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18 agosto 2019

Una coalizione di 29 stati e città statunitensi ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2

Tratto da ilpost
Una coalizione di 29 stati e città statunitensi ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2


Una coalizione di 29 stati e città statunitensi, per lo più a guida Democratica, ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per bloccare le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2 da parte delle centrali a carbone. Secondo le accuse, l’Affordable clean energy emanato dell’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) non proteggerebbe in modo adeguato i cittadini dall’inquinamento e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. La causa è guidata dalla procuratrice generale di New York Letitia James e, scrive il New York Times, potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema.

Le nuove regole sulle emissioni stabilite dall’amministrazione Trump sono molto più permissive rispetto a quelle che erano state imposte dal Clean Power Plan (CPP) voluto nel 2015 da Barack Obama, che fissava limiti nazionali sull’inquinamento da biossido di carbonio delle centrali e imponeva agli stati di attuare dei piani per ridurre le emissioni entro il 2022. Ora è stato invece stabilito che i singoli stati potranno decidere da soli quali standard e quali limiti imporsi per le emissioni delle loro centrali. Durante la campagna elettorale Trump aveva insistito molto sulla volontà di cambiare le regole volute da Obama e di aiutare l’industria del carbone.

26 settembre 2017

L'inquinamento dell’aria: danneggia gravemente anche i reni


Tratto da Quotidiano Sanita'

Inquinamento dell’aria: danneggia gravemente anche i reni


L’allarme arriva dagli USA dove uno studio importante anche per numero e qualità dei dati analizzati (forniti da Veterans Administration, EPA e NASA), dimostra che le polveri sottili, oltre ai danni noti su apparato circolatorio e polmoni, sono gravemente nocive anche per la salute dei reni.  Un monito importante, anche alla luce dell’epidemia di casi di insufficienza renale terminale nei Paesi occidentali. E non solo.

25 SET - ....Una corposa mole di ricerche ha preso le misure all’entità del fenomeno inquinamento dell’aria e alle sue ricadute sulla salute di apparato respiratorio e cuore, che ne possono venire essere gravemente danneggiati. Non mancano gli studi che collegano l’inquinamento atmosferico al rischio di alcuni tumori. E  non è ancora tutto. Un nuovo articolo appena pubblicato su Journal of the American Society of Nephrology dà un nuovo allarme, dimostrando che l’inquinamento dell’aria può creare danni anche seri ai reni.
 
Secondo i ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e dei Veterans Affairs (VA) St. Louis Health Care System (Usa), l’inquinamento atmosferico può contribuire a provocare infatti insufficienza renale cronica. L’evidenza è scaturita dall’analisi dei dati di funzione renale dell’enorme database dei Veterans Affairs - circa 2,5 milioni di persone seguite per un periodo di 8,5 anni, a partire dal 2004 - confrontati con i parametri di qualità dell’aria registrati e raccolti dall’Environmental Protection Agency (EPA) e dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration).

I risultati dello studio suggeriscono che 44.793 nuovi casi di patologie renali e 2.438 nuovi casi di insufficienza renale nel periodo temporale analizzato possano essere attribuiti a livelli di inquinamento dell’aria che superavano la soglia fissata dall’EPA in 12 mcg per metro cubo di aria (la soglia di inquinamento da non eccedere secondo quando stabilito dal Clean Air Act del 1990, aggiornato nel 2012).
 
“Finora pochi sono stati gli studi ad aver analizzato la relazione tra inquinamento aereo e patologie renali nell’uomo – esordisce Ziyad Al-Aly, autore senior dello studio e associato di medicina alla Washington University – tuttavia, una volta analizzati i dati, il legame tra inquinamento e sviluppo di patologie renale appare chiaro”.

Il particolato fine può danneggiare i reni esattamente come fa con altri organi, in particolare cuore e polmoni. Le particelle microscopiche di polveri possono ostruire i piccoli vasi e, dato che la funzione dei reni è essenzialmente quella di filtrare il sangue dalle impurità, queste particelle possono andare a danneggiare la loro funzionalità. Livelli anche bassi di particolato possono impattare negativamente la salute dei reni, anche se naturalmente il fenomeno diventa più importante man mano che il livello di inquinamento peggiora.
 
“Più alto il livello di inquinamento – sostiene Al-Aly – peggio è per i reni. E non c’è una soglia di sicurezza: la relazione tra patologia renale e concentrazioni di particolato appare evidente anche ben al di sotto delle soglie fissate dall’EPA”.
 
Oltre a considerare i dati del rilevamento delle centraline urbane forniti dall’EPA, in questo studio sono stati prese in considerazione le informazioni derivanti dai sensori presenti sui satelliti della NASA, che hanno fornito dati coerenti con quelli dell’EPA.
 
