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18 gennaio 2017

Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. A Genova torna il carbone.....

Tratto da Il Fatto Quotidiano 

Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. E a Genova torna il carbone

Risultati immagini per centrale a carbone di genova
 Il 22 novembre scorso, il direttore della Autoritè de suretè nucleaire francese (Asn) Pierre-Franck Chevet, in seguito alla scoperta di una crepa nella copertura del reattore sperimentale Epr (reattore ad acqua pressurizzata) in costruzione a Flamanville, comune situato nel dipartimento della Manica nella regione della Bassa Normandia, ha deciso di riconsiderare l’intera “catena di controllo” per rendere l’atomo più sicuro e di chiudere, per un certo tempo, 20 dei 58 reattori nucleari presenti sul territorio francese. Il problema riscontrato riguarda un eccesso di carbonio nella copertura in acciaio speciale nell’impianto in costruzione (dal 2005!) e si accompagna ad altri riscontri di insufficiente affidabilità in alcune centrali in attività.
La Francia, che è il più grande Paese esportatore netto al mondo di energia elettrica e vende principalmente in Italia, Gran Bretagna, Svizzera, Belgio e Spagna, produce per il 75% con l’atomo, con una disponibilità di potenza di 63.200 MW, ma si è trovata costretta a ridurre pesantemente gli obbiettivi di generazione – dal 1998 previsti sopra ai 400 TWh – in seguito alle ispezioni e ai fermi in atto. Data la mancanza di flessibilità del sistema elettrico francese, le interruzioni di massa drenano potenza da tutta Europa oltre a mettere in discussione il “prestigio” del nucleare transalpino nel mondo.


La produzione è in costante calo da maggio, secondo la Reuters, per due ragioni:

1) EDF possiede la maggior parte dei reattori di Francia, ma l’azienda ha gravi problemi finanziari e molti dei suoi progetti hanno un rating inferiore all’investment grade. Con più di 40 miliardi di dollari di debito le azioni di EDF, di cui il governo francese detiene l’85%, sono crollate del 55% nel corso dell’anno passato.
2) Una legge approvata dal governo francese lo scorso novembre allo scopo di sostenere l’energia solare, richiede di ridurre la quota di produzione di energia nucleare a solo il 50 per cento entro il 2025.
In un Sistema interconnesso come quello europeo, l’aumento del prezzo del MWh nucleare fa arretrare l’importazione dalla Francia per i paesi confinanti mentre richiede che quest’ultima sfrutti impianti sottoutilizzati in territorio estero per supplire il calo di produzione. Ciò vale in primis per la Germania che ha diversificato le sue fonti di alimentazione e accresciuto la sua capacità da fonti rinnovabili lasciando sottoutilizzata in parte la sua flotta convenzionale (i prezzi tedeschi sono stati di 33,65 € / MWh contro i 45,60 € / MWh dell’atomo dei vicini).
L’Italia intanto ha aumentato le sue esportazioni del 198% e ridotto le importazioni nette (-62%) dando fiato a quelle voci che al ministero dello Sviluppo vorrebbero la ripresa della produzione da fonti fossili, pur sapendo che la buona diffusione delle rinnovabili (ora contrastata) fa la differenza tra le varie zone del Paese (l’Italia settentrionale è quella che sta soffrendo di più per l’attuale situazione).
E qui si inserisce il colpo a effetto dell’italiano ministero dello Sviluppo economico: riaprire la centrale a carbone di Genova. Era stata spenta questa estate, dopo aver esaurito le 2.200 ore di produzione autorizzate per il 2016. Per quest’anno era in programma la dismissione programmata dall’Enel, con una chiusura anticipata nonostante sulla carta avesse ancora 2.000 ore previste. Ma la colpa è dei Francesi… Il pericolo di carenze energetiche risveglia dunque appetiti che sembravano sopiti. “Una decisione gravissima – dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia – che usa scuse rese risibili dalla enorme sovracapacità italiana: siamo in grado di produrre quasi 117 GW di energia elettrica a fronte del massimo picco di domanda interna di 60,5 GW”.
La risposta del Gestore dei mercati elettrici (GME) è stupefacente: “La produzione termoelettrica a carbone, la cui quota attualmente è limitata dalla forte competizione con le rinnovabili soprattutto nelle ore vuote, potrebbe tornare a un funzionamento baseload nel medio periodo. Questa possibilità si conferma nell’ipotesi che i mercati delle commodities mantengano lontano lo switching nel merit order fra impianti a carbone e cicli combinati a gas”.
L’uso ormai smodato dell’inglese significa che tra carbone e rinnovabili si torna al punto di prima, con buona pace per la vista sul porto da Sampierdarena, per chi vuole continuare a trivellare in mare, per A2A che brucia lignite in Montenegro, per le nostre bollette in aumento e per l’accordo per la riduzione di emissioni di anidride carbonica COP21, che recentemente è andato in vigore anche con l’approvazione di governo e parlamento italiani.

17 gennaio 2017

Cina blocca 85 nuove centrali a carbone

Tratto da Ansa

Energia: Cina blocca 85 nuove centrali a carbone

Il Paese investirà 340 miliardi di euro in fonti rinnovabili

 © ANSA

 ROMA, 17 GEN - La National Energy Administration, l'agenzia cinese per l'energia, ha annunciato il blocco di 85 nuove centrali a carbone, pianificate o in fase di costruzione.

