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20 novembre 2020

Legambiente: STOP ALLE FONTI FOSSILI

Tratto da Legambiente 
    FERMIAMO LA CORSA AL GAS

  •             
  • Il netto NO di Legambiente alle due nuove centrali a gas previste a Vado Ligure e Civitavecchia. Per affrontare la transizione energetica nel nostro Paese non serve nuova potenza a gas.

    È notizia di pochi giorni fa, quella che Tirreno Power ha presentato due istanze per l’avvio degli autorizzativi per la valutazione dei progetti di realizzazione di due nuovi impianti a gas fossile nei siti di Civitavecchia e Vado Ligure.

    È bene ribadirlo, per Legambiente, non esiste nessuna ragione tecnica, ambientale, di sicurezza, climatica, economica, di transizione che giustifichi in Italia la realizzazione di nuove centrali a gas, che ricordiamo essere una fonte fossile quindi anch’essa responsabile dell’emissione di gas climalteranti.

    Per affrontare la transizione energetica, infatti, nel nostro Paese non serve nuova potenza a gas, le centrali già presenti lavorano per un numero di ore l’anno totalmente inefficiente, circa 3.200 ore anno. Un numero che basterebbe portare a 4.000 per sopperire alla chiusura delle centrali a carbone e rispondere a tutte le esigenze di sicurezza e flessibilità della rete.

    Inaccettabile quindi la scusa che tutte queste nuove centrali – ricordiamo le 4 previste nei luoghi della transizione, più quella di Presenzano in Campania da parte di Edison – servano per affrontare la transizione. Impianti che non trovano ragioni tecniche e ambientali, ma neanche economiche visto che terranno in piedi solo grazie al nuovo sussidio del Capacity Market. Risorse che andrebbero investite in questi territori adottando soluzioni credibili e radicali per ridurre le emissioni di CO2, semplificando le procedure autorizzative e garantendo un ruolo sempre maggiore alle fonti rinnovabili e ai sistemi di accumulo che in altre parti del mondo sono la soluzione per rispondere a tutte le necessità di produzione e sicurezza della rete.

    È questo il messaggio che Legambiente ribadisce oggi al Governo, ma anche alle Regioni e ai Comuni che dovranno farsi carico di portare in questi territori soluzioni innovative e in grado di guardare al futuro, portando qualità e posti di lavoro. Un messaggio che l’associazione ambientalista ha lanciato oggi con un flash mob simbolico appendendo lo striscione “Stop alle fonti fossili” sulla rete situata in prossimità della centrale di

    “È insensato – spiega Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – investire in una centrale a gas in una delle province ligure più avanti in tema di eolico, con quasi 41 MW realizzati e 19 parchi eolici e l’avvio di un nuovo progetto in località Rocche Bianche a Quiliano. Un percorso da valorizzare e replicare anche a Civitavecchia, dove come più volte ribadito, è necessario investire su eolico, fotovoltaico e accumulo invece che sulla riconversione a gas, e dove nuove centrali a fonti fossili appaiono quanto mai la peggiore delle risposte. Bisogna guardare al territorio pensando al futuro e stimolando le aziende ad investire in questi territori, come nel caso della Tuscania e il nuovo progetto eolico da 90 MW. Il nostro Paese ha tutto l’interesse ad evitare questa inutile e insensata corsa al gas, dal 2003 ad oggi, grazie al decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi, è stata realizzata una sovrabbondanza di centrali, 115 GW di potenza installata, quasi il doppio rispetto alla domanda massima sulla rete (58.219 MW nel luglio 2019, fonte Terna)”.

    Per questo Legambiente oggi torna nuovamente a ribadire che più che nuovi impianti, basterebbe aumentare le ore medie annue di esercizio delle centrali a gas esistenti passando da 3.261 a 4.000 ore medie annue. Uno scenario, comunque poco auspicabile, ma che dimostra l’inutilità di nuove centrali, e che andrebbe sostituito con forti e coraggiose politiche di diffusione delle fonti rinnovabili, su grande e piccola scala, con sistemi di accumuli in gradi di rispondere alle esigenze di flessibilità e sicurezza, di efficienza energetica per ridurre i fabbisogni e aiutare concretamente i cittadini a risparmiare in bolletta e di elettrificazione dei consumi termici, in modo da ridurre sempre di più i fabbisogni di gas. L’obiettivo è quello delle emissioni zero nette al 2040. E ogni nuova centrale non farà altro che allontanare questo Paese e i territori quanto obiettivo.