“Il vantaggio di utilizzare contemporaneamente i dati EPA e NASA – spiegano gli autori – è che le due agenzie utilizzano tecniche di rilevamento dati ben distinte tra loro, che tuttavia hanno prodotto risultati simili. Questa costellazione di evidenze suggerisce che l’esposizione cronica all’inquinamento dell’aria rappresenta un significativo fattore di rischio per lo sviluppo e la progressione delle patologie renali”.
Le aree geografiche più a rischio, secondo i risultati di questa ricerca sono quelle della California del sud e le vaste regioni del sud, midwest e nord-est.
 
Nel corso degli ultimi anni, i livelli di inquinamento si sono andati riducendo negli USA; tuttavia più di metà della popolazione statunitense vive ancora in aree caratterizzate da un importante inquinamento dell’aria, secondo un recente studio (2016) dell’American Lung Association. Ma nel mondo ci sono Paesi dove la situazione è decisamente più grave, come l’India e la Cina.
 
“Il nostro studio – conclude Al-Aly – suggerisce che il rischio e la progressione di insufficienza renale cronica è più pronunciato in presenza di elevate concentrazioni di polveri sottili. Questo dovrebbe portare a ulteriori studi per effettuare una valutazione più ampia di quanto l’inquinamento dell’aria sia responsabile delle patologie renali croniche”.
 
Maria Rita Montebelli

08 settembre 2017

UN OLEODOTTO BLOCCATO PER RAGIONI AMBIENTALI NEL SUD EST DEGLI USA da una corte d’appello

Tratto da www.green.it

UN OLEODOTTO BLOCCATO PER RAGIONI AMBIENTALI NEL SUD EST DEGLI USA

oleodotto bloccato per ragioni ambientali

Un oleodotto bloccato per ragioni ambientali. Questa è la notizia e non farebbe troppo rumore se non provenisse dall’America di Trump. La notizia è arrivata nell’ultima decade di agosto e la decisione è state presa da una corte d’appello della costa est.

Oleodotto bloccato per ragioni ambientali

La motivazione sta tutta nelle appena cinque parole del titoletto qui sopra. Oleodotto e ragioni ambientali.Un’equazione che da tanto, troppo, tempo… da sempre potremmo dire… per molti rappresenta qualcosa di estremamente pericoloso, ma per altri qualcosa di totalmente innocuo. Considerando che gli Stati Uniti non sono il comune di Fiumicino, potremmo quasi dire che (magari soltanto negli States) sia in corso da decenni una guerra sociale e culturale intorno alla pericolosità degli oleodotti e dei lavori che intorno a essi ruotano.

Approvazione respinta

La corte d’appello ha respinto l’approvazione che era stata data dal governo federale e di fatto ha bloccato un progetto che prevedeva l’installazione di un oleodotto negli Stati Uniti Orientali. La motivazione della corte d’appello? Semplice: preoccupazione circa il possibile impatto sul cambiamento climatico. Di fatto, quindi, ci troviamo davanti a un caso di oleodotto bloccato per ragioni ambientali. Ci sono gli stremi per un precedente?
Ragionando sull’impatto climatico…
Nella sentenza, la corte d’appello del District of Columbia Circuit ha rilevato delle lacune nel lavoro svolto dalla Commissione federale di regolamentazione dell’energia (FERC). Questa commissione, a dire della corte, non avrebbe analizzato correttamente l’impatto climatico derivante dalla combustione del gas naturale che, secondo il progetto, sarebbe poi stato fornito alle centrali elettriche.

Quando si dice… Fare giurisprudenza

La sentenza è significativa perché va a dare man forte agli argomenti già utilizzati dagli ambientalisti per combattere la costruzione di nuovi oleodotti e va anche a rafforzare un concetto già espresso in altre circostanze, ovvero che nell’ambito della legge nazionale sulla politica ambientale, la legge che disciplina tutte le valutazioni ambientali delle decisioni federali deve tener conto dei cambiamenti climatici e delle emissioni di gas a effetto serra. Non può evidentemente ignorare la realtà dei fatti e lo stato dell’arte delle cose.

Un oleodotto per la Florida

In questo caso specifico dell’oleodotto bloccato per ragioni ambientali siamo nel sud-est degli Stati Uniti. Lo scopo dell’oleodotto sarebbe stato quello di portare gas in Florida per alimentare le centrali elettriche esistenti. Una volta presentato il progetto il Sierra Club, un gruppo di ambientalisti, ha citato in giudizio il FERC dopo che aveva dato il nulla osta sui lavori… ed eccoci così alla sentenza.

Misure serra…

La partita si gioca intorno alla misurazione delle emissioni di gas serra. La quantificazione di queste consentirebbe all’agenzia di confrontare le emissioni del progetto con le emissioni di altri progetti e poi con quelle totali dello Stato o della regione o con degli obiettivi di controllo regionali o nazionali.

