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Visualizzazione post con etichetta Energia. Mostra tutti i post
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16 settembre 2023

ReCommon: “Consumo di gas in discesa costante, non c’è reale necessità”

 Guarda il video su Il Fatto Quotidiano

Rigassificatore di Vado Ligure, l’analisi dei ricercatori di ReCommon: “Consumo di gas in discesa costante, non c’è reale necessità”









Il rigassificatore non è necessario per il fabbisogno energetico di gas, né qui né altrove”. È questa, in estrema sintesi, la tesi dei ricercatori di ReCommon, che dopo mesi di analisi del mercato energetico internazionale del gas hanno argomentato approfonditamente le loro ragioni, ieri venerdì 15 settembre dalle nove fino a mezzanotte, davanti a un migliaio di cittadini assiepati sotto al tendone e negli spazi del giardino della società di mutuo soccorso “Fornaci” di Savona.

Prosegue così la mobilitazione della cittadinanza contro la scelta di ‘candidare’ la Liguria, in particolare Vado ligure e i comuni limitrofi, per ospitare per vent’anni la nave-rigassificatore Golar Tundra, attualmente ormeggiata a Piombino, e la relativa infrastruttura .
“Il consumo di gas è in discesa costante dal 2005 a oggi – spiegano gli analisti di ReCommon Elena Gerebizza e Filippo Taglieri – ed è un industria fossile che secondo gli accordi presi andrà smantellata completamente entro il 2050. Eppure, chi guadagna con il trasporto e la vendita del gas è riuscito a cogliere l’emergenza della guerra seguita all’invasione della Russia in Ucraina per spingere i governi a finanziare infrastrutture legate al gas e in particolare, per l’Italia, al gas liquido. Sostanzialmente a spese pubbliche, ci guadagna Snam, senza una reale necessità che giustifichi questo potenziamento e senza che il Governo segua una strategia di efficientemente energetico volto alla riduzione dei consumi di energia proveniente da fonti fossili. 
Continua su  Il Fatto Quotidiano e guarda il video da cui sono tratte le soprastanti immagini.

08 aprile 2021

i “veterani” dell’energia scrivono a Draghi

 Tratto da  Greenreport

«Basta col metano diventato il “forte Apache” di chi vuole restare nell’”era dei fossili”....

Next Generation EU: i “veterani” dell’energia scrivono a Draghi


«L’accelerazione dei cambiamenti climatici ci impone di cogliere, e bene, l’irripetibile occasione del recovery fund»

[8 Aprile Da ultimo, la condiscendenza verso la “grandeur de France” ha partorito il nucleare come “investimento sostenibile” in quanto “non produce danni significativi”, secondo un recentissimo rapporto del Joint Research Center della Commissione UE che sembra scritto direttamente dall’industria nucleare di Stato francese, Areva. Per poter arraffare fondi del Next Generation EU non ci si perita di far riferimento a una stima di rischio di morte per incidente “catastrofico”, come l’IAEA ha definito quello di Fukushima, assai minore di quella del sorpassatissimo rapporto Rasmussen (1975). Stime fantasiose sui morti a parte, peraltro contestatissime nella letteratura scientifica, si possono valutare come “danni non significativi” quelli dovuti all’evacuazione di centinaia di migliaia di persone dalle aree più contaminate attorno alla centrale giapponese, con relativo corredo di molte centinaia di morti, o l’inquinamento dell’Oceano Pacifico per raffreddare i reattori in meltdown della TEPCO e che fu rilevato da campioni di acqua e fauna marina sulle coste della California? 25 GW di eolico, almeno un quarto dei quali off-shore. Ecco il testo integrale della lettera: 

Signor Presidente,

Le scriviamo come esperti di questioni energetiche che hanno disegnato quarant’anni fa l’attuale struttura energetica del nostro Paese – niente nucleare, stop al carbone, grande spazio al gas naturale come il meno inquinante dei combustibili fossili, sviluppo delle fonti rinnovabili – e si sono battuti per realizzare quel disegno. Ora si tratta di fare nuovi e diversi passi in avanti, convinti che la “rivoluzione energetica”, il cui inizio fu segnalato dal rapporto Saint-Geours alle CEE (1979), possa essere il cardine per ogni politica economica, industriale e sociale che voglia realizzare gli obiettivi di Next Generation EU. Si tratta, allora, di varare con urgenza – il “tipping point” è stato anticipato dall’IPCC al 2030 – le politiche contro quella che anche la presidente von der Leyen ha ricordato essere la minaccia più grande: il cambiamento climatico e le sue drammatiche conseguenze.

