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27 ottobre 2008

2008/10/27 "Anche Soros invoca un New Deal rinnovabile da Obama"


Tratto da greenreport
27/10/2008 Energia


Anche Soros invoca un New Deal rinnovabile da Obama

di Lucia Venturi

LIVORNO. "Ora c’è bisogno di un nuovo motore: e l’opportunità viene dal global warming e dalla necessità di raggiungere l’indipendenza energetica.
Ci sarà bisogno di enormi investimenti in energie alternative e nelle tecnologie per rimuovere il carbonio dai combustibili fossili, in particolare dal carbone. Questo vorrà dire meno disoccupazione, più investimenti e rilancio dell’economia mondiale".

Non è una frase estratta da un comunicato di una qualche associazione ambientalista, ma sono parole di George Soros, una delle principali menti di Wall street, che ha le idee molto chiare sia sulla crisi economico finanziaria planetaria (che non era niente affatto inaspettata) e sulle cause che l’hanno provocata (processi del tutto interni al sistema "che contraddice il paradigma tradizionale della finanza, secondo cui i mercati tendono verso una situazione di equilibrio") ma soprattutto dimostra di avere una grande lucidità sul modo di uscirne.

Lasciandosi alle spalle non solo i venerdì (ma anche i lunedì e in generale tutti gli altri giorni della settimana da un po’ di tempo a questa parte) neri delle borse, ma soprattutto rivedendo il modello economico attuale che ha dimostrato di non portare più da nessuna parte.

La speranza, anche Soros, la ripone nel cambio di guardia che potrebbe (si spera) esserci alle prossime elezioni presidenziali degli Usa, con Obama che "potrà darci qualcosa di simile al New Deal di Roosvelt. Un altro tipo di new deal" sottolinea Soros, perché la ricetta di riporre tutte le speranze della ripresa economica nei consumi, "non è più sostenibile".
Partendo dalla constatazione del tutto realistica, che gli Usa "non godono più della posizione dominante che avevano in passato" e che quindi la prossima presidenza degli Usa dovrebbe "indicare una strategia da adottare a livello internazionale" perché non è cosa che gli Usa possono fare da soli.

Mancano ormai pochi giorni per sapere chi guiderà questa fase nei prossimi anni e certamente la possibilità che la presidenza degli Usa passi al democratico Obama, è quella che più verosimilmente potrà portare a cambiamenti reali nella politica americana sia interna che nei confronti del resto del mondo. Sarebbe ingenuo pensare ad una rivoluzione in chiave sostenibile, ma i segnali che già arrivano sembrano indicare comunque che il vento sta cambiando.

Non solo infatti nelle promesse elettorali del candidato Obama si parla di investire nelle energie alternative 150 miliardi di dollari creando l’opportunità di cinque milioni di nuova occupazione, e di avere come obiettivo di ricavare il 10% dell’energia americana da fonti rinnovabili entro il 2012 e il 25% entro il 2025, ma già nel pacchetto anticrisi di 700 miliardi di dollari varato dal congresso all’inizio del mese è stato inserito un credito fiscale per gli investimenti nelle energie alternative, ampliando ed estendendo per i prossimi otto anni le agevolazioni ai produttori di energia solare e per un anno a quelli di energia eolica.

Forse anche perché nella Silicon valley, l’area dove è partita la prima rivoluzione tecnologica dell’era on line, è già avviata anche la rivoluzione verde e la crisi finanziaria rischiava di mandare a rotoli molti degli investimenti fatti. Ma la Silicon valley non è l’unica area dove si lavora sulle energie rinnovabili negli Usa, Un business che non si è orientato solo nei biocarburanti, tanto che l’energia solare immessa in rete nel 2007 ha registrato un aumento del 125 % rispetto all’anno precedente.

Un panorama assai diverso da quanto si respira a casa nostra, dove si considera un lusso investire nell’ambiente in periodo di crisi e un orpello troppo ingombrante per il futuro delle imprese puntare su progetti d’innovazione tecnologica per frenare il surriscaldamento del pianeta.

Infatti si taglia: e il ministero dell’Ambiente con una diminuzione del 18% dei fondi previsti in finanziaria diventa il secondo dicastero più sfrondato, e non è che partisse da una buona posizione.
Si taglia la ricerca su energia e fonti rinnovabili (-18,2% ma i tagli non riguardano il nucleare che continua fare la parte del leone), si taglia su ricerca e innovazione (-8,2%) e sullo sviluppo sostenibile tout court (-16,4%).


Quindi non si può certo sperare in un cambio di rotta da parte del Governo che ha in mente una politica economica stile anni cinquanta e che non ha nessuna intenzione di rivederla, come ha fatto ribadito il premier da Pechino. Non resta allora che sperare nelle politiche regionali che almeno da quanto emerge dal resoconto Ue sulla programmazione dei fondi europei previsti dal quadro strategico 2007-2013 , prevede di investire due terzi delle risorse in innovazione, tutela dell’ambiente, clima ed energia.

2008/10/27 "Energia dal sole, a BERGAMO corsa al fotovoltaico.Presa di coscienza di tante famiglie che hanno creduto nel futuro del fotovoltaico



Tratto da L'ECO DI BERGAMO.IT
Energia dal sole, la corsa al fotovoltaico
la corsa al fotovoltaico

La Bergamasca, partita in ritardo, è al 15%, terza in Lombardia. Su 448 installazioni, prevale il taglio piccolo. Aziende in recupero
Fotovoltaico, avanti tutta. La Bergamasca si scopre una delle province più «virtuose» nella ricerca di fonti di energia alternativa e in particolare nell'avanzata dei pannelli solari. Ma l'aspetto che maggiormente impressiona è che questa «rivoluzione» sia partita soprattutto dal basso, con il singolo capofamiglia che decide a un certo punto di puntare su questa innovazione per risparmiare sulla bolletta. Certamente sono tante anche le aziende che hanno già installato, o lo faranno a breve, impianti fotovoltaici per coprire almeno in parte i costi di produzione energetica, ma rispetto ad altre realtà, a spiccare il volo sono soprattutto i dati legati al piccolo consumo, quelli per intenderci che arrivano al massimo a 3 kilowatt.

Rimonta recente
Una rimonta recente, quella orobica, dato che fino al 2006 i dati provinciali parlavano di una situazione ancora sotto la media nazionale e lombarda. «Da un paio di anni invece - spiega Filippo Cancelliere, responsabile commerciale per la Lombardia di Enel.si, società del gruppo che si occupa di fotovoltaico - c'è stata una sensibile inversione di tendenza, al punto che oggi, sotto questo profilo, Bergamo può definirsi virtuosa». Le cifre, fornite da Grtn (Gestore della rete elettrica di trasmissione nazionale) parlano chiaro: se fino al gennaio 2007, gli impianti fotovoltaici in provincia erano 86, da quel momento fino ad oggi si è assistito a una forte impennata, con 362 nuovi impianti in meno di 21 mesi, che portano il totale a 448 impianti, oltre il 15% del numero complessivo in Lombardia, con una produzione di 3.398 kilowatt di energia.

Terza in Lombardia
Una escalation che pone Bergamo al terzo posto a livello regionale, dove Brescia, a sorpresa, è al comando, essendo partita prima, con 673 impianti (24% del totale regionale), precedendo anche Milano (556 impianti). E per Bergamo le novità non finiscono qui: «Dalle ultime informazioni in nostro possesso – ricorda Cancelliere – questa crescita esponenziale in Bergamasca è destinata a continuare, sia nel brevissimo che nel medio periodo: già da qui a fine anno, prevediamo infatti un ulteriore incremento di quasi il 50% delle istallazioni riferite a quest'anno».

Famiglie all'avanguardia
E se anche l'industria sta cercando di rimettersi al passo, sono gli impianti privati, quelli che servono la singola abitazione, ad aver compiuto il salto di qualità in questi mesi. «Se osserviamo i dati – spiega ancora Cancelliere – si scopre subito che questo cambio di marcia è arrivato dalla presa di coscienza di tante famiglie che hanno creduto nel futuro del fotovoltaico. In Bergamasca infatti il 54% degli impianti sono di taglio piccolo, familiare, in grado di produrre da 1 a 3 kilowatt. C'è poi un 40,4% di impianti di taglio medio, da 3 a 20 kilowatt, da ricondursi a caseggiati già più grandi rispetto alla singola abitazione o alle Pmi, mentre finora solo il 5,13%, sono superiori a 20 kilowatt e riconducibili alle grandi aziende, anche se sui grossi impianti l'iter autorizzativo è più complesso e più lungo per l'allacciamento alla rete».

Incentivi decisivi
Un apporto decisivo a questo boom, inutile negarlo, è dato dagli incentivi che vanno da un minimo di 36 centesimi a un massimo di 49 centesimi per kilowatt. Se a questo si aggiunge una crescente, seppur ancora lacunosa, cultura verso le nuove fonti di energia rinnovabile, si capisce come alla convenienza si unisce anche una scelta più biocompatibile. «Dobbiamo infatti aggiungere che il fotovoltaico fa risparmiare in un anno 3.126 tonnellate di emissioni di Co2 che si traducono in un risparmio di milioni di euro».

Ammortamento in 11 anni
La spesa di acquisto per un impianto di 3 kilowatt non è indifferente (circa 20 mila euro, spalmabile su 10-15 anni) e l'ammortamento è ancora di 11-12 anni, ma se si considera che gli incentivi durano 20 anni e che soprattutto che la vita media di un impianto è di 25 anni, si capisce che il guadagno energetico, in prospettiva, è reale, anche perchè i costi di manutenzione annui non superano mai, solitamente, lo 0,7% dell'investimento iniziale. Resta la variabile, purtroppo non modificabile, legata al meteo, nel senso che l'irradiamento solare, non tutti gli anni, soprattutto al Nord, è fedele alle aspettative.

Alleanza Italia-Giappone
Per quanto riguarda la produzione di celle fotovoltaiche «c'è, da parte italiana – fanno sapere da Enel – un gap da colmare con la Germania e il Giappone, che sono leader nella produzione dei pannelli solari e detengono gran parte del business». Proprio per provare a guadagnare posizioni, Enel si è alleata con la giapponese Sharp per la costruzione in Italia di una fabbrica che produrrà pannelli con una tecnologia innovativa. E a proposito di nuove frontiere, si è calcolato che grazie all'adozione di panelli di ultima generazione, il costo del kilowatt/ora prodotto da un impianto fotovoltaico sarà presto paritetico rispetto a quello di una fonte tradizionale (carbone e gas). Il pareggio dovrebbe avvenire nel 2014: da allora, vista la convenienza anche economica, non saranno più necessari neppure gli incentivi statali.

