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01 aprile 2021

Comitati : Brindisi, una bomba a gas

Tratto da il gazzettino.it

Brindisi, una bomba a gas


Anche la centrale A2A di Costa Morena ha chiesto a MinAmbiente l’autorizzazione alla conversione a turbogas dell’impianto Brindisi Nord, fermo dal 2014, dopo l’analoga richiesta di ENEL per Cerano, oltre alla centrale turbogas EniPower già esistente e in funzione dentro il petrolchimico. Avremo così 3 centrali a turbogas vicine, “decarbonizzandoci”, dicono.

E, sempre nel raggio di 1 km Edison vuol fare un megadeposito di GNL (gas liquido), con il petrolchimico ENI Versalis che continua regolarmente a "sfiammare" a pochi metri. Altro che rischio di incidente industriale rilevante e Direttiva Seveso: una vera bomba di gas in città.

Brindisi sarà così "capitale del gas" fossile, quando invece il Governo ha dichiarato di voler ridurre le emissioni di CO2 del 60% per il 2030, e addirittura zero emissioni per il 2050. E mentre in Europa e nel resto d'Italia si punta al Green New Deal, sull'idrogeno verde e rinnovabili, comunità energetiche (Brindisi ha ricevuto 300 mila euro dalla L.R. 45/2019 per le comunità energetiche) ed energia diffusa coi superbonus,  noi a Brindisi costruiamo nuove centrali col metano di TAP: il metano, fossile o bio, se bruciato, libera CO2, meno del carbone, ma è comunque CO2 emessa in più... Vogliamo ridurre le emissioni di CO2, creando nuove centrali a turbogas aggiuntive...

Per non parlare del megaimpianto di compostaggio anaerobico per la produzione di biometano previsto sempre nella stessa zona, come anche quello di Erchie (molto combattuto dal Comune e dalla popolazione): anche se è metano “bio”, una volta bruciato, produce CO2 e nanoparticelle e spreca il compost raccolto dai cittadini che potrebbe essere compostato aerobico e venduto a prezzo simbolico ai contadini per fertilizzare i suoli e combattere la desertificazione e rafforzare gli ulivi contro la xylella...

Questi impianti si chiamano "stranded assets", cioè investimenti nati già vecchi, obsoleti e antieconomici: ma A2A, Edison, ENEL, SNAM, ENI, TAP (le aziende che ci hanno avvelenato finora), perchè li fanno? Il Recovery Fund non può finanziare tali impianti, perchè non sono green, pensate: lo fanno per i sussidi di Stato per il "capacity market": cioè lo Stato paga tali impianti per coprire i picchi di consumo non garantiti dalle rinnovabili e per il rifasamento sincrono della rete elettrica, cioè entrano in funzione solo se serve. Un bel business che paghiamo noi Stato, cioè noi cittadini in bolletta.

Come pagheremo anche tutti i gasdotti arrivati, come TAP/SNAM e i danni ambientali a Torre Rossa e al Bosco del Tramazzone, o nuovi gasdotti in costruzione, come il Matagiola-Massafra, Poseidon in arrivo da Israele, le interconnessioni alle centrali di A2A e Cerano (5 km), che tra l'altro "non necessitano di VIA", perchè opere connesse all'impianto...

Inoltre, secondo un recente studio della Carbon Tracker Initiative, nel 2030 si prevede che il costo di produzione delle fossili sarà del 60% superiore, mentre il costo delle rinnovabili e batterie di stoccaggio scenderà: ma tanto ci sono i fessi che pagano...

E i politici locali e regionali, i sindacati confederali e altre istituzioni a Brindisi invece chiedono di semplificare le autorizzazioni per tali impianti in nome di uno "sviluppo per Brindisi e occupazione", ben sapendo che ogni impianto necessita di poche decine di tecnici specializzati (non certo brindisini) e che il gas non ha indotto.

E ARERA ha appena deliberato un aumento del 7% del prezzo di energia e del 5% del gas: perciò sono aumentate anche le bollette dei brindisini.

Quando la finiamo di essere terra di conquista e profitto di queste multinazionali che da sempre ci inquinano e rovinano la nostra salute, il nostro ambiente, le nostre tasche, senza peraltro dare niente in cambio alla città?