Assumendo come riferimenti il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e la Strategia di Decarbonizzazione a Lungo Termine (SDLT, 2050), già consegnata a Bruxelles l’11 febbraio scorso, ci permetta di sottoporre alla sua attenzione i seguenti punti:

I. Attesa l’accelerazione dei cambiamenti climatici (“tipping point”), devono essere ben scanditi nelle decisioni del Governo gli obiettivi al 2030 – il Consiglio d’Europa ha già approvato la riduzione del 55% rispetto al 1990 delle emissioni dei gas “serra” entro il 2030 – e gli strumenti per realizzarli. Programmi e investimenti vanno riferiti a questa prospettiva di medio termine, irrobustita dal sorpasso che per la prima volta l’11 febbraio scorso le fonti rinnovabili hanno effettuato su quelle fossili nella produzione elettrica UE (38,2% vs 37,0%, con l’Italia sopra il 43%). Il rimandare i risultati più significativi ai tempi lunghi attualizzerebbe anche su questo terreno l’ironico ammonimento di Lord Keynes; II. Lo scenario di lungo termine nei documenti di Governo configura un massiccio spostamento verso l’energia elettrica nei vari settori di usi finali. Questo spostamento va quantificato con accuratezza al 2030, pena il non realizzare lo scenario al 2050. Ad esempio, perché si realizzi l’ipotesi minima di 200 nuovi GW di fotovoltaico al 2050 previsti dalla SDLT, almeno 80 GW dovranno essere installati entro il 2030, come peraltro impongono le drammatiche conseguenze del global warming da tempo in atto;

III. L’intensa “elettrificazione” dei consumi energetici, già al 2030 ancor più al 2050, richiede una nuova visione, perché non è più l’esito della tradizionale politica di grandi impianti di generazione; un coinvolgimento e rafforzamento dell’esperienza delle neonate comunità energetiche e un articolato programma di “istruzione”, formale e non formale, per tutti i cittadini, dalle scuole ai luoghi di lavoro, dalle Istituzioni agli Enti;

IV. Il gas naturale ha assolto al suo compito nella lunga fase di transizione che abbiamo vissuto, oggi la “necessità” del suo utilizzo diventa un alibi per coloro che vogliono mantenere il Paese nell’economia e nella cultura “fossile”, al di là degli ovvii interessi di mercato. I suoi impieghi – alimentazione delle centrali termoelettriche, riscaldamento domestico, settore industriale, trasporti – sono già in parte assicurati dalle fonti energetiche rinnovabili e lo saranno ancor di più in rapporto agli investimenti previsti. Affermiamo con nettezza che ogni nuovo investimento nel gas naturale è una sottrazione di risorse a una politica di espansione delle fonti rinnovabili, è una concessione a interessi che guardano al passato a scapito di un futuro più sostenibile;

V. Ulteriori nuovi 80 GW di fotovoltaico al 2030, e altri 20 GW di eolico, almeno la metà dei quali off-shore (su piattaforme galleggianti), sono una credibile opzione anche per la produzione di idrogeno da fonti rinnovabili neigrandi quantitativi richiesti per gli impieghi energetici, assai più rilevanti che non per gli ordinari consumi industriali, agroalimentari e farmaceutico-sanitari. L’idrogeno “verde”, oltre al suo utilizzo come “serbatoio” (P2G) per meglio far fronte al carattere stocastico delle rinnovabili, insieme al pompaggio da sottrarre al monopolio di fatto dell’ENEL e in parallelo a un adeguato sviluppo delle smart grid, è protagonista della decarbonizzazione in settori di impiego, aree e siti dove è più difficile conseguirla; come illustrano l’accordo con cui l’ENEL provvederà alla decarbonizzazione dei siti ENI o i progetti di utilizzazione dell’idrogeno “verde” come combustibile, anche in miscela col gas naturale come, ad esempio, per l’ILVA di Taranto........