No controlli, no oleodotto

Senza questi confronti incrociati, è difficile immaginare come potrebbe sbloccarsi la situazione. E probabilmente non lo farà, almeno fino a quando non saranno prese delle decisioni in merito. La decisione del tribunale ribalta l’approvazione federale del progetto e restituisce quindi il problema al mittente, cioè il FERC a cui spetta ora l’onere di completare l’analisi e fornire al tribunale e ai cittadini i dati necessari per comprendere le quantità di gas a effetto serra che deriverebbero dall’oleodotto.
 Non si tratta di una notizia particolarmente spettacolare, ma potrebbe rappresentare l’inizio di un piccolo cambiamento. E il fatto che avvenga (come detto) in un’America sempre più autarchica e “Trumpiana” depone a favore di questa quanto mai coraggiosa decisione della corte d’appello del district of Columbia.

02 aprile 2017

Radio Vaticana- Stati Uniti, appello dei vescovi alla tutela dell’ambiente

Tratto da Radio Vaticana

Stati Uniti, appello dei vescovi alla tutela dell’ambiente 

“La Conferenza episcopale degli Stati Uniti, in unità con Papa Francesco, sostiene fortemente la salvaguardia dell’ambiente e chiede costantemente al Paese di ridurre le emissioni di carbonio”: così i vescovi statunitensi rispondono all’ordine esecutivo varato il 28 marzo dal presidente Usa Donald Trump. Una decisione che, spiegano i presuli in una nota a firma di mons. Frank J. Dewane, presidente del Comitato per la Giustizia Interna e lo Sviluppo umano, “annulla e indebolisce numerose protezioni ambientali e smantella il programma nazionale progettato per ridurre le emissioni di carbonio dalle centrali elettriche del 32% entro il 2030”.
Occorre un piano di tutela per la persona e la natura
“Tale ordine esecutivo – si legge – mette in pericolo una serie di tutele ambientali, senza l’adozione di un piano che sia in grado di garantire una salvaguardia adeguata per le persone e per il Creato”. Inoltre, questa decisione - ribadiscono i vescovi -  implica che “purtroppo, sarà improbabile che gli Stati Uniti raggiungano gli obiettivi previsti sia a livello nazionale che internazionale”.
Approccio sia integrale

“Le politiche – scrive ancora mons. Dewane – devono essere in favore sia della crescita del Paese che della tutela dell’ambiente”, nell’ottica di “un approccio integrale che rispetti le esigenze dell’uomo e della natura”. Tanto più che – aggiungono i presuli – “molti Stati hanno già fatto grandi progressi verso gli obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio” e si tratta di iniziative che “dovrebbero essere incoraggiate, non ostacolate”.

Ascoltare il grido della terra e dei poveri

Infine, ricordando quanto scrive Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, la Conferenza episcopale statunitense esorta a dare ascolto al “grido della terra ed al grido dei poveri”, in particolare “dei più vulnerabili”. (I.P.)

20 gennaio 2017

La lettera delle associazioni ambientaliste italiane al nuovo presidente Trump!

Tratto da Greenreport

Pochi minuti dopo che Trump è diventato presidente, cancellato ogni riferimento ai cambiamenti climatici dal sito web della Casa Bianca»

[21 gennaio 2017]
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Pochi minuti dopo che Donald Trump aveva prestato giuramento come 45esimo presidente 45 degli Stati Uniti d’America,  dal  sito internet della Casa Bianca ha  sono state oscurate tutte le pagine che illustravano i piani dell’ex presidente Barack Obama per combattere il cambiamento climatico.
Il sito web della Casa Bianca  ha ora invece una pagina  “An American First Energy Plan” che dettaglia la posizione della nuova amministrazione Trump su energia e (inesistente) politica climatica. Il piano è praticamente la copia delle promesse/minacce  fatte da Trump durante la campagna elettorale:  estrazione di combustibili fossili senza limiti,  in particolare nelle terre federali, annullamento delle politiche climatiche Obama,  come il Climate Action Plan e il  Waters of the United States rule, e investimenti nelle “tecnologie del carbone pulito”.
Durissimo il commento di Michael Brun, direttore  esecutivo di  Sierra Club, la più grande e diffusa associazione ambientalista Usa,  «Pochi minuti dopo che aveva, qualsiasi illusione che Trump avrebbe agito nel migliore interesse delle famiglie in questo Paese come presidente è stata  spazzata  via da una dichiarazione di priorità che costituisce un errore storico su una delle crisi principali che affliggono il nostro pianeta e un assalto . sulla salute pubblica.  Quello  che Trump ha pubblicato non è certo un piano:  è una lista dei desideri degli inquinatori che renderà la nostra aria e la nostra acqua più sporche, il nostro clima e le nostre relazioni internazionali più instabili e i nostri bambini più malati.........Continua a leggere su Greenreport

