza un'importante riduzione nell'uso del carbone per l'anno in corso: si parla di circa il 3 per cento in meno, equivalente a circa 300 terawattora - qualcosa come tutta l'energia elettrica prodotta da carbone in Spagna, Germania e Regno Unito. La decrescita ha visto ai primi posti gli Stati Uniti, alcuni Paesi dell'Unione Europea e la Corea del Sud. Bene, e tuttavia, per gli autori dello studio, se anche il calo nell'uso del carbone dovesse continuare su questa strada, non sarà sufficiente a tenere i livelli di anidride carbonica al di sotto di ciò che serve per evitare che la temperatura media globale aumenti di 2 °C da qui alla fine del secolo.


L'uso del carbone dal 1985 al 2019
L'uso del carbone dal 1985 al 2019. | BP, ELAB. LUIGI BIGNAMI
PRIMI PASSI. Secondo Bob Ward, direttore del Grantham Research Institute (UK), è comunque un segnale da apprezzare e incoraggiare: «Sembra che la produzione di energia elettrica da carbone diventi meno interessante, almeno là dove ormai è più economico generare elettricità da gas naturale e da fonti rinnovabili». Ma anche Ward ammette che bisognerà attendere ancora qualche anno per capire se la flessione osservata in questi anni nell'uso del carbone (per esempio nel 2016 e nel 2017) sia la conseguenza delle varie crisi economiche e politiche o un segnale forte verso la decarbonizzazione. 
Continua  la lettura su     Focus

12 novembre 2019

Rosy Battaglia - Clima e vite umane: il Caro prezzo del Carbone

Tratto da Valori 
Clima e vite umane:
 il caro prezzo del carbone 
Uno studio del CNR quantifica per la prima volta l'impatto del carbone sulla salute: la mortalità vicino alle centrali sale del 49% 

                            di Rosy Battaglia 


Vivere accanto a una centrale a carbone può portare a un aumento impressionante di mortalità per malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori al polmone. La conferma arriva, per la prima volta, dallo studio «Mortality and hospitalization associated to emissions of a coal power plant», pubblicato su Science of the Total Environment. «Il rischio sanitario è così elevato che, prima usciamo dal carbone, meglio è. La decarbonizzazione è necessaria, non solo per salvare il clima, ma anche vite umane». L’appello di Fabrizio Bianchi, responsabile dell’unità di ricerca dell’IFC- CNR di Pisa e co-autore dell’’indagine epidemiologica, è perentorio.



Schema del metodo scientifico applicato per il calcolo dell’esposizione ambientale agli inquinanti biossido di zolfo e azoto sulla popolazione di 144mila abitanti nell’area della centrale a carbone di Vado Ligure. FONTE: Science of the Total Environment



Un’indagine su 144mila cittadini

Lo studio dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa, ha elaborato i dati di mortalità e ricovero di 144mila cittadini che, dal 2001 al 2013, hanno vissuto intorno all’area della centrale a carbone di Vado Ligure. L’impianto ha operato dal 1970 fino a cinque anni or sono, quando la Procura della Repubblica di Savona fece fermare gli impianti per «disastro ambientale doloso». Il processo è tuttora in corso.

«Oltre alle note emissioni di anidride carbonica (CO2), che contribuiscono al riscaldamento globale, ci sono quelle di biossido di zolfo (SO2) e del particolato, che sono associate a effetti dannosi per la salute. I risultati confermano le conoscenze pregresse, ma è la prima volta che viene effettuata una quantificazione del rischio, purtroppo molto alto».
+49% di mortalità per malattie respiratorie e cardiocircolatorie

I dati epidemiologici, associati alle mappe di dispersione degli inquinanti elaborate da Arpal, confermano che, sui 144mila cittadini residenti nei 12 comuni, intorno alla centrale di Vado Ligure, c’è stato un aumento di mortalità del 49%. Nello specifico, per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso e degli organi di senso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%). «Questo modello di studio può essere preso a standard per le altre aree italiane e europee, interessate dall’esistenza di una centrale a carbone- ribadisce a Valori il dirigente dell’IFC-CNR.