Signor Presidente,

nessuno sa meglio di Lei quale occasione rappresenti la prima grande politica economica, industriale e sociale che accomuna tutti i Paesi della UE in un progetto di rilancio che si vuole di respiro globale e sostenibile: Next Generation EU.

Confidiamo che Lei sarà in grado di presentare per l’Italia una proposta emendata da vaghezza su tempi e obiettivi, da incongruità con la consolidata strategia energia/clima della UE, dal prevalere di interessi aziendali e da vecchi miti costosi e inconcludenti.

Buon lavoro. Leggi su Greenreport l’articolo integrale 

10 febbraio 2021

Marco Grondacci : Tutto questo si chiama "azione lobbystica" che con la sicurezza del sistema elettrico non c'entra ....”

Tratto Da Facebook di Marco Grondacci 

Coloro che ci vogliono propinare NUOVE CENTRALI A GAS sui nostri territori 

“dovrebbero sapere che proprio prima Terna e poi il Piano Nazionale Integrato Energia Clima hanno detto e scritto che servono 3.000 MWe per la transizione alla generazione elettrica da sole fonti rinnovabili al 2025.

  Poi però, grazie al Ministero dello Sviluppo Economico e alle sue scelte dietro agli incentivi del capacity market si sono scatenati decine di progetti di centrali a gas : siamo ormai a oltre 15.000 Mwe nuovi oltre all'esistente. 

Tutto questo si chiama "azione lobbystica" che con la sicurezza del sistema elettrico non c'entra un tubo! “

06 dicembre 2020

REBECCA HENDERSON :Nessuno paga il vero prezzo delle energie fossili

 Tratto da  Editoriale domani

Nessuno paga il vero prezzo delle energie fossili


Rebecca Henderson, professoressa a Harvard, esperta di cambiamento strategico e tra i più autorevoli teorici del capitalismo sostenibile. Ha appena pubblicato Nel mondo che brucia. Ripensare il capitalismo per la sopravvivenza del pianeta.

07 novembre 2020

World Energy Outlook 2020 sulla transizione al 2030 tanto gas....

 Tratto da Note  di Marco Grondacci

World Energy Outlook 2020 sulla transizione al 2030 tanto gas ma anche biometano e un ritorno del nucleare

Pubblicato dalla Agenzia Internazionale dell’Energia il rapporto World Energy Outlook conferma il calo della domanda del carbone e del petrolio, il maggior uso del gas nella transizione ma con numerose contraddizioni da qui al 2030 e oltre, con un ruolo di ritorno anche per il nucleare e il biometano come compensatore dei limiti del metano fossile. Una analisi da fonte autorevole e realistica ma troppo sbilanciata sui soli aspetti energetici e di geopolitica scontando un non adeguato confronto sugli impatti reali delle diverse fonti citate nel Rapporto. 

Trovate il testo completo del World Energy Outlook 2020 QUI. 

Vediamo i passaggi più rilevanti di questo Outlook: 

08 gennaio 2020

Qualenergia: Quanti morti in meno chiudendo centrali a carbone: uno studio sugli Usa

