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23 settembre 2008

2008/09/23 "Esiste un diritto all’ambiente?"



Tratto da www.zenit
Esiste un diritto all’ambiente?


ROMA, giovedì, 18 settembre 2008 - Pubblichiamo di seguito l'intervento del professor Ercole Amato, esperto di Economia e docente al Master di Scienze Ambientali dell’Università Europea di Roma.

Uomo e ambiente, un binomio indissolubile.


Finchè esisteranno gli esseri umani su questo pianeta, non è concepibile interessarsi dell’uno tralasciando l’altro, e viceversa.
Ciò è tanto più evidente quanto più si concentra la propria attenzione sulla situazione ambientale delle zone del mondo dove la tutela della condizione umana non si è potuta sviluppare in modo adeguato a quelli che devono essere considerati i livelli minimi di vivibilità umana, dal punto di vista sanitario e sociale, e di salvaguardia delle doti che differenziano l’uomo dagli altri esseri viventi, quali l’attitudine al linguaggio, al pensiero, alla socializzazione evoluta, all’arte, alla cultura.

Lo sviluppo della difesa dell’ambiente non può, pertanto, che passare attraverso lo sviluppo delle condizioni di vita dell’uomo, sia curando i suoi bisogni primari sia garantendo a quest’ultimo le migliori condizioni per poter dare espressione a quella inesauribile fonte di ricchezza e di energia che da sempre è alla base di ogni sviluppo: l’intelligenza umana.
Se, quindi, il livello di attenzione nei confronti dell’ambiente è maggiormente elevato laddove si è maggiormente evoluta la qualità della vita, questo è stato possibile esclusivamente attraverso un lungo ma costante processo durante il quale si è avuto cura innanzitutto di intervenire a risolvere i problemi legati ai fabbisogni primari dell’uomo, a cominciare dall’approvvigionamento alimentare, per procedere, successivamente, a considerare quelle esigenze connesse non più alle necessità della sopravvivenza ma allo sviluppo della sfera sociale, condizione indispensabile per poter riconoscere in un essere vivente lo spirito umano. E’ stata curata la difesa del diritto alla vita, del diritto alla famiglia, del diritto al lavoro, del diritto alla libertà di espressione, del diritto all’uguaglianza, del diritto alla libertà religiosa, ecc.

L’ultimo livello da considerare nella scala dei valori tesa alla realizzazione del benessere dell’uomo è, alla fine, proprio quello al quale la stessa umanità nel corso dei secoli ha attribuito il valore più basso, il significato più strumentale ad ogni sua necessità, ma che con il passare degli anni, con il miglioramento delle condizioni di vita, appare oggi sempre più indispensabile per consentire uno sviluppo equilibrato e duraturo della condizione umana, economica, spirituale e sociale: la difesa del diritto all’ambiente.
Ma che cosa esattamente deve intendersi con tale espressione? Forse il diritto per ogni uomo di sfruttare le risorse naturali per il proprio benessere? Che l’ambiente sia una risorsa economica è fuori di dubbio. Ma di chi è l’ambiente? Chi può arrogarsi il diritto di poter utilizzare tale risorsa, ognuno di noi o pochi tra tutti? Innanzitutto, deve precisarsi che per diritto all’ambiente bisogna intendere il diritto riconoscibile ad ogni uomo di poter vivere in un ambiente idoneo alla propria esistenza. E’ certo che l’ambiente debba rientrare tra quei beni di proprietà comune che, in quanto tali, sono disponibili da tutti ma da nessuno in via esclusiva. Un po’ come le parti comuni di un condominio. Il proprio diritto su una parte del bene diviene esso stesso limite al diritto dell’altro. Ogni essere umano ha diritto all’ambiente in quanto spazio indispensabile alla propria esistenza e, quindi, come tale, sottoposto agli stessi principi di cautela che gli ordinamenti moderni riconoscono alla tutela della proprietà privata. Tuttavia, l’ambiente non può essere trattato come un bene privato individuale proprio per il fatto che di esso ha diritto l’umanità intera per la propria sopravvivenza. Si può considerare, pertanto, un bene di proprietà collettiva, relativamente al quale tutti hanno un diritto di utilizzo ma, al contempo, ognuno può rivendicare la pretesa che esso non venga depauperato, impoverendone il valore economico.

Quale può essere allora il modo per far sì che tale bene possa essere sfruttato senza ledere il diritto altrui? La metodologia di cui trattasi è quella che poggia su principi di cui solo negli ultimi anni si è avuta una compiuta e approfondita valutazione e che ha avuto ampia diffusione a livello sociale con la terminologia di “sostenibilità ambientale”. Rendere sostenibile lo sviluppo significa assicurare la conservazione delle condizioni che hanno reso possibile in un dato momento l’attivazione dei processi evolutivi economici, rendendo quantomeno possibile garantire a ciascuno di giovare delle medesime condizioni ambientali nel momento in cui analoghe attività saranno successivamente poste in essere. Per usare una espressione tecnica, lo sviluppo è sostenibile quando la crescita complessiva del reddito, del patrimonio infrastrutturale e tecnologico, del capitale umano e sociale, mantiene gli input-output di materia ed energia da e verso l’ambiente entro i limiti della capacità portante del pianeta, senza erodere il capitale naturale e deteriorare quelli che chiamiamo servizi ambientali. Fra le iniziative da assumere per il raggiungimento di tale obiettivo, il ruolo principale deve essere assegnato alla lotta all’inquinamento. E’ certo che l’inquinamento dell’ambiente provocato dallo svolgimento di attività umane pregiudica il mantenimento delle condizioni che hanno reso possibile la realizzazione delle stesse attività.

In tale ottica appare inaccettabile che in taluni casi possa essere consentito il depauperamento del valore economico del bene ambiente a seguito di iniziative individuali autorizzate a fronte dell’assolvimento di un corrispettivo versato (ad es. dalle aziende particolarmente inquinanti sotto forma di tasse sulle emissioni). In questi casi ci si pone di fronte a due ipotesi: i comportamenti umani sono oggettivamente rischiosi per l’ambiente e quindi per la salute dell’uomo oppure tale dimostrazione non sussiste. Nella prima eventualità, è impensabile il proseguimento delle attività a rischio anche in presenza di tasse, sanzioni o altri oneri di varia natura, i cui proventi finanziari non sono, oltretutto, quasi mai destinati a compensare i danni prodotti. Esiste in tali casi una vera e propria contraddizione non solo dal punto di vista sanitario o economico, ma, soprattutto, sotto il profilo etico.

Al pari di come viene garantita la proprietà, l’ambiente dovrebbe essere oggetto di una tutela basata esclusivamente su divieti o autorizzazioni a seconda dell’incidenza che una determinazione azione può avere sull’interesse del soggetto titolare del diritto ad usufruire del bene tutelato, in questo caso l’ambiente stesso. In tale contesto, non si può prescindere dall’attuare nel settore una disciplina chiara e rigorosa, in cui siano ben definiti i limiti oltre i quali un certo comportamento è vietato e, quindi, sanzionato, avendo cura di garantire a spese del contravventore il ripristino dello status quo. Viceversa, la stessa disciplina deve assicurare condizioni di operatività certe e ben definite alle attività con impatto ambientale nel caso in cui le stesse possano garantire il rispetto dei limiti fissati dalla legge. Solo in questo modo l’ambiente potrà diventare autentica risorsa per l’uomo, in quanto tale sistema oltre a garantire la crescita economica e la competitività è in grado di assicurare l’accrescimento del capitale umano e sociale garantendo la conservazione di quello naturale.

A questo proposito, il Pontefice Giovanni Paolo II sosteneva che l’ambiente è “casa e risorsa” dell’umanità,
e il compendio della Dottrina Sociale della Chiesa nei punti 466, 467, 468, ha scritto che “La tutela dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità intera; si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo”. Il Compendio precisa che la responsabilità verso l’ambiente inteso come patrimonio del genere umano è una responsabilità che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle future, e per questo la responsabilità verso l’ambiente deve “trovare una traduzione adeguata a livello giuridico”.

16 settembre 2008

2009/09/17 " La politica con la P Maiuscola si fa ricercando e tutelando la salute e gli interessi dei cittadini"



Tratto da Greenreport.it
16/09/2008 Energia
Il governo vuole centralizzare la competenza sull´energia.


LIVORNO. «Bisogna riportare la competenza esclusiva sull´energia allo Stato centrale». Così il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola nel corso del suo intervento alla tavola rotonda - Energia e prezzi - organizzata dalla Conferenza nazionale di organizzazione della Uil.
«Abbiamo bisogno di tornare indietro - ha detto Scajola - su un errore madornale che il nostro Paese ha fatto. Una riforma costituzionale che ha introdotto la legislazione concorrente tra Regioni e Governo centrale sul tema dell´energia».

Secondo il ministro un problema come quello energetico «non può essere in mano a una Regione» e bisogna «riportare la competenza esclusiva dell´energia allo Stato centrale». Per Scajola questa è la via per superare il problema dei veti che spesso si solleva quando bisogna costruire nuove infrastrutture energetiche.


«La politica con la P maiuscola - ha detto - non si deve occupare del consenso immediato, deve dettare le strategie».


L’esternazione di Scajola arriva proprio quando la Regione Toscana ha annunciato, dopo la prima riunione del tavolo di confronto in materia di energia tra Regione e Province tenutosi a Firenze sabato, che tra i principali compiti che si è dato ci sono quelli di assegnare alle province gli obiettivi per la produzione di energia utilizzando fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica di aziende, edifici pubblici e abitazioni private, semplificare le procedure per cittadini ed imprese, favorendo così la realizzazione di piccoli e medi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, creare un vero e proprio sistema informativo energetico regionale condividendo i dati raccolti e gli obiettivi fissati dalla Regione e dalle dieci province toscane, realizzare il piano regolatore dell´eolico ed armonizzare tra loro gli strumenti di governo del settore energia, cioè i Piani energetici provinciali e quello regionale.