(26/10/2008)

2008/10/26 ""TORNANO A RACCONTARCI CHE A SAVONA SI MUORE PERCHE' SIAMO VECCHI E POVERI,NON PERCHE' CI INQUINANO"

TORNANO A RACCONTARCI CHE A SAVONA SI MUORE PERCHE' SIAMO VECCHI E POVERI,NON PERCHE'
CI INQUINANO.E(COME AL SOLITO)CHI DICE LA VERITA' VIENE IGNORATO


Ringraziamo il Ponente ,e la giornalista Valeria Rossi ,perchè molto attenti alla problematica ambientale sul nostro territorio e sopprattutto per la costante ricerca di una corretta informazione per i cittadini .

Pubblichiamo l'articolo in forma integrale tratto da "Il PONENTE la voce di Savona e provincia "attualmente in edicola.




Come dice Valeria Rossi :"molte persone sono ancora dotate di occhi per vedere e cervello per guardare" mi rivolgo a chi desidera avere una maggiore conoscenza(la conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di fatti) delle problematiche sul nostro territorio sul nostro blog sul lato destro in
LINKS SITI INTERNET VIDEO
potete leggervi e trarvi le vostre personali conclusioni

INQUINAMENTO E SALUTE in provincia di Savona :INFORMAZIONE O DISINFORMAZIONE del Dottor Franceschi

Dottor Trucco Presidente dell'ordine dei medici :DIRITTO AD UN AMBIENTE SALUBRE:IL DOVERE DEI MEDICI E DEGLI AMMINISTRATORI


INQUINANTI ATMOSFERICI, NON SOLO TOSSE:Stefano Montanari Antonietta M. Gatti

Ed altri interssanti interventi sempre nell'ottica di una "MIGLIOR INFORMAZIONE."

26 ottobre 2008

2008/10/26 "NO CARBONE. GENOVA: III TAPPA TRIPLA AZIONE.Azione di Greenpeace presso la centrale Enel a carbone di Genova"


Tratto da GREENPEACE ITALIA
CARBONE, TRIPLO BLITZ DI GREENPEACE A GENOVA IN DIFESA DI CLIMA, SALUTE ED ECONOMIA: IN LIGURIA 1000 NUOVI POSTI DI LAVORO CON L'ENERGIA PULITA. DIAMOCI DA FARE
26 Ottobre 2008


Azione di Greenpeace presso la centrale Enel a carbone di Genova

Genova, Italia — Terza tappa, una città: Genova. Una mattinata: tre azioni . Questa mattina Greenpeace ha lanciato a Enel un messaggio dal famoso faro della "Lanterna" di Genova. Dalla cima, i climbers hanno aperto un enorme striscione con la scritta "Enel chiudi la centrale". Nel frattempo un altro gruppo di attivisti è entrato nel vecchio impianto a carbone - risalente al 1928 e situato vicino al centro della città - cominciando a scrivere 'Enel clima killer' sulla facciata dell'edificio. Un terzo team, a bordo di gommoni, ha scritto ìEnel quit coalî sulla fiancata di una nave carboniera che sta scaricando carbone per la centrale. E' il terzo round del tour contro il carbone dellíArctic Sunrise in Italia.


NO CARBONE. GENOVA: III TAPPA TRIPLA AZIONE


Dopo le azioni di Civitavecchia e Fiumesanto, Greenpeace chiede a Enel di accogliere le ripetute richieste della Regione Liguria e chiudere l'impianto al più presto. E' assurdo rimandare al 2020. È possibile, infatti, sostituire la potenza della Lanterna con fonti pulite come eolico e solare. Il potenziale eolico raggiungibile al 2020 in Liguria è pari a 280 MW e permetterà di creare oltre mille posti di lavoro puliti.

La Regione sta prendendo giuste decisioni verso lo sviluppo delle rinnovabili, come nel caso del progetto eolico nel porto di Genova o l'apertura di un polo per il solare fotovoltaico a Ferrania. E' questa la direzione da seguire, così come richiedono gli obiettivi vincolanti imposti dalla normativa europea al 2020.

Ad oggi la Liguria è ancora uno dei maggiori poli di utilizzo del carbone in Italia, con ben tre impianti sul suo territorio. Negli ultimi anni le emissioni di queste tre centrali sono aumentate e rappresentano oggi circa la metà delle emissioni totali di CO2 della regione.

Enel è il primo emettitore di CO2 in Italia. Incurante degli obblighi dell'Italia per il rispetto del Protocollo di Kyoto, la società persegue l'obiettivo di arrivare al 50% della propria produzione elettrica da carbone, pianificando di aggiungere oltre 20 milioni di tonnellate di CO2 al ritardo già accumulato dal Paese. Greenpeace continuerà le sue azioni di protesta contro la realizzazione di nuovi impianti a carbone e per la dismissione delle centrali obsolete.

Su Link Siti internet Video si può leggere il documento di greenpeace :
"STOP AL CARBONE IN LIGURIA OTTOBRE 2008 "
riportante le considerazioni di greenpeace sulla situazione energetica ligure.

Sul sito di greenpeace si può sottoscrivere la petizione on line:
"Scrivi anche tu al governo per chiedere una rivoluzione energetica pulita!"

2008/10/25 "CARBONE: INVASIONE DI PINGUINI PER DIRE SI’ ALLE RINNOVABILI"




CIVITAVECCHIA / 25-10-2008
CARBONE: INVASIONE DI PINGUINI PER DIRE SI’ ALLE RINNOVABILI. A CIVITAVECCHIA UN SABATO MATTINA COLORATO

In contemporanea con la campagna “Goletta Verde nel Lazio”.
“Fermiamo la febbre del pianeta: per il clima, contro il carbone ed il nucleare, sì alle rinnovabili”. Questo l’appello lanciato dai volontari di Legambiente e dei comitati dei cittadini e No Coke di Civitavecchia e Tarquinia travestiti da pinguini, in marcia lungo le strade di Civitavecchia.
Il blitz è avvenuto al medesimo istante con l’approdo della barca della “Goletta Verde nel Lazio”, la campagna regionale di informazione e analisi sul litorale e il mare della Regione Lazio, proprio lungo le coste di Civitavecchia, dove resterà fino al 28 ottobre. E' stato l’occasione per spiegare quali sono i veri motivi per cui il nostro Governo vuole rinviare gli impegni presi con l’Unione europea su riduzione della co2 ed aumento dell'efficienza energetica e dell'uso di fonti rinnovabili.
M. Rossi

25 ottobre 2008

2008/10/25 "La via ecologica al cambiamento"


Tratto da greenreport
La via ecologica al cambiamento è quella che dà maggiori risultati
di Lucia Venturi

LIVORNO. Oggi e domani al consiglio dei ministri europei dell’ambiente l’Italia andrà a perorare la causa che non si può andare avanti con la strategia delle tre venti, perché i costi che il nostro paese dovrebbe sostenere sono troppo alti e, di fronte alla recessione che incombe, non se li può proprio permettere.


Una posizione di retroguardia, sostengono in molti. Una reticenza al cambiamento verso un futuro che potrebbe -invece – far bene al nostro paese
per evitare di perseguire la strada del declino. Verso cui d’altronde, la politica del governo, pare intenzionata a proseguire a marcia sostenuta.
Non è infatti solo l’opportunità data dalle politiche europee d’incentivazione di strategie energetiche meno impattanti sul clima ad essere messa in discussione. Ma nel suo complesso una visione di cambiamento verso un diverso assetto capace di reinventare un futuro in cui la questione ambientale, quella sociale e quella economica divengano parte dello stesso disegno.

In questo senso anche la riforma del sistema scolastico e i tagli alla ricerca muovono tutti nella stessa direzione. Che è quella di una destrutturazione dei settori che potrebbero fornire la marcia in più per uscire dal declino: formazione, ricerca pubblica e indirizzi per favorire quella privata, attraverso incentivi all’innovazione e alla riconversione di sistemi industriali in crisi. Una destrutturazione che favorisce lo status quo e fa perdere speranze di cambiamento negli strati sociali (scuola, università, impresa) che potrebbero perpetrarlo. Che avrebbero, a maggior ragione in un periodo di crisi planetaria che investe l’ambiente e l’economia, un bisogno ineludibile di strumenti per poter andare avanti, dimostrando (se ancora ve ne fosse bisogno) quanto il primo sia sovraordinato al secondo e non viceversa.

Invece si frena sulle misure per contrastare i cambiamenti climatici non mettendo nemmeno a tema quanto questi potrebbero significare in sviluppo di filiere economiche basate su nuove tecnologie, in crescita nel campo della ricerca, dell’impresa, della conoscenza, di nuova e stabile occupazione. Si taglia il settore della ricerca, si prevedono misure di salvataggio per alcuni settori della grande industria, e si lascia al suo destino tutto il resto.

Ignorando anche quel poco che già esiste e che sta dimostrando che la strada, se percorsa con i mezzi giusti, porta lontano. Salvo poi elogiare – con un andamento a corrente alternata- quei settori che con numeri alla mano dimostrano che la via ecologica al cambiamento è quella che dà maggiori risultati. Come ha fatto il Ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, riguardo ai risultati della ricerca condotta da Ambiente Italia, sul riciclo dei rifiuti che dimostra che operare in quel settore offre (oltre ad essere un elemento di civiltà per un paese) anche una straordinaria opportunità di ottenere benefici nel campo energetico e di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Risultati che secondo la Prestigiacomo attestano la possibilità di «trasformare potenziali vincoli in straordinarie opportunità sul versante industriale». Come se fossero altra cosa rispetto alle politiche europee per combattere i cambiamenti climatici, che la Prestigiacomo oggi e domani andrà a contestare a Bruxelles.

Come se non avessero bisogno quei risultati per andare avanti e per tradursi in cifra stabile non solo sul comparto del riciclo dei rifiuti, ma su tanti altri settori industriali, dal comparto energetico alla mobilità, alle risorse idriche, alla produzione di qualità, di una ricerca a supporto per potersi trasformare in «straordinarie opportunità sul versante industriale». Che si potrebbe trasferire poi in quello dei servizi e che potrebbe quindi rappresentare in una straordinaria capacità di un futuro migliore per il paese e per i cittadini.