In Italia 9 centrali ancora attive, 
in Europa 291

In Italia, dopo la chiusura di Vado Ligure e Genova, sono tuttora attive 9 centrali a carbone, su un totale di 291 impianti funzionanti in tutta Europa. Sparse tra Lombardia, Liguria, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Lazio, Umbria, Puglia e Sardegna di proprietà Enel, A2a ed Ep Produzione. Da sole, secondo i dati dell’osservatorio civico Europe Beyond Coal hanno prodotto nel 2015, il 9% delle emissioni totali di anidride carbonica del nostro paese. Pari a 39,5 milioni di tonnellate di CO2. Insieme all’immissione in atmosfera di quintali di inquinanti come il biossido di azoto (NO2) e di zolfo (SO2) e la produzione di ceneri e fanghi.



Da Tirreno Power a Enel: 
le aziende minimizzano
Diversi gli studi epidemiologici di sanità pubblica che sono stati al centro di pressioni e contestazioni, nel nostro Paese e nel resto d’Europa. Così è puntualmente accaduto anche per Vado Ligure, dove Tirreno Power, la società proprietaria, ora a processo per disastro ambientale e sanitario, ha subito bollato lo studio di IFC-CNR come «basato su dati vecchi». Gli epidemiologi hanno ribadito che «purtroppo ancora una volta si è dovuto studiare a posteriori eventi avversi sulla salute, accaduti in passato. Eventi avversi che non sono ipotizzati o «teorici», come afferma Tirreno Power, ma sono decessi e malattie realmente avvenute».

Alla base di questi conflitti c’è stato, finora, un vuoto legislativo che ha impedito approcci preventivi per la protezione della salute, nelle valutazioni di impatto ambientale degli impianti industriali e di centrali energetiche, effettuate solo a posteriori con la Valutazione di danno sanitario (Vds).


Mancanza che l’Italia ha colmato, in parte e solo ultimamente. In ottemperanza alla direttiva 2014/52/UE sulle valutazioni di impatto ambientale, nel 2015, all’art. 9 della legge n. 221/2015 è stato inserito l’obbligo della Valutazione di impatto sulla salute.Un intervento preventivo, che deve coinvolgere le popolazioni interessate dalla costruzione di centrali termiche, grandi impianti di combustione, gli impianti di raffinazione, gassificazione, liquefazione. Ma le cui linee guida sono state varate, dal Ministero della Salute, solo il 29 marzo 2019. .....


Gli studi epidemiologici su Brindisi

Proprio intorno alle due centrali, sono state realizzate, negli ultimi sei anni, diverse indagini epidemiologiche, alla base di un braccio di ferro tra le popolazioni residenti, epidemiologi pubblici e Enel, che ha più volte minimizzato e contestato gli studi. Così è successo nel 2015, con lo studio del CNR di Lecce e Bologna, che aveva calcolato «fino a 44 decessi l’anno attribuibili, nella zona di Brindisi, Taranto e Lecce dagli inquinanti emessi dalla Centrale Enel termoelettrica a carbone di Cerano». Studio che Enel aveva definito «fuorviante.


Nel 2017, un secondo studio epidemiologico sull’area di Brindisi, su cui insiste anche l’area del petrolchimico Eni Versalis, ha confermato il quadro precedente. «L’esame dei ricoveri ospedalieri in rapporto con le esposizioni ambientali stimate per ogni anno dello studio mostra un’associazione tra inquinanti e malattie cardiovascolari, respiratorie (centrali elettriche) e le malformazioni congenite (petrolchimico)». Nelle conclusioni, si sottolinea che la riduzione dei livelli di esposizione «non può cancellare gli effetti sanitari dovuti al pregresso»....


Decarbonizzare: una questione di giustizia ambientale
«Bisogna spostare con urgenza l’attenzione sulle valutazioni preventive, anziché contare i danni sanitari che si sono già ribadisce Fabrizio Bianchi. «Oggi siamo in grado di fornire dati precisi sulla  ricaduta degli inquinanti e del loro impatto sulle nostre vite» conclude il dirigente dell’IFC-CNR di Pisa. «Non dobbiamo guardare al passato ma fornire studi per un futuro sostenibile. Sia nell’ottica della decarbonizzazione che del cambiamento climatico.
È una questione di giustizia ambientale».