    17 agosto 2020

    Clima, perché bisogna spegnere le centrali a fonti fossili con 10-30 anni di anticipo

    Tratto da: Redazione QualEnergia.it

    Clima, perché bisogna spegnere le centrali a fonti fossili con 10-30 anni di anticipo

    Bisognerà più che dimezzare la vita utile delle centrali termoelettriche se si vogliono centrare i target di riduzione delle emissioni. Lo spiega un recente studio.

    Le centrali a carbone e a gas dovrebbero chiudere da 10 a 30 anni prima della scadenza rispetto alla loro abituale vita utile di 35 o 40 anni, in modo da poter raggiungere gli obiettivi climatici.

    Lo ha indicato uno studio pubblicato sul Journal de l’Environnement (link in basso) che afferma come tutti gli scenari climatici convergano sulla stessa conclusione: per rimanere sotto l’obiettivo di un aumento di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, o anche a +1,5 °C, le emissioni di gas serra nel mondo dovranno diminuire rapidamente, per raggiungere la neutralità del carbonio entro la metà del secolo.

    Se sulla carta le cose potrebbero sembrare semplici, la realtà è molto diversa. Le centrali elettriche a carbone e a gas, infatti, hanno una durata media di vitarispettivamente di 39 e 36 anni.

    Ciò significa che, a meno che non ci si basi sempre più su delle loro ipotetiche emissioni negative, grazie a soluzioni come il sequestro del carbonio, che però al momento non garantiscono le indispensabili economie di scala, sarà necessario dismettere in anticipo molte centrali a energie fossili.

    Il surplus di emissioni che si verificherebbe se le centrali termoelettriche non venissero chiuse anticipatamente sarebbe particolarmente pronunciato in Cina, dove si trova la metà delle centrali a carbone esistenti al mondo, la maggior parte delle quali ha meno di 15 anni di vita.

    Se le centrali termoelettriche negli Stati Uniti dovessero rimanere attive per tutta la loro normale attesa di vita, il loro surplus di emissioni sarebbe inferiore del 26% rispetto a quello della Cina, mentre in Europa occidentale sarebbe inferiore dell’87%, data la minore presenza di centrali termoelettriche e la loro età più avanzata.

    Secondo i ricercatori, gli studi sul riscaldamento globale fanno fatica a tenere conto dell’inerzia del settore energetico, che finisce per “blindare” le emissioni a livelli elevati.

    “Riorientare migliaia di miliardi di dollari di capitale privato dopo che le centrali elettriche hanno raggiunto solo un quarto della loro attesa di vita porrà enormi sfide politiche ed economiche“, hanno avvertito i ricercatori.

    • Lo studio “Early retirement of power plants in climate mitigation scenarios“ Le centrali a carbone e a gas dovrebbero chiudere da 10 a 30 anni prima della scadenza rispetto alla loro abituale vita utile di 35 o 40 anni, in modo da poter raggiungere gli obiettivi climatici.

      Lo ha indicato uno studio pubblicato sul Journal de l’Environnement (link in basso) che afferma come tutti gli scenari climatici convergano sulla stessa conclusione: per rimanere sotto l’obiettivo di un aumento di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, o anche a +1,5 °C, le emissioni di gas serra nel mondo dovranno diminuire rapidamente, per raggiungere la neutralità del carbonio entro la metà del secolo.

      Se sulla carta le cose potrebbero sembrare semplici, la realtà è molto diversa. Le centrali elettriche a carbone e a gas, infatti, hanno una durata media di vitarispettivamente di 39 e 36 anni.

      Ciò significa che, a meno che non ci si basi sempre più su delle loro ipotetiche emissioni negative, grazie a soluzioni come il sequestro del carbonio, che però al momento non garantiscono le indispensabili economie di scala, sarà necessario dismettere in anticipo molte centrali a energie fossili.

      Il surplus di emissioni che si verificherebbe se le centrali termoelettriche non venissero chiuse anticipatamente sarebbe particolarmente pronunciato in Cina, dove si trova la metà delle centrali a carbone esistenti al mondo, la maggior parte delle quali ha meno di 15 anni di vita.