Tratto da Qualenergia 

Quanti morti in meno chiudendo centrali a carbone: uno studio sugli Usa

Un nuovo studio della Università della California
 quantifica i benefici in vite  umane della decarbonizzazione
La chiusura di centinaia di centrali elettriche a carbone
 negli Stati Uniti nei dieci anni terminati nel 2016 ha salvato oltre 26.600 vite umane. È la conclusione cui è giunto un nuovo studio dell’Università della California a San Diego, pubblicato sulla rivista Nature
Secondo i ricercatori, la parziale decarbonizzazione americana ha infatti consentito una riduzione dello smog e di altri inquinanti in atmosfera, diminuendo l’incidenza di disturbi respiratori come l’asma e di altri condizioni croniche o letali.
Dal 2005 al 2016, il periodo analizzato nello studio, 334 centrali 
a carbone sono state chiuse negli USA, mentre 612 nuove 
centrali a gas naturale sono state messe in rete negli Stati Uniti.
Il carbone ha continuato a perdere terreno negli USA anche 

dopo il 2016, a favore sia di gas naturale che di energie 
rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico, nonostante gli sforzi dell’amministrazione Trump per sostenere l’industria carbonifera.
“La dismissione delle centrali a carbone è stata associata alla riduzione delle concentrazioni di inquinamento nelle loro 

vicinanze e alla conseguente riduzione della mortalità,” ha 
indicato lo studio, come mostrato nell’illustrazione, dove la 
barra verticale grigia indica il periodo in cui è stata chiusa una centrale a carbone esemplificativa della Georgia.
Lo studio ha osservato inoltre che nell’area circostante alle 
centrali a carbone dismesse è aumentata anche la resa dei 
raccolti, per complessivi 570 milioni di bushel di mais, soia e 
grano in più rispetto al periodo in cui le centrali erano attive.
Questi cambiamenti, insieme a migliori controlli delle 

emissioni, hanno portato a un calo dell’80% del biossido di zolfo
 e a un calo del 60% degli ossidi di azoto.
Secondo gli studiosi, la diminuzione delle particelle
inquinanti nell’aria ha inoltre migliorato la riflettività atmosferica regionale, intrappolando cioè una minore quantità di calore e contribuendo ad un minore surriscaldamento dell’aria.
Lo studio ha rilevato che i benefici per la salute derivanti dalla diminuzione dell’inquinamento sono stati quasi immediati e sono corrisposti a un calo del tasso di mortalità.
Il gas naturale, tuttavia, non è “del tutto benigno”, ha osservato lo studio, in quanto il combustibile fossile è una delle principali fonti di metano – un gas che intrappola a effetto serra ancora più potente del carbonio.

22 luglio 2019

Il prezzo subdolo delle energie zombie .....

Tratto da comune.info

Il prezzo delle energie zombie

Francesco Gesualdi


Il 40% dell’energia elettrica mondiale proviene da centrali a carbone mentre acqua, sole e vento contribuiscono solo per il 25%. Perché? Perché i combustibili fossili continuano a godere di condizioni di favore: sovvenzioni alla produzione, garanzie sui prestiti bancari, assicurazioni sulle vendite all’estero, esenzioni fiscali. Ma la distorsione più ampia, ricorda Francesco Gesualdi, è rappresentata dalla possibilità di calcolare i prezzi dei combustibili fossili senza tenere conto dei costi umani, sociali, ambientali connessi alla loro produzione e al loro consumo