Chiediamo al Comune di Brindisi e a tutte le istituzioni, ai sindacati, a tutti gli enti coinvolti e ai cittadini di rompere con le logiche del passato e di cambiare finalmente rotta, in linea con l’Europa, per una Brindisi più vivibile e uno sviluppo più green e sostenibile,

Movimento No TAP/SNAM della Provincia di Brindisi

Redazione emergenzaclimatica.it (www.emergenzaclimatica.it )

Rete Legalità per il Clima (www.giustiziaclimatica.it)

Comitato No Compostaggio Erchie

11 dicembre 2020

Da Città Futura appello per un fronte comune contro il gas a Civitavecchia

Tratto da Centumcellae

https://www.centumcellae.it/politica/da-citta-futura-appello-per-un-fronte-comune-contro-il-gas/

CIVITAVECCHIA – Un appello per un fronte comune contro il gas. A formularlo è l’associazione politica “Città Futura”.

“Pensiamo che sia giunto il momento di fare un fronte comune contro la riconversione a gas della centrale – si legge in una nota dell’associazione – Uno schieramento largo, plurale, che comprenda tutti i soggetti che a diverso titolo hanno dichiarato la netta contrarietà ai progetti dell’Enel e di Tirreno Power. Dopo una prima fase in cui è prevalsa una certa indifferenza nei confronti della proposta di riconversione (ovviamente voluta e pianificata) e nella quale si è provato ad alzare il velo sul tema attraverso un’informazione mirata e una serie di momenti specifici, purtroppo necessariamente via Web o su TRC (che ringraziamo per le sue iniziative), nell’ultimo periodo abbiamo finalmente registrato una crescente avversione al progetto dell’Enel: a fronte di pochissime e interessate prese di posizione a favore, molti si sono espressi contro: studenti, personalità della medicina, sindacati, associazioni politiche e associazioni ambientaliste, rappresentanze di artigiani e commercianti, fino al significativo appello promosso da alcuni ex sindaci e, registriamo, un solo consigliere regionale. Fatta salva la contrarietà espressa dal Consiglio Comunale, “proviene” un sostanziale silenzio dai partiti e dalla Regione, per non parlare di quello imbarazzante dei due parlamentari del territorio. Da parte di qualcuno anche atteggiamenti di sufficienza e presunzione verso possibili alternative, che presuppongono un radicale cambiamento del modello di sviluppo: proposte fattibili già da ora e soprattutto in linea con il nuovo corso dettato dall’Europa in tema di politica energetica”.

“Ora – proseguono da Città Futura – va coinvolta la cittadinanza, che ha il diritto e il dovere di partecipare ai processi decisionali che coinvolgono una comunità democratica, attraverso l’approfondimento e il confronto. Non è pensabile che possano passare sulla testa dei cittadini progetti deleteri per ambiente e salute in modo subdolo e strisciante. Per questi motivi proponiamo un incontro fra tutti i soggetti contrari alla riconversione, siano essi associazioni, forze sociali o liberi cittadini, da tenersi presso l’Aula Pucci, luogo idoneo a mantenere il rispetto delle norme di distanziamento fisico previste dalle leggi anti-pandemia. Un momento di discussione collettiva, per stabilire insieme le forme e i contenuti della mobilitazione, a cui invitiamo a partecipare personalità del mondo scientifico, sociale e imprenditoriale, in modo da pervenire alla predisposizione di proposte concrete e realizzabili, alternative all’ipotesi di “gassificare” un intero territorio”.