Nel complesso, riporta Greenpeace, le centrali elettriche avrebbero avuto una capacità di 100 gigawatt.

Secondo quanto scrive la media company cinese Caixin sul proprio sito web, gli impianti a carbone fermati dall'agenzia energetica sarebbero 101, per investimenti pari a 430 miliardi di yuan (58,6 miliardi di euro).

Agli inizi di questo mese la National Energy Administration ha annunciato risorse per 2.500 miliardi di yuan, pari a 340 miliardi di euro, in energie rinnovabili, nel quinquennio 2016-2020. Gli investimenti dovrebbero creare 13 milioni di nuovi posti di lavoro e consentire alla Cina di chiudere il 2020 con la metà della nuova generazione elettrica da fonti verdi.(ANSA).

13 gennaio 2017

Wind energy Olanda: dal 1 gennaio 2017 tutti i treni sono a vento.

Tratto da dorsogna.blogspot.it

Olanda: dal 1 gennaio 2017 tutti i treni sono a vento







Tutti.

La svolta inizio' nel 2015 quando la compagnia energetica Eneco si aggiudico' il bando per collaborare con le NS, il sistema ferroviario d'Olanda, per elettrizzare il trasporto su rotaia.

Il target era di arrivare al 100% rinnovabile entro il 2018. Ma le cose andarono meglio del previsto e ci siamo arrivati un anno prima di quanto previsto, grazie al boom dell'energia eolica nel paese.

Una turbina media, spinta da venti medi per un ora, puo' alimentare il trasporto su treno per 120 miglia, circa 190 chilometri. La collaborazione fra NS ed Eneco non e' finita perche' vogliono migliorare ancora l'efficenza ed arrivare a un calo del costo energetico per passeggero del 35% entro al 2020, se paragonato con il 2005.

Le NS trasportano circa 600mila passeggeri al giorno su circa 5500 viaggi quotidiani, il consumo e' di 1.2 miliardi di KW-ore l'anno. L'equivalente del consumo di elettricita' in tutte le case della citta' di Amsterdam: un grande passo in avanti.

Quanta energia eolica si produce in Olanda? Circa 7.4 miliardi di KW-ore l'anno. Al paese ne necessitano 12.5 miliardi di KW-ore l'anno. Oltre alla produzione domestica c'e' dunque anche energia eolica che arriva dall'estero, importata dal Belgio e dalla Finlandia. 

Un altro passo in avanti. E in Italia? Sarebbe davvero difficile *provarci*?, volerlo, tentare, averne voglia? 

E mentre che tutti vanno tutti via con il vento, noi siamo qui, indietro a guardare e a trivellare.

Qui un approfondimento su come ci si e' arrivati a questo 100% di treni green.

Il 2016 l'anno più caldo da metà del 1800

Tratto da Il Cambiamento

Il 2016 l'anno più caldo da metà del 1800


Nel 2016 le temperature globali misurate sono state di circa 

1,2° C più elevate rispetto ai livelli pre-industriali; lo affermano

 gli esperti dell'Organizzazione Mondiale della Meteorologia.

Il 2016 l'anno più caldo da metà del 1800
Il 2016 probabilmente sarà stato l'anno più caldo mai registrato da
metà del 1800, secondo i dati relativi ai primi undici mesi dell'anno dell'Organizzazione Mondiale della Meteorologia (WMO);
le temperature medie globali superano anche i record del 2015.


Nel 2016 le temperature globali sono di circa 1,2° C più elevate
rispetto ai livelli pre-industriali. Peraltro, tutti gli anni più caldi mai
registrati sono stati in questo secolo.
Il Segretario generale della WMO ha commentato che "Gli studi
scientifici stanno sempre più dimostrando il legame tra gli eventi
meteorologici estremi - in particolare il calore - ed il cambiamento
climatico indotto dall'uomo con i gas serra. Questo aumenta la
necessità di investire per assicurare migliori previsioni del tempo in
grado di prevedere gli impatti di tali eventi e sistemi di allarme
rapido per salvare vite umane e sostenere l'adattamento ai cambiamenti climatici, ora e nei prossimi decenni a venire".


12 gennaio 2017

Allarme inquinamento. Che futuro avranno i nostri figli?I bambini di oggi potranno vivere meno della generazione precedente".

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Allarme inquinamento. Che futuro avranno i nostri figli?