      Se le centrali termoelettriche negli Stati Uniti dovessero rimanere attive per tutta la loro normale attesa di vita, il loro surplus di emissioni sarebbe inferiore del 26% rispetto a quello della Cina, mentre in Europa occidentale sarebbe inferiore dell’87%, data la minore presenza di centrali termoelettriche e la loro età più avanzata.

      Secondo i ricercatori, gli studi sul riscaldamento globale fanno fatica a tenere conto dell’inerzia del settore energetico, che finisce per “blindare” le emissioni a livelli elevati.

      “Riorientare migliaia di miliardi di dollari di capitale privato dopo che le centrali elettriche hanno raggiunto solo un quarto della loro attesa di vita porrà enormi sfide politiche ed economiche“, hanno avvertito i ricercatori.

    09 settembre 2019

    La finanza globale è “bloccata” nelle fonti fossili. Come uscirne?

    Tratto da Qualenergia 

    La finanza globale è troppo “bloccata” nelle fonti fossili. Come uscirne?

    Christine Lagarde propone una nuova strategia della BCE: ridurre gradualmente gli investimenti in carbone, petrolio e gas. Intanto, secondo Carbon Tracker le società petrolifere rischiano di bruciare 2.200 mld di $ in progetti “sbagliati”.

    A questo scopo potrebbero essere utilizzate anche le obbligazioni verdi (green bond), il cui mercato annuale nei primi sei mesi del 2019 aveva già superato 100 miliardi di dollari nel mondo, un vero e proprio “botto” rispetto al 2017-2018.

    Questa potrebbe essere la nuova strategia della Banca centrale europea, con a capo la francese Christine Lagarde, ex presidente del Fondo monetario internazionale.

    Proprio in questi giorni Lagarde ha dichiarato (qui le affermazioni riportate dall’agenzia EurActiv) che occorre eliminare un po’ alla volta i “carbon asset” – gli investimenti nei settori più “sporchi”, come carbone, gas e oro nero – dal portafoglio della Banca centrale, in modo da allineare la finanza agli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti e lotta ai cambiamenti climatici.

    A riportare l’attenzione sulla necessità di trasformare i flussi finanziari globali c’è anche il nuovo rapporto di Carbon Tracker (scaricabile qui con registrazione gratuita), Breaking the Habit, che aggiorna il precedente studio uscito nel 2018 sul rischio di stranded asset per le grandi compagnie fossili.

    Con stranded asset, ricordiamo, s’intendono quelle infrastrutture destinate letteralmente a “incagliarsi” in uno scenario di crescita economica che punta a contenere ben sotto 2 gradi centigradi l’aumento delle temperature medie terrestri entro fine secolo, come previsto dagli accordi di Parigi.

    In altre parole: le aziende oil & gas di tutto il mondo potrebbero perdere svariati miliardi di dollari nei prossimi anni a causa di progetti non più remunerativi, resi inutili/obsoleti dall’espansione delle risorse rinnovabili (eolico, solare, trasporti elettrici e così via).

    Perdite che secondo gli ultimi calcoli di Carbon Tracker sarebbero nell’ordine dei 2.200 miliardi di dollari al 2030, una cifra enorme, dovuta all’ostinazione con cui molti colossi petroliferi scommettono sull’estrazione di nuovi idrocarburi, compresi quelli cosiddetti “non convenzionali” perché si trovano negli scisti o nelle sabbie bituminose e richiedono tecniche molto invasive per essere portati alla luce (il fracking ad esempio, la “spaccatura” idraulica delle rocce).Continua qui

    22 aprile 2019

    Stop sussidi alle fonti fossili. Legambiente: “In Italia spesi 18,8 miliardi di euro”

    Tratto da Teleambiente 

    Stop sussidi alle fonti fossili. Legambiente: “In Italia spesi 18,8 miliardi di euro”

    Fonti fossili. Il valore complessivo dei sussidi erogati in Italia a sostegno delle fonti fossili nel 2017 è stato di 18,8 miliardi di euro.  Lo rivela il dossier di Legambiente, “Stop sussidi alle fonti fossili” tra sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi.