Tratto da greenreport

La lettera delle associazioni ambientaliste italiane al nuovo presidente degli Stati Uniti d’America

[20 gennaio 2017]
Trump insediamento
Le maggiori associazioni ambientaliste italiane hanno aderito alla Campagna “Surprise us, President Trump!”, in occasione della investitura del nuovo Presidente statunitense.
La Campagna – promossa da Oliviero Sorbini, Vincenzo Ferrara, Grazia Francescato, Marco Gisotti, Marco Lion e Regina Susan Valletta–  «nasce dalla preoccupazione destata dalle dichiarazioni di Trump in campagna elettorale sulle questioni ambientali, che se dovessero avere un seguito, porterebbero indietro di decenni la comunità internazionale rispetto alla lotta ai cambiamenti climatici», spiegano gli organizzatori.
Oggi alle 11 i presidenti delle Associazioni e molti noti ambientalisti, ........Una delegazione, quindi, si recherà all’Ambasciata Usaper consegnare la “prima” copia della lettera “Surprise Us President Trump!”, firmata dai Presidenti delle Associazioni, a cui poi seguiranno tutte quelle che i cittadini da oggi potranno sottoscriverla sul sito internet  Surprise Us, President Trump!
Ecco il testo della lettera:
Le scrivo nella Sua veste di nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America,
il Paese più potente nel mondo, le cui scelte di governo incidono sulla vita di tutti noi.
Nel suo programma elettorale Lei ha posto, comprensibilmente, gli interessi dei cittadini americani come primo obiettivo del suo mandato.
Ora che inizia la Sua presidenza, le vogliamo ricordare che i cittadini americani, prima di tutto, sono bambini, donne e uomini la cui salute e benessere dipendono in primo luogo dallo stato del nostro Pianeta.
La comunità scientifica di tutto il mondo è d’accordo sul fatto che, se non si prenderanno gli adeguati provvedimenti, la vita di milioni di persone sarà a rischio, e questo non nel prossimo millennio ma fra poche decadi.
Per questo Le chiediamo il massimo impegno della Sua Amministrazione nei prossimi anni perché incoraggi l’uso delle energie rinnovabili, perché persegua l’obiettivo di contenere i gas nocivi nell’atmosfera, perché si impegni nello sviluppo delle azioni internazionali per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. E ci auguriamo che tutto ciò possa essere fatto, sotto la Sua Presidenza, ancora in maniera più efficace che in passato.
Il futuro dei Suoi figli e nipoti e quello dell’intera umanità, dipende dalle scelte in campo ambientale che gli Stati Uniti e gli altri paesi industrializzati faranno nei prossimi anni.
Muri e frontiere non possono bloccare la pioggia, l’aria e la luce del sole. E noi tutti li condividiamo.
Le Sue dichiarazioni durante la campagna elettorale sul cambiamento climatico ed il futuro energetico ci hanno portato a scriverle. Per questo, con gli auguri di un mandato di successo, per ciò che riguarda l’ambiente globale, le chiediamo: per favore,
Ci Sorprenda, Presidente Trump!
Accademia Kronos– Lipu – Legambiente – Wwf Italia – Earthday Italia – Fondazione Univerde/Obiettivo Terra – Focsiv – Fipsas – Anpana – Gruppo Intervento Giuridico – Rangers Italia – Climalteranti – Marevivo – Italian Climate Network – Climazione – Giornalisti nell’Erba – Fima (Federazione italiana media ambientali) – Greenaccord – Kyoto Club – Isde Italia – Legambiente Terracina – Konrad – Fare Verde – Vivere Da Sportivi – Pentapolis – PEFC – Trio onlus, ambiente e salute – Giga – Press Play.                            Qui l'articolo integrale

19 maggio 2016

Investire nel solare è un ottima scelta per salute, ambiente e di conseguenza, per la spesa pubblica.