Risultati immagini per inquinamento. bambini
Nel 2005, Margaret Chan, direttore generale dell’Oms, scriveva: “Sei morti su 10 (60%) ogni giorno sono causate da malattie non trasmissibili spesso legate alle abitudini di vita e sono la ragione per la quale i bambini di oggi potranno vivere meno della generazione precedente”.
Nel 2006, la Harvard School of Public Health ha lanciato un appello intitolato: “Una pandemia silente: le sostanze chimiche industriali stanno danneggiando lo sviluppo cerebrale dei bambini di tutto il mondo”.
Nel 2009, l’Oms ci ha avvertiti che:
– nell’adulto, l’80% delle patologie è influenzato dai fattori di rischio ambientale, mentre il 25% delle morti e il 25% del carico di malattia può essere attribuito all’ambiente;
– nel bambino ben il 35-40% del carico di malattia è influenzato dal rischio ambientale.
Ovviamente, sono moltissimi gli studi di tossicologia e di farmacologia pubblicati in questi ultimi anni che testimoniano la gravità della situazione ambientale, specie tra i bambini. Tra gli ultimi, ricordo uno studio portato al Congresso Internazionale dell’European Respiratory Society del settembre 2016 che ha correlato l’assunzione di antibiotici nei primi due anni di vita con un aumento del rischio di sviluppare allergie da più grandi: l’associazione era più marcata in quei soggetti che da bambini avevano assunto due cicli di antibiotici invece che uno.


Infatti, è noto che nei bambini, specie i più piccoli, i farmaci o gli inquinanti immunointerferenti alterano il sistema immunitario già molto immaturo e possono lasciare uno squilibrio cronico della bilancia immunitaria Th1/Th2 con conseguenti patologie allergiche, autoimmunitarie e anche oncologiche.
La conferma è giunta lo scorso settembre 2016 da un articolo intitolato “La vita moderna sta uccidendo i bambini con un aumento del cancro pediatrico del 40% negli ultimi 16 anni”. La causa viene attribuita a inquinamento atmosferico, pesticidi, diete povere e radiazioni elettromagnetiche. L’aumento del cancro è risultato più evidente per età di 15-24 anni, con un tasso di incidenza aumentato del 60%. In conclusione, in Gran Bretagna più di 4.000 all’anno bambini ricevono la diagnosi di cancro, al punto che questa patologia è la principale causa di morte da 1 a 14 anni, “una patologia che potrebbe essere completamente ridimensionata con il cambiamento dello stile di vita”, commentano gli autori dell’articolo. Infatti, viviamo in un ambiente molto patogeno: inquinamento elevato di aria, acqua e cibo, alimentazione squilibrata e povera di sostanze nutrizionalmente essenziali, eccessivo uso di farmaci, ecc.
Questa situazione minaccia tutti, ma in particolare i bambini, perché l’adulto ha iniziato ad essere squilibrato quando era già strutturato, mentre un bambino viene squilibrato prima ancora di nascere. Prima di causare un cancro, però, l’inquinamento causa un profondo squilibrio immunitario e una conseguente infiammazione tessutale cronica… da cui hanno inizio ‘tutte’ le patologie!
Ed ecco alcuni dati Usa scioccanti:
– 1 bambino su 6 ha disturbi di apprendimento (1);
– 1 su 9 è asmatico (2);
– 1 su 10 è affetto da Adhd (3);
– 1 su 12 soffre di depressione (4);
– 1 su 45 è autistico (5);
– 1 su 400 diventerà diabetico (6);
– e altri milioni di bambini lottano con altri tipi di disturbi immunitari, autoimmunitari, metabolici e neuropsichiatrici (7) caratterizzati da processi infiammatori cronici sia del cervello sia di altri tessuti corporei (8).
Infatti, nell’aprile 2016 il nostro Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane (9), analizzando i dati dal 2002 al 2015, ha denunciato che nel 2014 è iniziata per la prima volta una riduzione della speranza di vita alla nascita.
Pertanto, nell’attesa che qualcosa cambi a livello sociale, credo che ognuno di noi debba fare qualcosa subito, sia per migliorare la sua condizione personale, sia per contribuire a modificare la situazione sociale, perché, se vogliamo aiutare concretamente i nostri figli dobbiamo iniziare a cambiare noi stessi, dato che la salute degli uomini futuri inizia prima del loro concepimento, si plasma durante la gravidanza e si perfeziona durante la prima infanzia, ma poi è legata all’esempio che i genitori daranno e alle condizioni dell’ambiente in cui vivranno.
L’igiene di vita che alla lunga sembra essere più incisiva è relativamente semplice da attuare ed è anche quella che più riduce il rischio di obesità e di patologia in generale:
– un’alimentazione moderata, equilibrata nei suoi nutrienti, prevalentemente vegetale e non troppo industrializzata;
– un adeguato introito giornaliero di acqua (1,5-2 litri nell’adulto);
– un po’ di attività fisica, quasi quotidiana (almeno 30 minuti);
– un sonno ristoratore (minimo 7 ore al giorno);
– la maggior distanza possibile dai campi elettromagnetici;
– la minor assunzione possibile di farmaci;
– uno spazio quotidiano o settimanale per uno svago piacevole e rilassante, possibilmente lontano da ambienti inquinati;
– un animo sereno, mite e ragionevolmente ottimistico, capace di affrontare gli inevitabili problemi della vita non come ulteriore fonte di stress, ma come un’occasione di crescita personale.
Sull’importanza dell’igiene di vita come potente medicina preventiva, un recente studio (10) ha lanciato un invito: “In Gran Bretagna l’obesità è responsabile di oltre 18.000 casi di tumori all’anno e, dopo il fumo, è la seconda causa di cancro prevenibile… Agire sulla prevenzione, promuovendo stili di vita corretti, deve essere un imperativo per medici e operatori sanitari”.
Per il 2017 mi impegnerò ancora di più a diffondere tale messaggio e il mio augurio è che sempre più persone facciano lo stesso.