La dimostrazione che dà di sé la politica di questo governo è invece di uno strabismo scoraggiante: si tagliano 8 miliardi in tre anni al settore della scuola, come se non fosse la cultura alla base del futuro di un paese, si toglie quel poco di ossigeno rimasto alla ricerca, togliendogli un miliardo e mezzo di finanziamento pubblico e rendendo impossibile il lavoro (già precario) dei ricercatori, come se non ne avessimo bisogno. Si frena sul pacchetto europeo clima energia per salvare l’industria e l’economia italiana e sempre con quell’obbiettivo si rispolverano incentivi alla rottamazione delle auto e si prevedono misure per rivedere ( a favore delle imprese) le previsioni di costo delle opere pubbliche in caso di aumento dei costi dei materiali da costruzione. Perché il modello è ancora quello del boom degli anni cinquanta: automobili, grandi opere e case per tutti ( e quindi via all’industria del cemento e del mattone), grandi centrali di produzione energetica (e quindi via al nucleare). E in questo modello ci sta bene anche il ritorno al maestro unico, che allora era l’unico dispensatore di istruzione per un paese di analfabeti.

24 ottobre 2008

2008/10/24 "La battaglia contro il carbone negli States"



Tratto da QualEnergia
La battaglia contro il carbone negli States

Negli Usa dei 150 progetti di centrali a carbone di cui si parlava 4 anni fa solo 14 stanno procedendo. Il quotidiano The Guadian racconta i risultati degli sforzi di un ampio fronte ambientalista americano, che ora spera nella sconfitta dell'energia prodotta dal carbone anche nel vecchio continente.
Quattro anni fa erano 150 le nuove centrali a carbone che si volevano costruire negli Stati Uniti. Dei 150 impianti progettati ce n’erano alcuni che da soli avevano più emissioni di certi paesi africani. Tutte assieme le centrali avrebbero rilasciato circa un miliardo di tonnellate di CO2 all’anno, più di quanta ne devono ridurre i paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto.
Oggi di quei 150 progetti solo 14 sono in fase di avvio, anche se rimangono al centro di aspre dispute legali. Degli altri 136, metà sono stati abbandonati per strada, sconfitti nei tribunali dagli avvocati ambientalisti o accantonati per motivazioni economiche; gli altri sono ancora bloccati da una vasta opposizione.
Il progetto di una riscossa del carbone negli Stati Uniti,fortemente voluto dal governo Bush e in particolare dal vicepresidente Dick Cheney, che nel 2001 tolse ad hoc le restrizioni chiave in materia di inquinamento - scrive Julienne Jovitt sul Guardian - si è rivelato un boomerang, suscitando come reazione una delle più grandi campagne ambientaliste mai viste negli Usa.
A opporsi al carbone i gruppi ambientalisti storici come il Sierra Club e parte della comunità scientifica come la Union of Concerned Scientists, ma all’interno di un fronte molto vasto che va da una schiera di politici locali alla lobby di cacciatori e pescatori, fino ai leader religiosi degli Stati attraversati dai monti Appalachi, dove la pratica di estrarre il carbone abbattendo parti di montagne (mountaintop removal mining) provoca enormi danni all’ambiente e alle comunità locali.

Alla fine le centrali a carbone sono state sconfitte in almeno 30 dei 50 Stati. Diverse le strategie usate: forti pressioni affinché in certi Stati venissero promulgate leggi contro le emissioni, come in California; l’attacco politico agli ingenti fondi pubblici seminascosti stanziati per il carbone; e, infine, le battaglie in tribunale.
In Florida e Minnesota, ad esempio, si è dimostrato che produrre elettricità da carbone andava contro le leggi statali perché non era il modo più economico per farlo; nel 2007, poi, la Corte Suprema ha incluso anche i gas serra tra le sostanze segnalate nel Clean Air Act, la principale legge Usa contro l’inquinamento atmosferico: una modifica che un tribunale della Georgia ha usato per bloccare una centrale a carbone.
Nel frattempo il lievitare dei costi di acciaio e cemento, l'incremento degli richiesti dalle banche, convinte, anche dalla vasta opposizione della rischiosità, dovuta alle possibili leggi contro le emissioni, di investire nel carbone, hanno fatto la loro parte nel far accantonare molti progetti soprattutto per motivi economici.

A sensibilizzare l’opinione pubblica americana nei confronti del problema del riscaldamento globale e delle emissioni di questa fonte sporca, spiega al Guardian Bruce Nilles, coordinatore nazionale della campagna per il Sierra Club, l’inusuale intensificarsi di eventi meteorologici estremi di questi ultimi anni: dalle alluvioni nel mid-west, agli incendi in California, fino all’aumento di forza e frequenza dei tornado. Per merito dell’opinione pubblica ora almeno 6 Stati, California, Washington, Oregon, Florida, Idaho e Kansas, hanno indetto una moratoria sulle centrali a carbone.

La campagna ora si concentrerà sugli impianti esistenti e sulle industrie dell'estrazione,per far sì che gli Stati Uniti abbandonino definitivamente il carbone, spiega Nilles e sottolinea l'importanza di una vittoria della battaglia in Europa contro questo combustibile sporco: se si blocca il carbone nel vecchio continente è più probabile che gli organi legislativi Usa diano il loro appoggio ai piani dei candidati presidenziali di ridurre le emissioni e aderire agli accordi internazionali in materia. Se invece l’Europa continua sulla strada del carbone le conseguenze negli Usa e sugli accordi internazionali, dichiara , “saranno disastrose”.

2008/10/24 "5 osservazioni sulla discussione in corso sulle misure europee per il clima"



Tratto da greenreport

5 osservazioni sulla discussione in corso sulle misure europee per il clima
di Edo Ronchi


1. La crisi in corso ridurrà le emissioni e i costi delle misure


La crisi finanziaria ed economica in corso sia per il 2008, e prevedibilmente almeno per il 2009, produrrà una riduzione dei consumi energetici e quindi anche una riduzione delle emissioni di CO2, sicuramente in Italia. Gli scenari sui quali si sta ragionando hanno assunto come baseline le emissioni del 2005 (578 Mton di CO2) e gli andamenti tendenziali a partire da quell’anno fino al 2020 (645 Mton). Già nel 2006 e nel 2007 le emissioni in Italia erano diminuite, e non aumentate come immaginato nel 2005; nel 2008 diminuiranno sicuramente ancora nel settore industriale, in quello civile e nei trasporti per effetto della crisi. Quindi, la crisi ridurrà le emissioni di gas di serra ed i costi per le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. Le previsioni di costi, per effetto di questa crisi,nvanno riviste registrando le diminuzioni in atto e previste per il prossimo anno.

2. Le stime del Governo italiano non reggeranno il confronto europeo

La differenza fra le stime dei costi delle misure per ridurre le emissioni di CO2 fatte dal Governo Italiano e quelle della Commissione europea non reggeranno in sede di verifica europea. Le stime del Governo Italiano, infatti, derivano dalla scelta dello scenario europeo peggiore e meno realistico (scenario RSAT dello studio della Commissione UE) che supera gli obiettivi assegnati all’Italia, senza ricorso alcuno ai meccanismi flessibili, senza importazione di energia elettrica rinnovabile e senza ricorso ottimale alle migliori tecnologie disponibili. Lo scenario della Commissione europea considera invece un mix realistico per l’Italia (degli scenari base proposti, raggiunge gli obiettivi con misure cost-efficiency e un parziale ricorso ai meccanismi flessibili) con un costo complessivo che è meno della metà di quello, esagerato, del Governo Italiano, e con un’incidenza sul PIL fra le più basse d’Europa.

3. Il pacchetto europeo non penalizza l’industria italiana,ma una decina di grandi industrie italiane
Mentre sul pacchetto auto l’Italia fa bene a chiedere maggiori impegni per la riduzione delle emissioni delle auto di grossa cilindrata, sbaglia invece a dire che la ripartizione dell’obiettivo europeo di riduzione del 20% delle emissioni di CO2 del 2005 entro il 2020 sia penalizzante per l’industria italiana. È penalizzante per una decina di grandi industrie italiane. L’industria italiana nel suo complesso, invece, sta rispettando il trend di riduzione delle emissioni di CO2 al 2020. Nel 2007 solo due settori sono fuori da questo trend: quello della produzione di energia elettrica con centrali termoelettriche per ben 24,8 milioni di tonnellate di CO2 (più 6,8 l’ENEL, più 6,2 l’Edison, più 2,7 Edipower, più1,4 Tirreno Power e più 3,2 altri impianti) e il settore della produzione di cemento per 2,5 Mton (più 0,6 Colacem, più 0,4 Italcementi, più 0,2 Buzzi Unicem e 1,3 altri cementifici). Per gli altri settori (cosiddetti non ETS) l’obiettivo di una riduzione del 13% delle emissioni del 2005 entro il 2020 è meno impegnativo di quello di Kyoto, è meno impegnativo della media europea (del 20%) e in linea con le riduzioni in corso nel 2006 e nel 2007 e, con tutta probabilità, verrà superato dal trend del 2008 e 2009 per la crisi in atto.

4. Efficienza e rinnovabili richiedono forti investimenti,ma non ci sono pasti gratis nemmeno per altre scelte.

L’obiettivo di risparmio e di efficienza energetica (riduzione del 20% del consumo tendenziale interno al 2020) è molto impegnativo, ma non è vincolante, quindi non è un costo obbligatorio, ma una scelta. L’obiettivo, invece vincolante, di coprire il 17% del consumo energetico al 2020 con fonti rinnovabili è molto impegnativo e richiede investimenti importanti che comportano non solo costi e non solo benefici ambientali, ma anche lo sviluppo di una fonte nazionale, sviluppo occupazionale e tecnologico. Per l’efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili occorre una definizione del quadro energetico nazionale almeno al 2020: non è realistico, come spesso viene detto, proporre sia un forte incremento delle rinnovabili, sia dell’efficienza energetica ed elettrica, insieme ad un aumento del carbone, del gas e aggiungendo anche il nucleare. Tutto ciò non sta affatto insieme e nessun pasto sarà gratis. Chi attacca sul costo dell’efficienza e delle rinnovabili, propone in realtà altre scelte energetiche prioritarie.