Tratto da Qualenergia


Il solare fa bene alla salute (e all'ambiente): uno studio NREL spiega quanto

L'ente di ricerca del Department of Energy Usa in uno studio ha quantificato economicamente i benefici sanitari e ambientali legati alla diffusione di fotovoltaico e solare a concentrazione. I danni evitati grazie al solare negli States potrebbero arrivare a 400 mld$/anno.
Nel dibattito pubblico molti sembrano dimenticarlo: se le rinnovabili sono incentivate e devono continuare ad esserlo fino a che non saranno in grado di battere fossili e nucleare sul costo del kWh (cosa che peraltro già oggi avviene in certe situazioni), è perché fotovoltaico, eolico e le altre fonti pulite evitano alla collettività tutta una serie di costi nascosti che invece le fossili scaricano su tutti noi e sulla spesa pubblica.
Uno studio che ci piace citare a tal proposito è “The Social Cost of Atmospheric Release” di Drew T. Shindell, professore della Duke University, ricerca pubblicata sulla rivista peer-reviewed Climatic Change nel 2015. Le conclusioni del lavoro: se nel prezzo dell'energia fossero inclusi anche i danni che la sua produzione causa ad ambiente e salute umana, un litro di benzina dovrebbe costare circa un euro in più e un kWh di elettricità da carbone quattro volte il costo sostenuto da chi oggi lo produce: circa 40 eurocent, pari circa il triplo del costo di un kWh da fotovoltaico.
E questo tenendo conto solo delle emissioni in atmosfera, mentre sappiamo che i danni che fossili e nucleare producono - e lasciano in gran parte da pagare alla collettività - sono anche altri: sversamenti di petrolio nel trasporto e nell'estrazione, a incidenti alle centrali nucleari come quello avvenuto a Fukushima nel 2011, inquinamento e devastazione causata dall'estrazione del carbone con pratiche come ilmountain top removal (in cui appunto si asportano intere montagne), per non parlare di guerre e tensioni internazionali per il controllo delle riserve.
Divagazioni a parte, ieri è uscito un nuovo studio importante sulla questione, anche perché realizzato da un ente governativo, che dunque ha lo scopo esplicito di guidare l'azione politica, il NREL del DoE, il dipartimento per l'energia Usa. Nel fare il punto sulla SunShot Initiative, il programma di ricerca in corso negli Usa per migliorare la competitività del solare, il NREL ha pubblicato un report in cui si quantificano i benefici per la salute pubblica e per l'ambiente che la diffusione del fotovoltaico garantisce e potrà garantire al Paese .
Ne esce che il solare (FV+CSP, cioè solare a concentrazione) potrebbe dare agli Stati Uniti benefici economici per 400 miliardi di dollari all'anno (attualizzati) entro il 2050, se per quella data si arrivasse a una penetrazione del 27% sulla domanda elettrica e una potenza di 240 GW.
Già ora (dato fine 2014), con un ruolo ancora marginale, circa 20 GW di potenza, il solare genera per gli Usa risparmi annuali per circa 1,5 miliardi di dollari, così distinti: 700 milioni all'anno per le minori emissioni di gas serra, pari a (2,1 c$/kWh) e 890 mln$ per il minor inquinamento atmosferico (cioè 2,7 c$/kWh) dovuti a morti premature evitate e altri danni sanitari risparmiati sostituendo la generazione dalle fossili.
A queste cifre andrebbero aggiunti i benefici (non contabilizzati) legati ad una riduzione del prelievo di acqua per 294 miliardi di galloni (circa 1.113 mdl di litri) e del consumo della stessa di 7,6 miliardi di galloni (287,7 mdl di litri – uno dei problemi del termoelettrico è l'uso di grandi quantitativi di acqua, si veda qui).
Se si raggiungesse l'obiettivo della SunShot Initiative, ridurre del 75%, rispetto al 2010, entro il 2020 il costo del kWh da solare, secondo il DoE il FV e il CSP assieme arriverebbero a fornire entro il 2030 il 14% dei consumi elettrici della superpotenza, così da raggiungere quell'obiettivo del 27% entro il 2050.
In questi scenari, come anticipato, i benefici per salute ed ambiente crescerebbero: i danni evitati emettendo meno gas climalteranti arriverebbero a 259 miliardi $ all'anno, mentre i costi sanitari risparmiati varrebbero 167 mld$/anno, evitando ogni anno dalle 25mila alle 59mila morti premature da inquinamento atmosferico; il prelievo di acqua verrebbe ridotto del 5-8%, con i benefici maggiori negli Stati più assolati, come la California, che peraltro sta vivendo gravissimi problemi di siccità.
Investire nel solare è un ottima scelta per salute, ambiente e di conseguenza, per la spesa pubblica. Tanto più che, aggiungiamo noi, un conto completo dovrebbe comprendere anche altre voci positive: minor dipendenza dalle riserve fossili di importazione, ricadute su occupazione ed economia nazionale, minori investimenti necessari sulla rete e maggior resilienza della stessa (si veda articolo pubblicato da QualEnergia.it).

11 maggio 2016

I pellerossa Lummi battono le multinazionali del carbone: il pesce ha battuto il carbone.