Mentre la Regione è al lavoro per decentralizzare i piani energetici alle province, il governo annuncia di voler centralizzare e l’assessore Anna Rita Bramerini , interpellata nel merito da greenreport, non ci sta: «Trovo assolutamente non in linea con le scelte europee le dichiarazioni del ministro per lo sviluppo economico, Claudio Scajola, che prima afferma di voler centralizzare le competenze in materia di energia e poi svela le ragioni della sua uscita: l´obiettivo del Governo è infatti quello di arrivare, entro il 2020 a produrre il 25% dell´energia elettrica attraverso il nucleare, potendo decidere dall´alto e senza ostacoli dove collocare le centrali. Si tratta invece di scelte che non si possono compiere senza coinvolgere gli amministratori locali e i cittadini. Eppure - prosegue - non è delle Regioni la responsabilità di bloccare la realizzazione delle grandi infrastrutture, come in Toscana è dimostrato dalle vicende del rigassificatore e del gasdotto algerino, due casi in cui la Toscana ha raccolto la sfida della diversificazione delle fonti energetiche e di garantire maggiore sicurezza energetica al nostro Paese. L´Unione europea pone agli Stati membri ben altri obiettivi, che non vengono affatto citati dal Ministro ma sono recepiti pienamente in Spagna e Germania, Paesi a cui l´Italia dovrebbe guardare: incrementare del 20% la quantità di energia prodotta attraverso le fonti rinnovabili, riducendo della stessa percentuale sia le emissioni in atmosfera che i consumi».

2008/09/16Vado, piattaforma Maersk: considerazioni di “Uniti per la salute”



Da igv del 17 Gennaio 2008
Vado, piattaforma Maersk: considerazioni di “Uniti per la salute”

Vado Ligure. La realizzazione della piattaforma portuale di Vado Ligure comporterà un traffico giornaliero di circa 700 autocarri per il trasporto container. La previsione preoccupa l’associazione quilianese “Uniti per la salute”, che formula alcune considerazioni: “Qualcuno è in grado di valutare preventivamente l’aumento dell’inquinamento derivante da 700 motori diesel in più che ogni giorno sarebbero in moto sul nostro territorio, già pesantemente gravato da insediamenti industriali? Abbiamo appreso che l’amministrazione comunale di Vado intenderebbe proporre un monitoraggio sulla qualità dell’aria: molto bene, a patto che venga realizzato prima dell’eventuale inizio dei lavori per la piattaforma e che sia condizionante sulla scelta definitiva. Ci pare che il monitoraggio dopo la costruzione della piattaforma sarebbe quanto meno intempestivo: se i risultati fossero, come temiamo, negativi per la qualità dell’aria, cosa si farebbe allora? Si demolirebbe la piattaforma? Si chiuderebbe qualche azienda che già ora scarica in atmosfera, o si direbbe che ormai quello che è fatto è fatto?”
“Noi non siamo per dire dei no a prescindere, ma per dire dei sì a seri programmi che valutino preventivamente gli impatti sul territorio e sulla salute” osservano i responsabili di “Uniti per la salute”, aggiungendo: “Richiediamo quindi prudenza e precauzione alle Ns istituzioni e a tutti coloro che hanno precise responsabilità nella valutazione del futuro impatto ambientale affinché la tutela della salute sia sempre al di sopra del mero interesse economico. Riteniamo che il problema non riguardi solo Vado ma tutto il comprensorio”.

Mentre in altre regioni (vedasi accordo dell'Emilia Romagna sottoriportato ) partono i provvedimenti per ridurre i problemi dell'inquinamento veicolare il nostro territorio verrà invece ulteriomente gravato dalla realizzazione della piattaforma portuale di Vado Ligure che comporterà un sostanziale incremento del traffico giornaliero di autocarri per il trasporto container.

Qualità dell'aria: accordo 2008-2009 Regione-enti locali
Dal 1 ottobre ripartono i provvedimenti contro smog e polveri.
Tratto da ParmaDaily.it
15/09/2008


Stop dal lunedì al venerdì alla circolazione dei veicoli più inquinanti e, da gennaio, blocco totale il giovedì. Ma anche misure a sostegno del trasporto pubblico, dei percorsi ciclabili, dell’intermodalità e del trasporto merci, del rendimento energetico degli edifici.
Ripartono dall’1 ottobre 2008 e fino a tutto il mese di marzo 2009 i provvedimenti per combattere smog e polveri sottili nelle città dell’Emilia-Romagna, previsti dal settimo Accordo per la qualità dell’aria, firmato oggi a Bologna tra Regione, Province e Comuni con più di 50 mila abitanti.
Tra le novità: 5 milioni di euro per finanziare, oltre alla conversione a metano delle auto più inquinanti, anche l’installazione di filtri antiparticolato nei veicoli a motore diesel. A regime inoltre la misura, prevista dal Piano energetico regionale, che introduce la certificazione energetica per gli edifici residenziali.
"L’obiettivo dell’accordo, che risponde a direttive dell’Unione europea sempre più stringenti, è quello di assicurare l’impegno delle amministrazioni locali e l’omogeneità degli interventi per la qualità urbana e la salute dei cittadini",
ha sottolineato l’assessore regionale all’ambiente Lino Zanichelli, che ha ricordato che ora sono una settantina i Comuni emiliano-romagnoli aderenti alle misure anti-smog.
"Grazie agli incentivi per le riconversioni e per i filtri, che da quest’anno estenderemo anche ai diesel e ai veicoli commerciali, agli interventi strutturali realizzati e alle limitazioni del traffico, stiamo portando a casa risultati tangibili. Il solo blocco del giovedì lo scorso anno - ha aggiunto Zanichelli - ci ha permesso di ottenere un calo del 35% dell’inquinamento in Emilia-Romagna e un risparmio di 44,5 tonnellate di pm10".
"Gli accordi per la qualità dell’aria sono uno strumento che è parte integrante della programmazione della Regione e degli enti locali", ha detto l’assessore regionale a mobilità e trasporti Alfredo Peri. "Tra il 2001 e il 2010 abbiamo investito nel settore poco meno di un miliardo di euro, la metà dei quali di risorse regionali, mentre solo nel triennio 2007-2010 le risorse regionali ammontano a 291 milioni di euro: 137 milioni di euro tutti stanziati dalla Regione serviranno per il rinnovo del materiale rotabile e l’acquisto di nuovi treni; per la mobilità sostenibile nei centri urbani e le piste ciclabili si prevedono risorse pari a 110 milioni di euro, di cui 37 regionali; 58 milioni di euro andranno, invece a rinnovare il parco autobus regionale".
Peri ha poi ricordato che entro il 2010 i servizi ferroviari aumenteranno del 10% e entro il 2015 del 50%, mentre il trasporto pubblico locale crescerà del 5% entro il 2010. "E’ chiaro e dimostrato - ha concluso - che, di comune accordo con gli enti locali, siamo riusciti a dare un’impronta significativa sul lato infrastrutturale, i cui risultati si vedranno anche nel medio periodo".
L’accordo 2008-2009 ribadisce sul fronte del traffico le misure dell’anno precedente. ........(OMISSIS)

14 settembre 2008

2008/09/14 L'asma non guarda più l'età si ammalano i cinquantenni.


Risponde il Dottor Paolo Franceschi, Pneumologo

A proposito degli articoli pubblicati su Secolo e La Stampa del 13.9.08 sul recente Congresso Nazionale di Pneumologia di Genova, è doveroso fare alcune puntualizzazioni:
La Parietaria, l’ ulivo, gli animali domestici sono sempre esistiti nel mondo occidentale, anzi, quando la popolazione era prevalentemente rurale l’ esposizione era anche maggiore rispetto ad oggi.

Eppure è negli ultimi decenni che le allergie, specie respiratorie (rinite allergica e asma) sono in continuo e progressivo aumento.
Oggi l’ allergia ai pollini è più frequente nelle città che nelle zone rurali, pur essendo le piante allergeniche più diffuse al di fuori delle città.


In passato l’ allergia colpiva una piccola percentuale di popolazione, prevalentemente infantile, che spesso con il passare degli anni tendeva a guarire dai sintomi in maniera definitiva.

Attualmente invece si assiste ad un aumento dei casi di allergia ed asma a tutte le età.

Non è infrequente visitare nei nostri ambulatori nipote, figlia e nonna che presentano l’ insorgenza dei sintomi asmatici ad età molto diversa: il bimbo intorno ai 6-8 anni, la mamma fra i 35 e 45 anni, la nonna fra i 60 e 70 anni. E’ verosimile che se la nonna avesse vissuto la sua infanzia in condizioni simili a quelle del nipotini, sarebbe diventata asmatica molto prima.

Questa profonda trasformazione epidemiologica dell’ asma trova una spiegazione, accreditata da molteplici recenti ricerche scientifiche, nei mutamenti ambientali che si sono verificati a causa dell’ inquinamento atmosferico. L’ inquinamento non solo accresce la frequenza e la gravità delle manifestazioni allergiche, ma ne aumenta anche l’ incidenza.

Fra i principali responsabili di questo aumento dell’ incidenza di nuovi casi di asma sono : l’ Ozono, gli ossidi di azoto e di zolfo, le polveri sottili, principalmente quelle derivate dalla combustione del carbone e il particolato incombusto dei motori diesel.

In Liguria, a parte Genova con i suoi oltre 600000 abitanti, la principale fonte di questi inquinanti è dato dalle centrali termoelettriche a carbone.

Fare prevenzione dell’ asma e delle malattie allergiche non significa quindi soltanto individuare precocemente gli individui malati e curarli adeguatamente..

Si afferma sull’ articolo del Secolo “Poi è fondamentale la visita in centri specializzati, dove si può confermare la diagnosi e sapere a cosa si è allergici”: in questo modo avremo creato legioni di persone che conducono una vita normale o quasi solo grazie ad un continuo uso di farmaci, taluni anche assai costosi e molto remunerativi per le aziende farmaceutiche che poi finanziano anche i congressi e buona parte della ricerca.

Il primo messaggio che un’ associazione come la World Allergy Organisation, data la sua rilevanza anche politica, è quella di cosa si può fare per evitare questa epidemia di asma, non solo come curarla al meglio presso i propri “centri specializzati”, in un evidente gioco di enfatizzazione di un problema per ottenere più potere al momento della spartizione della torta delle risorse destinate dal Piano Sanitario Nazionale.

Fare prevenzione significa in primo luogo che le società scientifiche facciano pressione sui Governi affinchè predispongano tutti gli accorgimenti per impedire che le persone si ammalino, e quindi, nel caso dell’ asma, e delle altre malattie allegiche, agire sulle cause dell’ inquinamento atmosferico.


Dottor Paolo Franceschi, Pneumologo,
Referente dell’ Associazione Medici per l’ Ambiente (ISDE) di Savona

13 settembre 2008

2008/09/15 Tutela del diritto individuale e collettivo alla salute e ad un ambiente salubre


DOCUMENTO CHE SARA’ SOTTOSCRITTO DAI MEDICI
PRESSO GLI ORDINI PROVINCIALI
FNOM CeO – ISDE Italia
Tutela del diritto individuale e collettivo alla salute e ad un ambiente salubre
Inquinamento atmosferico urbano, stili di vita e salute
“Per l’ambiente gli uomini sono responsabili, i medici due volte”

Dal momento che i rischi per la salute sono largamente legati al degrado ambientale e ai modelli di vita, i medici devono orientare il loro ruolo professionale e civile per promuovere la salute anche attraverso scelte di tutela ambientale.