14 ottobre 2019

CIVITAVECCHIA: VIA LIBERA ALL’INQUINAMENTO DA CARBONE. I CITTADINI NON CI STANNO

Tratto da Ortica web

Il Ministero dell’Ambiente stronca le speranze dei cittadini col via libera all’ENEL. Torre Valdaliga Nord rimarrà attiva fino al 2025. 
Ebbene sì, ciò che in tanti ci auguravamo non accadesse mai, si sta palesando sotto i nostri occhi: la fine del carbone equivale alla costruzione di una nuova centrale a turbogas. Si prospetta per Civitavecchia e il suo comprensorio l’ennesima beffa targata Enel.
Di fronte alla sollevazione planetaria di una generazione che vede compromesso il proprio fragile futuro, a Civitavecchia siamo ancora alla prima rivoluzione industriale, alla strafottenza di un’azienda che non conosce vergogna neanche davanti alla sofferenza di un territorio piegato da tumori e disoccupazione.
Inizia così la denuncia del Comitato S.O.L.E (Salute. Opportunità. Lavoro. Ecologia) che spiega la situazione in cui versa Civitavecchia e le scelte degli amministratori, molto lontane dalle promesse fatte ai cittadini e alla tutela della salute. Continua l’appello:
Sono giorni ed ore decisive per il futuro del nostro territorio, ma le notizie continuano a non essere positive: il Ministero dell’Ambiente ha dato il via libera alla prosecuzione dell’esercizio per Torre Valdaliga Nord. Tradotto: carbone fino al 2025. In aggiunta a ciò, come detto, corre spedita la richiesta di Enel per i nuovi impianti a turbogas (senza valutazione d’impatto ambientale). Carbone e gas quindi, insieme.
Il “bosco delle ciminiere”, così lo ha definito il dott. Viti nell’ultimo indecoroso consiglio comunale aperto. Indecoroso perché l’attuale amministrazione continua a tergiversare, ad essere drammaticamente debole di fronte alla portata della sfida che sta attraversando la città: il sindaco di Civitavecchia, fino a qualche settimana fa categorico sulla fine delle fonti fossili, appare oggi ostaggio di una maggioranza, o parte di essa, che vorrebbe subito passare alla cassa, monetizzare la nuova servitù del gas a svantaggio, come al solito della riconversione ecologica e dello sviluppo alternativo.
Il problema non sono le beghe condominiali di questa amministrazione, ma l’incapacità di una visione unitaria. Il Sindaco non ha presentato prescrizioni formali in conferenza dei servizi per il rinnovo dell’AIA su Tvn, ha espresso altresì preoccupazione. A noi non servono amministratori preoccupati o solidali, a noi servono amministratori che mettano in campo azioni precise, nette......
Il Sindaco avrà l’appoggio dell’intera città di Civitavecchia, se vorrà farsi portavoce delle trasversali istanze di cambiamento del modello energetico in questo territorio. Altrimenti continuerà ad essere il vice sindaco della centrale a carbone.......
Chiediamo chiarezza, unità e determinazione. Siamo pronti alla battaglia con chiunque vorrà condividerla. Siamo pronti, già dalle prossime ore, ad esercitare la nostra legittima difesa contro l’ennesima violenza. 
Comitato S.O.L.E.
Salute. Opportunità. Lavoro. Ecologia

05 giugno 2018

Sul futuro della centrale Enel di Cerano due candidati rispondono al Wwf Italia

Sul futuro della centrale Enel due candidati rispondono al Wwf Italia
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Tratto da Brindisireport

L'associazione ambientalista WWF ha inviato alcuni quesiti agli aspiranti sindaco di Brindisi. Hanno risposto Rossi e Serra
Sul futuro della centrale Enel due candidati rispondono al Wwf Italia
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La centrale Federico II di Enel Cerano

Sul futuro della centrale Enel due candidati rispondono al Wwf Italia
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Il comunicato del WWW Italia

