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08 ottobre 2016

I big delle fossili che oscurano la scienza del clima

Tratto da Qualenergia

Disinformare, negare o tacere: i big delle fossili che oscurano la scienza del clima

Continuano a investire nelle fonti fossili, incrementare le emissioni di gas-serra, in molti casi a fare pressioni su governi e istituzioni per bloccare nuove leggi che dovrebbero limitare l’inquinamento atmosferico.
Sono le otto grandi compagnie energetiche finite sotto la lente dell’Union of Concerned Scientists (UCS), l’organizzazione scientifica no-profit americana che studia i cambiamenti climatici.
Nel rapporto The Climate Accountability Scorecard (allegato in basso), gli analisti indipendenti dell’UCS hanno esaminato cinque colossi del petrolio e gas - Chevron, ExxonMobil, BP, Royal Dutch Shell, ConocoPhillips - più i tre giganti del carbone Peabody, Consol Energy e Arch Coal.
Nel complesso, queste società sono responsabili del 15% circa delle emissioni cumulative di CO2 provenienti dal settore industriale dal 1850 a oggi.
Disinformazione sui cambiamenti climatici
Gli scienziati hanno setacciato il lavoro delle compagnie tra gennaio 2015 e maggio 2016, concentrandosi su trenta parametri e assegnando i relativi punteggi.
Ad esempio, hanno valutato l’accuratezza e la consistenza delle dichiarazioni pubbliche dei vertici aziendali sulla scienza del clima, la posizione delle società rispetto alle politiche federali americane volte a ridurre l’inquinamento, ladivulgazione dei dati sulle emissioni di CO2 e sulle misure con cui diminuire l’impatto ambientale delle loro attività.
I risultati, come si vede nella tabella riassuntiva, sono poco lusinghieri. In pochissime circostanze, infatti, le aziende hanno meritato un voto sufficiente, attestandosi perlopiù nelle categorie “poor” (mediocre) e addirittura “egregious” (vergognoso).
A che cosa si devono giudizi tanto negativi? Ad esempio, osservano gli studiosi dell’Union of Concerned Scientists, tutte le otto compagnie energetiche sono membri - talvolta con posizioni di leadership - di gruppi e associazioni industriali che fanno disinformazione sugli argomenti climatici.
Nei casi peggiori, le aziende arrivano a negare l’esistenza stessa del riscaldamento globale provocato dalle attività umane e industriali e, di conseguenza, cercano di ostacolare leggi e iniziative salva-clima che dovrebbero ridurre la produzione e l’utilizzo di combustibili fossili.
Di recente abbiamo parlato dei finanziamenti “sporchi” di Peabody, indirizzati a organizzazioni e testate giornalistiche per diffondere informazioni favorevoli al mondo fossile (I soldi del carbone che negano il cambiamento climatico). Peabody è finita sull’orlo della bancarotta, entrando nel Chapter 11 della legislazione fallimentare americana, una sorta di amministrazione controllata per risanare i bilanci in rosso.
Rischi finanziari
Nessuna delle società esaminate, proseguono gli analisti dell’UCS, ha definito un piano per allineare le sue strategie industriali alle raccomandazioni emerse dalla Cop21 del 2015. In buona sostanza, nessuno di questi mastodonti dell’energia, almeno per il momento, ha intenzione di prendere troppo sul serio i problemi connessi allo sfruttamento delle risorse fossili.
C’è anche qualche apertura, evidenzia il rapporto. Alcune società hanno dichiarato genericamente che è necessario ridurre le emissioni di gas serra, anche se poi si sono ben guardate dal supportare pubblicamente alcune misure specifiche, come ilClean Power Plan dell’Environmental Protection Agency (EPA).
ExxonMobil e ConocoPhillips hanno riconosciuto che i cambiamenti climatici sono un fattore di rischio concreto, “fisico”, che può colpire direttamente i loro modelli di business.
Qui ci ricolleghiamo al problema di una futura bolla del carbonio: significa, in sintesi, che molte compagnie fossili sono sempre più esposte ai rischi finanziari inclusi nei lorostranded asset, infrastrutture obsolete e non più remunerative - anche grazie alla diffusione di politiche climatiche internazionali più severe - come miniere di carbone, piattaforme petrolifere, centrali termoelettriche messe fuori mercato dall’avanzata delle fonti rinnovabili, e così via.
Tra le azioni suggerite dagli scienziati indipendenti alle società incriminate, per riconquistare la fiducia della società civile, c’è proprio la divulgazione di questi rischi finanziari e climatici.
Sarebbe il primo indispensabile passo che consentirebbe a queste aziende di bloccare la disinformazione, pianificando uno sviluppo delle loro attività in sintonia con gli obiettivi climatici internazionali.