Questa estate infuocata contribuisce a farci capire che dobbiamo impedire alla temperatura terrestre di innalzarsi ulteriormente. Dal 1880 ad oggi è aumentata appena di un grado centigrado e già si vedono gli effetti.  I cambiamenti climatici non riguardano solo il futuro dei nostri figli e nipoti, sono realtà già oggi. Si verificano tempeste sempre più violente, incendi sempre più frequenti, penuria d’acqua per riduzione dei ghiacciai, innalzamento dei mari per  scongelamento delle calotte polari. Nessuno ha più certezza del destino del proprio territorio: l’alterazione delle piogge può trasformare ridenti paesaggi in deserti, città costiere in un intreccio di canali per l’avanzare del mare, ampi territori in distese d’acqua per lo straripamento dei fiumi. Con ricadute sociali inimmaginabili. Dal 2008 al 2018, nel mondo si sono avuti 265 milioni di sfollati per disastri naturali, molti di loro per l’instabilità del clima.
I cambiamenti climatici sono l’effetto indesiderato della nostra crescita economica. Per definizione la produzione esige energia, la sua scarsità è il motivo per cui in passato la produzione rimaneva pressoché stazionaria. Limite che la rivoluzione industriale ha superato con l’accesso ai combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) e l’invenzione di macchine capaci di trasformare il loro enorme potenziale energetico in movimento, calore, elettricità. Peccato che attraverso questa operazione si siano messe in libertà miliardi di tonnellate di anidride carbonica, in misura ben superiore alla capacità di assorbimento di oceani e sistema vegetale. Da cui l’accumulo di anidride carbonica in atmosfera con conseguente intrappolamento dei raggi solari, aumento della temperatura terrestre e cambiamento del clima che porta con sé calamità, alterazione della piovosità e quindi riduzione della produzione di cibo e migrazioni.
Gli scienziati ci dicono che per arginare la situazione dobbiamo dimezzare le emissioni di anidride carbonica da qui al 2030 e azzerarle entro il 2050. Detta in altri termini dobbiamo abbandonare i combustibili fossili. Ci stiamo provando, ma in maniera ancora troppo lenta. Basti dire che di tutta l’energia che consumiamo a livello mondiale, l’80% proviene ancora dai combustibili fossili. Non solo  petrolio e  gas, che assieme coprono il 53% del fabbisogno energetico mondiale, ma anche il carbone (assai più inquinante) che interviene per il 28%. E se guardiamo al modo in cui produciamo energia elettrica, per certi versi la situazione è ancora più riprovevole. Benché disponiamo di ottime tecnologie nel settore delle  rinnovabili, i fossili la fanno ancora da padroni. Il 40% dell’energia elettrica mondiale proviene  da centrali a carbone mentre acqua, sole e vento contribuiscono solo per il 25%. 



A detta di tutte le istituzioni internazionali, una delle ragioni per cui procediamo in maniera troppo lenta sulla strada della transizione energetica è perché i combustibili fossili continuano a godere di condizioni di favore che li rendono artificiosamente convenienti. Tre sono le vie attraverso le quali il loro prezzo può essere distorto rendendo conveniente il loro consumo. La prima strada è quella delle sovvenzioni alla produzione: soldi pubblici dati alle imprese energetiche a sostegno dei loro investimenti estrattivi. Secondo l’Ocse, nel 2017 sono ammontati a 24 miliardi di dollari ed hanno visto in prima linea Stati Uniti, Russia, Cina, Australia, Brasile che usano i soldi dei cittadini per sostenere l’estrazione di carbone e degli idrocarburi più reconditi come le scisti bituminose e i gas da argille. L’Organizzazione britannica Overseas Development Institute parla di energia zombie e si riferisce a tutti quei combustibili che senza sovvenzioni rimarrebbero dove sono perché non sarebbe conveniente portarli alla luce. Un ammontare che produce ogni anno più di 1 miliardo di tonnellate  di anidride carbonica corrispondente al 3% del totale emesso nel 2015. La stessa quantità emessa dal traffico aereo a livello mondiale.
I contributi in denaro sono la modalità più diretta di aiuto pubblico alla produzione, ma non l’unica forma di sostegno. Ne esistono anche di indirette come le garanzie sui prestiti bancari, le assicurazioni sulle vendite all’estero, le esenzioni fiscali. E sono proprio quest’ultime la seconda grande strada utilizzata dagli stati per sostenere i combustibili fossili non solo dal lato della produzione, ma anche del consumo. Valgano come esempio i tagli alle tasse accordati alle compagnie aeree, alle centrali termoelettriche, agli autotrasportatori, sugli acquisti di carburante.Esenzioni ad impatto negativo non solo per l’ambiente, ma anche per le casse pubbliche. In Italia, anno 2016, hanno determinato un mancato introito pari a 16 miliardi di euro. A livello dei 44 paesi più ricchi del mondo, la perdita è stata di 300 miliardi di dollari. Somme preziose mancate alla transizione energetica e al sostegno ai più paesi deboli contro i cambiamenti climatici.
Nella dichiarazione rilasciata dai capi di stato a conclusione del G20 di Osaka, è compreso anche l’impegno ad eliminare ogni forma di supporto ai combustibili fossili, ma è necessario che alle parole seguano i fatti. Ad esempio non è di buon auspicio che dopo quattro anni di costante riduzione,  nel 2017 i sostegni siano tornati a salire registrando un  aumento del 5% sul 2016.