La dimostrazione che molti processi patologici trovano una loro eziopatogenesi in cause ambientali, quali l'accumulo di inquinanti nell'aria, nell'acqua, nel suolo e nel cibo, e l'esistenza su scala mondiale di gravi e irreversibili dissesti ambientali, hanno sollecitato una crescente attenzione verso questi temi.

Ambiente degradato, esposizioni occupazionali a sostanze nocive e modelli di vita scorretti sono responsabili del 75% delle patologie e delle cause di morte. Da decenni nei convegni medici si discute di salute, rischi da lavoro, ambiente e inquinamento e i ricercatori si impegnano per evidenziarne le correlazioni.

Queste attività che non vanno certamente sottovalutate, non ci sono comunque sembrate espressione della intera potenzialità dei medici e degli altri professionisti della salute nei confronti della popolazione e dei politici.

Agli specialisti che tutti i giorni verificano, per le loro specifiche competenze, i danni che l'ambiente inquinato determina nella popolazione devono affiancarsi i medici del territorio che possono rappresentare la reale congiunzione tra sistema sanitario, popolazione e mondo scientifico.

Per far ciò è necessario superare le barriere corporative all'interno della categoria, collaborare con le altre figure di tecnici della salute e dell’ambiente, raccordarsi con quei settori professionali che più possono influenzare gli amministratori e la popolazione - in particolare i media, la scuola, il mondo giuridico e quello economico. E’ opportuno sostenere e consigliare le altre categorie professionali e le amministrazioni affinché promuovano politiche di prevenzione e quindi di salvaguardia ambientale, creando consenso intorno a scelte talvolta scomode e impopolari. E’ altresì necessario intervenire nei confronti di soggetti che perseguono iniziative non rispettose della salute e dell'ambiente di vita e di lavoro.

La nozione di responsabilità personale su cui la nostra cultura si è basata per millenni sembra ormai inadeguata. Sorge la necessità di elaborare concezioni nuove che ampliano tale nozione ad una dimensione collettiva.

Questo allargamento di prospettiva coinvolge il medico nella sua funzione sociale: il medico nella attuale società non ha più soltanto una veste nel rapporto individualizzato con il paziente ma un più ampio mandato nei confronti della collettività e della organizzazione sanitaria per gli aspetti di assistenza e di tutela della salute umana inserita nell’ecosistema.


Danno ambientale, ricadute sulla salute ed evidenze


L’inquinamento atmosferico rappresenta un grave problema di sanità pubblica dal momento che l’aria dei nostri centri urbani è resa sempre più irrespirabile dalla presenza di molteplici inquinanti.

Anche le emissioni di gas serra, di origine antropica, sono cresciute e l’effetto serra è certamente una delle cause del cambiamento climatico che ha portato anche nel nostro Paese ad un aumento della temperatura media e a eventi climatici estremi, con la prospettiva di un profondo dissesto dell’ecosistema terrestre e di un avvenire incerto per le future generazioni.

Per la riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera – responsabili dei cambiamenti climatici – l’Italia si è impegnata (insieme ad altri 158 paesi nel mondo) a ridurre entro il 2010 l’anidride carbonica in atmosfera del 6.5% mentre in realtà dal 1990 al 2004 si è registrato un aumento dell’11,6%.

Nell’ultimo secolo la temperatura media mondiale è salita di 0,6° e l’aumento previsto entro la fine di questo secolo potrebbe essere fra 1,4° e 5,8°. In Italia l’aumento di temperatura negli ultimi decenni e’ stato leggermente superiore alla media mondiale. Nell’estate 2003, caratterizzata da una forte afa, nel nostro Paese si è osservato rispetto al 2002 un aumento di 2.222 decessi (da 17.493 a 19.715) e nel periodo compreso tra il 16 luglio e il 15 agosto l’incremento è stato del 36% nella popolazione in generale e del 40% tra le persone di 65 anni e oltre (ISS, 2005).

Complessivamente l’inquinamento ambientale urbano è responsabile di effetti nocivi sull’apparato respiratorio e cardiovascolare, di effetti oncogeni e dell’aumento della mortalità generale. I principali studi condotti in Europa ed U.S.A. sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e cancro al polmone sono concordi nel valutare che per ogni 10 µg/m3 di PM 2.5 si registra un incremento tra l'8% ed il 14% di neoplasie polmonari. Si ricorda che l'OMS ha stimato la quota di decessi attribuibili a valori di PM10 oltre 20µg/m3 in 13 città italiane con oltre 200.000 abitanti sulla base dei valori di PM10 registrati negli anni 2002-2004.

La stima è di 8220 morti/anno di cui 742 morti/anno per cancro del polmone

Da studi recenti emerge, altresì, che i decessi che si misurano o si stimano come effetto dell’inquinamento atmosferico non sono una semplice anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti ma rappresentano un effetto netto di una mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli di inquinamento fossero stati inferiori.

E’ noto che i principali determinanti della qualità dell’aria sono la mobilità motorizzata, i sistemi di riscaldamento e le immissioni in atmosfera di sostanze chimiche da insediamenti produttivi e dagli inceneritori. E’ dunque su tutti questi elementi che si deve agire se si vuole migliorare la qualità dell’aria.

Pertanto è solo una scelta contingente quella che come medici abbiamo fatto di richiamare l’attenzione del mondo scientifico in generale e di quello politico su uno di questi determinanti: il traffico veicolare.

Il trasporto motorizzato, come sostiene autorevolmente anche l’OMS, è indubbiamente una delle fonti più importanti di agenti inquinanti pericolosi quali gli ossidi di azoto, il benzene, l’ozono e soprattutto il particolato fine (PM10 e PM 2,5 ) e ultrafine, ossia di dimensioni submicroniche, che producono situazioni di rischio per la salute umana e in particolare per quella dei bambini.(omissis)
Nelle nostre città si stanno già attuando strategie quali il rinnovo del parco veicolare, l’introduzione di filtri per i motori più inquinanti ect., tutti provvedimenti utili ma che non vanno nella direzione di una progressiva riduzione del numero di autoveicoli e dei Km percorsi, perpetuando comunque il fenomeno del traffico.

Proposte operative


Il nuovo codice di deontologia medica ha dedicato un articolo, il numero 5, alla “Educazione alla salute e rapporti con l’ambiente” che recita “Il medico è tenuto a considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale determinante della salute dei cittadini. A tal fine il medico è tenuto a promuovere una cultura civile tesa all’utilizzo appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile. Il medico favorisce e partecipa alle iniziative di prevenzione, di tutela della salute nei luoghi di lavoro e di promozione della salute individuale e collettiva.”
Noi medici siamo i primi osservatori di questi fenomeni in tutte le nostre professionalità:

Come operatori delle Aziende Sanitarie dei Dipartimenti di prevenzione contribuiamo a rilevare la frequenza e distribuzione delle malattie ed osserviamo il progressivo consolidamento dei dati che indicano un aumento delle patologie e della mortalità da inquinamento atmosferico.


Come medici di medicina generale constatiamo direttamente nei nostri ambulatori la diffusione sempre maggiore di patologie tumorali e soprattutto l’abbassamento dell’età di incidenza (K mammari, Linfomi ecc.)

Come pediatri vediamo aggravarsi nei bambini residenti in zone più inquinate o più trafficate patologie come l’asma, il raffreddore primaverile, le bronchiti, le broncopolmoniti e soprattutto i tumori
(in Europa negli ultimi 30 anni si è registrato un incremento dell'1,2 % annuo dei tumori fra 0 e 14 anni e dell'1,4% tra i 14-19 anni)

Come medici specialisti in tutte le branche vediamo il costante aumento delle patologie cronico-degenerative tra cui quelle cardiocircolatorie e respiratorie che rappresentano le cause principali di mortalità e di ricovero o di disturbi nello sviluppo del sistema nervoso centrale legati all’esposizione a un vasto spettro di inquinanti chimici ambientali


Come dirigenti del Servizio Sanitario Nazionale vediamo le risorse indirizzarsi prevalentemente verso la cura, la riabilitazione e la diagnosi precoce piuttosto che verso la prevenzione primari
Come medici universitari e ricercatori studiamo le correlazioni tra patologie ed ambiente insalubre e le portiamo a conoscenza degli studenti.
.............

2008/09/14 La battaglia contro il carbone negli States


TRATTO DA QUALE ENERGIA.IT


La battaglia contro il carbone negli States


Negli Usa dei 150 progetti di centrali a carbone di cui si parlava 4 anni fa solo 14 stanno procedendo. Il quotidiano The Guadian racconta i risultati degli sforzi di un ampio fronte ambientalista americano, che ora spera nella sconfitta dell'energia prodotta dal carbone anche nel vecchio continente.
Quattro anni fa erano 150 le nuove centrali a carbone che si volevano costruire negli Stati Uniti. Dei 150 impianti progettati ce n’erano alcuni che da soli avevano più emissioni di certi paesi africani. Tutte assieme le centrali avrebbero rilasciato circa un miliardo di tonnellate di CO2 all’anno, più di quanta ne devono ridurre i paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto.
Oggi di quei 150 progetti solo 14 sono in fase di avvio, anche se rimangono al centro di aspre dispute legali. Degli altri 136, metà sono stati abbandonati per strada, sconfitti nei tribunali dagli avvocati ambientalisti o accantonati per motivazioni economiche; gli altri sono ancora bloccati da una vasta opposizione.

Il progetto di una riscossa del carbone negli Stati Uniti, fortemente voluto dal governo Bush e in particolare dal vicepresidente Dick Cheney, che nel 2001 tolse ad hoc le restrizioni chiave in materia di inquinamento - scrive Julienne Jovitt sul Guardian - si è rivelato un boomerang, suscitando come reazione una delle più grandi campagne ambientaliste mai viste negli Usa.
A opporsi al carbone i gruppi ambientalisti storici come il Sierra Club e parte della comunità scientifica come la Union of Concerned Scientists, ma all’interno di un fronte molto vasto che va da una schiera di politici locali alla lobby di cacciatori e pescatori, fino ai leader religiosi degli Stati attraversati dai monti Appalachi, dove la pratica di estrarre il carbone abbattendo parti di montagne (mountaintop removal mining) provoca enormi danni all’ambiente e alle comunità locali.