“Sono due i candidati a sindaco del comune di Brindisi alle elezioni di domenica 10 giugno che hanno risposto alla sollecitazione del WWF, che chiedeva di indicare in che modo avrebbero agito per accelerare la chiusura della centrale a carbone Federico II di Cerano. Si tratta di Riccardo Rossi, candidato sindaco per Brindisi Bene Comune, Partito Democratico, Liberi e Uguali e Ora Tocca a Noi, e Gianluca Serra, candidato per il Movimento 5 Stelle. Rossi e Serra hanno fatto pervenire all’Associazione un messaggio per illustrare la propria posizione sulla situazione dell’impianto di Cerano, uno fra i più inquinanti d’Italia.
Entrambi i candidati hanno espresso la loro volontà di agire per accelerare la chiusura dell’impianto a carbone di Cerano. Riccardo Rossi, dopo aver sottolineato che “Il tema dei cambiamenti climatici coinvolge direttamente la città di Brindisi che ospita la più grande centrale a carbone d’Italia”, stigmatizza anche le pesanti ricadute ambientali e sanitarie che la produzione di energia da combustione del carbone produce. Per questo, il candidato sindaco condivide l’obiettivo fissato dalla SEN 2017, che prevede la chiusura di tutte le centrali a carbone per la produzione termoelettrica entro il 2025. Rossi ritiene indispensabile l’immediato avvio di un confronto con il Governo ed Enel per programmare il superamento della centrale, ottenere i fondi necessari per le bonifiche del sito, individuare investimenti e risorse necessarie a garantire occupazione e reddito dei lavoratori della centrale.
Il candidato del Movimento 5 Stelle ribadisce che la sua formazione politica ha sempre sposato l'idea della chiusura di tutte le fonti inquinanti fossili attraverso l’utilizzo delle fonti rinnovabili. Per Gianluca Serra l’obiettivo da raggiungere è una riconversione economica dell'area, con interventi mirati per arrivare ad una dismissione degli impianti, una bonifica a 360° dell'area su cui insistono gli inquinanti e il recupero delle aree attraverso una diversificazione dell'attività sino ad oggi svolta. Tutto ciò mantenendo i livelli occupazionali attuali e perfino incrementandoli. Serra dichiara infatti che, puntando sulle fonti rinnovabili, per ogni miliardo di euro investito, si possono creare fino a 15.000 nuovi posti di lavoro a fronte dei soli 500 delle fonti fossili. 
Per il WWF Italia, da anni impegnato per il superamento del carbone e la sostituzione di questo combustibile fossile con energia da fonti rinnovabili, le risposte ricevute dai candidati Rossi e Serra sono un primo importante segnale. La chiusura della centrale a carbone di Cerano è uno degli obiettivi fondamentali per tutelare la salute dei cittadini di Brindisi, oltre che un tassello indispensabile per la riduzione dei gas serra nel nostro Paese. E’ fondamentale che alla chiusura dell’impianto a carbone Federico II corrisponda un processo di bonifica e di conversione, in grado di garantire occupazione nel territorio brindisino, attraverso la promozione di nuovi impianti di energia da fonti rinnovabili, di interventi di efficienza energetica e attività legate all’economia verde e alla vocazione del territorio. Per Brindisi, chiudere la centrale a carbone è il primo passo verso un futuro fatto di nuovo lavoro, benessere, tutela ambientale e difesa della salute”.
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Sul futuro della centrale Enel due candidati rispondono al Wwf Italia
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Per leggere le risposte complete inviate dai due candidati al WWF, accedere al sito http://stopcarbone.wwf.it/“

Potrebbe interessarti: http://www.brindisireport.it/politica/i-candidati-sindaco-di-Brindisi-Rossi-e-Serra-rispondono-al-WW-Italia-sul-futuro-della-centrale-di-Cerano.html
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18 ottobre 2017

Alessandro Codegoni: La “vocazione” industriale di Brindisi, il carbone, l’inquinamento e i danni alla salute

Tratto da Qualenergia 

La “vocazione” industriale di Brindisi, il carbone, l’inquinamento e i danni alla salute