    Tra sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi sono circa 18,8 i miliardi di euro che, secondo le stime di Legambiente, sono arrivati in un anno in Italia al settore delle fonti fossili. Le fonti inquinanti e responsabili dell’effetto serra continuano a beneficiare di ingenti sostegni, quando invece esistono tutte le condizioni per accorciare i tempi dell’uscita dalle fonti fossili e contenere l’innalzamento della temperatura del pianeta entro 1,5 gradi centigradi. Un cambio di rotta che sarebbe realizzabile soprattutto ora che le fonti rinnovabili sono pienamente competitive per tanti usi.
    Sussidi alle trivellazioni, Cip6 alle fonti assimilate, esenzioni per imprese energivore, finanziamenti pubblici, contributi a impianti e centrali, incentivi alla gassificazione da fossili, ma anche i mancati introiti per le casse dello Stato: è questo, tra finanziamenti diretti e indiretti, riduzioni di accise, esenzioni e deducibilità dall’imponibile, il “buco nero” dell’energia sporca, che oltre a farci andare nella direzione opposta a quella della lotta ai cambiamenti climatici, sottrae risorse che dovrebbero essere destinate alle rinnovabili e alla conversione ecologica del nostro Paese.
    L’associazione ambientalista pubblica il suo sesto dossier sui sussidi ai fossili: tutti i numeri tra finanziamenti diretti e indiretti, riduzioni di accise, esenzioni e deducibilità dall’imponibile. Secondo i dati del rapporto, al settore delle energie inquinanti sono arrivati in un anno circa 18 miliardi di euro.

    SCARICA IL RAPPORTO: Stop sussidi alle fonti fossili – Legambiente

    L’Agenzia internazionale dell’energia stima in almeno 300 miliardi di dollari il valore complessivo dei sussidi alle fonti fossili nel 2017, una cifra cresciuta di 30 milioni di dollari rispetto al 2016. Il 45% del totale è andato a sostegno del petrolio, quasi 137 miliardi di dollari; il 23% al gas, circa 57 miliardi di dollari; 2 miliardi di euro al carbone. Continua qui 

    20 ottobre 2017

    1 ) Ancora tegole per il carbone 2)Divest-Invest: la campagna per disinvestire dalle fossili supererebbe i 5mila mld di $

    Tratto da Riusa.eu

    Ancora tegole per il carbone


    L'Olanda fa seguito alle decisioni cinese e britannica di fermare l'energia da carbone. Tutti gli impianti a carbone olandesi chiuderanno entro il 2030.

    Parlamento olandese
    I Paesi Bassi sono il paese che più recentemente ha deciso di fermare l'energia da carbone, fissando come data per chiudere tutti i suoi impianti il 2030. È questo uno dei pilastri dell'accordo tra i partiti politici per formare un governo di coalizione.

    Mesi dopo le elezioni politiche del paese, avvenute in marzo, il nuovo governo della coalizione dei Paesi Bassi ha finalmente pubblicato i termini dell'accordo fra i quattro partiti che formeranno un governo di centro-destra guidato dal primo ministro liberale Mark Rutte.

    Il patto contiene l'impegno a chiudere i cinque impianti a carbone rimasti in funzione, entro il 2030, secondo l'agenzia Reuters. La decisione è stata accolta con favore dai gruppi verdi, ma ha fatto storcere il naso a molti economisti, in quanto gli impianti, costati miliardi di euro, non sono stati ammortizzati. Alcuni di essi sono entrati in funzione recentemente, anche nel 2015.

    Tuttavia, la chiusura è considerata necessaria per raggiungere obiettivi ambiziosi che dovranno essere affrontati dal nuovo governo per ridurre le emissioni di CO2 del 49 per cento tra il 1990 e il 2030.

    Al fine di contribuire all'eliminazione dei cinque impianti rimanenti, compreso quello che chiuderà entro i prossimi quattro anni, il patto prevede piani per aumentare il prezzo minimo per le emissioni di carbonio per il settore energetico in aggiunta rispetto al prezzo dell'UE ETS, fino a € 43 per tonnellata entro il 2030.

    L'Olanda non è sola: anche la Cina intende fermare o ritardare la costruzione di 151 centrali elettriche a carbone progettate o in fase di costruzione. Pechino cerca di ritardare o chiudere almeno 50.000 MW di progetti a carbone solo quest'anno.

    Secondo il sito Unearthed di Greenpeace, l'elenco dei progetti in lista per il ritardo o la cancellazione è equivalente alla capacità operativa di Germania e Giappone messi insieme, per un costo di circa 60 miliardi di dollari.