E tuttavia le sovvenzioni e le esenzioni sono solo una minima parte dell’intera distorsione di prezzo permessa ai combustibili fossili. La distorsione più ampia è rappresentata dalla possibilità di calcolare i prezzi senza tenere in alcun conto  i costi umani, sociali, ambientali connessi alla loro produzione e al loro consumo. Aspetti che gli economisti definiscono esternalità, a rimarcare il diritto delle imprese di ignorarli perché fuori dal perimetro dei  costi di produzione. Un modo di concepire la formazione dei prezzi che ci fa vivere perennemente in tempo di saldi, realizzati però alle spalle del nostro pianeta e della nostra salute. Secondo una ricerca del Fondo Monetario Internazionale i danni ambientali e sanitari provocati dai combustibili fossili sono stimabili in 5mila miliardi di dollari, il 6,3% del Pil mondiale realizzato nel 2017. Se dovessimo includere nel prezzo dei combustibili fossili anche il risarcimento dei danni che provocano, il prezzo del carbone dovrebbe aumentare del 100%, quello del petrolio del 20%. Una prospettiva che ci fa tremare pensando al fiume di denaro che vedremmo uscire dai nostri portafogli, ma che ridurrebbe le emissioni di anidride carbonica del 28% e le morti da inquinamento del 46%.
Nell’Unione Europea si è cercato di mettere una toppa a questa distorsione con un sistema piuttosto complicato che impone alle imprese più inquinanti di pagare una sorta di tassa per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa. Ma l’importo pagato si aggira sui 15 euro a tonnellata, mentre a detta di molti dovrebbe essere almeno di 40 euro. Il sistema insomma è da perfezionare e in ogni caso deve accompagnarsi anche ad altre misure per evitare che gli inevitabili aumenti di prezzo al consumo finale aggravino ulteriormente le condizioni di vita delle fasce più deboli. La rivolta dei gilet gialli  deve servirci da monito per ricordarci che oltre a intervenire sui prezzi per riportarli a livelli più realistici bisogna intervenire sulla spesa pubblica per dotare la comunità di servizi pubblici capaci di sopperire i bisogni non più esaudibili per via privata a causa dei prezzi elevati. 
Tutto questo per confermare come sociale e ambientale siano due dimensioni inscindibili e come la difesa dell’ambiente vada cercata all’interno di un più ampio  progetto di società.

29 aprile 2019

Il Tar della Campania boccia il progetto per il nuovo biodigestore ad ALIFE

Il Tar boccia il progetto per il nuovo biodigestore
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Tratto da Casertanews

Il Tar boccia il progetto per il nuovo biodigestore

I giudici hanno confermato il 'no' del Comune all'impianto rifiuti per la produzione di energia
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l ‘no’ del Comune alla richiesta di autorizzazione per la costruzione di un impianto di digestione anaerobica per la produzione di biogas da fonti energetiche rinnovabili è corretto. A mettere un punto alla battaglia legale in atto tra il Comune di Alife e l’azienda agricola ‘Fabio Izzo’ è il Tar della Campania, che ha bocciato il ricorso presentato dalla società contro lo stop imposto dal Comune all’impianto rifiuti per produzione elettrica da 100 kw.
Una vicenda nata nel dicembre 2017, quando il Comune e la Commissione Locale per il Paesaggio esprimono parere non favorevole al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica chiesto dall’azienda zootecnica di bufale, in quanto ritenuto contrastante con la disciplina del Piano Territoriale Paesistico sul presupposto che non si tratta di “adeguamento funzionale degli impianti per le attività produttive agricole” ammesso in zona PAF (Zona di protezione del paesaggio agricolo di fondovalle).
L’azienda aveva quindi presentato ricorso al Tar, lamentando come dalla Soprintendenza non fosse arrivato un parere in merito e che l’impianto fosse funzionale all’attività produttiva, “in quanto finalizzato a valorizzare i reflui zootecnici dell’allevamento gestito con grandi benefici ai fini della riduzione del consumo dei combustibili fossili per produrre energia” e negando che “l’incentivo pubblico ottenuto per la cessione di energia elettrica alla rete pubblica abbia natura esclusivamente privata e speculativa”.
Per i collegio dei giudici della Settima Sezione (presidente Rosalia Marita Rita Messina), hanno però bocciato in toto il ricorso presentato dall’azienda zootecnica. .......
L’azienda zootecnica è stata quindi condannato al pagamento delle spese processuali pari a 3mila euro, da corrisponde in egual misura tra Comune e Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.Qui l'articolo integrale 
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10 marzo 2019