Riapertura della centrale a carbone di Genova: “danno ad ambiente e concorrenza”

Tratto da  Qualenergia

Riapertura centrale a carbone di Genova: “danno ad ambiente e concorrenza”

Il MiSE, su sollecito di Terna, richiama in servizio l'impianto a carbone Enel di Genova Sampierdarena, per compensare le mancate importazioni dalla Francia. Il WWF annuncia una segnalazione all'UE: la decisione violerebbe le regole del libero mercato, oltre a far male a ambiente salute.
Ferma dall'estate scorsa e avviata alla dismissione, l'unità 6 da 136 MW della centrale a carbone Enel di Genova dovrebbe riprendere a funzionare temporaneamente nei prossimi giorni.
A richiamarla in servizio il ministero dello Sviluppo economico che, su sollecito di Terna, ha chiesto a Enel di rinviare la chiusura di alcune centrali nell'area del nord-ovest, a cominciare dall'impianto a carbone di Genova Sampierdarena.
La misura precauzionale dovrebbe essere temporanea ed è giustificata dal fermo nucleare francese.
Una scusa che non regge, secondo il WWF, “perché nel Nord Italia ci sono moltissime centrali a gas a ciclo combinato, più efficienti e meno impattanti dal punto di vista sanitario e ambientale.”
“Siamo in grado di produrre quasi 117 GW di energia elettrica a fronte del massimo picco di domanda interna di 60,5 GW. In realtà, si riapre al carbone dopo che erano venute prese di posizione e impegni formali per l’abbandono di questa fonte pericolosa sia per la salute che per l'ambiente e letale per il clima, dato che produce 2 volte di più CO2 delle centrali a gas”, dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia.
La richiesta di riapertura di Genova – denuncia l'associazione - si configura addirittura come “una violazione del libero mercato”, dal momento che Enel è diventata una spa e ci potrebbero essere altri operatori interessati a soddisfare la domanda di energia francese o il mancato acquisto dell’energia nucleare d’oltralpe “a fini speculativi, visto che viene rivenduta a caro prezzo e importata praticamente a costo zero, non perché ne abbiamo bisogno”.
L'associazione annuncia una segnalazione all'Unione Europea.
La centrale a carbone di Genova era originariamente costituita da tre gruppi, per complessivi 295 MW, realizzati negli anni ‘50. Le due unità più piccole e vecchie sono state messe fuori servizio nel 2012 e nel 2014, mentre la terza unità (da 155MW) doveva essere chiusa entro il 2017 (anno per cui è comunque autorizzata a funzionare per 2.000 ore).
Nel 2015 l’impianto, pur con la sola unità da 155 MW ha emesso 807.445 tonnellate di CO2, emerge dal dato ufficiale ETS.

Leggi anche su Genova 24

Centrale a carbone di Genova, Legabiente: “Riaprirla è sbagliato e pericoloso”

Genova. Per Legambiente il riavvio della centrale termoelettrica a carbone di Genova, ventilato da una sorta di “necessaria solidarietà energetica” verso la Francia, che ha ferme alcune delle proprie centrali nucleari e ha necessità di importare energia elettrica è sbagliato e pericoloso.
“Si riattiva una sorgente tra le più inquinanti per la nostra città che da metà agosto 2016 aveva smesso di bruciare carbone e si allontana la sua dismissione – chiarisce Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – ci risulta infatti che il Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE) e Terna considerino questa centrale strategica per la produzione energetica. I Paesi europei hanno una fitta rete elettrica interconnessa con cui potersi scambiare energia e prima di riavviare le centrali più inquinanti, che danneggiano ambiente e salute dei cittadini, si dovrebbero attivare quelle a produzione meno impattante”.
“Questa solidarietà – conclude Grammatico – è in verità una giustificazione per sostenere ancora una volta la lobby del combustibile fossile tra i più inquinanti al mondo, ma anche tra i più economici a causa dell’eccesso di offerta di carbone sui mercati mondiali delle materie prime. Ma la sua economicità è solo apparente: una recente ricerca ha stimato, a livello europeo, costi sanitari dalla combustione del carbone compresi tra 32,4 e 62,3 miliardi di euro all’anno”.
Per questo Legambiente Liguria chiede a MISE e Terna di rendere operative le procedure per la definitiva dismissione della centrale senza ulteriori rinvii.

A volte ritornano. E la cosa è clamorosa se a tornare, nel porto di Genova, è il carbone.

Tratto da La Repubblica
Porto di Genova, torna il carbone
Francia senza energia chiede aiuto all'Italia: l'Enel riapre la centrale.
Porto di Genova, torna il carbone
A volte ritornano. E la cosa è clamorosa se a tornare, nel porto di Genova, è il carbone. 
A volte ritornano. E la cosa è clamorosa se a tornare, nel porto di Genova, è il carbone. Ma sì, proprio lui, dato per morto e sepolto, celebrato come si conviene a chi fatto la storia del porto, ma oggi è poco rimpianto perché "sporco e cattivo". Succede però che gli "amici" francesi, che solitamente l'energia all'Italia la vendono, ora si trovano a doverne chiedere, visto che un terzo delle loro centrali nucleari è fermo in manutenzione. E così si rivolgono a tedeschi e italiani pronti a dare una mano anche se con "materiale" differente. La Germania, infatti, farà la sua parte con le rinnovabili, l'Italia invece si appoggerà ancora una volta al termoelettrico. E così l'Enel, per far fronte alla richiesta straordinaria, riattiverà (anche) la centrale a carbone di Genova, chiusa ufficialmente in estate, ma pronta a "riaccendersi" per l'occasione. ........sarà comunque meglio concentrarsi sul presente che riguarda appunto la ripartenza della centrale del porto di Sampierdarena. Sarà, come si diceva prima, un intervento a termine, di qualche mese, il tempo necessario per far ripartire le centrali francesi. .........