Continua la lettura  sull’articolo integrale

11 novembre 2019

Recommon:Il carbone è un pessimo affare ma qualcuno ancora fatica a capirlo


Tratto da Recommon

Il carbone è un pessimo affare ma qualcuno ancora fatica a capirlo

Miniera di carbone in Turchia
[di Luca Manes] pubblicato su Altreconomia.it
Le centrali a carbone europee non sono solo inquinanti, ma hanno ormai perso anche la loro convenienza economica. Anzi, come racconta l’ultimo rapporto di Carbon Tracker, “Apocoalypse Now”, all’interno dei confini dell’Unione europea quattro impianti su cinque non garantiscono profitti ma perdite che, secondo le stime degli analisti del think tank finanziario, per il solo 2019 potrebbero ammontare a 6,6 miliardi di euro.
Il phase out della polvere nera è già cominciato, visto che rispetto al 2018 la produzione di carbone è diminuita del 39 per cento, quella della lignite del 20. Carbon Tracker ha calcolato che l’84 per cento della generazione di lignite e il 76 per cento della produzione di carbone fa registrare una passività: tra utili e perdite, il saldo è negativo di 3,54 miliardi per la lignite e di 3,03 miliardi per il carbone. Il Paese con i conti maggiormente in rosso è la Germania, che però ha fissato nel lontano 2038 la chiusura definitiva di tutti i suoi impianti. Gli utili più ingenti sono registrati in Polonia, dove lo Stato sovvenziona in maniera massiccia il comparto, da cui deriva circa l’80 per cento del mix energetico nazionale, e la prospettiva è continuare a dipendere dal carbone almeno fino a metà del secolo corrente. Val la pena ricordare che, dopo una lunga campagna di pressione promossa tra gli altri da Greenpeace e Re:Common, nel 2018 Generali ha deciso di non fornire più coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali e miniere di carbone in Polonia. Tuttavia, il Leone di Trieste continua ad assicurare le centrali già esistenti e la società che le gestisce, PGE. Lo stesso è accaduto in Repubblica Ceca -dove il carbone conta per il 43 per cento nel mix energetico- con la CEZ.
Se valichiamo i limiti dell’Unione europea, ci imbattiamo in un altro Paese dove il carbone è ancora una “fonte privilegiata” nonostante le pessime ricadute finanziarie e dove c’è un grosso player italiano coinvolto. Parliamo, rispettivamente, di Turchia e UniCredit.
La banca italiana, infatti, ha finanziato IC Ictas, Limak e Bereket Enerji per acquisire le centrali altamente inquinanti di Yenikoy, Kemerkoy e Yatagan nella regione di Mugla, vicino Bodrum, rinomata destinazione turistica nel Sud-Ovest del Paese. La deroga dovrebbe scadere a fine anno, se il governo guidato da Recep Erdogan, che ha promosso uno sfruttamento intensivo delle miniere di lignite che alimentano gli impianti, non la rinnoverà con un decreto blitz di fine anno. Altrimenti per adeguarsi ai limiti sulle emissioni le società dovranno fare grossi investimenti per il retrofit degli impianti; ma le banche turche sono allo sbando e non ce la fanno più a prestare su ordine politico a società economicamente non redditizie, ma vicine al partito di governo.
Questo il caso della Bereket, ormai sull’orlo del fallimento, a dar retta agli analisti di Bloomberg. Quindi senza esenzioni il futuro degli impianti potrebbe essere nelle mani di banche straniere, come la UniCredit, anche se in Turchia le perdite della banca sono già elevate al punto che si ventila una riduzione della presenza nel paese con la riorganizzazione dell’intero gruppo attesa per dicembre.
 Insomma, il carbone è un pessimo affare, ma in tanti fanno ancora fatica a capirlo.