5. Se vincono gli attuali alleati del centro-est europa, l’Italia perde alla grande


Attenzione alle alleanze con i paesi ex socialisti europei che criticano il pacchetto europeo perché richiedono di tornare al 1990 come anno di riferimento anche per la seconda fase del dopo Kyoto e non, invece, di adottare come anno di riferimento il 2005 come propone la Commissione europea. Questi Paesi, infatti, nel 1990 avevano emissioni molto elevate che poi sono rapidamente crollate insieme alla loro industria pesante ed energivora. Per loro tenere fermo il 1990 significa poter vendere diritti di emissione, spostare invece al 2005 la data di riferimento significherebbe dover attuare, anche loro, misure di riduzione delle emissioni. Questo spostamento sarebbe vantaggioso anche per la Russia, ma renderebbe molto più difficile un accordo globale sia con gli Stati Uniti sia con la Cina, che hanno invece notevolmente aumentato le loro emissioni dal 1990 e cominciato a frenarle dal 2005. Sarebbe una posizione quantomeno strana per chi sostiene la necessità di un minore impegno per l’Italia: nel 1990 le emissioni erano di 517 Mton, nel 2005 578 Mton, cioè 61 Mton in più: partire dal 1990 per l’Italia sarebbe molto svantaggioso.

2008/10/24 "CO2, ''nascondono la polvere sotto il tapppeto''


Tratto da ESTENSE:COM
24/10/2008
Ferraria Pulita contesta l'idea del sotterramento geologico CO2,
''nascondono la polvere sotto il tapppeto''

Anidride carbonica sotto terra? È come la colf che nasconde la polvere sotto il tappeto. Spara a zero Mario Testi, portavoce di Ferraria Pulita, sulla proposta avanzata dall’amministrazione comunale di affidare l’incarico per un progetto di fattibilità per lo stoccaggio sotterraneo di anidride carbonica. “Meglio tardi che mai – ironizza l’ambientalista -, salutiamo con favore questo intendimento tardivo”. Tanto tardivo che quando era consigliere comunale durante la passata legislatura “avevo chiesto di tener conto della grande produzione di inquinanti che sarebbe derivata in futuro da inceneritore e turbogas, ma le mie parole rimasero lettera morta”.


“Ora invece – continua l’ex esponente di Forza Italia – stiamo assistendo a un comportamento schizofrenico da parte del Comune che prima autorizza due ingenti fonti di emissioni e poi cerca un rimedio per debellare le stesse”. Il motivo, secondo Testi, va ricercato lontano. Tanto lontano da arrivare a Bruxelles, sede del consiglio dell’Unione europea, da dove “hanno fatto notare – spiega Testi - all’Italia le infrazioni in materia di emissioni di anidride carbonica nell’aria: sforamenti che provocheranno ingenti multe che si dovranno addossare i cittadini, e i ferraresi, che vivono in un territorio che inquina il triplo della media nazionale, più di tutti”.


Cifre che avrebbero “spaventato i potenti che fino ad oggi hanno cavalcato il trend dell’incenerimento approfittando dei vantaggi dei Cip6 dati per le fonti alternative ed ora si sono inventati l’occultamento della CO2: ma così non si fa altro che mettere la polvere sotto il tappeto. E alla fine riusciamo anche a vantarci di essere i primi a farlo in Italia”.


Ferraria Pulita vede nell’operazione “l’ultima frontiera del business”, “un tentativo di accedere in questo modo ai fondi stanziati dall’Ue per progetti ambientali inerenti all’abbattimento dell’anidride carbonica nell’aria”. “È demenziale - attacca Testi -: i nostri governanti devono pensare a ridurre, non a nascondere. Il problema dell’energia può essere risolto solo attraverso l’utilizzo di fonti alternative .

Perché la nostra salute, purtroppo, non è rinnovabile”.

23 ottobre 2008

2008/10/24 "Taranto: l'impresa uccide la salute"


TRATTO DA
www.aprileonline.info


Giovedì, 23 Ottobre 2008 -
Taranto: l'impresa uccide la salute
di Lunetta Franco,

Un bambino si ammala di cancro da fumo pur non essendo un fumatore. Il territorio è sempre più contaminato, con conseguenze sulle attività rurali e di allevamento. La città pugliese vanta un triste primato per l'inquinamento industriale. Perciò, amministrazione e governo devono lavorare affinché l'attività di Ilva ed ex Edison non cancelli il diritto alla vita

Sempre più spesso gli spaventosi dati relativi all'inquinamento di origine industriale che affligge la città di Taranto assurgono agli onori delle cronache. E non c'è bisogno di essere i soliti ambientalisti catastrofisti per rendersi conto che la situazione è davvero drammatica. Sono infatti i dati forniti dalle stesse aziende e riportati nel registro INES, oltre a quelli che emergono dalle sempre più puntuali campagne di monitoraggio dell'ARPA Puglia e dai numerosi studi di Istituzioni Universitarie ed enti di ricerca, a dare un quadro allarmante della situazione del capoluogo jonico.

Taranto ha due impianti, l'ILVA e la centrale elettrica ex Edison, che si collocano al secondo e terzo posto nella "classifica" di impianti industriali italiani che, con le loro emissioni di CO2, contribuiscono maggiormente all'effetto serra.

Dati altrettanto abnormi riguardano le emissioni di inquinanti con dirette ricadute sull'ambiente e sulla salute a livello locale. La città ha infatti il primato italiano nelle emissioni in atmosfera di Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) (il 95,8 % del totale), di diossina (il 92% del totale), di Piombo (il 78,3 % del totale), di Mercurio (il 57,2 % del totale), di Benzene (il 44,8 % del totale), mentre l'ILVA in particolare detiene, da sola, molti dei suddetti primati oltre che quelli per le emissioni di Ossido di Carbonio, Ossidi di Zolfo e Ossidi di Azoto. Non vanno poi dimenticati il PCB e le consistenti emissioni di piombo, mercurio e arsenico in acqua.

Molte di queste sostanze sono riconosciute come cancerogene nella letteratura scientifica; lo è, per esempio, il benzopirene, un idrocarburo i cui effetti nel determinare il cancro sono ampiamente studiati e dimostrati. Altre sono neurotossiche o hanno effetti sul sistema metabolico, altre, come molti IPA, causano affezioni più o meno gravi all'apparato respiratorio nel suo complesso.

La diossina è ormai divenuta caso nazionale dopo il rilevamento della sua presenza in terreni posti in prossimità ed anche distanti dallo stabilimento siderurgico, in capi di bestiame ed in alcuni alimenti (carni, latte, formaggi). Gravi le ripercussioni subite da attività tradizionali del territorio imperniate sulle masserie: 1200 capi di bestiame dovranno essere abbattuti nei prossimi giorni e il Dipartimento di Prevenzione della ASL procederà a ulteriori analisi su allevamenti, ampliando il raggio d'azione da 10 a 15 chilometri di distanza dall'azienda, dopo la scoperta di un capo contaminato in un allevamento non sottoposto a vincolo sanitario, né situato in prossimità dell'area industriale.

Gli impressionanti numeri parlano da soli e non avrebbero bisogno di alcun commento; confermano, se ce ne fosse ancora bisogno, la gravità assoluta della situazione ambientale di Taranto, la rilevanza nazionale dei problemi dell'inquinamento della nostra città, la necessità e l'urgenza di interventi volti ad abbattere sensibilmente le emissioni inquinanti dell'imponente apparato industriale tarantino,

Questo il contesto nel quale si inseriscono le procedure per la concessione delle Autorizzazione Integrate Ambientali (A.I.A.) alle principali imprese industriali taratine e l'Accordo di Programma del 11.4.2008 in cui sono comprese le maggiori imprese industriali che insistono sul nostro territorio: entrambi sono l'occasione storica per mettere fine alla catena di ritardi, omissioni e distorsioni che hanno caratterizzato l'intera vicenda dell'inquinamento ambientale di origine industriale a Taranto.
Le norme sull'A.I.A. consentono infatti di poter direttamente intervenire sui sistemi produttivi condizionandone l'esercizio all'adozione delle migliori tecnologie disponibili, al sostanziale abbattimento dell'impatto ambientale prodotto e ad un puntuale sistema di monitoraggio delle loro emissioni. Le stesse prevedono inoltre importanti momenti di partecipazione di associazioni e soggetti vari interessati.

Determinante risulta però la volontà politica da parte di Governo, Regione ed enti locali nel voler applicare alcuni fondamentali principi contenuti nella normativa in materia di A.I.A. e MTD (Migliori Tecnologie Disponibili):

- incidere sui processi produttivi piuttosto che sui sistemi di depurazione per ridurre i livelli di inquinamento in applicazione del principio della prevenzione

- adottare, per gli impianti maggiormente inquinanti, misure di adeguamento più incisive e supplementari rispetto a quelle previste dalle B.A.T.

- prevedere prescrizioni che impongano limiti di emissione molto più rigorosi rispetto a quelli previsti dalle legislazioni nazionale e regionale (- 20% di quella nazionale in base alla L.R. 7/99) e mirare a "ridurre al minimo l'inquinamento"

Il solo adeguamento alle B.A.T. non necessariamente garantisce l'osservanza di questi principi. Il progetto presentato dall'ILVA ne è la testimonianza.

E' in questo contesto contraddittorio che la volontà politica delle istituzioni coinvolte diventa decisiva. Fondamentale risulta quindi la convergenza di intenti, proposte ed obiettivi tra enti locali, associazionismo e popolazioni interessate affinché le procedure per il rilascio dell'A.I.A. costituiscano la storica occasione per il risanamento ambientale dell'apparato produttivo dell'area jonica.

Irrinunciabile è la convinzione che la libertà di impresa non possa comprimere il rispetto prioritario dei diritti alla salute, alla sicurezza e alla qualità dell'ambiente.

*Presidente del Circolo di Taranto di Legambiente

2008/10/24 "Ambiente: il Governo italiano sottovaluta l'emergenza planetaria "







TRATTO da Megachip
di Giulietto Chiesa,
in uscita sul prossimo numero di Galatea, European Magazine

23/10/08

Ambiente: il Governo italiano sottovaluta l'emergenza planetaria

La cosiddetta "battaglia sul clima", esplosa nell'autunno all'interno dell'Europa, nel pieno della più grande crisi del capitalismo dell'ultimo secolo, ci racconta le enormi difficoltà dell'immediato futuro, nostro e del mondo.(omissis)

E', o dovrebbe essere evidente - in base perfino al buon senso comune di cui Giovanni Sartori ha recentemente pianto la scomparsa - che la questione dell'innalzamento della temperatura del pianeta non riguarda solo questo o quel paese, e che, quindi, è faccenda che deve essere affrontata collettivamente.
Collettivamente vuol dire planetariamente, con lo sforzo di tutti, poichè l'aria calda, l'effetto serra, non si ferma davanti a questa o quella frontiera, e i suoi effetti si riversano su ogni area della nostra Terra, senza riguardo per nessuno, e per giunta in forme, potenza, caratteristiche che nessuno è in grado di prevedere e tanto meno di prevenire.
Chiunque (parlo ovviamente delle persone che si trovano ai posti di comando) dovrebbe capire che il problema è grande, inedito, e attrezzarsi per affrontarlo al livello della sua, appunto inedita, complessità. Invece che accade? Che, in diversa misura paese per paese, ma con l'Italia in testa per ottusa improntitudine egoistica, ciascuno cerca di scaricare sugli altri il costo delle trasformazioni necessarie. Dietro i governi, e dei gruppi di potere in caccia di voti per la prossima rielezione, ovviamente, ci sono i potenti gruppi d'interesse, la cui lungimiranza è stata già ampiamente rivelata dalla crisi della finanza mondiale, che questi stessi gruppi, con le loro banche di riferimento, hanno prima creato e poi lasciato marcire fino all'esplosione del bubbone globale.