Alla fine le centrali a carbone sono state sconfitte in almeno 30 dei 50 Stati. Diverse le strategie usate: forti pressioni affinché in certi Stati venissero promulgate leggi contro le emissioni, come in California; l’attacco politico agli ingenti fondi pubblici seminascosti stanziati per il carbone; e, infine, le battaglie in tribunale.
In Florida e Minnesota, ad esempio, si è dimostrato che produrre elettricità da carbone andava contro le leggi statali perché non era il modo più economico per farlo; nel 2007, poi, la Corte Suprema ha incluso anche i gas serra tra le sostanze segnalate nel Clean Air Act, la principale legge Usa contro l’inquinamento atmosferico: una modifica che un tribunale della Georgia ha usato per bloccare una centrale a carbone.
Nel frattempo il lievitare dei costi di acciaio e cemento, l'incremento degli richiesti dalle banche, convinte, anche dalla vasta opposizione della rischiosità, dovuta alle possibili leggi contro le emissioni, di investire nel carbone, hanno fatto la loro parte nel far accantonare molti progetti soprattutto per motivi economici.

A sensibilizzare l’opinione pubblica americana nei confronti del problema del riscaldamento globale e delle emissioni di questa fonte sporca, spiega al Guardian Bruce Nilles, coordinatore nazionale della campagna per il Sierra Club, l’inusuale intensificarsi di eventi meteorologici estremi di questi ultimi anni:
dalle alluvioni nel mid-west, agli incendi in California, fino all’aumento di forza e frequenza dei tornado. Per merito dell’opinione pubblica ora almeno 6 Stati, California, Washington, Oregon, Florida, Idaho e Kansas, hanno indetto una moratoria sulle centrali a carbone.

La campagna ora si concentrerà sugli impianti esistenti e sulle industrie dell'estrazione,per far sì che gli Stati Uniti abbandonino definitivamente il carbone, spiega Nilles e sottolinea l'importanza di una vittoria della battaglia in Europa contro questo combustibile sporco: se si blocca il carbone nel vecchio continente è più probabile che gli organi legislativi Usa diano il loro appoggio ai piani dei candidati presidenziali di ridurre le emissioni e aderire agli accordi internazionali in materia. Se invece l’Europa continua sulla strada del carbone le conseguenze negli Usa e sugli accordi internazionali, dichiara , “saranno disastrose”.

GM

4 settembre 2008

2008/09/14 Le emissioni di una centrale a carbone o di un inceneritore aumentano il rischio di ammalarsi di autismo


RICEVIAMO DAL Dottor GHIRGA MEDICO I.S.D.E di CIVITAVECCHIA E PUBBLICHIAMO

Vivere intorno ad una fonte di emissione di mercurio quale una centrale a carbone o un inceneritore aumenta il rischio di ammalarsi di autismo.

Uno studio recente effettuato dalla University of Texas Health Science Center (San Antonio, Texas, USA) e pubblicato sulla nota rivista Journal Health & Place, ha messo in evidenza la presenza di un rischio statisticamente significativo tra la quantità di mercurio emesso da una fonte industriale d’inquinamento e l’incremento d’incidenza dell’autismo nei bambini che vivono nel territorio circostante.

La parola "autismo" deriva dal greco "autús" che significa "se stesso” e, come malattia o modello particolare di struttura psichica, si evidenzia drammaticamente per l’isolamento, l’anestesia affettiva, la scomparsa dell’iniziativa, le difficoltà psico-motorie, il mancato sviluppo del linguaggio.

Accanto a queste espressioni, di per se già disturbanti e fortemente disabilitanti, gli autistici dimostrano un’importante incontinenza emotiva che si espleta con urla, corse afinalistiche, ipercinesie, a volte aggressività, angoscia e terrore.

Avere un figlio affetto da autismo richiede un enorme impegno da parte dei famigliari ed è causa di una grande, costante preoccupazione.

I risultati di questa ricerca coincidono con quelli di numerosi altri studi che confermano l’elevata quantità di mercurio presente nelle piante, negli animali e negli esseri umani che vivono vicino a una fonte di emissione di questo elemento.

Il prezzo che i bambini pagano è sicuramente il più alto. Infatti, l’esposizione anche a dosi estremamente basse di numerosi inquinanti quali il mercurio, quando avviene durante quel periodo critico di formazione e sviluppo del sistema nervoso, in soggetti geneticamente predisposti, può aumentare il rischio di gravi patologie quali l’autismo.


La combustione del carbone è una delle cause più importanti di emissione nell’ambiente di mercurio; il carbone può contenere fino a 150 volte la quantità di mercurio presente nell’olio combustibile (Ambient Air Pollution by Mercury (HG). Position Paper. European Communities, 2001).

Gli autori dello studio hanno esaminato i dati di emissione di 39 centrali a carbone e di altre 56 sorgenti industriali presenti in Texas e li hanno messi a confronto con l’incidenza dell’autismo nei bambini che frequentavano 1.040 distretti scolastici.

I risultati sono stati molto chiari. Vivere intorno ad una fonte di emissione di mercurio quale una centrale a carbone o un inceneritore, aumenta in modo statisticamente significativo il rischio di ammalarsi di autismo. L’aumento d’incidenza della malattia ha mostrato una riduzione dell’1-2 % per ogni 16 chilometri di distanza dalla fonte stessa.

Parte del mercurio emesso nell’ambiente si deposita al suolo e, in seguito all’azione di alcuni batteri, viene trasformato in metilmercurio, una forma estremamente tossica. La contaminazione degli ecosistemi acquatici ne comporta il suo accumulo nel tessuto dei pesci e il suo ingresso nella catena alimentare.


In Inghilterra, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Canada e Australia, a causa di livelli elevati di metilmercurio nel pesce, allo scopo di proteggere la popolazione più a rischio (bambini e donne durante la gravidanza), viene consigliato di non mangiare o limitare l’assunzione di quei tipi di pesce nei cui tessuti è stata trovata una dose pericolosa di mercurio (Chief Medical Officier Urgent Comunication: Food Standard Agency: 14 May 2002).

Mentre l’esposizione al mercurio attraverso il consumo di pesce è ben documentata, si conosce molto poco su altre forme di esposizione quali l’aria e l’acqua potabile.

L’agenzia degli Stati Uniti per la Protezione dell’Ambiente (EPA) stima che di 158 milioni di tonnellate annue di mercurio emesse, il 33 % proviene dalla combustione del carbone e il 29 % dalla combustione dei rifiuti.

A conferma, inoltre, delle giuste preoccupazioni dei cittadini che lottano contro l’uso del carbone nella centrale di Civitavecchia, nel decreto del governo di Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) della centrale stessa si legge:

“Si esprime perplessità riguardo al fatto che le emissioni di mercurio possano essere effettivamente contenute nel valore dichiarato di 0.8 microgr/Nm3”
(pag. 18, riga 16)

“Con la centrale a carbone ci sarà un aumento del 50 % delle emissioni di mercurio”
(pag. 39, riga 26 - relazione istruttoria)

L’aumento delle emissioni di mercurio contrasta con l’EU Legislation and Policy Relating to Mercury and its compounds, Working document, March 2004, 1.1. Regulatory area: Main rilevant Provision. In questo documento si afferma, infatti, la forte volontà della Commissione Europea di ridurre l’inquinamento da mercurio presente nell’aria, nell’acqua e nel terreno, al fine di ottenere un alto livello di protezione per la popolazione.

Non è possibile valutare la quantità di mercurio che verrà emessa nell’aria in forma ossidata e in forma elementare. La prima porrà un rischio d’inquinamento da mercurio per le popolazioni che risiedono in un raggio di centinaia di km dalla centrale a carbone; le emissioni di mercurio in forma elementare causeranno invece un danno su scala mondiale
(U.S. Department of Energy National Energy Technology Laboratory – Five Year Research Plan on Fine Particulate Matter in the Atmosphere. FY2001-FY2005.8, pag. 27).

Dr. Giovanni Ghirga
Portavoce per il Lazio del
Coordinamento Nazionale dei Comitati dei Medici per l’Ambiente e la Salute

12 settembre 2008

2008/09/14 Parlare oggi di energia Uomo informato = uomo partecipe



TRATTO DA EDILIZIA 2000.it
12/09/2008
Parlare oggi di energia
Uomo informato = uomo partecipe


Storicamente, è risaputo, come già nell'architettura greca non fosse sconosciuta l'arte di progettare ed orientare le case in modo da usufruire del calore naturale riveniente dal sole.
Scavi archeologici eseguiti presso le originarie città di Olinto e Priene hanno evidenziato questa peculiarità delle antiche abitazioni.

Ma nell'epoca moderna si è dovuto attendere la crisi energetica del 1973, ed il relativo embargo petrolifero, per far sì che ci si interessasse al contenimento dei consumi energetici e quindi anche al possibile utilizzo dell'energia solare.

Oggi la inevitabile riduzione dei combustibili fossili fa guardare con accresciuto interese all'utilizzo di fonti energetiche alternative.

I paesi industrializzati si rendono conto di dover modificare le proprie politiche energetiche e si indirizzano prevalentemente verso una sensibilizzazione al risparmio energetico e verso l'energia solare, perché inesauribile e a garanzia di una minore dipendenza da nazioni estere.

Già dal 30 aprile 1976 la legge italiana n.373 recava norme per il contenimento del consumo energetico per usi termici negli edifici, e nel 1978 la nostra legislazione prevedeva già la installazione di impianti di riscaldamento e di produzione di acqua calda alimentati da fonti energetiche non tradizionali (vedasi l'art. 56 della Legge n. 457/78).

Tra gli altri provvedimenti legislativi vanno ricordati:
- Decreto legge 31 gennaio 1981 n.12, convertito in legge il 1° aprile 1981 col n.105;
- Disp. 22 ottobre 1981, Approvazione Ministeriale del Piano Energetico Nazionale;
- Legge 29 maggio 1982 n. 308;
- Legge 18 novembre 1983 n.645, recante disposizioni per l’esercizio degli impianti di riscaldamento;
- Rifinanziamento della Legge 308/82 con il D.L. 31 agosto 1987 n.364, recante misure urgenti per il finanziamento delle iniziative di risparmio energetico.

Ma negli anni '80 si assiste in Italia anche alla nascita di una marcata sensibilità verso una emergenza ecologica, che culmina con il gravissimo incidente della Centrale nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 e con il drammatico abbandono della ricerca scientifica sul nucleare a seguito del risultato del referendum popolare del novembre 1987.

Cosicché si torna a parlare oggi di utilizzo di energia solare, ma anche di energia eolica e geotermica, in quanto energie pulite a carattere ecologico
(omissis)

E' ovvio ricordare che ciò avviene anche in considerazione di un'accresciuta consapevolezza dell'emergenza ambientale, che porta a ridimensionare notevolmente l'utilizzo di impianti di produzione di energia a combustibili fossili, quali ad es. il carbone, che immettono nell'ambiente una pluralità di sostanze inquinanti (anidride solforosa, ossidi di azoto, particolati,ecc.).