Tratto da Qualenergia

I pellerossa Lummi battono le multinazionali del carbone: no al terminal di Cherry Point

I diritti di pesca sanciti dal trattato con gli Usa sconfiggono un mega.progetto
[11 maggio 2016]
Carbone Lummi 1
Il gigantesco terminal carbonifero Gateway Pacific Terminal (GPT), progettato dalla multinazionale SSA Marine a Cherry Point, sulla costa dello Stato Usa di Washington, non si farà, ad annunciarlo è stato l’US Army Corps of Engineers, che ha negato il permesso necessario  perché  avrebbe un impatto sui diritti di pesca  previsti dal trattato tra gli Stati Uniti e  la Nazione Lummi, un popolo  autoctono che si è strenuamente battuto contro il gigantesco terminal carbonifero. Il colonnello John Buck, comandante del distretto di Seattle dell’’US Army Corps of Engineers, ha detto che «Il Corpo non può consentire a un progetto di abrogare  i diritti dei trattati».
I pellerossa  Lummi hanno ricevuto la notizia  proprio mentre era riunita la Lummi Indian Business Council chambers e il loro presidente, Tim Ballew, ha detto. «Voglio riconosce  il duro lavoro e la leadership assunta da tutti i capi tribali che sono qui. Non saremmo stati in grado di farlo senza di voi. Oggi è una buona giornata. Oggi sicuramente è un buon giorno».
La decisione è un durissimo colpo per la SSA Marine, che detiene il 51% del progretto di Cherry Point  da  700 milioni di dollari e che ad aprile si era già vista sospendere la sua valutazione ambientale in attesa della decisione dell’mentre si attendeva la decisione dell’US Army Corps of Engineers
Il progetto è stato animatamente dibattuto nella contea di Whatcom, dove non mancavano i favorevoli perché avrebbe portato posti di lavoro, mentre i contrari denunciavano l’aumento del traffico ferroviario e l’inquinamento che avrebbe portato. La SSA Marine dice che il porto carbonifero non avrebbe leso in modo significativo i diritti dei pellerossa previsti dai trattati e si era anche detta disposta a cambiare il progetto per trovare  un accordo con la Nazione Lummi, che avrebbe così dovuto ritirare le sue obiezioni oppure citare la multinazionale davanti a un tribunale federale.
 Ma i Lummi non hanno mollato e hanno dissotterrato l’ascia di guerra per combattere contro la SSA Marine e la sua controllata  Pacific International Terminals (PIT), che ora sta  studiando come rispondere al no dell’US Army Corps of Engineers. 
Ma Jay Julius, del Consiglio dei Lummi, risponde: «La tribù non ha mai perso la fede. Non abbiamo mai dubitato, mai … Abbiamo sempre avuto fede che avremmo vinto. Una delle  più grandi cose alle quali ho assistito personalmente è il riconoscimento dall’esterno, al di fuori dei confini di questa riserva, da chi non ci conosce come popolo. … Ha fornito l’occasione a quelli al di fuori di imparare che cosa è il trattato all’opinione pubblica, compresi gli ambientalisti e gli amministratori locali eletti. Tutto quello che sapevamo da migliaia di anni è stato abbandonato con il trattato, e siamo stati messi qui. Ma in quel trattato ci siamo assicurati alcuni diritti. Sono grato al colonnello che  ha onorato il trattato».
Gli indiani confinati nella riserva Lummi sono riusciti a sconfiggere i giganti del carbone che speravano di  salvare le loro multinazionali, in crisi per la concorrenza del gas e per le normative ambientali più severe,  esportando verso l’Asia. Due grandi compagnie carbonifere,  Arch Coal e Peabody Energy, ad aprile hanno annunciato licenziamenti di massa nelle miniere del vicino Wyoming.
Si può anche dire che il pesce ha battuto il carbone: la decisione dell’US Army Corps of Engineers è rrivata dopo una richiesta avanzata il 5 gennaio 2015 dalla Nazione Lummi che pretendeva il rispetto dei diritti di pesca della tribù e nella quale si leggeva: «I  Lummi hanno pescato in questo luogo da tempo immemorabile e prevedono di continuarlo a fare in futuro. Il progetto proposto avrà un impatto significativo su questo luogo di raccolta e sul trattato e limiterà in modo significativo la capacità dei membri della tribù di esercitare i loro diritti previsti dal trattato». Il territorio di pesca dei Lummi si estende dal fiume Fraser a Seattle, con l’esclusione dello stretto di Juan de Fuca e dell’Hood Canal e la denuncia della tribù era arrivata poche settimane dopo che  il Department of Ecology  aveva pubblicato uno studio sul traffico navale che dimostrava un aumento del 76% del disturbo alla pesca tribale a quando il terminal proposto sarebbe entrato in piena attività. Leggi tutto

07 aprile 2016

Rinnovabili: Usa, solare dà più posti di lavoro di petrolio e gas.

Leggi su Ansa

Rinnovabili: Usa, solare dà più lavoro di petrolio e gas

Nel 2015 209 mila posti,impiego a +20% per terzo anno consecutivo
 © ANSA

(ANSA) - ROMA, 13 GEN - L'industria statunitense dell'energia solare dà più lavoro del petrolio e del gas. Il dato emerge dalla nuova edizione del "National Solar Jobs Census" stilato dalla Solar Foundation. L'impiego nel settore è cresciuto del 20% per il terzo anno consecutivo, e alla fine del 2015 si contavano 209 mila lavoratori. A confronto, stando al Dipartimento statunitense del Lavoro,
 gli impiegati nell'estrazione di petrolio e gas a fine 2015 erano 184.500, 17mila in meno del 2014.