    Il Regno Unito, nel frattempo, ha l'obiettivo di eliminare tutte le sue centrali elettriche a carbone entro il 2025, ma la produzione di carbone nel paese sta già diminuendo bruscamente e i gruppi verdi sperano che le rimanenti strutture potrebbero spegnersi molto prima.


    Leggi anche su Qualenergia

    Divest-Invest: la campagna per disinvestire dalle fossili supererebbe i 5mila mld di $


    In cinque anni la campagna ha coinvolto 785 organizzazioni. Sulla sua scia e sulla nuova percezione del rischio legato agli investimenti in combustibili fossili, anche istituzioni finanziarie, come Bnp Paribas, decidono di disinvestire e puntare sulla transizione energetica. ....
    Un nuovo soggetto ha deciso di disinvestire dalle fonti fossili: è Bnp Paribas, che ha annunciato di voler escludere dall’accesso al credito bancario quelle aziende che concentrano il proprio business sui combustibili fossili.
    In pratica, l’istituto bancario francese non entrerà più in affari con società che svolgono attività di esplorazione, produzione, distribuzione, commercializzazione o negoziazione di petrolio e gas di scisto, o di petrolio provenienti da sabbie bituminose.Cesserà anche il finanziamento di progetti che sono prevalentemente coinvolti nel trasporto o nell’esportazione di questi combustibili. Inoltre, non finanzierà progetti di esplorazione o di produzione di petrolio e di gas nella regione artica.
    “Una banca che finanzia l’economia del 21° secolo deve agire come acceleratore della transizione energetica”, ha dichiarato Jean-Laurent Bonnafé direttore e CEO di Bpn Paribas .....
    Leggi tutto qui

    25 luglio 2017

    In Italia le fonti fossili bevono 160 milioni di metri cubi di acqua l’anno

    Tratto da Greenreport

    Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno

    Passare a un approvvigionamento energetico basato sulle fonti rinnovabili permette di combattere i cambiamenti climatici e risparmiare il nostro oro blu
    [24 luglio 2017]
    In Italia dove (fortunatamente) non ci sono centrali nucleari – di gran lunga risulta le più assetate per la produzione di energia –, ci pensano quelle alimentate da fonti fossili a consumare ingenti quantità d’acqua per poter funzionare: ogni anno ne bevono 160 milioni di metri cubi di acqua, ovvero (considerando in media un consumo procapite di circa 200 litri al giorno per persona) il fabbisogno annuale d’acqua di circa 2,2 milioni di persone.
    D’altronde, però, l’energia è fondamentale al funzionamento della nostra società. Come rimediare? Passando alle fonti rinnovabili: «L’emergenza acqua che sta colpendo molte Regioni italiane – spiegano oggi dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento – è dovuta in primis ai mutamenti climatici che sostengono una tra le più severe siccità mai registrate, ma anche alla scarsa attenzione verso un’oculata gestione delle risorse ambientali e delle materie prime. Questi fattori messi insieme stanno portando ad una vera è propria crisi ecologica e al rischio di calamità naturale. Oltre agli adeguamenti strutturali e ad una gestione più razionale, è necessario avviare una pianificazione organica di lungo termine anche nel campo dell’approvvigionamento energetico. Uno studio dell’Eea, Agenzia europea dell’ambiente, ha infatti quantificato in circa il 44% dell’acqua usata direttamente ed indirettamente in Europa la quota utilizzata negli impianti termici e nucleari, più di quanto consumato dalla somma del settore industriale e agricolo; quota equivalente al consumo annuale di circa 80 milioni di persone».
    Il contesto italiano – come si evince dai dati Istat sul consumo di acqua – è diverso, con l’agricoltura che spicca come il settore in assoluto più assetato: «I prelievi di acqua effettuati nel 2012 (dove ad oggi si fermano i dati Istat, ndr) sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia».
    Ciò non toglie che una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabili permetterebbe da una parte di combattere efficacemente i cambiamenti climatici, dall’altra di ridurre il comunque abbondante consumo d’acqua imputabile alle fonti fossili: «Negli ultimi dieci anni, grazie all’apporto della fonte eolica nella produzione di energia elettrica nel nostro Paese – aggiungono infatti dall’Anev – si sono risparmiati circa 110 milioni di metri cubi d’acqua, equivalenti al consumo annuale di circa 1,5 milioni di persone».