DUE LUNGHE TRECCE PER SPEGNERE IL CARBONE

Tratto  da la bottegadelbarbieri


Per la settima settimana consecutiva, scolari e studenti belgi scioperano per il clima. Questa settimana sono affiancati da Greta Thunberg, la quindicenne svedese dalle lunghe trecce che ha iniziato il movimento nel suo stesso Paese. Greta ha incontrato i suoi colleghi a Bruxelles e ha tenuto un discorso in presenza del presidente della commissione UE Juncker. Parafrasando il discorso dei burocrati dell’Europa ha detto: “Stiamo battendo a tappeto le scuole proprio perché noi i nostri compiti li abbiamo fatti!”. Greta ha invitato i politici ad ascoltare con urgenza gli esperti del clima e insistito sul fatto che i ragazzi non stavano solo combattendo per il proprio futuro “ma per quello di ogni corpo”.
C’è una enorme distanza tra l’“esposizione” del proprio corpo, del “vivente”, come ostenta Greta, la stessa incompatibilità dello studiare senza occuparsi dell’emergenza del futuro alle porte e l’irrilevanza con cui invece i governi si occupano della cura della Terra, tutti presi da un’improbabile uscita dalla crisi, inseguita con le stesse ricette che l’hanno prodotta. Sembra che il buon Junker abbia consigliato gli studenti di risparmiare acqua quando fanno il bagno…
Si pensi, ad esempio, allo stridore tra la vivacità di quei ragazzi e la pesantezza ottusa del dibattito in corso per abbandonare la combustione del carbone nelle centrali elettriche in giro per il pianeta. Una ricerca recente della Commissione globale sull’economia e il clima (https://www.wri.org/blog/2019/01/4-ways-shift-fossil-fuels-clean-energy) evidenzia come per ottenere riduzioni di emissioni climalteranti occorrerebbe agire subito con interventi specifici su cinque settori: energia; città; cibo e uso del suolo; acqua; industria. 
Limitiamoci in questo post alla produzione di energia. Dato che i combustibili fossili rappresentano, con un costo ed un impegno economico enorme, ancora l’80% del consumo energetico globale e il 75% delle emissioni di gas serra, non solo causano grande vulnerabilità economica per i prezzi volatili del carburante o le costose importazioni di carbone, petrolio e gas, ma provocano vulnerabilità umana, con un bilancio, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, di 4,2 milioni di persone morte all’anno. La soluzione sta in una sostituzione con fonti rinnovabili e efficienza nel lasso di una transizione il più rapida possibile. Ma…come abbandonare il carbone?
Le sovvenzioni e altri sostegni alla produzione e al consumo di combustibili fossili nel 2015 ammontavano ancora a 373 miliardi di dollari all’anno. La riduzione delle sovvenzioni combinata con la fissazione del prezzo di vendita per tonnellata di CO2emessa (una vera carbon tax all’origine, estesa in modo uniforme) genererebbe 2800 miliardi di $ di entrate o risparmi governativi all’anno. Secondo gli analisti, in Ue il prezzo per tonnellata è più che quadruplicato negli ultimi 16 mesi – da 4 euro nel maggio 2017 agli attuali a 18 euro – e dovrebbe raggiungere i 25 euro a tonnellata entro la fine del 2018. A un listino di 40 euro a tonnellata, l’Ue potrebbe risparmiare all’ambiente 400 milioni di tonnellate di CO2 e chiudere rapidamente col carbone 
Ma la guerra in corso sul mantenimento del carbone è tutt’altro che vinta....
(*) Dal blog di Agostinelli su “Il fatto quotidiano”