Ma che è successo tecnicamente? Che cosa induce a una decisione tanto sorprendente, ancorché temporanea? Il problema sorge lo scorso settembre in Francia, quando ventuno centrali nucleari francesi vengono bloccate per manutenzione. La Francia, che di solito esporta il suo surplus di energia (servendo anche il mercato italiano), si vede costretta a cambiare i suoi abiti e a diventare importatrice. Si rivolge in Germania e in Italia, trovando quelle risposte che dovrebbero aiutarla a superare questa fase transitoria. In Italia il "soccorso" arriverà anche dall'Enel attraverso le sue centrali e fra quelle individuate c'è pure Genova, fermata solo da pochi mesi e che tecnicamente, con la giusta manutenzione e attività preparatoria, può essere riattivata, insomma, "riaccesa"......

Leggi l'articolo integrale su  La Repubblica

10 gennaio 2017

In Gran Bretagna più eolico che carbone nel 2016 :Storico sorpasso dell’energia generata dal vento sulle centrali fossili più inquinanti.

Tratto da Qualenergia

In Gran Bretagna più eolico che carbone nel 2016

Storico sorpasso dell’energia generata dal vento sulle centrali fossili più inquinanti. In primavera-estate il fotovoltaico aveva battuto il carbone nella generazione elettrica complessiva. Merito anche del floor-price per la singola tonnellata di CO2, che sta penalizzando gli impianti obsoleti.
L’eolico ha battuto il carbone in Gran Bretagna nel 2016: per la prima volta nella storia del sistema elettrico inglese, una tecnologia rinnovabile ha prodotto più energia della fonte fossile più inquinante per un intero anno.
Secondo le stime preliminari di Carbon Brief, infatti, il carbone ha coperto il 9,2% dei consumi elettrici inglesi nei passati dodici mesi, mentre gli impianti eolici hanno contribuito con l’11,5% del mix.
Il grafico sotto riassume l’andamento della generazione elettrica nel periodo 2009-2016. Il primo dato che cattura la nostra attenzione è il tracollo del carbone, dal picco di 143 TWh generati nel 2012 ad appena 31 lo scorso anno, con un calo del 59% rispetto al 2015 (75 TWh).
L’output registrato nel 2016 è tornato sui livelli del 1935; tra marzo-aprile, inoltre, il carbone per alcune ore non ha prodotto nemmeno un kWh di energia, come non era mai successo dal 1882.
Nel grafico si vede bene che è stato principalmente il gas a colmare il vuoto lasciato dalla fonte fossile concorrente, con 145 TWh generati, +45% in confronto ai dodici mesi precedenti.
Inoltre, Carbon Brief evidenzia che l’output combinato dei due combustibili tradizionali è diminuito del 38% dal 2010 a oggi. Gas e carbone hanno lasciato più spazio alle rinnovabili e alle importazioni di elettricità dalla Francia; un contributo è arrivato anche dal calo complessivo dei consumi.
Interessante, poi, è il secondo grafico sotto, perché mostra molto chiaramente l’evoluzione del mix energetico britannico dagli anni ’20 in avanti, con la transizione dal dominio incontrastato del carbone verso un assortimento più “pulito” con nucleare, gas e rinnovabili.
Perfino durante la fase più acuta dello sciopero dei minatori nel 1985, il carbone assicurava il 45% circa dell’elettricità in Inghilterra, con petrolio e nucleare a coprire i consumi rimanenti. Ora quasi metà della produzione energetica proviene dal nucleare e dalle varie fonti verdi (eolico, biomasse e fotovoltaico).
La crescita delle rinnovabili e il calo della domanda elettrica - quest’ultima nel 2016 era inferiore di circa il 20% rispetto al 2005 - hanno permesso alla Gran Bretagna di tagliare le emissioni di CO2 in campo elettrico di circa il 20-25% lo scorso anno, nel paragone con il 2015, evidenzia ancora Carbon Brief.
Prima del sorpasso annuale dell’eolico sul carbone, il paese ha vissuto un altro momento storico grazie al boom del fotovoltaico, capace di generare più elettricità della fonte “sporca” da aprile a settembre dello scorso anno (vedi QualEnergia.it).
Per la prima volta, gli impianti solari sono riusciti a sopravanzare la produzione delle centrali a carbone per un intero semestre, grazie ovviamente alle condizioni climatiche più favorevoli del periodo primaverile-estivo.
L’eolico ha fatto la parte del leone nel settore green soprattutto nei mesi invernali, come si evince dall’ultimo grafico che proponiamo dalle analisi di Carbon Brief, con l’andamento stagionale della produzione elettrica inglese.
La Gran Bretagna può contare su oltre 28 GW di potenza complessivamente installata nelle rinnovabili, di cui metà nell’eolico con una fetta consistente di centrali offshore (5 GW).
La crisi del carbone si può spiegare con una serie di fattori legati soprattutto alle dinamiche dei prezzi dei combustibili fossili, con valori in discesa per il gas e in salita per il carbone, anche a causa del floor-price (prezzo minimo) per ogni tonnellata di CO2 emessa, che è pari a 18 sterline.
La scorsa primavera, Londra ha chiuso tre centrali a carbone; il governo ha previsto di fermare tutti gli impianti entro il 2025.

