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29 aprile 2016

Re Common - Carbone insanguinato: la rotta segreta dell'altro oro nero

Tratto da L'Espresso

Carbone insanguinato: la rotta segreta dell'altro oro nero

Dalle miniere colombiane alle centrali italiane: un’inchiesta ricostruisce il viaggio del combustibile. Tra squadroni della morte, massacri, villaggi inquinati, appalti miliardari, paradisi fiscali e società anonime                         DI PAOLO BIONDANI



Carbone insanguinato: la rotta segreta dell'altro oro nero
Sangue, soldi, veleni e misteri. C’è una scia nera che parte dal Sudamerica, attraversa l’Atlantico, entra nei porti europei e arriva in Italia. È la via del carbone, che porta nelle nostre centrali il più inquinante dei combustibili fossili. Una rotta che passa dall’inferno al paradiso: fiscale, naturalmente. Dietro agli enormi consumi di energia dei Paesi industrializzati, dietro ai nostri gesti quotidiani come accendere la luce, c’è una storia piena di enigmi e di contraddizioni. La povertà estrema delle popolazioni delle miniere. La grande ricchezza delle multinazionali. E i tesori anonimi delle società offshore.

Dove e come viene estratto il carbone bruciato in Italia? Chi si arricchisce con questo "oro nero", che fa concorrenza al petrolio e all'energia pulita? A rispondere con fatti, documenti e testimonianze videoregistrate è un rapporto dell’organizzazione internazionale Re:Common, che "l’Espresso" pubblica in esclusiva per l’Italia . I ricercatori di questa ong, specializzata in inchieste economiche globali, hanno ricostruito l’intera rotta del carbone, dalle miniere ai treni merci, dai porti fino alle centrali di Civitavecchia e Brindisi, viaggiando per mesi, in incognito, tra l’Europa e la Colombia, che è uno dei maggiori esportatori mondiali. Una nazione che sta cercando di uscire da una guerra civile durata mezzo secolo tra guerriglieri di sinistra, esercito e paramilitari di destra, che ha provocato oltre 200 mila vittime civili. Dalla Colombia arriva circa il 20 per cento del carbone importato in Italia.

Le miniere colombiane, in origine pubbliche, dagli anni Novanta sono controllate da una mezza dozzina di multinazionali, tra cui spiccano l’americana Drummond e la svizzera Glencore. La prima, fondata in Alabama, sfrutta le più ricche miniere a cielo aperto del Cesàr, una regione devastata dai gruppi armati. Nei villaggi visitati dai ricercatori le famiglie vivono in baracche di lamiera, bevono acqua scura e accusano le multinazionali di averle sfollate per un pugno di dollari. Solo in quest’area i paramilitari hanno ucciso oltre 3.300 civili, sterminando i sindacalisti dei minatori. La Drummond ha sempre respinto le accuse di aver utilizzato o finanziato gli squadristi. Altre aziende hanno invece ammesso di aver pagato, dichiarandosi ricattate dai paramilitari: in particolare la Chiquita già nel 2007 ha risarcito 25 milioni di dollari alla Colombia. Ora le confessioni dei killer, raccolte grazie alla legge «giustizia e pace», stanno riaprendo le indagini su molti delitti eccellenti.

LEGGI  IL RAPPORTO DI RE:COMMON PROFONDO NERO 
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21 febbraio 2014

59 miliardi di soldi pubblici per centrali a carbone. Quanto si risparmierebbe rinunciando al carbone? Tanto, in termini di soldi e di salute.

Tratto da Il Cambiamento

59 miliardi di soldi pubblici per centrali a carbone. E’ civiltà?

I paesi del “primo mondo”, quelli dove le parole civilizzazione e industrializzazione hanno accezioni positive, hanno speso in 6 anni 59 miliardi di dollari di soldi pubblici per costruire centrali a carbone. Ma siamo sicuri che questa sia civiltà?

Dal 2007 al 2013 oltre 59 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici sono stati erogati per sostenere la realizzazione di centrali a carbone. Il Giappone è quello che ha investito di più, poi vengono gli Stati Uniti e la Germania. E la cosa peggiore è che nella maggior parte dei casi questi impianti vengono realizzati ben lontani “da casa propria” secondo il ben noto proverbio “lontano dagli occhi, lontano da cuore”. 
 Così, le proteste i governi più difficilmente le avranno sotto casa.
Ma qual è il costo reale, complessivo dell’inquinamento provocato dalle centrali a carbone? Di sicuro ci sono i 59 miliardi di dollari gettati letteralmente sulle braci; poi ci sono i costi ambientali e quelli di salute, incalcolabili. Quindi, proviamo a ribaltare il ragionamento: quanto si risparmierebbe rinunciando al carbone? Tanto, in termini di soldi e di salute. 
Il flusso di denaro arriva principalmente dalle banche internazionali per lo sviluppo come la World Bank Group, la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e l’Asian Development Bank; poi ancora l’Export-Import Bank degli Stati Uniti.
«E’ il momento di mettere in atto misure serie per fare in modo che I finanziamenti pubblici non possano più essere indirizzati a progetti che sostengono l’uso del carbone – ha spiegato Jake Schmidt, direttore delle politiche internazionali sul clima del Natural Resources Defense Council – Innanzi tutto occorre estendere le restrizioni a tutte le tipologie di progetti che utilizzano il carbone e non si può più prescindere dalla necessità di concentrare le risorse esclusivamente sulle fonti pulite di energie rinnovabili».
E che nessuno creda che l’Italia non debba cospargersi il capo di cenere. 


«Il 72 per cento dell'elettricità prodotta in Italia con il carbone è fatta da Enel, che con questo combustibile fossile produce il 41 per cento del prodotto nazionale – spiega Greenpeace – noi denunciamo da anni questo stato di cose. A partire dal 2006, Greenpeace ha contrastato la scelta a favore del carbone dell’azienda elettrica con azioni e campagne culminate – nel 2012 – nella campagna “Facciamo luce su Enel”. Poi è arrivata la bellissima vittoria di Porto Tolle, dove la Commissione VIA del ministero per l’Ambiente ha bocciato il progetto di conversione a carbone della centrale Enel. Ora Enel, se vorrà perseguire nel più catastrofico degli errori, dovrà presentare un nuovo progetto e un nuovo Studio di Impatto Ambientale.
 La conversione a carbone, la fonte più inquinante e dannosa per il clima e la salute umana, di una vecchia centrale a olio combustibile nel bel mezzo di un parco naturale, in un ecosistema fragile e prezioso, è sempre stata ed è ancor oggi una enorme sciocchezza».
Eppure di sciocchezze sono cosparse le vie di questo pianeta.

di Giovanni Fez - 21 Febbraio 2014