Nel caso specifico si tratta delle industrie automobilistiche, impegnate allo spasimo soltanto a ritardare l'inevitabile. Devono riconvertirsi per produrre altre vetture, meno inquinanti, emettenti meno grammi di CO2 per ogni chilometro di percorrenza, ma - non avendoci pensato per tempo (anzi avendo impedito, per decenni, la nascita di nuovi motori, per esempio a idrogeno) - adesso misurano i costi e i tempi dell'operazione, e scoprono che dovrebbero dedicare all'investimento per la ricerca e la progettazione dei nuovi modelli ben altre quantità di denaro. Il che, a sua volta, significa che dovrebbero spiegare ai loro azionisti (sempre le solite banche, e i soliti potentati incrociati che hanno guidato il pianeta) che la quota dei dividendi deve essere corrispondentemente ridotta.

Ed è questo che non sono in grado nemmeno di immaginare, meno che mai in tempi di crisi. E così i governi più deboli, o più proni agli interessi dei potenti, eccoli diventare i loro commessi viaggiatori nei consessi internazionali dove si cerca di decidere il da farsi collettivo. Eccoli calcolare l'ammontare della spesa, fare le pulci al vicino, cercare di strappare qualche percento in meno(Omissis) mentre la curva della produzione collettiva di anidride carbonica continua a salire. Ignorando il "dettaglio" che o riusciamo a invertire la curva di crescita delle emissioni di CO2 entro il 2017-2020, oppure dovremo dire addio a ogni prospettiva di contenere l'innalzamento climatico antro i 2 gradi centigradi da qui al 2050. E questo, a sua volta, significherà che le previsioni di una spesa (europea) di 70 miliardi di euro all'anno per fronteggiare gli effetti del riscaldamento, già previsti all'interno di un aumento di due gradi, dovranno essere ricalcolate al rialzo, moltiplicate per due o per tre ad ogni grado di "sforamento" di quel tetto

La signora Prestigiacomo, il cui livello di informazione in materia - stando a quello che dice - non dev'essere di molto superiore a quello della famosa massaia di Abbiategrasso, annuncia fuoco e fiamme di fronte ai microfoni e alle telecamere che ne mostrano le gentili fattezze in edizione corrucciata: "noi non ci stiamo". E poichè questo tipo di decisioni, nell'Europa attuale, si possono prendere solo all'unanimità, tutto dovrebbe fermarsi fino al soddisfacimento degl'interessi elettorali di ognuna delle leadership europee.

Sarkozy risponde, a muso duro, che se l'Italia non ci sta si voterà lo stesso, e la decisione sarà presa a maggioranza. Ma è come sperare che l'effetto serra, per decisione politica, sia confinato sui paesi "cattivi", che non ci stanno.
E così il ministro Scajola, invece di capire che con la produzione delle auto non c'è futuro possibile e sostenibile (il che non vuol dire chiudere la Fiat domani, ma invitare la Fiat a progettare una vasta riconversione industriale, una diversificazione radicale, etc) annuncia incentivi alla rottamazione e all'acquisto di nuove automobili.(omissis)

Così, nella più grande confusione, in mezzo al panico, in un'atmosfera da fuggi-fuggi, le classi dirigenti dell'occidente globalizzato stanno affrontando una situazione che non avevano previsto e di cui non sanno prevedere gli sviluppi. Ciascuna per conto proprio, dimenticando quello che ci avevano detto nei decenni del neoliberismo più sfrenato: che ormai non sarebbe più esistita alcuna possibilità di decidere autonomamente. Avevano perfino inventato un acronimo per sintetizzare la filosofia globale: TINA, che stava per "There Is No Alternative", non c'è alternativa.

Dunque non c'era più alcuna possibilità di discutere, di decidere. C'era solo la soluzione di una efficiente " governance della necessità". Dunque, non c'era più alcun bisogno neanche della politica, ormai divenuta inutile. Cioè non c'era neppure bisogno della democrazia: una perdita di tempo, visto che la sopra ricordata massaia di Abbiategrasso non sarebbe mai stata in grado di capire la complessità della governance.

Quello che non vedono, le élites occidentali, è che siamo entrati tutti nell'anticamera di una "transizione". Verso dove? Verso una società radicalmente diversa da quella nella quale siamo nati e vissuti. Dobbiamo transitare, lo si voglia o non lo si voglia, lo si capisca o non lo si capisca, da un mondo senza limiti a un mondo che riconosce i suoi limiti. Abbiamo vissuto nell'idea che la quantità di energia disponibile fosse illimitata. Idea - sbagliata - che nasceva dalla apparente facilità con cui l'energia veniva estratta dalla terra. Idea che ci conduceva a pensare che sarebbe stato così per sempre.

Invece non solo non sarà così per sempre, ma non lo sarà più nel corso di questa e della prossima generazione. Il "picco" del petrolio avverrà una sola volta nella storia del genere umano, e non ce ne saranno altri.

Per cui l'alternativa reale che ci troviamo di fronte non è come creare nuove fonti di energia (cosa, per altro, ragionevole per affrontare, comunque, la transizione), ma pensare a una società in cui l'energia sarà un'altra cosa rispetto a quella attuale, e non necessariamente la si potrà infilare nel serbatoio di una automobile. Cioè che non tutte le energie sono intercambiabili, non tutte sono usabili nello stesso modo, non tutte sono ugualmente "democratiche", non tutte sono alla portata di tutti.

Ci vuole tanto a capire, per esempio, che l'energia atomica è faccenda che concerne solo gli stati? E che, se è vero che l'energia atomica può essere trasformata in energia elettrica, o in riscaldamento, è altrettanto vero che non ha molto in comune con un distributore di benzina? E che, quindi, il passaggio dall'energia concentrata all'energia di flusso, per giunta costante, comporta una riorganizzazione industriale dell'intera società?
Ecco perchè lo scontro tra Italia e Europa sulla battaglia climatica fa venire il latte alle ginocchia per la sua miseranda piccolezza (dell'Italia intendo dire). E' forse la prima volta che l'Europa diventa leader mondiale, sostituendosi agli Stati Uniti. E su una questione di portata epocale, che decide il futuro dell'Uomo. E il governo dell'Italietta, invece di cercare di collocarsi all'interno di questo progetto, lo ostacola, adducendo (demagogicamente) il proprio "particulare".

Leader degni di questo nome (ma non se ne vedono proprio, nemmeno all'opposizione) dovrebbero chiedersi con quale faccia l'Europa potrebbe presentarsi a Copenhagen, l'anno prossimo, a dire a Cina, e India, di ridurre le loro emissioni di gas-serra, se non sarà stata capace, essa stessa, di fare il primo passo nella giusta direzione.

E, quando le emissioni di CO2 saranno diventate tali da cambiare il corso della nostra vita, a prescindere dalle decisioni dei nostri imbelli governanti, cosa andranno a dire, costoro, ai lavoratori della Fiat? Avranno il coraggio, sempre che siano ancora ai loro posti, di dire che, mentre dicevano di voler difendere i posti di lavoro degli operai, si erano dimenticati di mettere a repentaglio le vite dei loro figli?

Non era meglio, per tempo, avviare una politica economica e sociale di adattamento alle nuove e inesorabili condizioni, sviluppare la ricerca, avviare un nuovo modo di vivere e di consumare (meno)?
Invece mobilitano drappelli di economisti pasticcioni e di propagandisti dell'esistente a spiegare alla gente che non bisogna credere ai "catastrofisti" (pensate, Angela Merkel, Nicholas Sarkozi, catastrofisti!) , che vogliono portarci via il frigorifero e farci andare a piedi, e che il riscaldamento è un effetto ciclico di cui non c'è da preoccuparsi,
Sarebbe da dire: che pena! Se non fosse che questa gente ha preso il timone del comando.

CONSIDERAZIONE DI UNITI PER LA SALUTE
CONOSCERE E CERCARE DI NON METTERE LA TESTA SOTTO LA SABBIA COME GLI STRUZZI E' GIA UN PASSO AVANTI VERSO LA NOSTRA CRESCITA DI CITTADINI. A QUANDO IL PROSSIMO PASSO ?
QUANDO CIOE' INIZIEREMO A CAPIRE CHE NON POSSIAMO PIU' ASPETTARE MA ESSERE PIU ' VIRTUOSI E ATTENTI NEL RISPETTARE L'AMBIENTE ED ESIGERE CHE SIA TUTELATO PER IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI E DELLE GENERAZIONI FUTURE?
E' DOVEROSO INOLTRE ESSERE PIU'ATTIVI E PARTECIPI ALLE DECISIONI CHE RIGUARDANO LA NOSTRA VITA E COME PREVISTO DALL'ARTICOLO N°1 DELLA NOSTRA COSTITUZIONE CONSIDERARE CHE IL POTERE APPARTIENE AL POPOLO E CONSAPEVOLI DI QUESTO FAR SI' CHE LE DECISIONI CHE RIGUARDANO LA NOSTRA SALUTE E IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI NON RICADANO SULLA NOSTRA TESTA.

22 ottobre 2008

2008/10/23 "L’ITALIA CHE INQUINA E NASCONDE LA MANO"


Tratto da Altrenotizie

L’ITALIA CHE INQUINA E NASCONDE LA MANO
Mercoledì, 22 Ottobre 2008 -
di Alessandro Iacuelli

Nel 2004, il professor Tullio Regge, del Politecnico di Torino, ebbe l'onestà intellettuale di scrivere tra le righe di un editoriale della rivista Le Scienze un quesito tanto interessante quanto attuale: chi è peggio tra gli Stati Uniti - che hanno rifiutato di ratificare il Protocollo di Kyoto - e l'Italia, che l'ha ratificato consapevole di non essere in grado di rispettarlo? Già, perché il nodo venuto al pettine in questi giorni di polemica con l'Unione Europea si riduce proprio a questo. Così, il resto dell'Unione vara un pacchetto climatico per la riduzione delle emissioni inquinanti, questo viene contestato dall'Italia; non per un'eventuale difetto nella difesa del clima, ma per i costi eccessivi richiesti alle industrie. Costi che naturalmente le industrie non intendono affrontare.