02 novembre 2019

Dottor Ghirga: “Carbone e inquinamento ritardano il neurosviluppo”

Tratto da Centumcellae 

Grido d’allarme del Dottor Ghirga: “Carbone e inquinamento ritardano il neurosviluppo”

CIVITAVECCHIA – E’ una lettera-appello documentata e accorata quella che il Dottor Giovanni Ghirga ha inviato al Sindaco Ernesto Tedesco per esprimere tutta la sua preoccupazione circa l’aumento del carbone che viene bruciato a TVN ed il normale sviluppo neurologico dei bambini di questo comprensorio. Di seguito il testo integrale della sua lettera.
“Egregio Sindaco,
nel Comprensorio di Civitavecchia, una tra le città italiane più inquinate per la presenza di una centrale elettrica alimentata a carbone, di un porto con intenso traffico navale e di un moderato traffico stradale, sono presenti indicatori indiretti che confermano quello che genitori, insegnanti e pediatri osservano tutti i giorni: “TANTI BAMBINI NON RISPETTANO LE TAPPE DEL LINGUAGGIO DEL NORMALE NEUROSVILUPPO, secondo l’Evidence Based Medicine (1)”. Per alcuni di questi bambini, purtroppo, il ritardo del linguaggio può essere il primo sintomo di importanti disturbi del neurosviluppo come la sindrome dello spettro autistico (2). Questo è uno dei motivi fondamentali della necessità di una valutazione specialistica in quei bambini che non hanno un vocabolario sufficiente ad una data età. Tra questi indicatori spiccano LE LUNGHE LISTE DI ATTESA PER L’INIZIO DI UN PERCORSO ASSISTENZIALE, nonostante la buona offerta delle strutture dedicate della ASL ROMA 4, dell’Ospedale Bambin Gesù e delle numerose strutture private specializzate.
Il problema risulta di importanza fondamentale alla luce di continui studi internazionali che confermano l’importanza della esposizione ambientale ad agenti tossici come un fattore importante che, associato ad un determinato patrimonio genetico, può favorire la comparsa di disturbi del neurosviluppo (3 – 6).
Uno studio recente, effettuato su 18.000 bambini del Regno Unito, ha dimostrato che, vivere in aree dove sono presenti importanti fonti di inquinamento dell’aria, aumenta il rischio di difficoltà di apprendimento, siano esse associate o meno a sindromi specifiche come la sindrome dello spettro autistico (7).
Il problema è particolarmente rilevante in quanto un bambino italiano ogni 77 (considerando solo la limitata fascia di età compresa tra i 7 ed i 9 anni) ha un disturbo dello spettro autistico, con una prevalenza maggiore nei maschi (4,4 maschi ogni 1 femmina). Questo, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico, finanziato nel 2016 dalla Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute e co-coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dal Ministero della Salute (8).
L’alta prevalenza dei Disturbi dello Spettro Autistico che va purtroppo aumentando di anno in anno, indica l’entità del fenomeno e suggerisce in modo imperativo la necessità di adottare politiche sanitarie, educative e sociali atte ad incrementare i servizi e migliorare l’organizzazione delle risorse a supporto delle famiglie. Inoltre, rimane fondamentale cercare in ogni modo di limitare l’esposizione a quei fattori ambientali che possono concorrere a favorire l’insorgenza della stessa sindrome dello spettro autistico, come l’immissione di inquinanti nell’aria.
A questo proposito, i nuovi dati sullo stato della salute dei residenti del Comprensorio di Civitavecchia debbono inoltre essere visti alla luce di ciò che è stato ripetutamente descritto nel recente passato. Infatti, i dati sulla salute degli abitanti del comprensorio di Civitavecchia hanno ripetutamente confermato un eccesso di mortalità e morbilità per varie patologie potenzialmente riconducibili all’esposizione cronica all’inquinamento ambientale. Nel 2006, l’Agenzia di sanità pubblica della Regione Lazio ha messo in evidenza nel comprensorio di Civitavecchia (periodo di riferimento: 1997-2004) un aumento della mortalità per cancro al polmone, alla pleura e un aumento dei casi di asma infantile e di insufficienza renale cronica (9).
Nel 2010, la stessa Agenzia regionale (periodo di riferimento: 1996-2008) ha rilevato, tra gli uomini, una maggiore frequenza di persone ospedalizzate per malattie polmonari croniche. Per le cause tumorali, gli uomini presentavano un eccesso di mortalità per i tumori totali e, in particolare, per il tumore polmonare, della pleura e del tessuto linfoematopoietico. Tra le donne è stato osservato un eccesso di persone ricoverate per tumore alla mammella (10).
La popolazione residente nel comune di Civitavecchia nel periodo 2006-2010 presentava un quadro di mortalità per cause naturali (tutte le cause eccetto i traumatismi) e per tumori maligni in eccesso di circa il 10% rispetto alla popolazione residente nel Lazio nello stesso periodo; l’analisi del ricorso alle cure ospedaliere confermava sostanzialmente il quadro delineato dallo studio della mortalità (11).
Infine, esami effettuati in laboratori internazionali, su tessuti di bambini affetti da disturbi del neurosviluppo, residenti nel comprensorio di Civitavecchia, hanno messo in evidenza la presenza di metalli pesanti a livelli superiori a quelli “ritenuti sicuri” per legge, per il sistema nervoso in via di sviluppo. Questi risultati aprono la strada ad un probabile grande contenzioso legale per l’ingiustificata esposizione, quando sarà a breve possibile risalire alla provenienza della sostanza o dell’elemento inquinante.
In conclusione, oggi è indispensabile l’esigenza di una immediata riduzione del carico degli inquinanti emessi dalla Centrale a Carbone di Torre Valdaliga Nord, attraverso una DIMINUZIONE DEL CARBONE CHE VIENE BRUCIATO OGNI ANNO. Questo è un obbligo di tutta la società nei confronti dei più deboli che hanno una lunga speranza di vita: “I bambini!”
Dr. Giovanni Ghirga – (Pediatra) Membro del Comitato degli Esperti della Società Internazionale dei Medici per l’Ambiente (ISDE, Italia)