Nel complesso l'impiego nel settore solare ha registrato una crescita del 123% negli ultimi cinque anni. Ad aumentare, tuttavia, non sono tutte le tipologie di lavoro. I posti nel manifatturiero, nello sviluppo di progetti e nella vendita risultano pressoché stabili nell'ultimo quinquennio, mentre crescono gli addetti all'istallazione, passati da poco meno di 44mila nel 2010 a quasi 120mila nel 2015.

"I dipendenti delle compagnie di installazione rappresentano il 65% dei nuovi posti di lavoro creati nel 2015", si legge nel report. "Il comparto dell'istallazione impiega il 77% di persone in più rispetto al mercato domestico delle miniere di carbone.

Dal 2014 - si legge ancora - le installazioni nel solare hanno creato più posti di lavoro rispetto alla costruzione di oleodotti/gasdotti e all'estrazione di greggio e gas naturale messi insieme". (ANSA).

27 marzo 2016

SIERRA CLUB :" TTIP e TPP, le armi segrete dei grandi inquinatori "


Tratto da Qualenergia 

Trivelle, trattati e TTIP: 

la parola ai cittadini


Il 17 aprile 2016 si vota. Tutta la cittadinanza sarà chiamata alle urne per esprimersi sul quesito referendario contro una modifica del Codice dell'Ambiente che favorisce le trivelle. Cioè le attività di estrazione petrolifera al largo delle coste, che secondo una modifica dell'ultima legge di Stabilità possono prolungare la loro concessione all'infinito, anziché avere una durata "solo" di trent'anni.
La questione va inquadrata in un contesto più vasto. Le attività di estrazione di materie prime (miniere, petrolio, e simili) sono fra quelle più remunerative nel panorama attuale: la rivista statunitense Fortune collocava il settore al vertice, superato solo da servizi legali e altri servizi per il mondo del business.
Al tempo stesso si tratta di alcune delle pratiche più inquinanti che esistano, che generalmente causano forte attrito con le popolazioni e autorità locali. Queste se cedono, tendono a “vendere cara la pelle” con sostanziosa riscossione di compensi e con un certo grado di garanzie sulla vigilanza e tutela dei danni alla salute umana e agli ecosistemi. Fra tali esigenze e le aspettative di profitto si tende a creare una dialettica politica.
La Legge di Stabilità approvata a fine 2015, che completa logicamente la visione dello Sblocca-Italia, è una indubbia vittoria dei settori dei lobbisti legati ai potentati economico-finanziari più forti. Il referendum e i comitati attivi rappresentano la risposta di cittadini, società civile e forze ecologiste e anticorporative.
Fare capire agli attivisti e all'uomo della strada la connessione fra le regolazioni dell'ambiente e tutto il retroterra di conseguenze (mari inquinati, salute umana minacciata, animali ammalati, ambiente contaminato) e dei complessi accordi di carattere giuridico-legale è una impresa dura. Ma va tentata.
Dall'estate del 2013 l'Unione europea e gli USA sono impegnati in un complesso negoziato destinato a diventare (per loro) la NATO del commercio: il TTIP, più sempicemente “Accordo Transatlantico”.
Parallelamente, una fitta rete di comitati ed attivisti è impegnata a contrastarlo, facendo opera di divulgazione del suo reale significato. Una volta spiegate le sue implicazioni le persone tendono spostarsi, inferocite, su posizioni di contrarietà oltranzista. Immaginiamo che ci sarà un motivo per cui i media ne parlano così poco – o, meglio, quasi mai.
Il Trattato è forse la cosa più importante che stia succedendo in Europa, eppure una consegna del silenzio pare essere calata sull'informazione ufficiale.
Nelle numerose assemblee e interventi pubblici, le persone rimangono particolarmente basite quando vengono a sapere che lo Stato potrebbe essere portato in tribunale da una multinazionale che non gradisce una legge fatta a tutela dei cittadini. Lo Stato? In tribunale? Ma com'è possibile? E chi gli dà questo potere? Sarà una fantasia complottista?
No. È vero, invece.
La sigla che corrisponde a tale questione è ISDS: Investor-State Dispute Settlement (Risoluzione delle controversie investitore-Stato). Si tratta di accordi di tutela degli investitori esteri che nel caso di leggi o provvedimenti “sgraditi” possono trascinare gli Stati presso organismi di arbitrato sovranazionali.....
Nel caso in cui ciò avvenga la multinazionale di turno annuncia allo Stato qual è il foro arbitrale in cui si dovrà tenere il giudizio, e quello deve difendersi. Si costituisce quindi una sorta di tribunale privatistico, composto da esperti di diritto commerciale che nella cornice legale dell'arbitrato medesimo (che viene scelto dall'azienda stessa), in mancanza di un accordo può dare multe piuttosto salate allo Stato colpevole; la Russia è stata condannata a pagare circa 50 miliardi di dollari.
Tali tribunali, oltre che godere di uno splendido isolamento giuridico (le norme inerenti a diritti umani, diritto del lavoro, dell'ambiente e simile non hanno valenza vincolante) sono piuttosto opachi e poco trasparenti.
Chi li difende indica il fatto che lo Stato non perde tento spesso, in fondo. Ma il dato è falsato: accanto ai casi in cui effettivamente la difesa trionfa e la multinazionale torna a casa a mani vuote, ci sono quelli in cui tutto si conclude con un “accordo amichevole”.
Che significa che il governo ha ceduto ed ha pagato in parte la somma richiesta come remunerazione. A volte non ci sono nemmeno i dati per cui non è dato sapere di quali somme si stia parlando. È altamente possibile che di alcuni arbitrati in corso non si abbia nemmeno notizia, perché non ci sono regole restrittive sulla trasparenza e pubblicità di essi, la qual cosa in ogni civiltà giuridica sarebbe considerata oltraggiosamente illegittima.
Teoricamente le corti arbitrali non possono modificare le leggi ma solo obbligare al pagamento dei danni....
In realtà l'entità dei risarcimenti è tale da scoraggiare l'approvazione di leggi che possano dar luogo a controversie legali o spingere alla loro cancellazione.
Come evidenzia una ricerca del 2013 dell'Institute for Policy Studies  di Washington, il numero di arbitrati in materia di ambiente e risorse naturali è drammaticamente in crescita. 