E' un’Europa a due velocità, quella che si spezza sempre di più a Bruxelles, come a Strasburgo, come a Lussemburgo. Si è spezzata in passato sulle politiche verso l'estero, sulle invasioni militari nei Balcani, sulle missioni in Medio Oriente, ed ora anche sulle politiche ambientali. Un'Europa che vede da un lato alcuni Paesi che dal punto di vista della tutela del clima e dell'ambiente sono realmente, e non solo a parole, all'avanguardia; dall'altro ci sono Paesi, spesso entrati dopo nell'Unione, soprattutto provenienti dall'ex Patto di Varsavia, che scontano ancora oggi una forte arretratezza nella riduzione di emissioni di CO2, di metano, di diossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo. Sono quei Paesi che, come affermato da Berlusconi, affiancano l'Italia nel contrastare il piano europeo di riduzione. A chiedere invece l’immediata applicazione della norma, i fondatori della Ue, Francia in testa, il cui presidente Sarkozy definisce “irresponsabile” l’atteggiamento italiano e annuncia che, comunque, il piano sarà votato a maggioranza.

A dire il vero, nei giorni scorsi Berlusconi è stato molto attento a dire che con l'Italia ci sono nove Paesi, ma anche a non dire che questi nove del “fronte del no” sono Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovacchia. In pratica, non sono precisamente i Paesi fondatori o i Paesi guida dell'Unione Europea, o quelli all‘avanguardia in campo ambientale. Sono invece i Paesi che hanno un buon motivo per dire no: sono arretrati nell'adeguamento tecnologico rispetto ai Paesi dell'Europa occidentale, sono quelli che non hanno ancora standardizzato le procedure ambientali, sono quelli che hanno bisogno di più tempo. Pertanto, il caso italiano è ben diverso da quei nove, ed anche le richieste hanno motivazioni diverse, non solo perché è certo che quei nove Paesi hanno meno soldi degli altri.

Almeno, rispetto a certi casi eclatanti del passato, stavolta l'esecutivo italiano sta giocando a carte scoperte. Stavolta niente demagogia vuota di significato, ma il vero motivo per il quale si dice no e, attraverso il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo, si minaccia addirittura il veto: facciamo l'interesse delle nostre imprese, e non vogliamo che debbano aprire i cordoni delle borse, questo è il motivo, peraltro reale, addotto dal governo.

E' qui che entra in gioco il quesito posto da Regge sulla più diffusa rivista scientifica italiana: la riduzione delle emissioni. Perché ridurre le emissioni costa, e molto. Il trattato prevede l'obbligo per i paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 nel periodo 2008-2012. La riduzione prevede il ricorso a meccanismi di mercato, i cosiddetti “Meccanismi Flessibili”, che hanno come obiettivo quello di ridurre le emissioni al costo minimo possibile. In pratica, si prefiggono di massimizzare le riduzioni ottenibili a parità d’investimento. Con questi meccanismi, vari Paesi del mondo, a dire il vero non molti, hanno iniziato realmente a ridurre le emissioni. Molti altri, la maggioranza, sono riusciti invece a sviluppare ulteriori attività industriali mantenendo costante il livello di emissioni, senza alcun incremento.

L'Italia invece appartiene ad un'altra categoria: quella, ristretta, dei Paesi che in questi anni, nonostante la firma e la ratifica del Protocollo di Kyoto, hanno incrementato la quantita di emissioni inquinanti. In pratica, mentre si aderisce ad un trattato per ridurre l'inquinamento in atmosfera, ogni anno inquiniamo sempre di più. In una logica sana, e non malata, sarebbe normale che chi inquina di più paghi di più per risanare le proprie malefatte ambientali: ma l'Italia, così come un bambino pescato in flagrante a fare una marachella, piuttosto che arrossire e chiedere scusa, promettendo di riparare, non solo nasconde la manina, ma preferisce difendere il proprio operato e dire un vigoroso no all'Unione Europea. Avremmo il dovere di pagare di più, dovendo recuperare di più degli altri, visto che abbiamo incrementato le nostre emissioni. Ma non c’è un governo che agisce con una logica caratterizzata dalla buona fede.

D'altronde, ci sono di mezzo i soldi per la riduzione delle emissioni, quindi i soldi delle industrie più inquinanti, industrie che per il governo vanno difese a spada tratta. Si tratta di lobby ricche e potenti, quelle delle industrie chimiche, petrolifere, farmaceutiche, estrattive e della lavorazione dei metalli. Quelle che inquinano, che dovrebbero pagare e ridurre le loro emissioni; ma per loro fortuna, o grazie al loro lavoro di lobby, hanno a disposizione un potere politico, un governo, che sembra essere piuttosto il loro sindacato internazionale.(omissis)

Così, il governo italiano ha deciso di schierarsi con se stesso, a scapito dei cittadini ed a favore di chi inquina, per un mero calcolo economico, e con una miopia non solo ambientale ma soprattutto politica che resterà nella storia, e non solo dell'Italia. Mentre il resto d'Europa cerca di correre ai ripari e di ripulire l'aria da tutti respirata, qui nella penisola c'è ancora un governo ed un sistema d'impresa che ha sporcato e che continuerà a sporcare, urlando istericamente di avere il diritto di farlo.

2008/10/23 "LA QUESTIONE ENERGETICA: COSA C'E' DIETRO ALLA GENEROSITA' SOCIALE E SPORTIVA DEGLI ENTI ELETTRICI?"



Tratto da Unonotizie.it
BRINDISI / 22-10-2008
LA QUESTIONE ENERGETICA: COSA C'E' DIETRO ALLA GENEROSITA' SOCIALE E SPORTIVA DEGLI ENTI ELETTRICI?

L'indagine annuale sulla sostenibilità urbana di Legambiente, Sole 24 Ore e Ambiente Italia colloca Brindisi all'87° posto nella graduatoria sulla vivibilità ambientale delle città capoluogo di provincia. Brindisi diviene così il fanalino di coda delle città pugliesi con un calo di 18 posti rispetto alla graduatoria dell'anno precedente.

Ma c'è di più e cioè che la situazione di Brindisi è esposta al rischio di un drammatico aggravamento sia per la perdurante determinazione di realizzare il rigassificatore e sia per la scelta degli enti elettrici di non ridurre l'impiego del carbone.
In questo preoccupante quadro si è tornato in questi giorni a parlare di convenzioni tra gli Enti locali e le industrie energetiche: quelle del 2003 che, assunte in condizioni di discutibile legittimità, cancellano la convenzione del 1996 tutelando gli interessi delle società elettriche. Uno strumento, quello delle convenzioni, che nonostante le deludenti esperienze del passato, può, se bene utilizzato, apportare benefici all'economia locale vincolando le aziende a comportamenti che possano favorirla in maniera privilegiata.
Su questo argomento è intervenuta la Confederazione Nazionale dell'Artigianato e delle Piccole e medie Imprese (CNA) la quale in un recente comunicato lamentava che le commesse delle centrali sono appannaggio di aziende extra-provinciali, spesso con ribassi di prezzo notevoli. Quale rimedio a questa situazione la CNA riteneva necessario che si definissero senza ulteriori esitazione le convenzioni.
Va allora colta l'occasione fornita dalla riapertura della discussione su questo importante argomento per affrontare la questione energetica a Brindisi non solo, come abbiamo spesso fatto in questi anni, dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista economico e quindi cercando di comprendere quale sia il reale utile per le aziende e per la collettività: argomento questo non sempre messo nel dovuto rilievo.
Sulla base dei bilanci pubblicati dall'Enel apprendiamo, per esempio, che il gruppo nel suo complesso in anni recenti ha fatto registrare un utile netto annuo di 4 miliardi di euro. Ammettendo che i Megawatt prodotti abbiano lo stesso costo indipendentemente dal combustile impiegato (cosa opinabile essendo il carbone il combustibile meno costoso) la Centrale di Brindisi dovrebbe produrre per gli azionisti un utile di circa 150-200 milioni (naturalmente ci farebbe piacere essere corretti se le nostre stime dovessero essere sbagliate in difetto o in eccesso). Se è vero che l'Enel impiega a Brindisi (secondo quanto l'ente sostiene) 470 dipendenti e fornisce lavoro a 800 lavoratori dell'indotto, il reddito da lavoro dipendente dovrebbe aggirarsi sui i 30 e 40 milioni. Sulla base di quanto dice CNA, però, non è tutto reddito che va a Brindisi, anzi proprio questo è il nodo della lamentela.
Gli stessi conteggi si potrebbero fare per Edipower ed Enipower dove i numeri sono alquanto più piccoli. Questo reddito dovrebbe compensare e possibilmente superare quello che si sarebbe potuto produrre con quell'agricoltura, quel turismo e quella quota di trasporti navali che sono stati compressi a favore dell'industria energetica.
Inoltre, poiché Brindisi (con Carovigno, Torchiarolo e San Pietro) appartiene all'area a rischio di crisi ambientale anche in virtù della presenza dell'industria energetica, sarebbe utile trasformare il danno sanitario ed ambientale in danno economico. Se nei maschi del capoluogo, solo per fare un esempio, si registra una mortalità del 5% in più rispetto alla media regionale ciò vuol dire che delle 320 morti medie annue (dato riferito al 2001 e successivamente superato) 15-20 sarebbero da attribuire all'area di crisi. A queste vanno aggiunte le malattie che sono ovviamente più numerose delle morti ed i loro costi sociali (sanitari, assicurativi, lavoro perso ecc.), nonché i costi degli infortuni e delle patologie professionali. Poi ci sono gli inquinamenti delle falde con l'impossibilità di usare le acque, l'aumento della temperatura delle acque marine, la qualità del pescato e degli alimenti. Dati tutti questi la cui raccolta potrebbe essere meritoriamente curata dalla ASL e dall'Arpa, dagli economisti sanitari e dagli operatori economici del settore interessato.
Purtroppo è sgradevole trasformare uomini e donne in carne ed ossa in numeri ma occorre ribadire che al tavolo delle convenzioni non ci si potrà sedere senza tener conto degli errori del passato ed al solo fine di ottenere una corsia preferenziale per gli appalti alle imprese locali. Il fine, se mai, deve essere quello di ottenere compensazioni e di arginare i costi collettivi.
E non si potrà aprire la trattativa se gli enti elettrici non assumeranno preventivamente l'impegno a rispettare gli obiettivi fissati dall'Unione Europea per il 2020: - il 20% di riduzione di CO2 rispetto al 1990, da ottenere in primo luogo contestualmente alla riduzione del carbone combusto (tra - 25% e - 30%) ed un recupero significativo di efficienza (con rendimento da far crescere di almeno il 20%). Vanno allora opportunamente e compiutamente calcolati, i costi collettivi che si sopportano per fornire agli azionisti delle aziende energetiche centinaia di milioni di utili. Forse così si potrà anche capire che cosa c'è dietro ai costi collettivi e quanto pesa su di essi tanta generosità sociale e sportiva.