Oggi l'obiettivo diventa quello di favorire la più ampia diffusione delle energie pulite e rinnovabili.


E parlando di tipologie energetiche derivanti dal sole si distinguono varie possibilità che vanno dalla cosiddetta Architettura solare passiva alla semplice conversione della luce per la produzione di energia termica (prevalentemente con produzione di acqua calda), dalle centrali solari con specchi di riflessione all'utilizzo di celle al silicio per la produzione di energia fotovoltaica.

Ci si è accorti però, negli ultimi anni trascorsi, che risulta vantaggioso favorire una produzione di energia in forma non centralizzata e quanto più diffusa sul territorio, facendo coincidere luogo di produzione con luogo di fruizione dell'energia stessa.

In tal modo si ridistribuisce il carico economico sui cittadini ma li si rende soggetti attivi sensibili ed autosufficienti delle scelte e della produzione di energia da utilizzare.

E questo spiega come le politiche governative ormai vadano a sostegno del contenimento dei consumi energetici e a favore dell'uso di fonti alternative mediante la concessione di incentivi finanziari quali sgravi fiscali, contributi a tasso zero o mutui agevolati.

Oggi viviamo in una società dell'informazione, pur tuttavia, senza illuderci che ciò sia sintomo di conoscenza, è certo che i cittadini siano abbondantemente informati per poter prendere le dovute decisioni in merito al proprio vivere futuro: non basta più pensare all'oggi, è indispensabile avere una visione proiettata verso le generazioni che ci seguiranno, per poter lasciar loro un ambiente ancora sano e vivibile.

Arch. Lorenzo Margiotta

2008/09/14 Dissenti?Allora ti denuncio!



RICEVIAMO Da Nocoketarquinia e pubblichiamo

Dissenti?Allora ti denuncio!
nuovo video su www.nocoketarquinia.splinder.com


Una realtà nascosta purtroppo come tante verità della nostra Italia.Ci vogliono etichettare come ambientalisti ottusi,facinorosi,falangi estremiste ma la verità che siamo cittadini responsabili che vogliamo bene al Mondo....nulla di più!

Gli abitanti di Tarquinia denunciati dall'amministrazione comunale dopo una civile protesta attuata durante il consiglio comunale
del 13 agosto per tutelare la salute e le imprese locali, per non morire di tumore a causa delle centrali a carbone.
In quell’occasione, la maggioranza di centro-sinistra che guida il Comune, deliberò la piena delega al Sindaco ad accettare le “compensazioni” economiche dell’Enel, a risarcimento del gravissimo inquinamento che provocherà la centrale di Civitavecchia alimentata a carbone.

Nel frattempo altri cinque cittadini sono stati denunciati dall''amministrazione di Tarquinia per aver contestatato verbalmente e pacificamente l'ambigua scelta del Comune di scendere a patti con l'ente energetico (omissis).Ricordiamo ancora una volta che siamo cittadini responsabili che per più di 50 anni abbiamo dato un grosso contributo energetico alla Nazione e stiamo continuando a farlo producendo attualmente 5000 mw.Per questo non vogliamo assolutamente che ci si dica di non voler nulla nel nostro giardino.

Il nostro giardino è stracolmo ed è stanco!



"Il sindaco non tutela le aziende agricole e turistiche e sceglie il carbone, questo emerge dai tanti comunicati del comune di Tarquinia che sceglie la polemica piuttosto che rispondere ai temi concreti che riguardano la riconversione a carbone di Civitavecchia, come quello legato all’economia. Per onorare la verità, bisogna però fare chiarezza su un tema che il nostro sindaco usa fin troppo spesso, su cui vorrebbe ricadesse una sorta di ruolo rassicurante: il “monitoraggio” . Il sindaco di una città ha il potere ed il dovere di fermare la centrale di TVN. Ma scegliendo di prendere i soldi sporchi del carbone, è evidente che Il sindaco del comune di Tarquinia non ha scelto la tutela del territorio:rimane da una parte a guardare il monitoraggio ambientale,che per legge compete agli istituti regionali e nazionali.Un sindaco dovrebbe tutelare i cittadini e la loro economia, piuttosto spieghi meglio la relazione che c’è tra il ruolo tecnico del monitoraggio e i soldi che intende incassare dall’accordo con Enel. Spieghi poi per quale motivo prende i soldi da Enel per un ruolo istituzionale che non gli compete, il monitoraggio, magari con le centraline acquistate proprio dall’ente elettrico che si fa controllare dallo stesso sindaco che accetta i suoi soldi. Per favore! Non siamo stupidi come lei vorrebbe.Infatti nella delibera del 13 Agosto il sindaco non è stato delegato dal consiglio comunale per fare il monitoraggio, ma per prendere i soldi da Enel, non si può mistificare la realtà fino a questo punto. Il sindaco di Tarquinia poteva scegliere di stare dalla parte dei cittadini e dell’economia del nostro territorio, ha scelto di stare dalla parte di Enel, dalla parte di chi prende i soldi e non gli resta altro che “monitorare”!.
Le aziende che insistono sul territorio coinvolto dalle ricadute dell’utilizzo del carbone non staranno a guardare il proprio tracollo economico e si organizzano senza il proprio sindaco.
Quindi il comune invece di polemizzare su due parole gridate in consiglio comunale ed arrivare addirittura a denunciare i suoi stessi elettori dovrebbe dire come salvare l'economia, l’agricoltura fiorente, la storia millenaria di questa meravigliosa cittadina che ha radici profonde nella storia ricca di tesori archeologici di valore inestimabile.
Le due imprenditrici denunciate hanno ricevuto fiumi di messaggi di solidarietà, questo per tutti noi è lo stimolo giusto per continuare a lottare contro il carbone e contro tutti coloro che lo sostengono, sindaco compreso." Comitato Tarquinia No Coke

2008/09/12 Quanto costa all´Italia sottovalutare la questione energetica e climatica


TRATTO DA GREENREPORT.IT
11/09/2008 Energia


Quanto costa all´Italia sottovalutare la questione energetica e climatica
font-weight: di Lucia Venturi

LIVORNO. Onorare gli impegni assunti dal vertice dei capi e di governo dell’Unione europea a 25, nel marzo 2007, ovvero ridurre entro il 2020 il 20% dei consumi elettrici, aumentare del 20% l’efficienza energetica e il ricorso alle energie rinnovabili, costerebbe al nostro paese 23 miliardi di euro l’anno tra il 2013 e il 2020. Un totale di 161 miliardi.

I conti li ha fatti il centro studi dell’energia di Bologna, il Rie e sembrano in linea con quelli fatti dal ministero dello Sviluppo. Queste cifre saranno alla base della posizione italiana al Consiglio europeo dei ministri programmato a metà ottobre, per decidere come portare avanti la direttiva.

L’applicazione dello schema 20-20-20, porterebbe secondo le stime dell’Ue ad incidere per lo 0,6% del pil europeo e ad un contributo all’abbassamento delle emissioni globali di anidride carbonica dello 0,3 %, ma permetterebbe all’Europa di avere un ruolo più inciso nella trattativa delle misure previste per gli accordi di Kyoto 2012 che si apriranno a Copenaghen nel dicembre 2009.
Cifre che hanno fatto assumere un atteggiamento cautelativo all’attuale governo che prima di aderire in maniera incondizionata agli impegni vuole verificare quanto costerebbe al nostro paese.

Le valutazioni aggiornate fatte dal ministero dell’Ambiente e riportate oggi da un articolo sul Sole 24 ore, stimano un costo complessivo «di 50 miliardi di euro per lo sviluppo delle risorse rinnovabili e per la riduzione dell’intensità energetica non inferiore a 120 miliardi di euro. Ovvero un costo annuale non inferiore a 15 miliardi di euro l’anno di oneri addizionali per l’Italia nel periodo 2013-2020». Somme cui vanno aggiunti i costi necessari per l’acquisto dei crediti e dei permessi di emissione per rispettare gli obiettivi di riduzione di Co2.

Vale la pena ricordare che l´Italia si è impegnata, nell’aderire al protocollo di Kyoto, per una riduzione delle emissioni di Co2 (tra il 2008 e il 2012) del 6,5% e che, rispetto ai calcoli più recenti, riferiti al marzo 2006, registra emissioni del 9,9% superiori al 1990, ovvero anziché ridurre le proprie emissioni le ha aumentate.
E vale anche la pena sottolineare che il mancato raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto costa ogni giorno al nostro paese, dal 1° gennaio 2008, 4.111.000 € (47,6 € al secondo).

Uno sguardo al contatore che gira nel sito internet del Kyoto Club e che visualizza in tempo reale la crescita di questo debito, porta oggi la cifra a oltre 1 miliardo e 46 milioni, che diventeranno 1,5 miliardi alla fine dell’anno.
Costi che andranno aggiunti anche questi, agli oneri da sostenere per mantenere gli impegni futuri.

Un’emergenza pesante in termini economici, di immagine e di mancate opportunità.
Paghiamo dieci anni di sottovalutazione del problema climatico e di una notevole superficialità rispetto all´entrata in vigore degli accordi previsti con il protocollo di Kyoto.
Ma quanto avrebbe giovato al nostro paese in termini economici ed occupazionali avere avviato invece politiche tese all’efficienza e al risparmio energetico e allo sviluppo di fonti rinnovabili, non solo come produzione energetica ma come avvio di una filiera tecnologico- industriale innovativa? Difficile dirlo in maniera complessiva, ma già il fatto che una azienda come la Stmicroelettronic abbia ridotto a parità di produzione del 5% annuo i consumi energetici in un decennio (1994-2006), risparmiando per questo una cifra pari a 200 milioni di dollari, come ricorda l’ex manager della St Pasquale Pistorio, la dice lunga su quale sia la strada più conveniente.

Certo è che a parte alcuni casi virtuosi, il nostro paese ha avuto una bassa crescita dell’efficienza energetica nell’ultimo decennio, a fronte invece di un costante miglioramento su scala europea, come si evidenzia nel rapporto Ambiente Italia 2008. Mentre è cresciuto di oltre il 15% il consumo interno lordo di energia con una quota di utilizzo dei combustibili fossili ferma attorno al 93-95% . Con il dato della crescita delle fonti rinnovabili, che seppur positivo, rimane ancora marginale.

Settori dove quindi esistono ampi margini di miglioramento e che potrebbero aiutare anche a far uscire il nostro paese dalla crisi economica

11 settembre 2008

2008/09/09Qualità aria, lecito adire Magistratura contro Stato inadempiente



Tratto da reteambiente normativa /news/aria
Milano, 08 settembre 2008
Qualità aria, lecito adire Magistratura contro Stato inadempiente

In caso di rischio di superamento dei valori limite o di allarme della qualità dell'aria, è lecito agire in giudizio per chiedere l'adozione da parte della PA dei necessari provvedimenti antinquinamento.