26 ottobre 2019

Dal carbone danni anche ai bilanci: in rosso 4 centrali su 5 in Europa

Tratto da Il Sole 24 ore

Dal carbone danni anche ai bilanci: in rosso 4 centrali su 5 in Europa


Il carbone non solo inquina, ma è diventato una minaccia per i bilanci delle utilities europee. Quattro su cinque centrali elettriche che utilizzano questo combustibile nel Vecchio continente oggi operano in perdita secondo uno studio di Carbon Tracker, che stima per il 2019 un “rosso” complessivo di 6,6 miliardi di euro


La continua discesa dei costi di generazione da fonti rinnovabili e il recente crollo dei prezzi del gas nel Vecchio continente hanno reso il carbone sempre meno competitivo (anche se il carbone stesso è calato di prezzo). 
Un duro colpo è arrivato dall’ impennata dei diritti per l’emissione di CO2, il cui valore è triplicato nell’ultimo anno (e quintuplicato rispetto a un paio di anni fa) stabilizzandosi tra 25 e 30 euro per tonnellata: livelli che per la prima volta nella storia, commenta Carbon Tracker, rendono poco conveniente persino la lignite.

A meno di un improbabile capovolgimento della situazione sul mercato, il carbone in teoria potrebbe estinguersi per motivi economici in Europa prima ancora del 2030, data auspicata per il phase-out dagli Accordi di Parigi sul clima. Ma si tratta per l’appunto di teoria.
Le perdite infatti non colpiscono tutti allo stesso modo. E in alcuni Paesi – grazie ad aiuti governativi e/o prezzi elevati sul mercato elettrico – bruciare carbone può ancora essere conveniente. Almeno dal punto di vista finanziario.....

04 ottobre 2019

Alessandro Graziadei :L’ambientalismo non va a carbone!

Tratto da Unimondo 

L’ambientalismo non va a carbone!