200810/23/ "Pacchetto clima qual'è la reale posta in gioco ""


Tratto da greenreport.it

Pacchetto clima, qual è la reale posta in gioco?

di Massimo Serafini

ROMA. Qual è la reale posta in gioco dello scontro che contrappone il governo Berlusconi e l’Europa, su tempi e contenuti della direttiva sul clima? Dall’esito che avrà questo confronto dipendono in realtà molte delle possibilità di un accordo globale e vincolante che permetta al mondo di fronteggiare il cambio di clima, recuperando i ritardi accumulati. Dal realizzarsi o meno di questa intesa si decideranno le caratteristiche e il peso, che il vecchio continente avrà nella crisi della globalizzazione.

La Confindustria e Berlusconi nella loro polemica contro la direttiva europea sulle tre venti continuano a non misurarsi con il contesto, che ha spinto l’Europa a decidere in modo unilaterale e vincolante di ridurre i gas serra del 20% nei prossimi anni.
Questo contesto è caratterizzato dall’ormai chiaro fallimento degli obiettivi di Kyoto, di cui il nostro paese è uno dei principali protagonisti ma di cui nessuno parla: il mondo ha aumentato e non diminuito le emissioni, come invece chiedeva il protocollo. A questo deludente risultato si contrappone la drammatica rapidità con cui i cambiamenti climatici confermano le previsioni dei quattro rapporti sul clima dell’IPCC.

L’Europa, che è stata la principale protagonista del faticoso cammino che portò alla firma del protocollo di Kyoto, non poteva stare ferma e farsi trascinare nell’immobilismo. Lo scontro di questi giorni non è una novità e configura un pericolo, lo stesso che si delineò sulla moneta unica, quello di un’Europa a due velocità. Da un lato un’ Europa avanzata che procede spedita nella lotta all’effetto serra e quindi realizza i necessari cambiamenti del sistema energetico e di trasporto e dall’altra l’Europa arretrata che invece consolida le sue arretratezze in dissennate politiche energetiche, basate sul carbone e su una crescente dipendenza dalle energie fossili climalteranti.

L’arma della unilateralità è voluta dai paesi europei più avanzati, non solo per consolidare la guida acquisita della lotta al riscaldamento globale e quindi per mettere a profitto i cambiamenti introdotti nelle loro economie, ma contemporaneamente anche per farne un’arma di pressione nei confronti degli Stati Uniti, ma anche di Cina, Russia, India e Brasile, per costringerli ad una trattativa e ad una nuova Kyoto.
L’offensiva scatenata da Confindustria e dal governo italiano puntava, non solo ad ottenere sconti e regole meno vincolanti e più flessibili, in particolare una estensione delle possibilità di conteggiare come riduzioni delle emissioni gli investimenti in rinnovabili fatti in altri stati, ma anche e soprattutto la messa in discussione di questo unilateralismo, che avvantaggia solo i paesi europei più forti e previdenti.

Che sulla posizione italiana si siano schierati la Polonia e nove paesi dell’ex unione sovietica la dice lunga su quanto poco in questi anni i governi che si sono succeduti in questo paese, compresi quelli di centro sinistra, abbiano creduto nelle opportunità che investire nella lotta al cambio di clima offriva al paese e al suo sistema industriale. Indebolire però quest’arma è una scelta grave e sbagliata, proprio perché può creare difficoltà ad una intesa globale il prossimo anno a Copenaghen, che l’auspicabile e possibile vittoria di Obana nelle presidenziali americane, renderebbe sempre più praticabile. Questa è la posta in gioco dello scontro in atto fra le due europe. Se si vuole sottrarre il nostro paese dal ruolo di retroguardia in cui l’hanno cacciato Berlusconi e le destre è tempo che si capisca che serve sviluppare qui una opposizione efficace e non pensare che questo compito possa essere affidato solo alla determinazione dell’Ue.

21 ottobre 2008

2008/10/22 "Etica e cambiamenti climatici "


Tratto da greenreport.it
21/10/2008


Etica e cambiamenti climatici

Dal 23 al 25 ottobre è in programma la VI Conferenza internazionale “Etica e cambiamento climatico. Scenari di giustizia e sostenibilità”, organizzata dalla Fondazione Lanna e dal Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici
FIRENZE. Nonostante qualche scettico che ancora mette in dubbio l’esistenza dei cambiamenti climatici (eppure anche la “questio” di Tommaso d’Aquino pare ormai superata), è acclarato come la ricerca scientifica abbia dato enorme contributo alla comprensione dei meccanismi in atto (quelli che modificano il clima in senso stretto) e dato indicazioni anche sui settori che possono subire l´effetto di questi cambiamenti. Intanto gli scenari futuri sono stati delineati (aumento della temperatura, scioglimento dei ghiacciai ai poli, aumento del livello dei mari, aumento dei fenomeni estremi..) con conseguenze immaginabili per la qualità della vita di tutti noi (animali e piante inclusi),ed è stata sottolineata la necessità di studiare e applicare le opportune strategie di adattamento.

Contemporaneamente gli esperti hanno evidenziato quale sia l´unica strada per risolvere alla radice il problema: la diminuzione ad un livello sostenibile per il pianeta delle emissioni di anidride carbonica, in modo da stabilizzare la concentrazione di CO2 in atmosfera, arrestandone la crescita. Il mondo scientifico quindi da tempo ha suggerito la strada da intraprendere al decisore politico e al mondo economico, per dare avvio ad azioni integrate, su più livelli di governo (dall’internazionale al locale), su vari piani (economico, sociale, ambientale, culturale), e verso tutti gli attori che sono interessati.

Deve essere modificato il modello economico oggi dominante che non può garantire futuro alle prossime generazioni, riconvertendo il sistema ai principi dell’economia ecologica (che vede in primis un progressivo allontanamento dal sistema energetico basato sulla dipendenza dai combustibili fossili), la cui applicazione può garantire la sostenibilità in campo economico, sociale ed ambientale. Non sono ammessi tentennamenti e perdite di tempo, come purtroppo la politica miope di alcuni governi, come il nostro, sembrano praticare. In questo contesto in cui tutti siamo responsabili non è possibile dimenticare la dimensione etica, potremmo dire “il peso specifico”, dove alcuni sono più responsabili di altri: i paesi del Nord del mondo, hanno prodotto la maggior parte delle emissioni prodotte negli ultimi 50-60 anni che sono la causa del riscaldamento globale.

Ma i Paesi emergenti (Cina, India su tutti) a velocità supersonica stanno “recuperando” e aggiungendo quote significative di CO2 in atmosfera. Il tema del dibattito internazionale dei prossimi anni a nostro avviso si svilupperà intorno a tre necessità: coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo nei processi di riduzione delle emissioni climalteranti attraverso un’equa suddivisione di responsabilità e costi; affermazione nei Paesi emergenti, con la stessa velocità della crescita del pil attuale, dell’economia ecologica; trasformazione nei “vecchi” Paesi industrializzati, del modello di sviluppo attuale.

Di questi temi e della loro articolazione si parlerà a Padova dal 23 al 25 ottobre, durante la VI Conferenza internazionale sull’etica e le politiche ambientali “Etica e cambiamento climatico. Scenari di giustizia e sostenibilità”, organizzata dalla Fondazione Lanna e dal Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici.

2008/10/22"CIVITAVECCHIA, MONTALTO DI CASTRO ''IL PAESE DO SOLE...'', IL POLO ENERGETICO TRA I PIU' INQUINANTI D'EUROPA,



CIVITAVECCHIA, MONTALTO DI CASTRO / 21-10-2008
''IL PAESE DO SOLE...'', IL POLO ENERGETICO TRA I PIU' INQUINANTI D'EUROPA, POLITICI E POLTRONE: POVERA ITALIA!
UNA LETTERA CHE VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

L'ecologista e saggia donna Beatrice Bardelli mi ha appena segnalato un articolo odierno del Corriere on line. Prendo lo spunto da questa storia d'inquinamento da diossina di Taranto, per evidenziare quel che dovrebbe essere ovvio, cioè che il benessere della società industriale e consumista non è altro che malessere sociale psicofisico. Continuiamo a produrre cose inutili con il solo vantaggio di avere più inquinamento ed una inferiore qualità della vita. Se persino un giornale come il Corriere on line si preoccupa di questo tema allora vuol proprio dire che siamo al "redde rationem".
Vorrei aggiungere che l'emergenza inquinamento ambientale in Italia è tutt'altro che limitata al sud, infatti ricordo ai lettori che nel Lazio esiste il polo energetico più grande d'Europa, con le centrali policombustibili di Montalto e Civitavecchia, ed ora anche a carbone (Valdaliga Nord) e malgrado il tasso di polluzione stia mettendo a rischio ogni attività agricola e turistica (la zona è ricca di reperti archeologici e dedita da tempo immemorabile all'allevamento ed agricoltura) il governo Berlusconi ha già previsto a tempi brevi anche la riattivazione della centrale nucleare di Montalto di Castro mai smantellata malgrado il referendum che sanciva il no al nucleare dell'Italia. E mentre la Germania e l'Inghilterra e persino la Francia si stanno attrezzando a chiudere le loro centrali atomiche ed a sviluppare la produzione energetica alternativa, l'Italia non trova di meglio da fare (malgrado questo sia definito "il Paese do sole..." che rendersi ancora più deturpata e monca con il ritorno al nucleare...
Tutto ciò mentre i politici "impegnati" si occupano di affari d'immagine, spettacoli, canzonette, posti e poltrone, aumenti di stipendio, corresponsione milionarie per dubbi servizi, etc. Povera Italia!
Grazie per la lettura e per aver pazientato sin qui... ma forse sarebbe ora di non pazientare oltre...