Già adesso la difesa dell'ambiente da profitti e speculazioni non è delle più facili; con l'adozione del TTIP la strada già molto impervia si farebbe drammaticamente in salita.
(Articolo originariamento pubblicato sul blog Zeroviolenza.it,
Qui l'articolo integrale
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Tratto da Rinnovabili.it

Il nuovo rapporto di Sierra Club

TTIP e TPP, le armi segrete dei  grandi inquinatori

  • Gli accordi sul commercio e gli investimenti TTIP e TPP consegnano un potere mai visto alle compagnie fossili più grandi (e cattive) del mondo
TTIP e TPP le armi segrete dei grandi inquinatori 2

(Rinnovabili.it) – Si chiamano TTIP e TPP. Due sigle che indicano altrettanti accordi internazionali sul commercio e gli investimenti estremamente pericolosi per l’ambiente e il clima. Lo afferma un nuovo rapporto dell’ONG Sierra Club che sostiene quanto segue: se approvati dal Congresso statunitense, questi trattati potrebbero fornire ai 50 più grandi inquinatori del mondo gli strumenti per denunciare i governi presso tribunali privati, qualora decidessero di adottare leggi o regolamenti che scoraggiano i combustibili fossili.

Con il TTIP e il TPP, tutti i divieti recentemente introdotti dal governo per quanto riguarda il fracking sui terreni pubblici o l’estrazione di petrolio offshore potrebbero essere ritirati. Un tema che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, ma anche l’Europa e l’Italia, che il 17 aprile si reca alle urne per il referendum sulle trivelle in mare. 
Gli eventuali esiti positivi per la consultazione potrebbero essere polverizzati dal TTIP, l’accordo di libero scambio USA-Ue, che Bruxelles e Washington vogliono chiudere entro l’estate. Allo stesso modo, il recente divieto di perforare al largo della costa atlantica degli Stati Uniti varato da Obama, potrebbe saltare a causa del TPP, l’accordo tra USA e 11 Paesi del Pacifico.

TTIP e TPP le armi segrete dei grandi inquinatoriL’asso nella manica delle aziende, in questi patti tra nazioni, è la clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement): essa consente agli investitori di un Paese, che operano entro i confini di un altro contraente, di muovere causa presso corti private ed opache al governo che approva regole o divieti in conflitto con i loro programmi di business.

Gli studi legali che bazzicano questi tribunali internazionali, più potenti di qualsiasi corte ordinaria e della stessa Corte di europea di Giustizia, stanno consigliando alle grandi multinazionali del petrolio, del gas e del carbone di utilizzare la clausola ISDS degli accordi commerciali per contrastare politiche indesiderate. 
Molto spesso, infatti, i privati hanno la meglio sugli Stati in queste cause arbitrali, ricavandone risarcimenti anche multimiliardari.
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Nessun precedente accordo commerciale, avverte Sierra Club, ha dato diritti così ampi alle società con interessi tanto forti nel voler conservare la dipendenza degli Stati dai combustibili fossili.

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