Per la Corte europea di Giustizia l'obbligo sancito dall'articolo 7, punto 3, della direttiva 96/62/Ce (sulla qualità dell'aria) a carico degli Stati membri di predisporre piani d'azione che indichino le misure da adottare a breve termine nel caso si prospetti il rischio citato comporta uno speculare ed immediato diritto in capo a soggetti che vedono minacciata la loro salute di chiedere ai Giudici nazionali provvedimenti di coercizione in caso di inerzia delle Autorità competenti.

Il Giudice comunitario ha sottolineato, con sentenza 25 luglio 2008 C-237/07, come tale diritto sussista anche quando i medesimi soggetti minacciati dispongano, in forza dell'ordinamento nazionale, di altre procedure per ottenere dalle medesime autorità che esse adottino misure di lotta contro l'inquinamento atmosferico.(Vincenzo Dragani)


documenti di riferimento

area normativa>Aria>Documentazione Complementare>
Sentenza Corte di Giustizia Ue 25 luglio 2008, causa C-237/07
Direttiva 96/62/Ce - Valutazione e gestione della qualità dell'aria ambiente - Fissazione dei valori limite - Diritto di un terzo vittima di danni alla salute alla predisposizione di un piano d'azione

area normativa>Aria>Normativa Vigente>
Direttiva Consiglio Ue 96/62/Ce
Qualità dell'aria - Testo consolidato

09 settembre 2008

2008-09-09Assurdi incentivi al carbone del Sulcis


TRATTO DA QUALE ENRGIA.IT


Assurdi incentivi al carbone del Sulcis

La Commissione europea ferma il progetto della nuova centrale a carbone del Sulcis. Occorre indagare sugli incentivi previsti che sarebbero lesivi della concorrenza. Il carbone non è la fonte energetica per lo sviluppo della Sardegna.
Frena ancora il progetto di una centrale elettrica a carbone vicino alle miniere del Sulcis. Le ditte che dovrebbero partecipare alla gara per la costruzione e la gestione, senza la garanzia di incentivi statali non si fanno avanti e proprio sugli incentivi che lo Stato dovrebbe stanziare la Commissione europea ieri ha bacchettato l’Italia. Tali aiuti potrebbero essere lesivi della concorrenza, sostiene la Commissione, che ha avviato in proposito un’indagine formale e invitato l’Italia a “sospendere immediatamente qualsiasi azione che conduca all’ulteriore avanzamento del progetto come previsto fino a d oggi”.

Il progetto della centrale prevede un ciclo integrato tra l’estrazione del carbone e l’impianto per produrre energia alimentato dal combustibile fossile, un modo per valorizzare la miniera, dato che il recupero economico dei costi si avrebbe soprattutto con la produzione di energia elettrica. L’energia verrebbe poi venduta sul mercato a prezzi maggiorati (grazie agli incentivi statali), mentre le imprese sarde potrebbero ottenere sconti sulle tariffe. La Commissione, appunto, teme che questo accordo possa “dare un vantaggio competitivo non dovuto al nuovo impianto, che riceverebbe un aiuto operativo, e anche ai consumatori finali, che avrebbero la possibilità di comprare elettricità a prezzi artificialmente bassi”.

Già nella primavera del 2006 la Commissione aveva bocciato senza mezzi termini il sistema di incentivi in base al quale la società vincitrice della gara avrebbe potuto vendere al GSE l’elettricità prodotta con la stessa formula di prezzo del Cip 6/92, ottenendo in questo modo, secondo Bruxelles, un indebito aiuto di Stato.
Ora però gli incentivi sono tornati nel progetto, che senza aiuti statali sarebbe poco conveniente, per giunta abbinati a sconti verso i grossi consumatori di energia. Un sussidio dunque ad una fonte niente affatto rinnovabile. Aiuti che secondo l’Ue potrebbero “penalizzare gli attuali fornitori di energia elettrica, che perderebbero i loro maggiori clienti a causa della nuova centrale sovvenzionata e sarebbero costretti a ridurre la produzione per mancanza di altri sbocchi”. Inoltre, in assenza di una clientela consistente, specifica la nota della Commissione, “sarà difficile che nuovi fornitori di energia entrino sul mercato”.

Gli incentivi al carbone, d’altra parte, prima che dall'Europa erano già stati “bocciati” fin dall’inizio dagli ambientalisti: “Carbone, sulcis e Cip6 è il peggiore tris con cui giocare la difficile partita del caro energia e dei cambiamenti climatici - commenta Matteo Leonardi responsabile energia e clima del WWF Italia - la fonte maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici, la miniera più inquinante ed antieconomica d’Europa, il sistema d’incentivazione meno trasparente che si possa immaginare. E’ un esempio lampante di pessima politica energetica, antieconomica e irresponsabile nella lotta ai cambiamenti climatici.
Il tutto - rincara Leonardi - con il pretesto di difendere l’occupazione e sviluppare le risorse nazionali, ma è evidente la volontà di drenare risorse ai consumatori per favorire le solite imprese elettriche e i soliti grandi consumatori. Meno male interviene la Commissione europea. Perseverare nel passato significa soffocare il rinnovamento non solo dei sistemi energetici, ma anche di quelli industriali. Quando si introduce un incentivo improprio qualcuno ne beneficia e gli altri pagano sempre di più.” E conclude: “l’occupazione si promuove con le nuove tecnologie per l’efficienza e il risparmio energetico, la Germania installa 1000 MW di solare fotovoltaico all’anno, in Sardegna forse è nuvoloso? Pare di sì".

Dello stesso parere anche Francesco Tedesco, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia: “E' scandaloso che in Sardegna si pensasse di assegnare al carbone sporco del Sulcis incentivi che dovrebbero andare invece alle fonti rinnovabili, così come è scandaloso che Soru continui a bloccare lo sviluppo nell'Isola di una fonte pulita come l'eolico - commenta a Qualenergia.it - perseguire questa oscena politica pro-carbone in Sardegna va contro gli impegni italiani per Kyoto, contro le politiche dell'Unione europea, e contro lo stesso interesse dei sardi in quanto l'eolico permetterebbe di creare molti più posti di lavoro. Si tratterebbe di un'occupazione pulita che renderebbe inutile riaprire miniere chiuse da oltre 40 anni. Puntando sull'eolico, la Sardegna avrebbe la possibilià di soddisfare la metà della propria domanda interna di energia, per sempre. Questa è la vera innovazione".

GM

17 luglio 2008

07 settembre 2008

2008-09-05"A PROPOSITO DI OZONO"


Tratto da www.arpa.veneto.it/
aria/ozono.

A proposito di Ozono...

In prossimità dell'estate si torna a parlare di "allarme ozono" e della necessità di cautelarsi dallo "smog estivo".
Ma cos'è l'ozono, di cui leggiamo tanto
frequentemente sui quotidiani e che sentiamo citare spesso durante i telegiornali?

Perché viene messo in relazione al "solleone" o all'inquinamento dei nostri centri urbani?Per evitare di fare confusione intorno a questi temi e favorire l'adozione di comportamenti effettivamente utili per la tutela della propria salute e dell'ambiente in cui viviamo, cerchiamo di rispondere alle principali domande.

Cosa succede nell'atmosfera?

Una precisazione fondamentale da ricordare è che l'inquinamento "da ozono", più comunemente detto smog estivo, non va confuso con il problema del buco dell'ozono.

L'ozono è un gas formato da tre atomi di ossigeno (O3). In natura si trova in concentrazioni rilevanti negli strati alti dell'atmosfera terrestre (da 15 a 60 Km di altezza), dove costituisce una fascia protettiva nei confronti della radiazione ultravioletta del sole.

In questa zona dell'atmosfera, detta "stratosfera", l'ozono è dunque indispensabile alla vita sulla terra perché impedisce di far passare i raggi pericolosi per la nostra salute.

Negli strati bassi dell'atmosfera invece, la cosiddetta "troposfera", esso è presente in basse concentrazioni, tranne nelle aree in cui la presenza di alcuni inquinanti chimici, in concomitanza di fattori meteoclimatici favorevoli, può indurne la formazione con conseguente aumento della concentrazione.

Se dunque il buco dell'ozono si riferisce all'assottigliamento dello strato di ozono ci cui abbiamo bisogno per proteggerci dalle radiazioni ultraviolette, l'inquinamento da ozono si riferisce all'aumento della sua presenza nell'aria che respiriamo soprattutto nei periodi estivi e che può avere effetti dannosi sulla salute dell'uomo e sull'ambiente.


Come si forma l'ozono nell'aria che respiriamo?


Al livello del suolo la molecola di ozono si forma quando altri inquinanti, principalmente ossidi di azoto e composti organici volatili, reagiscono a causa della presenza della luce del sole.

Le sorgenti di questi inquinanti "precursori" dell'ozono sono di tipo antropico (i veicoli a motore, le centrali termoelettriche, le industrie, i solventi chimici, i processi di combustione etc. ),
e di tipo naturale, quali i boschi e le foreste, che emettono sostanza organiche volatili molto reattive chiamate "terpeni".

Il fatto più importante da sottolineare è che nella bassa atmosfera l'ozono è un agente inquinante che non è prodotto direttamente dall'attività dell'uomo, ma è originato dalle reazioni fotochimiche di inquinanti primari. Per tale motivo, l’ozono è definito un inquinante secondario.

Le concentrazioni di ozono sono influenzate da diverse variabili meteorologiche come l'intensità della radiazione solare, la temperatura, la direzione e la velocità del vento: ecco perché si osservano delle sistematiche variazioni stagionali nei valori di ozono.

Nei periodi tardo-primaverili ed estivi, le particolari condizioni di alta pressione, elevate temperature e scarsa ventilazione favoriscono il ristagno e l'accumulo degli inquinanti e il forte irraggiamento solare innesca una serie di reazioni fotochimiche che determinano concentrazioni di ozono più elevate rispetto al livello naturale
che è compreso tra i 20 e gli 80 microgrammi per metro cubo di aria. Al contrario in inverno si registrano le concentrazioni più basse.

I valori massimi sono raggiunti nelle ore più calde della giornata, dalle 12 alle 18 per poi scendere durante le ore notturne.


L'ozono è un fenomeno che si presenta solo su scala locale?


L'analisi dell'inquinamento atmosferico consiste nell'interazione fra tre componenti di base: emissioni, atmosfera e recettori.
La genesi dell'inquinamento è da ricercare nella sorgente di emissione, gli esiti sono la concentrazione di determinate sostanze nell'aria. L'emissione è rappresentata dalla massa inquinante rilasciata in aria, mentre la concentrazione è rappresentata dalla massa inquinante presente in un certo volume d'aria.