Uffinghtonpost :Centrali elettriche riconvertite: dall'Islanda alla Turchia dieci esempi di trasformazioni "green"

Tratto da  Uffinghtonpost

Centrali elettriche riconvertite: dall'Islanda alla Turchia dieci esempi di trasformazioni "green"

SEAHOLM
Ci sono luoghi destinati a generare energia anche quando smettono di produrla concretamente. È il caso delle centrali – idroelettriche, nucleari, a carbone… – costruite in tutto il mondo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento e riconvertite negli ultimi anni in spazi culturali, musei, incubatori di imprese o addirittura parchi giochi. La pratica della dismissione e riconversione di vecchi impianti non è nuova: i primi esempi si trovano già nel secolo scorso. La differenza principale è che i nuovi progetti hanno una sensibilità molto più elevata per la sostenibilità ambientale e sociale. Per esempio, Enel con l’iniziativa Futur-e mira a trasformare 23 vecchie centrali italiane in luoghi ecosostenibili dedicati a scienza, arte, cultura o turismo secondo i dettami dell’economia circolare.
Ecco dieci esempi in giro per il mondo di impianti energetici riconvertiti e riconsegnati alle loro comunità come spazi creativi e di aggregazione.Continua a leggere  qui...

09 gennaio 2017

WWF-L’Italia del carbone: da 11 centrali il 13,2% dell’elettricità e oltre il 40% della CO2

Tratto da Greenreport

L’Italia del carbone: da 11 centrali il 13,2% dell’elettricità e oltre il 40% della CO2

[9 gennaio 2017]
carbone inquinamento wwf
La Befana si è portata via le feste, ma non il carbone. Almeno non in Italia: come ricorda il Wwf, lungo il Paese ancora oggi sono in funzione 11 centrali a carbone, che durante il 2015 hanno fornito il 13,2% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.201 GWh. Un contributo tutto sommato modesto, che diventa però totalmente sproporzionato osservando anche le emissioni climalteranti: gli impianti a carbone hanno prodotto quasi 39 milioni di tonnellate di CO2, corrispondenti a ben oltre il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale.
Un dato che non stupisce: tra tutti i combustibili fossili – evidenziano dal Wwf – il carbone è quello più inquinante: dalla sua combustione viene liberato il 46% delle emissioni globali di CO2. Da solo, è quindi in grado di vanificare qualsiasi sforzo di mitigazione del cambiamento climatico. Numerosissimi studi scientifici hanno inoltre dimostrato come l’inquinamento derivante dalla combustione del carbone sia causa di gravi patologie e disturbi dello sviluppo fisico e mentale umano, particolarmente nei bambini fin dalla fase prenatale. Ripercussioni gravissime che non interessano solo le aree più prossime agli impianti, ma che vanno persino oltre i confini nazionali.
«Fare a meno del carbone in tempi brevissimi si può, in Europa già molti Stati l’hanno programmato, e non si vede perché l’Italia, che è meno dipendente di altri dal carbone per la produzione energetica – sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia – non si affretti a mettere in atto le politiche necessarie: il Wwf le ha suggerite in un recentissimo report. Del resto, per la prima volta si assiste a un calo del consumo di carbone a livello globale (-2,7% nel 2015), nonostante l’aumento esponenziale della domanda di energia in Asia: una tendenza che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia continuerà».
La transizione in Italia potrebbe essere non poco avvantaggiata dalle contingenze venutesi a creare dietro la spinta delle rinnovabili e della crisi economica – che ha falcidiato, insieme a consumi e produzione industriale, la domanda di energia nel Paese. L’Italia nel 2015, con una potenza installata di 116.955 MW, a fronte di una punta massima assoluta della domanda di 60.491 MW, continua ad avere una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere le centrali (specie quelle meno inquinanti e più efficienti) a funzionare a scartamento ridotto. «Oggi il nostro nemico è il carbone», aveva dichiarato due anni fa l’ex premier Matteo Renzi. Ma quelle centrali a carbone sono ancora lì.