Mentre la politica ambientale di questo nuovo Governo prende lentamente forma, ripartendo per fortuna dal ministro Sergio Costa, il lavoro degli epidemiologi ambientali dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) di Pisa, che hanno studiato l’impatto sulla salute della centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure (Savona), mette nero su bianco quanto la politica ambientale sia stata troppo a lungo incapace di fare i conti in modo credibile con la tutela dell’ambiente e della nostra salute
Sì perché una centrale come quella Vado Ligure, avviata nel 1970 e alimentata a carbone fino al 2014, quando la Procura della Repubblica di Savona ha fatto fermare gli impianti per “disastro ambientale doloso”, andava forse fermata prima e da una politica ambientale lungimirante anziché dal Gip di Savona. Purtroppo in questo Paese la politica ecologica si è troppo spesso fermata ad un calcolo costi/benefici strettamente economico (soprattutto quando si parla di energia e fonti fossili), quasi sempre incapace di dare un valore anche al nostro patrimonio naturale oltre che alla bolletta. Non parliamo poi della salvaguardia della nostra salute, un costo non solo economico incalcolabile, ma puntualmente sottovalutato da chi dovrebbe tutelarla.
Se la Procura della Repubblica di Savona nel decreto di sequestro parlava di “disastro ambientale e sanitario nelle aree di ricaduta delle emissioni della centrale” e metteva  26 manager sotto processoi reali contorni sanitari di questo “disastro” sono emersi solo nelle scorse settimane con la pubblicazione sulla rivista Science of the Total Environmen dei dati relativi alla relazione tra l’esposizione a inquinanti atmosferici emessi dalla centrale e il rischio di mortalità o di ricovero in ospedale per cause tumorali e non. Studiando tutta la popolazione residente dal 2001 al 2013 nei 12 comuni intorno a Vado Ligure, un campione di 144.019 persone identificate con l’indirizzo di residenza, è emerso che “nelle aree a maggiore esposizione a inquinanti sono stati riscontrati eccessi di mortalità per tutte le cause: per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso e degli organi di senso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone (+59% tra gli uomini). L’analisi dei ricoveri in ospedale ha fornito risultati coerenti con quelli della mortalità”. 
Anche se secondo la Tirreno Power, che ha chiuso l'impianto nel 2016“I dati teorici riproposti dal Cnr sono vecchi e sono già stati confutati dai dati pubblicati nel luglio del 2018 nel documento ufficiale dell’Osservatorio salute e ambiente della Regione Liguria”, l’analisi dell’esposizione a biossido di zolfo (SO2) e ossidi di azoto (NOx) è stata stimata dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure (Arpal) mediante un modello di dispersione piuttosto ampio, che ha considerato le emissioni da fonti industriali, portuali e stradali tenendo conto della zona geografica, dell’età e della condizione socio-economica della popolazione. I risultati ottenuti, secondo Fabrizio Bianchi coordinatore del gruppo di ricerca del Cnr-Ifc, non lasciano tanti dubbi: “Anche considerando le diverse fonti inquinanti cui sono stati esposti i cittadini, ci sono stati forti eccessi di rischio di mortalità prematura e di ricovero ospedaliero per i residenti intorno alla centrale a carbone di Vado Ligure, in particolare per le malattie dei sistemi cardiovascolare e respiratorio, per i quali d’altra parte la dimostrazione scientifica di un legame con l’inquinamento atmosferico è più che convincente”.  Si tratta di un quadro sanitario che sembra confermare conoscenze pregresse ben note, ma alla luce di questa prima quantificazione scientifica del rischio, per il Cnr-Ifc non sembra sbagliato affermare chele centrali per la produzione di energia alimentate a carbone rappresentano una fonte significativa di inquinanti atmosferici che impattano a livello locale e globale. Oltre alle note emissioni di biossido di carbonio (CO2), che contribuiscono al riscaldamento globale, ci sono quelle di biossido di zolfo (SO2), che sono associate a effetti dannosi per la salute”. 
Un problema che il nuovo Governo dovrà affrontare (anche se i 26 punti del programma al momento non sembrano contemplarlo), visto che attualmente in Italia sono in funzione 9 centrali a carbone. Questi impianti nel 2016 avevano contribuito a soddisfare circa l’11% del consumo interno lordo di energia elettrica producendo circa 32 milioni di tonnellate di CO2, un valore pari al  34,5% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. Nel 2017 il carbone ha soddisfatto il 9,8% del fabbisogno elettrico nazionale e anche se non sono ancora disponibili i dati ufficiali di emissione, dai valori riportati nei Registri Nazionali delle Emissioni (Ets) si possono stimare picchi forse eccessivi in relazione all’energia prodotta. Che fare? Arrivare il prima possibile al phase-out degli impianti termoelettrici a carbone italiani. Attualmente il Piano nazionale energia e clima (Pniec) l’ha programmato entro il 2025, anche se dagli scienziati del  Cnr-Ifc  arriva una raccomandazione: si sposti con urgenza l’attenzione sulle valutazioni preventive degli impatti sulla salute, e quindi sulle fonti che si conoscono come maggiormente inquinanti, anziché valutare i danni alla salute già verificatisi a causa delle esposizioni”. In poche parole, politici, pensateci prima e fatelo adesso