14 luglio 2015

Clima-leaks: così i grandi delle lobby fossili hanno manipolato politici e opinione pubblica.

Tratto da Qualenergia

Clima-leaks: così i grandi delle fossili hanno manipolato politici e opinione pubblica

Scienziati pagati per dire che il global warming dipende dal sole, lettere al Congresso statunitense falsificate, finte associazioni della società civile: un dossier su documenti riservati di 30 anni mostra come l'industria fossile abbia agito in malafede per disinformare l'opinione pubblica e rallentare le politiche per la decarbonizzazione dell'economia.
Da quasi 30 anni le più grandi compagnie delle fossili sono a conoscenza del fatto che le loro attività causano il cambiamento climatico e per tutto questo periodo hanno tentato deliberatamente di manipolare l'opinione pubblica, minimizzando i rischi del global warming e mettendo in dubbio la relazione tra clima ed emissioni di CO2 da combustione di carbone, petrolio e gas. 
Questa per molti non è una novità, ma ora l'Ong statunitense Union of Concerned Scientists (UCS) ha raccolto in un dossier(allegato in basso) una serie di importanti documenti che provano come i grandi del petrolio e del carbone abbiano agito in malafede.
Si tratta di memo interni, comunicazioni ai membri de Congresso e altri documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act  e che vengono da aziende come ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, BP, Shell, Peabody Energy e altre. Quel che emerge è che le compagnie erano da decenni consapevoli della dannosità dei proprio prodotti per il clima, hanno pianificato campagne di comunicazione per negare l'evidenza, pagando scienziati e facendo lobbying sulla politica per evitare leggi per loro punitive.
Già nel lontano 1977, mostrano i documenti, i rappresentanti delle principali compagnie delle fossili avevano assistito a dozzine di udienze al Congresso Usa nelle quali si discuteva dell'effetto delle emissioni di CO2 sull'effetto serra. Nel 1988 il climatologo della NASA James Hansen portò davanti all'assemblea statunitense prove scientifiche che confermavano come il cambiamento climatico fosse causato dalle attività dell'uomo. Nello stesso anno nasceva l'IPCC e il Congresso Usa adottava il National Energy Policy Act, per affrontare il problema clima riducendo le emissioni. “È difficile pensare che a quella data i dirigenti, i lobbisti e gli scienziati delle principali aziende delle fossili non fossero a conoscenza del problema”, osservano gli autori del dossier UCS.
Infatti, in un documento interno datato 1995, redatto da uno scienziato di Mobil e distribuito anche ad altri grandi esperti del petrolio si avverte chiaramente che l'uso dei combustibili fossili sta causando il cambiamento climatico e che la letteratura scientifica in merito “è solida e non può essere smentita”.
A questo avvertimento petrolieri e carbonai hanno risposto nel modo peggiore possibile: organizzando campagne per seminare dubbi sulla relazione tra clima ed emissioni antropogeniche e facendo lobbying, anche con pratiche illegali, perbloccare le politiche di decarbonizzazione. Si legge ad esempio in un memo interno dell'American Petroleum Institute che “la vittoria sarà ottenuta quando i cittadini medi riconosceranno le incertezze della scienza del clima”.
I metodi usati sono testimoniati dai documenti raccolti nel dossier UCS. Ad esempio c'è il contratto con cui l'utility Southern Company finanzia gli studi dell'Harvard-Smithsonian Astrophysics Center, sulle variazioni del ciclo solare come causa dei cambiamenti climatici. Tra le condizioni che la utility pone per stanziare i fondi, quella di rimanere in incognito quale sponsor e di esaminare le conclusioni prima della pubblicazione.
Altre carte pubblicate mostrano come molte associazioni “di base” che si sono battute e si battono contro le politiche per ridurre le emissioni siano in realtà emanazione diretta dell'industria delle fossili.......
Una strategia, quella di lobbying e disinformazione, che sembra aver funzionato, commentano dall'UCS, dato che metà di tutte le emissioni dall'inizio della rivoluzione industriale sono state rilasciate in atmosfera dal 1988 in avanti e che ad oggi gli Stati Uniti non hanno ancora una politica federale organica per affrontare il problema.
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