Paolo D'Arpini

2008/10/22 "Green global new deal: un Roosvelt verde per uscire dall´incubo Bush"




21/10/2008
Tratto da Greenreport.it

Green global new deal: un Roosvelt verde per uscire dall´incubo Bush


di Umberto Mazzantini

LIVORNO. Mentre il ministro dell´ambiente ed il governo italiano sono eroicamente impegnati a mettere i bastoni tra le ruote al Protocollo di Kyoto e alla leadership europea su energia e cambiamento climatico, a Londra il Department of environment, food and rural affairs (Defra) organizza per domani un focus di alto livello su "Global green new deal-environmentally", incentrato sugli investimenti da fare sull´economia verde vista come «opportunità storica per un XXI secolo prospero e per generare posti di lavoro».

Il governo britannico e il programma Onu per l´ambiente (Unep) chiamano a raccolta esperti, scienziati, politici ed imprenditori di tutto il mondo ed hanno già assicurato il loro intervento Achim Steiner, segretario esecutivo dell´Unep, Hilary Benn, ministro dell´ambiente della Gran Bretagna, Pavan Sukhdev, capo di Deutsche Bank´s Global Markets business in India, e i migliori esperti nel settore dell´economia degli ecosistemi e della bioddiversità che collaborano con la Green Economy initiative dell´Unep.

Sullo sfondo dell´iniziativa la convinzione che il 2008 potrebbe rivelarsi come l´anno spartiacque per l´economia mondiale, a causa dell´aumento dei costi del cibo e dei carburanti e della crisi finanziaria che si sono rapidamente succeduti.

«Di fronte alla grande depressione - dicono gli organizzatori - il presidente Franklin D Roosevelt ha rapidamente adottato il New Deal, il famoso recupero mirato. Ha messo le basi per la più grande crescita economica che il mondo abbia mai visto. Oggi abbiamo bisogno di una visione simile, un´azione urgente ed un forte impegno politico che diriga i flussi finanziari e la gestione dei mercati per far fronte alle piìù grandi sfide globali del nostro tempo».

La lista dei nemici che il "Global green new deal-environmentally" deve sconfiggere è lunga: cambiamento climatico, povertà, creazione di posti di lavoro per un miliardo e 300 milioni di persone disoccupate o sotto-occupate, accelerazione della scarsità delle risorse naturali disponibili, mancanza di carburante e cibo per 6 miliardi di persone che diventeranno 9 miliardi nel 2050.

La speranza è nel New deal "verde", nella convinzione che solo l´innovazione tecnologica ed economica potrebbe dare una mano a uscire dalla crisi finanziaria e ambientale del pianeta, spostando l´attenzione dall´economia di carta a quella reale, e che si torni a parlare delle risorse e della loro finitezza, che poi sono la matrice dell´economia e della sopravvivenza umana e della vita sul pianeta. Per questo si pensa (in Inghilterra e nel mondo, meno a Roma e Varsavia o in qualche tecnologico inferno ottocentesco asiatico) a come innovare le industrie, a come creare nuove imprese nel settore delle energie rinnovabili, delle tecnologie pulite, nell´agricoltura sostenibile, nella gestione intelligente degli ecosistemi del pianeta e nelle infrastrutture ecosistemiche di base.

Un New Deal già in corso e che l´Italia ignora, anzi sta dimostrano di essere uno degli elementi di punta (allineandosi al governo Bush in piena agonia) tra i Paesi che cercano di frenare l´accelerazione di una transizione, necessaria ormai anche per il più acceso degli ex-turbocapitalisti, che è al centro della Green economy initiative, che scommette globalmente sulla sostenibilità e la produzione di ricchezza equamente ripartita anche per qual miliardo e più di persone che sono restati fuori dal luccicante vortice della globalizzazione capitalista che spargeva briciole anche per i poveri del mondo.

Martedì, 21 ottobre 2008
TRATTO DA IFG ONLINE
Istututo Carlo de Martino

Ue, dal 2015 l’anidride carbonica va sottoterra

Maudie Piccinno

Meno carbone più aria pulita. La Commissione Ambiente dell’europarlamento ha stabilito che dal 2015 sarà proibito costruire centrali termoelettriche che emettano più di 500 grammi di CO2 per kilowatt ora generato. Questa disposizione mette al bando, di fatto, le centrali a carbone, a meno che non siano dotate della tecnologia Ccs (carbone capture and storage – cattura e stoccaggio del biossido di carbonio), ipotizzando che possa efficacemente limitare le emissioni nocive fino a un massimo del 55% entro il 2100 e generare un’influenza positiva sul clima.

Come funziona. La cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica (Ccs) nel sottosuolo è una tecnologia sperimentata da molti anni in diverse parti del mondo e soprattutto nel Mare del Nord con la speranza di ridurre le emissioni di CO2. Questa metodologia è sostenuta da numerose ricerche secondo cui le rocce porose, situate oltre i 1000 metri di profondità, sono il sito ideale per stoccare il biossido di carbonio. Una volta intrappolato nella roccia, il gas, grazie all’elevata pressione, diventa liquido e nel corso dei secoli o si dissolve o si trasforma in nuovi minerali. Altri luoghi ideali al deposito dell’anidride carbonica sono i giacimenti petroliferi svuotati e le miniere di carbone non sfruttabili.
Per ora, però, il progetto è applicabile solo a centrali di piccole dimensioni, sotto i 60 megawatt.

Germania, primo esempio in Europa. Il progetto tedesco di stoccaggio di Co2 (Co2Sink) è il primo in Europa. Ha preso il via lo scorso luglio, dopo essere stato studiato per quattro anni dal ReIl sito di stoccaggio di Co2 a Ketzin (Germania)search Centre for Geosciences, e dovrebbe riuscire a sotterrare, in appositi depositi a Ketzin nella zona orientale della Germania, circa 60.000 tonnellate di biossido di carbonio nei prossimi due anni. Il progetto, il cui costo è di circa 35 milioni di euro, è stato finanziato dall’Unione europea per circa 8,7 milioni di euro, dai contributi del ministero tedesco dell’Economia e del Lavoro e di alcune industrie private.
Il sistema di iniezione di anidride carbonica grazie ad un’innovativa tecnologia permette di monitorare il biossido di carbonio immagazzinato per impedire eventuali reazioni chimiche tra anidride carboniche e i minerali presenti nel sottosuolo. Tali interazioni devono essere tenute sotto stretta sorveglianza poiché eventuali reazioni potrebbero corrodere le rocce di copertura che isolano il deposito di stoccaggio e contaminare l’acqua sotterranea.

Greenpeace si oppone. In base ad alcuni studi, il processo di stoccaggio, se gestito correttamente, non dovrebbe causare pericoli per la salute, la sicurezza o l’ambiente, ma sono numerosi i dubbi in proposito. In particolare, Greenpeace (www.greenpeace.it) denuncia questa tecnologia considerandola immatura, costosa e rischiosa.
La Ccs, secondo Greenpeace, è un sistema ancora acerbo che non permetterà di prevenire gli effetti dei mutamenti climatici causati dalle emissioni di CO2 poiché non sarà possibile commercializzare la tecnologia prima del 2030. Secondo gli ambientalisti gli investimenti pubblici dovrebbero orientarsi verso fonti di energia rinnovabili, per ottenere un beneficio immediato
“E’ impensabile lasciare alle spalle l’era oscura delle fonti fossili se l’Europa continua a elargire nuovi incentivi - afferma Francesco Tedesco, responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace. “La Ccs ’è una truffa per tenere in piedi l’industria del carbone - denuncia - abbiamo invece bisogno di una rivoluzione energetica pulita adesso”. Inoltre gli a Greenpeace è critica anche sulla possibilità, aperta dal Parlamento europeo, di accettare crediti di Co2 provenienti da progetti di riforestazione all’estero. “Se così fosse, il prezzo della Co2 andrà per la seconda volta in caduta libera e prima di fare un passo del genere i governi europei dovrebbero inoltre assumersi chiaramente la responsabilità dei gravi impatti per la biodiversità e violazione di diritti umani”.

Scettica anche l’Agenzia Internazionale per l’energia (Iea), secondo cui, per catturare e stoccare la quantità di Co2 utile per avere qualche effetto sulla mitigazione del clima entro il 2050, sarebbe necessario realizzare 6.000 progetti, ognuno dei quali dovrebbe pompare nel sottosuolo un milione di tonnellate di CO2 all’anno. Cifre enormi che sembrano irrealizzabili.

2008/10/21 "Battaglie di retroguardia e CO2"




Battaglie di retroguardia e CO2

Sto assistendo come tutti al balletto delle cifre sulle riduzioni di emissioni di CO2 tra la UE e il governo italiano.(omissis)

Ebbene, non voglio tornare sul ruolo della CO2 nel riscaldamento globale, oggi ben documentato, ma che è fonte di polemiche senza fine sui media nostrani e sul web.

La situazione attuale mi dà, invece, lo spunto per un discorso più generale.

A mio parere la riduzione delle emissioni di CO2 è il prototipo di azioni che vadano verso un modello di sviluppo compatibile con l'ambiente; un modello che prima o poi dovremo adottare forzatamente, dato che il petrolio sta per finire e il carbone ci porterebbe ad una via senza uscita.

Allora, in questa situazione, perchè resistere fino all'ultimo? Perchè altri hanno imboccato quella strada e noi no?

Certo, in tempi di crisi pensare all'ambiente sembra un "lusso" che non ci possiamo permettere. E allora perchè nella colossale manovra salva-banche americana ci sono misure per la produzione di energie alternative e la sostenibilità ambientale? (Vedi, in proposito questo post di Gianluca Salvatori).

Non sarà che altri hanno capito che il futuro può essere solo in una produzione rispettosa dell'ambiente e noi continuiamo ad ancorarci a vecchi modelli, senza una visione strategica del futuro? E' la solita miopia dei politici italiani che si vede anche in altri settori ?

Una risposta a tutti questi quesiti non è facile... Certo è che altri si stanno muovendo in una direzione precisa. E non soltanto la UE: anche la Cina (che prevede una quota del 19% di produzione di energia al 2020 da fonti rinnovabili) o molti Stati degli USA. Senza contare ciò che affermano su temi ambientali i candidati alla Casa Bianca.

Il mondo va avanti e noi, anzichè cercare di stare tra i primi, guardiamo indietro. Stiamo attenti a non fare la solita - miope - battaglia di retroguardia...