Alessandro Graziadei

12 dicembre 2018

Attivisti contro USA alla COP 24 :“Non esiste il carbone pulito”

Tratto da rinnovabili.it

“Non esiste il carbone pulito”. Attivisti contro USA alla COP 24

Un gruppo di decine di manifestanti ha fatto irruzione all’unica apparizione pubblica degli USA alla COP 24, un dibattito al quale è intervenuta una delegazione dell’amministrazione Trump per esaltare le virtù dei combustibili fossili

(Rinnovabili.it) – Un gruppo di manifestanti ha interrotto con risate e grida di denuncia l’unica 
apparizione pubblica alla COP 24 degli Stati Uniti, quella cioè alla tavola rotonda sui combustibili
 fossili, alla quale ha partecipato una delegazione ufficiale dell’amministrazione Trump per promuovere
 l’uso di carbone, petrolio e gas. Sembra impossibile che a uno degli appuntamenti più importanti 
a livello mondiale in tema di cambiamenti climatici e riduzione delle emissioni ci sia stato 
qualcuno a sostenere la ragione d’essere di quelle industrie che di fatto rappresentano la principale
 fonte di emissioni di carbonio e che stanno causando il riscaldamento globale....... 
Immediata la risposta dei manifestanti, diverse decine, che avrebbero interrotto il discorso di apertura
 di Wells Griffith, consigliere di Trump su energia e clima, con forti risate e urlando 
Non è divertente”, “Vergogna”.

Effettivamente nessuno dei partecipanti americani ai negoziati sul clima ha menzionato il
 cambiamento climatico o il riscaldamento globale, concentrandosi invece sull’innovazione
 e l’imprenditorialità nello sviluppo tecnologico dell’energia nucleare, del carbone pulito e della
 cattura e stoccaggio del carbonio.Non esiste il carbone pulito – hanno urlato a
 gran voce i manifestanti – il carbone è mortale dall’inizio alla fine, non 
parliamo di ciclo di vita del carbone, ma di una marcia della morte.
 Dopo che i manifestanti sono stati portati via dalle guardie di sicurezza, Griffiths si è giustificato 
dicendo che l’intenzione non è quella di tenerlo a terra il carbone, ma di usarlo nel modo più
 pulito ed efficiente possibile. Un’affermazione che è stata contraddetta dagli analisti del clima, 
che hanno osservato che l’agenzia ambientale statunitense stima che 1.400 morti in più all’anno
 deriveranno proprio dalla proposta di Trump di sostituire il Clean Power Act.È ridicolo che i 
funzionari di Trump dichiarino di voler ripulire i combustibili fossili, mentre smantellano 
gli standard che farebbero proprio questo”, ha detto Dan Lashof, direttore del World 
Resources Institute, aggiungendo che da quando è entrata in carica, questa amministrazione ha 
proposto di ridurre le misure per tagliare le perdite di metano dalle operazioni di petrolio e gas,
 ha reso più facile per le aziende scaricare le ceneri di carbone in acqua potabile, e pochi 
giorni fa ha proposto di allentare le norme sull’inquinamento da carbonio per le nuove centrali
 elettriche a carbone.Continua qui