Quali sono le cause che portano alla sua formazione?
Una volta immessi in atmosfera gli inquinanti vengono trasportati, dispersi e trasformati chimicamente.

La dinamica di formazione dell'ozono e degli altri inquinanti fotochimici è tale per cui grandi bolle d'aria possono spostarsi anche a svariati (decine/centinaia) chilometri di distanza dalle fonti emettitrici degli inquinanti precursori.

Considerando inoltre che in prossimità di fonti produttrici di NO (monossido di azoto, emesso dai veicoli a motore e dai grandi impianti di combustione), l'ozono viene significativamente consumato dalla reazione

NO + O3 NO2 + O2,

si capisce come i valori più elevati di questo inquinante si raggiungono in quelle zone meno interessate dalle attività umane (contrariamente a quanto si è portati a credere secondo il senso comune).

Diversi gruppi di studio a livello mondiale sono da molti anni impegnati nello studio di questo complesso fenomeno, al fine di comprenderne i meccanismi e di trovare le soluzioni.
Una volta immessi in atmosfera gli inquinanti vengono trasportati, dispersi e trasformati chimicamente.

Gli effetti dello smog fotochimico


I motivi che rendono necessario il monitoraggio dell'ozono e la riduzione delle sue concentrazioni in atmosfera sono numerosi.

La presenza di elevati livelli di ozono danneggia la salute umana, quella degli animali e delle piante (ne influenza la fotosintesi e la crescita), e produce il deterioramento dei materiali; riduce inoltre la visibilità.

Mentre al momento non sono ancora ben note le conseguenze "croniche",
derivanti cioè da una lunga esposizione a basse concentrazioni di ozono, tra gli effetti "acuti" si devono ricordare le irritazioni agli occhi, al naso, alla gola e all'apparato respiratorio, un senso di pressione sul torace e la tosse (forte azione irritante nei confronti delle mucose).

In ogni caso i rischi dipendono dalla concentrazione di ozono presente e dalla durata dell'esposizione.
In caso di sforzi fisici l'azione irritante risulta più intensa e le prestazioni fisiche possono diminuire.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la funzione respiratoria diminuisce in media del 10% nelle persone sensibili che praticano un'attività fisica all'aperto se la concentrazione dell'ozono nell'aria raggiunge 200 µg/m³.

Vari studi hanno evidenziato inoltre una maggiore frequenza di crisi asmatiche e, in concomitanza con altri inquinanti atmosferici, l'insorgere di malattie dell'apparato respiratorio.

Le più recenti indagini mostrano inoltre che lo smog estivo ed il forte inquinamento atmosferico possono portare ad una maggiore predisposizione ad allergie delle vie respiratorie.


In ogni caso occorre ricordare che gli effetti dell'ozono sono contraddistinti da grandi differenze individuali e gli eventuali disturbi sanitari non hanno carattere cumulabile, ma tendono a cessare con l'esaurirsi del fenomeno di concentrazione acuta di ozono.
Chi deve cautelarsi dal "rischio ozono"?

Le categorie di popolazione particolarmente suscettibili ai rischi di esposizione ad ozono sono:

i bambini
le donne in gravidanza
gli anziani
chi svolge attività lavorativa e fisica all'aperto e in particolare:
i soggetti asmatici
i soggetti con patologie polmonari e cardiologiche

E' bene che queste persone evitino prolungate esposizioni all'aperto nelle ore più calde della giornata e riducano al minimo, sempre durante le stesse ore, lo svolgimento di attività fisiche affaticanti (passeggiate in bicicletta, gare, attività sportive in genere) che comporterebbero un aumento dell'impegno respiratorio.

E' opportuno svolgere tali attività nelle prime ore della giornata (non oltre le ore 10 del mattino) oppure nel tardo pomeriggio o alla sera (dopo le 18).

Quando preoccuparsi per l'ozono?

A causa degli effetti dell'ozono sull'uomo e sulla vegetazione confermati da numerosi studi epidemiologici la normativa europea e a cascata quella italiana hanno regolamentato la valutazione delle concentrazioni di tale inquinante. Il Decreto Legislativo 183/04 che recepisce la Direttiva 2002/3/CE introduce le definizioni di:

1.soglia di informazione: livello oltre il quale vi è un rischio per la salute umana in caso di esposizione di breve durata per alcuni gruppi particolarmente sensibili della popolazione;
2. soglia di allarme: livello oltre il quale vi è un rischio per la salute umana in caso di esposizione di breve durata e raggiunto il quale devono essere adottate le misure previste dall’articolo 5;
3.obiettivo a lungo termine: concentrazione di ozono nell’aria al di sotto della quale si ritengono improbabili, in base alle conoscenze scientifiche attuali, effetti nocivi diretti sulla salute umana e sull’ambiente nel suo complesso. Tale obiettivo è conseguito nel lungo periodo, purché sia realizzabile mediante misure proporzionate, al fine di fornire un’efficace protezione della salute umana e dell’ambiente;
4.valore bersaglio: livello fissato al fine di evitare a lungo termine effetti nocivi sulla salute umana e sull’ambiente nel suo complesso, da conseguirsi per quanto possibile entro un dato periodo di tempo.
Nella Tabella di seguito riportata sono indicate le soglie e gli obiettivi a lungo termine introdotti dal D.Lgs. 183/04 e già in vigore. I valori bersaglio per la protezione della popolazione e della vegetazione entreranno in vigore dal 1° gennaio 2010.

Protezione salute umana

Obiettivo a lungo termine per la protezione della salute umana
Media su 8 ore massima giornaliera nell’arco di un anno civile:120 µg/m³

Soglia di informazione
Media di 1 ora:180 µg/m³

Soglia di allarme
Media di 1 ora:240 µg/m³

2008-09-08 "A QUILIANO nel 2006 ......... 61 superi del VALORE BERSAGLIO PROTEZIONE PER LA SALUTE " per l'OZONO


TRATTO DAL SITO DELLA REGIONE LIGURIA
VALUTAZIONE ANNUALE DELLA QUALITÀ DELL’ARIA
- ANNO 2006 -
REVISIONE ZONIZZAZIONE

1.2.2 OZON0
Anche con riferimento alla normativa riguardante l’Ozono è utile richiamare alcune“definizioni” del Legge 183/04:
• valori bersaglio per la protezione della salute umana e per la protezione della vegetazione: livello fissato al fine di evitare a lungo termine effetti nocivi sulla salute umana e sull’ambiente nel suo complesso, da conseguirsi per quanto possibile entro un dato periodo di tempo;
• obiettivi a lungo termine per la protezione della salute umana e per la protezione della vegetazione: concentrazione di ozono nell'aria al di sotto della quale si ritengono improbabili, in base alle conoscenze scientifiche attuali, effetti nocivi diretti sulla salute umana e sull'ambiente nel suo complesso. Tale obiettivo è conseguito nel lungo periodo, sempre che sia realizzabile mediante misure proporzionate, al fine di fornire un'efficace protezione della salute umana e dell'ambiente”;
• soglia di allarme: livello oltre il quale vi è un rischio per la salute umana di esposizione di breve durata della popolazione in generale, e raggiunto il quale è necessario un intervento immediato;
soglia di informazione: livello oltre il quale vi è un rischio per la salute umana in caso di esposizione di breve durata per alcuni gruppi particolarmente sensibili della popolazione e raggiunto il quale è necessario fornire al pubblico adeguate informazioni in ordine ai livelli di concentrazione ed ai comportamenti da tenere;
Per la valutazione preliminare dei livelli di ozono, in base alla quale procedere alla zonizzazione del territorio, il d.Lgs 183/04 prevede che qualora non si disponga di misure rappresentative dei livelli di ozono per tutte le zone e agglomerati, sia possibile affiancare ai risultati del rilevamento altri metodi di valutazione obiettiva o di stima.
Successivamente alla valutazione preliminare, le valutazioni devono essere effettuate annualmente, secondo i criteri stabiliti all’art. 6 del d. Lgs 183/04.
Tale articolo prevede in particolare che la misurazione in continuo in siti fissi sia obbligatoria in tutte le zone o agglomerati in cui, durante uno qualsiasi degli ultimi cinque anni di rilevamento, le concentrazioni di ozono hanno superato gli obiettivi a lungo termine.
Anche per le zone in cui si registrano o si stimano livelli di ozono inferiori agli obiettivi a lungo termine è necessario mantenere il monitoraggio, integrato con altri metodi di valutazione, quali le tecniche di modellizzazione della qualità dell’aria e la misura contestuale del biossido di azoto.
La norma relativa all’ozono prevede inoltre la misurazione nelle aree urbane e suburbane dei precursori dell'ozono, ai fini dell'analisi delle tendenze.
La misurazione dei precursori dell'ozono deve comprendere almeno gli ossidi di azoto, ed i compostivorganici volatili (COV) del caso.

3.4 Indicatori statistici e trend - Ozono


3.4.1 Protezione della salute
Il superamento del valore stabilito per la soglia di allarme, pari a 240 μg/m3 come media oraria, non si registra, a partire dal 2001, in nessuna stazione di rilevamento regionale.
Si registrano ancora superamenti della soglia di informazione, pari a 180 μg/m3 come media oraria, in entrambe le zone della zonizzazione. I superamenti avvengono nel periodo compreso tra Aprile e Settembre ed il loro numero è strettamente correlato con la situazione climatica del periodo.
Per il 2006 si registra il superamento del valore bersaglio per la protezione della salute, (120g/m3, come media massima giornaliera di 8 ore, da non superare per più di 25 giorni per anno civile,come media su 3 anni) in almeno una postazione in entrambe le zone della zonizzazione Ozono.Nelle postazioni che non superano il valore bersaglio risulta superato l’obiettivo a lungo termine (120g/m3, come media massima giornaliera di 8 ore nell’arco di un anno civile).