    28 gennaio 2017

    GENOVA:Centrale a carbone, il blitz degli ambientalisti

    Tratto da Il Secolo XIX

    Genova - "Stop ai veleni", "No alle fonti fossili". La protesta delle associazioni ambientaliste arriva di prima mattina con striscioni e slogan contro la possibile ripresa delle attività della centrale Enel. Un blitz in contemporanea all'attracco della nave “Sider Tis” partita lunedì da Capodistria con poco più di tremila tonnellate di carbone. Il carico è ancora a bordo della nave e potrebbe essere scaricato lunedì.
    La nave-cargo era già attesa domenica scorsa ma aveva scaricato 4mila tonnellate di carbone ad Ancona, prima di raggiungere lunedì scorso Capodistria, in Croazia.
    "L'apertura della centrale non porta nessun vantaggio ai cittadini, solo a Enel e alla Francia a cui verrà inviata energia. Per noi resterà solo il particolato e i rischi per la salute - attacca Andrea Agostini di Legambiente - Ci battiamo da vent'anni per la dismissione di questa centrale pericolosissima, abbiamo mostrato il nostro dissenso con civiltà ma non devono essere solo i cittadini a cercare di difendersi. Il sindaco e i politici locali possono fermare tutto, basta una delibera, una loro decisione. Ma questa ipotesi non è stata nemmeno presa in considerazione".

    18 gennaio 2017

    Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. A Genova torna il carbone.....

    Tratto da Il Fatto Quotidiano 

    Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. E a Genova torna il carbone

    Risultati immagini per centrale a carbone di genova
     Il 22 novembre scorso, il direttore della Autoritè de suretè nucleaire francese (Asn) Pierre-Franck Chevet, in seguito alla scoperta di una crepa nella copertura del reattore sperimentale Epr (reattore ad acqua pressurizzata) in costruzione a Flamanville, comune situato nel dipartimento della Manica nella regione della Bassa Normandia, ha deciso di riconsiderare l’intera “catena di controllo” per rendere l’atomo più sicuro e di chiudere, per un certo tempo, 20 dei 58 reattori nucleari presenti sul territorio francese. Il problema riscontrato riguarda un eccesso di carbonio nella copertura in acciaio speciale nell’impianto in costruzione (dal 2005!) e si accompagna ad altri riscontri di insufficiente affidabilità in alcune centrali in attività.
    La Francia, che è il più grande Paese esportatore netto al mondo di energia elettrica e vende principalmente in Italia, Gran Bretagna, Svizzera, Belgio e Spagna, produce per il 75% con l’atomo, con una disponibilità di potenza di 63.200 MW, ma si è trovata costretta a ridurre pesantemente gli obbiettivi di generazione – dal 1998 previsti sopra ai 400 TWh – in seguito alle ispezioni e ai fermi in atto. Data la mancanza di flessibilità del sistema elettrico francese, le interruzioni di massa drenano potenza da tutta Europa oltre a mettere in discussione il “prestigio” del nucleare transalpino nel mondo.


    La produzione è in costante calo da maggio, secondo la Reuters, per due ragioni:

    1) EDF possiede la maggior parte dei reattori di Francia, ma l’azienda ha gravi problemi finanziari e molti dei suoi progetti hanno un rating inferiore all’investment grade. Con più di 40 miliardi di dollari di debito le azioni di EDF, di cui il governo francese detiene l’85%, sono crollate del 55% nel corso dell’anno passato.
    2) Una legge approvata dal governo francese lo scorso novembre allo scopo di sostenere l’energia solare, richiede di ridurre la quota di produzione di energia nucleare a solo il 50 per cento entro il 2025.
    In un Sistema interconnesso come quello europeo, l’aumento del prezzo del MWh nucleare fa arretrare l’importazione dalla Francia per i paesi confinanti mentre richiede che quest’ultima sfrutti impianti sottoutilizzati in territorio estero per supplire il calo di produzione. Ciò vale in primis per la Germania che ha diversificato le sue fonti di alimentazione e accresciuto la sua capacità da fonti rinnovabili lasciando sottoutilizzata in parte la sua flotta convenzionale (i prezzi tedeschi sono stati di 33,65 € / MWh contro i 45,60 € / MWh dell’atomo dei vicini).
    L’Italia intanto ha aumentato le sue esportazioni del 198% e ridotto le importazioni nette (-62%) dando fiato a quelle voci che al ministero dello Sviluppo vorrebbero la ripresa della produzione da fonti fossili, pur sapendo che la buona diffusione delle rinnovabili (ora contrastata) fa la differenza tra le varie zone del Paese (l’Italia settentrionale è quella che sta soffrendo di più per l’attuale situazione).
    E qui si inserisce il colpo a effetto dell’italiano ministero dello Sviluppo economico: riaprire la centrale a carbone di Genova. Era stata spenta questa estate, dopo aver esaurito le 2.200 ore di produzione autorizzate per il 2016. Per quest’anno era in programma la dismissione programmata dall’Enel, con una chiusura anticipata nonostante sulla carta avesse ancora 2.000 ore previste. Ma la colpa è dei Francesi… Il pericolo di carenze energetiche risveglia dunque appetiti che sembravano sopiti. “Una decisione gravissima – dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia – che usa scuse rese risibili dalla enorme sovracapacità italiana: siamo in grado di produrre quasi 117 GW di energia elettrica a fronte del massimo picco di domanda interna di 60,5 GW”.
    La risposta del Gestore dei mercati elettrici (GME) è stupefacente: “La produzione termoelettrica a carbone, la cui quota attualmente è limitata dalla forte competizione con le rinnovabili soprattutto nelle ore vuote, potrebbe tornare a un funzionamento baseload nel medio periodo. Questa possibilità si conferma nell’ipotesi che i mercati delle commodities mantengano lontano lo switching nel merit order fra impianti a carbone e cicli combinati a gas”.
    L’uso ormai smodato dell’inglese significa che tra carbone e rinnovabili si torna al punto di prima, con buona pace per la vista sul porto da Sampierdarena, per chi vuole continuare a trivellare in mare, per A2A che brucia lignite in Montenegro, per le nostre bollette in aumento e per l’accordo per la riduzione di emissioni di anidride carbonica COP21, che recentemente è andato in vigore anche con l’approvazione di governo e parlamento italiani.

    23 novembre 2016

    Sussidi alle fossili: ecco quanto paghiamo l’energia inquinante.L’Italia è tra i paesi del G7 quello con i maggiori sussidi alle fossili in rapporto al PIL.

    Tratto da  Rinnovabili.it

    Sussidi alle fossili: ecco quanto paghiamo l’energia inquinante

    • L’Italia è tra i paesi del G7 quello con i maggiori sussidi alle fossili in rapporto al PIL. Un bottino che tra aiuti diretti e indiretti, tocca quota 14,8 miliardi di euro l’anno
    Sussidi alle fossili: ecco quanto paghiamo l'energia inquinante

    (Rinnovabili.it) – Mentre l’Unione Europea si prepara fare lo sgambetto alle rinnovabili comunitarie (vedi le indiscrezioni sul Pacchetto Invernale), c’è chi in Italia ha messo sul piatto della bilancia la bolletta della controparte, ossia quanto il conto che a livello nazionale paghiamo per le fonti fossili. Parliamo di Legambiente che, in occasione della Cop22 di Marrakech, ha presentato il suo ultimo dossier Stop sussidi alle fonti fossili.

    L’associazione ambientalista ha tracciato, in collaborazione con InfluenceMap, un quadro mondiale dei sostegni economici destinati all’energia inquinante, rivelando quanto il Belpaese sia affezionato ai combustibili tradizionali.
    Gli aiuti a carbone, petrolio e gas sono uno degli elementi più dolenti delle politiche energetiche internazionali: alimentano la causa principale del cambiamenti climatico e frenano la decarbonizzazione, ma non incontrano nessun reale ostacolo sulla loro strada. I vari vertici mondiali dal G7 al G20, passando per le Conferenza delle Parti dell’Unfccc, non sono mai riusciti fin’ora a scrivere la parola fine sui sussidi alle fossili.

    Sussidi alle fossili: ecco quanto paghiamo l'energia inquinante

    Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2015 la cifra per l’energia fossile è arrivata a 5.300 miliardi di dollari (10 milioni di dollari al minuto). Quasi quanto il 7% del PIL mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo.
    Ma il vero problema è che si tratta di una cifra in crescita, soprattutto in Europa. Nel Vecchio Continente la maggior sostenitrice delle fonti fossili è la Germania con 55,6 miliardi di dollari, seguita da Regno Unito con 41,2 miliardi, Francia (30,1 miliardi), Spagna (24,1 miliardi), Repubblica Ceca (17,5 miliardi) e Italia (13,2 miliardi).
    Nonostante ciò l’Italia ha un altro primato: è tra i paesi del G7 quello con i maggiori sussidi alle  fossili in rapporto al PIL. Siamo allo 0,63% a fronte di una media europea dello 0,17% e molto oltre lo 0,20% degli Stati Uniti.