29 dicembre 2018

Energia: il WWF in campo per la decarbonizzazione

Tratto da Firstonline
Energia: anche il WWF in campo per la decarbonizzazione
La centrale di Brindisi che Enel chiude è presa a modello di un progetto di riconversione industriale . C’è attesa per il piano Energia Clima del governo. Aggiornati i dati del dossier “Carbone: voltare pagina.”
Energia: anche il WWF in campo per la decarbonizzazione
Parte dal Sud l’idea del WWF di decarbonizzazione dell’Italia. Prende a modello la chiusura della centrale Federico II di Cerano a Brindisi dell’Enel per presentare un modello di economia sostenibile per l’area pugliese e non solo. A margine di un recente incontro sulla transizione energetica è stato avviato il laboratorio di idee e progettualità “Brindisi adesso futuro”. Fino al 18 febbraio 2019, chi vorrà proporre soluzioni e progetti lo potrà fare compilando un questionario sulla pagina wwf.it/laboratoriobrindisi.
Il tema è molto sentito dall’Associazione ambientalista che con il Comitato No al Carbone ha pubblicato l’aggiornamento del dossier “Il carbone: voltare davvero pagina in Italia, in Europa e nel mondo”. Ormai , si dice, non bisogna ragionare più solo sulla data di chiusura di un impianto, ma ci si pone il problema di come rilanciare le aree che ospitano le vecchie centrali, creando nuova occupazione sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico. 
Il WWF conduce da tempo la campagna per la chiusura delle centrali a carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili. Sono state realizzate diverse azioni mirate ed a favore di alternative economiche e occupazionali. A più riprese viene ricordato uno studio dell’Enea sulla Liguria, dove ci sono tre centrali a carbone, due delle quali chiuse. Nella transizione dal vecchio al nuovo, è ipotizzata la conversione dell’impianto con batterie per impianti fotovoltaici, interventi di efficienza energetica nel settore residenziale, elettrificazione di banchine portuali e tanto altro. Un modo per creare più di 4.500 posti di lavoro abbattendo della metà le emissioni pro capite della Liguria. Condivisa questa impostazione, la centrale di Brindisi potrebbe diventare un modello internazionale di giusta transizione.
L’obiettivo italiano è di chiudere i siti al massimo entro il 2025. Verso questo traguardo si organizzano eventi e incontri per facilitare il phase-out, coinvolgendo quanto più possibile i cittadini e tutti i portatori di interesse. Una transizione giusta, ancorché circoscritta, guarda anche a sistemi di green economy locali a vantaggio dell’ambiente, della salute e dei lavoratori da guadagnare ad altri modelli di business energetici. Gli ambiti territoriali delle centrali diventano ambiti di sperimentazione accettati dalle popolazioni e dalle istituzioni. Lo scorso anno la SEN (Strategia Energetica Nazionale) ha dichiarato l’obiettivo politico di chiudere le centrali entro il 2025. Gli ambientalisti, come dicevano, sperano che con il Piano Energia Clima, che il Governo deve presentare a  breve,  la decisione venga rafforzata da provvedimenti concreti e da una timeline. .......
Il dossier “Il carbone: voltare davvero pagina in Italia, in Europa e nel mondo” inquadra la necessità di procedere celermente. In Europa si stima che solo gli impatti sanitari connessi alla combustione del carbone costano 62 miliari di euro all’anno. Se poi a livello mondiale si dovesse attribuire un costo sociale anche all’impatto climatico provocato dalle emissioni di carbonio, le analisi più accreditate riportate nel dossier, dicono che ogni tonnellata di CO2 costerebbe mediamente oltre 400 dollari..... Continua qui