Numero superi per anno. al valore bersaglio per la salute


Quarto (Urbana) ANNO 2002 - 32 ANNO 2003 - 54 ANNO 2004 - 7 ANNO 2005- 0 ANNO 2006 - 37
Aquasola (Urbana) ANNO 2002 - 18 ANNO 2003 - 62 ANNO 2004 - 20 ANNO 2005 - 0 ANNO 2006 - 25
Firenze di Genova(Urb residen)ANNO 2002 - 19 ANNO 2003 - 13 ANNO 2004 - 4 ANNO 2005 - 3 ANNO 2006 - 24
Quiliano (suburb)ANNO 2002 - 6 ANNO 2003 - 79 ANNO 2004 - 38 ANNO 2005 - - ANNO 2006 - 61
Giovi (suburba) ANNO 2004 - 5 ANNO 2005 - 0 ANNO 2006 - 5
Cengio (Rurale) ANNO 2002 - 13 ANNO 2003 - 44 ANNO 2004 - 0 ANNO 2005 - 30 ANNO 2006 - 52
Chiappa (suburbana) Zona B ANNO 2005 - 96 ANNO 2006 - 91

CONSIDERAZIONI DI UNITI PER LA SALUTE

A Quiliano come si può notare dai dati sopracitati nel 2003 vi sono stati 79 superi al valore bersaglio per la salute,nel 2004 38;nel 2005 dato non disponibile , nel 2006 61 superi.
NELL'attività svolta nel 2008 (un monitoraggio sperimentale effettuato con campionatori ad alto volume dall'Arpal a Capo Vado e Savona e presentato in Provincia a Savona a luglio) nelle conclusioni troviamo: "PER L'OZONO RISULTANO SUPERATI I VALORI BERSAGLIO PER LA PROTEZIONE DELLA SALUTE DELLA VEGETAZONE NELL'INTERO TERRITORIO REGIONALE.Inoltre nel 2006 si è registrato un aumento,rispetto al 2005,del numero di giorni di superamento della soglia di informazione."
VISTO CHE:
La Zona 2 – Savonese - comprende i Comuni di Savona Vado e Quiliano
ed è identificabile con la sottozona 2b di cui al paragrafo 5.2 del Piano di risanamento della qualità dell’aria;
Restiamo in attesa di avere puntuali informazioni sulla qualità dell'aria e soprattutto di opportuni provvedimenti a tutela della nostra salute e del nostro ambiente .
.
CI SEMBRA INDISPENSABILE CHE LA POPOLAZIONE SIA CORRETTAMENTE INFORMATA SECONDO LE NORME DI LEGGE IN VIGORE

04 settembre 2008

2008-09-04 "LA CLASSIFICA DEGLI IMPIANTI PIÙ INQUINANTI IN ITALIA"




Greenpeace presenta la classifica 2007 delle emissioni di anidride carbonica (CO2)IMPIANTI PIÙ INQUINANTI IN ITALIA 2007
- dati in tonnellate di CO2 -

Proprietà Emissioni verificate Quote assegnate Differenza


1) CENTRALE TERMOELETTRICA DI BRINDISI SUD Enel
14.198.000 13.417.000 + 781.000
2) STABILIMENTO ILVA DI TARANTO Ilva
10.620.000 8.990.000 + 1.630.000
3) CENTRALE TERMOELETTRICA DI TARANTO Edison
9.502.000 8.507.000 + 995.000
4) RAFFINERIE SARAS DI SARROCH Saras
6.259.000 6.160.000 + 99.000
5) CENTRALE TERMOELETTRICA DI MONTALTO DI CASTRO Enel
4.582.000 729.000 + 3.853.000
6) CENTRALE TERMOELETTRICA DI FIUMESANTO Endesa Italia
4.314.000 3.615.000 + 699.000
7) CENTRALE TERMOELETTRICA DI FUSINA Enel
4.246.000 4.750.000 - 504.000
8) RAFFINERIA DI GELA Eni
3.875.000 3.652.000 + 223.000
9) CENTRALE TERMOELETTRICA DI VADO LIGURE Tirreno Power
3.824.000 3.289.000 + 535.000
10) CENTRALE TERMOELETTRICA DI LA SPEZIA Enel
3.665.000 3.407.000 +25800

Fonte: Elaborazione Greenpeace su dati Registro europeo CITL e Registro italiano GRETA, aggiornati al 07/07/2008


DA QUALE ENERGIA .IT
La classifica degli emettitori
Emissioni di CO2 Calano leggermente le emissioni, ma aumenta il disavanzo rispetto alle quote assegnate. Maglia nera ad Enel. I numeri delle emissioni di CO2 in Italia nel 2007 presentati da Greenpeace.
Calano le emissioni, ma non quanto basta per non sforare sulle quote assegnate nell’ambito dell’emissioni trading scheme europeo (ETS), anzi il disavanzo rispetto alle quantità permesse cresce. La “maglia nera" come già negli anni scorsi - va all’Enel, l’impianto più inquinante una centrale a carbone. È quanto emerge dalla classifica delle emissioni di CO2 - presentata da Greenpeace Italia - per i settori regolamentati dall’Ets nel 2007 in Italia.

Il totale della CO2 emessa è passato dai 227,1 milioni di tonnellate del 2006 a 226,4, un calo insufficiente rispetto alle quote assegnate, passate da 204,3 del 2006 a 201,0 nel 2007. Quindi in totale nel paese si sono emesse 25,4 milioni di tonnellate in più rispetto ai permessi assegnati, nel 2006 si era sforato di “sole” 22,8 milioni di tonnellate. Un disavanzo, quello del 2007, che ha pesato relativamente poco solo per i prezzi bassi della CO2 avuti durante l’anno (dovuti alla sovrallocazione avvenuta sul mercato europeo per la fase 'zero' del sistema Ets, ossia dal 2005 al 2007), ma che al costo attuale (27-28 euro a tonnellata) si tradurrebbe in circa 700 milioni di euro.

Il settore termoelettrico, dice la classifica, si conferma quello con le maggiori emissioni (146,6 milioni di tonnnellate), seguono staccati di molto la produzione del cemento (31,4) e la raffinazione (26). Le grandi compagnie elettriche sono dunque le aziende che rilasciano più emissioni. In testa Enel che, pur avendo ridotto rispetto al 2006 sia emissioni (di circa 5 milioni di tonnellate) che disavanzo sulle quote assegnate (di quasi 4 milioni ton), resta l’operatore che emette di più in Italia (con 46,7 milioni di tonnellate) e che più deve ricorrere al mercato per acquistare le quote in eccesso (6,8 milioni di tonnnellate). Seconda in classifica Edison, che emette 24,2 milioni di tonnellate di CO2, ma che ha un disavanzo di ben 6,1 rispetto alle quote assegnate.

Commentando la “maglia nera” di Enel, Greenpeace denuncia la politica dell’azienda, orientata al carbone, il combustibile peggiore in quanto a emissioni. Una scelta che - secondo l’associazione ambientalista - “metterà in ginocchio l’intero Paese per quanto riguarda gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra.” Nel lungo periodo il piano industriale di Enel, spiega Greenpeace, prevede di arrivare al 50% della propria produzione elettrica da carbone. Nel 2009 dovrebbe essere inaugurata la centrale a carbone di Civitavecchia, e il Gruppo intende continuare a convertire a carbone le centrale di Porto Tolle (Rovigo), Piombino, Rossano Calabro più ampliamenti di potenza a carbone nel Sulcis e a Fiumesanto, in Sardegna. “Le sole emissioni di CO2 di una centrale come Civitavecchia - sottolinea Greenpeace - superano le 10 milioni di tonnellate all’anno.”

Tra gli impianti che intanto sono già in funzione, si legge nella tabella allegata alla classifica, nel 2007 è stata una centrale a carbone Enel ad emettere più anidride carbonica, quella di Brindisi Sud con 14,2 milioni di tonnellate. Secondo in classifica lo stabilimento dell’acciaieria Ilva di Taranto (10,6), mentre al terzo posto c’è un altro impianto della stessa città: l’inceneritore-centrale termoelettrica, di proprietà Edison, che funziona a fonti assimilate, coperte da contributo Cip 6, e che emette circa 6,2 milioni di tonnellate di CO2.

GM

25 agosto 2008 *

CI PERMETTIAMO UNA SOLA CONSIDERAZIONE COME "UNITI PER LA SALUTE":
PROBABILMENTE IL PROPOSTO POTENZIAMENTO A CARBONE DELLA CENTRALE TIRRENO POWER
CI PERMETTERA' DI SALIRE ALCUNE POSIZIONI IN GRADUATORIA NELLA CLASSIFICA DEGLI IMPIANTI PIU'INQUINANTI D'ITALIA E DI PERDERNE ALTRE SICURAMENTE PER LA QUALITA' DEL NOSTRO AMBIENTE E DELLA NOSTRA SALUTE .
DALLA SOPRACITATA CLASSIFICA SIAMO GIA' L'IMPIANTO PIU' INQUINANTE DEL SETTENTRIONE E NON ABBIAMO L'AMBIZIONE DI VOLER RAGGIUNGERE LA MAGLIA NERA SOPRATTUTTO PER LA NOSTRA SALUTE .

02 settembre 2008

2008-09-02 "MAGISTRATURA ULTIMA SPERANZA"



Dal Sito NOCOKE.ORG Di Torre Valdaliga Nord di Civitavecchia
venerdì 29 agosto 2008
"Magistratura: ultima speranza"

Molti italiani pensano che la Magistratura occupi spazi e si arroghi prerogative non proprie. In realtà l’Autorità giudiziaria cerca affannosamente di porre rimedio alla ignavia e alla colpevole inerzia di altri Organi dello Stato.
Da molto tempo denunciamo la presenza nel nostro territorio di gravi ed incontrollate fonti di inquinamento (centrali termoelettriche, porto, depositi di idrocarburi, discariche tossiche, cementificio ecc.). Le nostre segnalazioni sono state “seppellite” nell’indifferenza delle Autorità preposte (Comune, Autorità portuale, ARPA, Azienda USL ecc.).
Ora, con grande sollievo, apprendiamo dagli organi di stampa che

il Sostituto Procuratore della Repubblica Dott. Pantaleo Polifemo, motu proprio, ha disposto dei controlli che hanno portato a pesanti sanzioni pecuniarie per molti inquinatori.
E’ possibile che il Dott. Polifemo sia la sola Autorità sensibile al problema?
Se la Procura della Repubblica ha rilevato gravi irregolarità nelle emissioni delle navi ormeggiate, perché le Autorità istituzionalmente preposte ai controlli non si sono mai accorte di nulla? Ed inoltre, quale organismo di controllo si è mai preso la briga di accertare l’entità delle emissioni provenienti dalle ciminiere delle centrali termoelettriche e le esalazioni degli idrocarburi stoccati nei depositi costieri?
Possiamo legittimamente nutrire la speranza di non morire di inquinamento grazie alla attuazione dei controlli voluti dalla legge o la dobbiamo riporre unicamente nella meritoria attività del Dr. Polifemo?
Restiamo in attesa che analoghe iniziative vengano intraprese dalle Istituzioni di vigilanza, quelle stesse che fino ad ora hanno vissuto nei limbo dello accidioso mènage burocratico deresponsabilizzante e autoreferenziale.

Civitavecchia, 26 agosto 2008.

Coordinamento dei medici e dei farmacisti.