    “Il nostro Paese – dice il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – continua a comportarsi come se il problema dei sussidi alle fonti fossili semplicemente non esistesse, quando tutte le istituzioni internazionali hanno messo in evidenza come siano una barriera per lo sviluppo di un economia decarbonizzata. Anche la legge di Stabilità 2017 ignora l’argomento e prevede ancora sussidi diretti e indiretti alle fossili”.

    L’associazione ha individuato in Italia 14,8 miliardi di euro l’anno di sussidi diretti o indiretti alle fonti tradizionali, al consumo o alla produzione, da esoneri dall’accisa a sconti e finanziamenti per opere, distribuiti tra autotrasportatori, centrali per fonti fossili e imprese energivore e aziende petrolifere. E si tratta di un computo parziale.

    “Oggi le energie pulite sono competitive da un punto di vista dei costi e cancellando questi sussidi potrebbero crescere anche senza incentivi. Né si comprende perché il nostro Paese debba continuare a dare miliardi di euro all’autotrasporto, come ai grandi consumatori, senza alcun vincolo di investimento in riduzione dei consumi di combustibili fossili”.

    05 novembre 2016

    “Un punto di svolta per le energie rinnovabili”:E’ ufficiale! le rinnovabili mondiali hanno superato le fonti fossili.

    Tratto da Il Sostenibile

    E’ ufficiale! le rinnovabili mondiali hanno superato le fonti fossili


    L’Agenzia internazionale per l’Energia (IEA – Internazionale Energy Agency) ha pubblicato  la sua Medium-Term Renewable Market Report, rivedendo al rialzo le precedenti stime di crescita delle rinnovabili mondiali per gli anni 2015-2021: alle previsioni di crescita mancavano ben 13 punti percentuali. Il motivo è che lo scorso anno, già passato agli onori della cronaca per il numero record di investimenti verdi, è stato più aggressivo di quanto si fosse inizialmente calcolato sul fronte delle rinnovabili. Così “aggressivo” da aver battuto il carbone e petrolio, in termini di nuova potenza istallata.
    Come fare peraltro a tenere il ritmo forsennato tenuto da fotovoltaico ed eolico? Nel 2015 sono state istallate più di due turbine eoliche l’ora e ben mezzo milioni di moduli solari al giorno, rivela la IEA. L’Agenzia non teme di definire questo momento come “un punto di svolta per le energie rinnovabili”. Il sorpasso assume un rilievo particolare se inquadrato nel contesto degli aiuti finanziari. Petrolio, carbone e gas naturale possono contare annualmente su una valanga di soldi pubblici che i vari G20 e COP sul clima non hanno mai scalfito. Solo per la produzione sarebbero quasi 500 miliardi di dollari l’anno in sussidi, che schizzano alle stelle se nel conto vengono inserite anche le esternalità.
    “Stiamo assistendo a una trasformazione dei mercati energetici globali guidati dalle fonti rinnovabili e, come succede anche in altri campi, il centro di gravità di questa crescita si sta muovendo verso i mercati emergenti”, ha commentato il Fatih Birol, direttore esecutivo della IEA. Stati Uniti, Cina, India e Messico hanno tirato i fili di una crescita (più 153 GW ossia il 15% in più rispetto al 2014) che ha rappresentato oltre la metà della nuova potenza energetica istallata a livello mondiale. E la maggior parte di questi guadagni sono stati resi possibili dai record segnati nell’eolico (con nuovi 66 GW) e dal fotovoltaico (49 GW).
    Nel corso dei prossimi anni le fonti rinnovabili dovrebbero coprire oltre il 60% dell’aumento della produzione di energia elettrica mondiale nel medio termine, superando la produzione di 7600 TWh entro il 2021 – l’equivalente alla attuale generazione elettrica totale degli Stati Uniti e l’Unione europea messi insieme.
    Leggi anche
    http://unitiperlasalute.blogspot.it/2016/10/international-energy-agency-energia-le.html