Cina, agenti anti-smog a Pechino deciso dalla nuova polizia ambientale anche il taglio del 30% dell’uso del carbone nel 2017,

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Cina, agenti anti-smog a Pechino: nel mirino anche i barbecue

Tra le misure decise dalla nuova polizia ambientale anche il taglio del 30% dell’uso del carbone nel 2017, la chiusura dei 500 impianti produttivi più inquinanti e da febbraio il divieto di circolazione per circa 300mila veicoli altamente inquinanti

Cina, agenti anti-smog a Pechino: nel mirino anche i barbecue
Caccia a chi decide di sbarazzarsi dell’immondizia bruciandola e a chi più semplicemente vuole ardere un po’ di legna. Magari per riscaldarsi. Senza dimenticare chi vorrà fare un barbecue all’aperto. Sono le nuove misure della polizia ambientale cinese, la nuova autorità creata da Pechino per fare fronte dell’emergenza smog. Il vicesindaco della capitale, Cai Qi, ha reso noto che gli agenti anti-smog daranno la caccia anche agli amanti delle grigliate e ha annunciato altre misure importante per la lotta all’inquinamento per la città dove, ormai, i cittadini sono costretti ad uscire con la mascherina. Tra i provvedimenti anche il taglio del 30% dell’uso del carbone nel 2017, la chiusura dei 500 impianti produttivi più inquinanti e dal mese prossimo il divieto di circolazione nella città per circa 300mila veicoli altamente inquinanti.

08 gennaio 2017

THE LANCET-Inquinamento: c'e' un legame tra il traffico e la demenza.

Tratto da rinnovabili.it

  • Chi vive entro un raggio di 50 metri da una arteria stradale molto frequentata ha una probabilità del 12% in più di sviluppare una malattia neurodegenerativa
Inquinamento: c’è un legame fra il traffico e la demenza

(Rinnovabili.it) – Gli effetti dell’inquinamento stradale sulla salute vengono normalmente associati a disturbi dell’apparato respiratorio come bronchiti e enfisemi, malattie cardiache, ictus, cancro ai polmoni e infezioni acute. Molto meno scontata è invece la relazione fra le sostanze nocive prodotte dal traffico veicolare e altri tipi di patologie. Un nuovo studio, condotto da scienziati della Public Health Ontario e pubblicato sulla rivista specializzata The Lancet, dimostra che esiste una correlazione fra esposizione al traffico e demenza.
Chi vive nei pressi di importanti arterie stradali ha il 12% di probabilità in più di sviluppare una patologia come la demenza – gruppo nel quale rientrano disordini di perdita della memoria come, ad esempio, l’Alzheimer – rispetto a chi vive più distante dal traffico.

Inquinamento: c’è un legame fra il traffico e la demenza
Gli autori della ricerca hanno monitorato l’intera popolazione adulta della provincia canadese dell’Ontario, in tutto oltre 6,5 milioni di persone, nel corso del decennio 2001-2012. Incrociando poi i dati medici personali con i codici postali, sono riusciti a determinare il grado di prossimità a strade molto trafficate (autostrade, superstrade o tratti stradali normalmente congestionati a più corsie).
I cittadini che vivono entro un raggio di 50 metri da una di queste arterie stradali hanno una probabilità dal 7 al 12% maggiore degli altri di sviluppare la demenza. La variabilità della percentuale dipende anche da fattori come il periodo di tempo per cui si vive in un dato luogo e se è localizzato in un’area urbana o rurale. Gli scienziati hanno poi verificato che più si vive distanti dal traffico, più il rischio per la salute scende: a 200 metri da una strada trafficata i residenti non mostrano più un’incidenza di demenza superiore alla norma.
Che il traffico, questo killer silenzioso che in tutto il mondo fa milioni di morti ogni anno, sia associabile a malattie neurodegenerative, è un’ipotesi che sta trovando sempre più conferme. Pochi mesi fa alcuni scienziati della Lancaster University hanno scoperto la presenza di milioni di nanoparticelle di ossido di ferro per ciascun grammo di tessuto cerebrale in soggetti esposti all’inquinamento stradale. Si tratta di sostanze altamente tossiche che vengono normalmente correlate a malattie degenerative del sistema nervoso. La loro forma liscia e rotonda, spiegavano gli scienziati, è compatibile soltanto con quelle emesse dai motori delle automobili o dai sistemi di frenata dei veicoli, dove si sviluppano le alte temperature necessarie per conferire loro quelle caratteristiche distintive.

05 gennaio 2017

AMBIENTE & VELENI :Trentino, rifiuti e inceneritore. Anno nuovo, politiche vecchie

Un ' articolo da leggere sino in fondo per trarne le dovute co
nsiderazioni  ed ammonimenti :cittadini  non abbassiamo mai la guardia e manteniamo  ben fissi  gli obbiettivi.........di  tutela della nostra salute e del nostro ambiente




 



 

Trentino, rifiuti e inceneritore. Anno nuovo, politiche vecchie


Trentino, rifiuti e inceneritore. Anno nuovo, politiche vecchie

Mentre arriva la notizia che Ispra ha classificato il Trentino Alto Adige come seconda regione italiana a livello di raccolta differenziata dei rifiuti, la nostra provincia provvede a incenerire il residuo indifferenziato, ricorrendo all’inceneritore di Bolzano. Davvero due notizie in antitesi tra loro.
  Ma andiamo per gradi, per capire come si sia arrivati  a decidere di incenerire i rifiuti, nonostante la virtuosa raccolta differenziata che raggiunge percentuali elevate.
Correva l’anno 2009, quando il primo bando di gara per l’aggiudicazione della costruzione di un inceneritore a Trento andava letteralmente deserto. Poche le garanzie di poter bruciare quantità rilevanti di rifiuti, data la notevole escalation della percentuale di raccolta differenziata che era stata raggiunta e che, a oggi, sfiora l’80%. In quegli anni erano attive alcune associazioni (Nimby Trentino, Coordinamento Trentino pulito) che avevano promosso momenti formativi e informativi in merito a un progetto alternativo all’inceneritore, noto in Trentino come “progetto Cerani”, a nome dell’ingegnere che lo aveva predisposto (qui il link alla pagina dove trovate spiegato il progetto).
La classe politica trentina che era al governo ci classificò come “ciarlatani”, venditori di idee irrealizzabili, sostenendo che l’inceneritore sarebbe stata l’unica via per chiudere il ciclo dei rifiuti in Trentino. Dopo il primo bando di gara sopraccitato, andato deserto perché nessuna azienda di settore intravedeva guadagni interessanti, dato lo scarso residuo indifferenziato da bruciare, arrivò anche la chiusura dei finanziamenti pubblici all’energia elettrica prodotta da incenerimento dei rifiuti; così, il percorso prima definito come “l’unica via percorribile”, venne abbandonato definitivamente dalla politica trentina, che dichiarò che la costruzione di un inceneritore in Trentino non serviva più.
Non fu certo una scelta dettata da convinzioni ecologiche e ambientaliste, bensì una pura e mera constatazione che tale via non avrebbe dato guadagni sufficienti a sostenerne l’ammortamento economico nel tempo. Comunque, le associazioni ambientaliste avevano vinto una battaglia importante, perché oltre all’impatto ambientale devastante che avrebbe avuto sull’economia agro-turistica trentina, avevano pure evidenziato le gravi lacune economiche che poi, di fatto, si sono rivelate fondate.
I “ciarlatani”, improvvisamente avevano avuto le prove del loro buon operato. Da allora, però, il problema della “chiusura del cerchio” dei rifiuti è rimasto irrisolto; da una parte una raccolta differenziata che aumentava notevolmente, attestandosi ai livelli attuali che sfiorano circa 80%, dall’altra parte il tema del residuo indifferenziato che rimaneva non gestito e, quindi, portato in discarica.
In questi ultimi due anni molto si è parlato qui in Trentino di costruire impianti di recupero del materiale residuo; impianti che prevedessero il trattamento del rifiuto con la produzione di Css (combustibile solido secondario) che certamente ha un mercato, ma sempre si tratta di combustibile ad alto inquinamento (plastiche che bruciano: diossine e nanoparticelle nell’aria che respiriamo) e, ultima novità nel piano rifiuti n°4 del 2014, anche la possibilità di valutare impianti di riciclaggio ulteriore, come proposto dalle associazioni.
Sembrava che ci fosse davvero un’apertura alle innovazioni tecnologiche “amiche” dell’ambiente; sembrava che, finalmente, l’Autonomia Trentina avesse agito davvero con spirito autonomo e nella direzione giusta di salvaguardia e tutela dell’eco-sistema agro turistico che la provincia di Trento vanta come fiore all’occhiello. Sembrava. Perché in questi giorni la provincia autonoma di Trento ha chiuso un accordo con la provincia autonoma di Bolzano; in questo accordo il residuo indifferenziato del Trentino finirà nell’inceneritore già esistente a Bolzano che è in deficit di prodotto e, quindi, abbisogna di materia prima.
Si torna all’idea originaria, si torna all’inceneritore. Non a Trento, ma a Bolzano, cioè a soli 50 km di distanza da dove prima si voleva costruire quello trentino. Praticamente, non cambia proprio nulla. Le quantità di raccolta indifferenziata di rifiuti trentini saranno bruciate e passeranno per il camino che butterà in aria nanoparticelle e diossine che si riverseranno nelle stesse campagne dove si coltivano viti pregiate che danno vita ad altrettanti vini famosi quali, ad esempio, il Teroldego, vero fiore all’occhiello delle aziende vitivinicole trentine. In aggiunta a ciò, aumenterà il traffico veicolare, dato che i camion trentini viaggeranno verso Bolzano per portare i rifiuti da bruciare. Altro aggravio ambientale.
E tutti tacciono. Le associazioni ormai sono disgregate, avendo precedentemente chiuso gli obiettivi; la politica ambientalista trentina praticamente non esiste più, dato che le forze politiche che pure si erano impegnate nel passato, sono praticamente inesistenti e nulla più organizzano in tema di proposte e dibattiti e manifestazioni. Le associazioni di categoria (contadini, esercenti del turismo) sono in ossequioso silenzio, non rendendosi conto che ciò per cui si erano battute nel passato, ora è stato realizzato; non nel loro giardino, certamente, ma in quello adiacente. Credono davvero che le influenze di tali emissioni stiano alla larga dai propri confini?
Davvero una tristezza che, alla fine, si sia arrivati ugualmente al risultato che la politica trentina progettava più di dieci anni fa, cioè l’incenerimento dei rifiuti. Nulla è cambiato, sempre le solite politiche ambientali. Poi ci lamentiamo se il clima cambia, se l’inquinamento aumenta, se i tumori dettati da inquinamento atmosferico aumentano.
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