Oltre all’inquinamento atmosferico che provoca la centrale dell'Enel, la Procura di Lecce ha sollevato l'inadempienza della società nello smaltimento di ceneri e polveri tossiche. 
Entro il 2030, al massimo, tutte le centrali a carbone italiane dovrebbero essere chiuse.
A fermarsi soprattutto dovrebbe essere quella Enel di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi, la più grande centrale elettrica italiana, con i suoi 2.640 MW, recentemente tornata all’onore delle cronache, non per le solite denunce sull’inquinamento atmosferico che provoca, ma per una inedita varietà, che si potrebbe chiamare “inquinamento cementizio”.
In sintesi, secondo la Procura di Lecce, Enel, pur avendo gli impianti necessari, non ha mai attivato lo smaltimento separato delle polveri e ceneri derivanti dall’uso di olio combustibile pesante e gasolio nella centrale, che talvolta vengono utilizzati al posto del carbone.
Queste polveri sono tossiche per la presenza di metalli pesanti, vanno quindi smaltite separatamente dalle normali ceneri del carbone, che possono invece essere vendute per la fabbricazione del cemento. 
Le ceneri mescolate provenienti da Cerano, secondo la Procura finivano nel cementificio Cementir di Taranto, dando luogo a un cemento tossico e fuori norma, in quanto il loro contenuto in ammoniaca lo indebolisce: fra smaltimento evitato e vendita delle ceneri tossiche, Enel avrebbe così ricavato 523 milioni di euro di indebito profitto.
Per questo i magistrati hanno sequestrato l’impianto, che resta in funzione a patto, però, che entro due mesi si attivi la separazione delle ceneri.
A sua volta Enel ha negato ogni addebito, aggiungendo che se al sequestro seguirà lo spegnimento della grande centrale, ci saranno grossi problemi al bilanciamento della rete meridionale. Per questa ragione, pochi giorni fa la Procura, dopo aver ricevuto 500mila di euro di cauzione da Enel, ha concesso l’utilizzo di alcune vasche per lo smaltimento delle ceneri, evitando la chiusura.
Insomma, una volta ancora il carbone ci sorprende con la sua capacità di danneggiare l’ambiente in modi sempre nuovi e originali: già un anno prima, per esempio, Enel aveva dovuto risarcire i danni a 59 contadini intorno a Cerano, per il rilascio di povere di carbone sui loro campi.
Ma, naturalmente, i danni peggiori il carbone li fa alla salute delle persone, e in questo Brindisi, uno dei poli industriali più importanti del Meridione, ha fatto suo malgrado da laboratorio a cielo aperto per decenni, come ha dimostrato un recente rapporto epidemiologico che ha suscitato meno interesse sulla stampa nazionale della vicenda delle ceneri.
«La nostra città e provincia sono vittime della politica dei “poli industriali” dei decenni passati, che concentrava impianti altamente inquinanti in aree ristrette, portando sì occupazione, ma al costo di un numero incalcolabile di morti e malattie», dice Stefano Alparone, ex consigliere comunale per il M5S di Brindisi.
«Basti considerare che ospitiamo in un raggio di pochi chilometri non solo la centrale a carbone di Cerano, ma anche il petrolchimico Eni, con le sue emissioni di idrocarburi e altri composti organici, quelle della centrale elettrica Enipower, una ciclo combinato a gas da 1.170 MW, e quelle di una piccola centrale a biomasseospitata in uno zuccherificio, oltre ad altri impianti impattanti. E fino al 2012 era anche in funzione una quarta centrale elettrica, quella a carbone di Edipower da 1.200 MW, vicina al centro abitato e, per non disturbare gli aerei nel vicino aeroporto, dotata di camini alti meno di 60 metri».
Gli effetti di questo assedio industriale li descrive lo Studio Epidemiologico sugli effetti delle esposizioni ambientali di origine industriale sulla popolazione residente a Brindisi, una collaborazione fra Asl brindisina, Dipartimento di epidemiologia della Asl Roma1 e Arpa Puglia, che per la prima volta ha analizzato in dettaglio l’impatto inquinante delle industrie brindisine sul territorio e le conseguenze sulla salute della popolazione fra 1991 e 2014.
In pratica lo studio ha preso in considerazione 223mila abitanti di Brindisi città e Provincia, e ne ha seguito cause di morte e di ospedalizzazione, incrociando questi dati con la presenza sul terreno di tre tipi di inquinamento: polveri PM 10 e anidride solforosa (SO2), dati portati dai fumi delle centrali a carbone, e i composti organici volatili (COV) delle emissioni del petrolchimico......
Un aumento di mortalità, anche se meno estremo, per le stesse cause si registra anche nelle aree più inquinate dai COV del petrolchimico.
Nel periodo 2001-2013 è stato misurato invece il rischio di ricovero, in rapporto all’inquinamento e si è trovata una relazione per diabete, malattie neurologiche, patologie cardio e cerebrovascolari, con un rapporto molto forte per l’inquinamento da SO2.
L’esposizione ai COV è invece associata a un aumento di malformazioni congenitenel primo anno di vita, ma non più dal 2010 in poi.
Fra periodo 2000-2004 e il 2010-2013, infatti, l’aumento del rischio di ricovero fra zone più inquinate e zone meno inquinante, pur persistendo, è diventato un quarto per la SO2 e la metà per i COV, a dimostrazione che la situazione è migliorata.
«Un calo certo positivo, ma non del tutto rassicurante, perché i fumi che ci siamo respirati dalla nascita in poi, agiranno magari fra decenni, provocando tumori che altrimenti non ci sarebbero stati», ricorda Alparone.
«Uno studio Cnr del 2015 ha stimato che la sola centrale Enel provochi fra i 7 e i 44 morti in più ogni anno, quindi, anche se ormai funziona a ritmo ridotto, grazie alla riduzione dei consumi e alla diffusione di fotovoltaico eolico, prima la si chiude e meglio è».......
«Piuttosto che cambiare un combustibile fossile con un altro, bisognerebbe concentrarsi sulla dismissione della Centrale di Cerano, investendo in efficienza, risparmio energetico e autoproduzione da impianti rinnovabili».
Quanto al futuro industriale di Brindisi, forse sarebbe il caso di riprogettarlo partendo dal risanamento dell’enorme discarica di Micorosa: 1,5 milioni di metri cubi di fanghi tossici accumulati dal petrolchimico, su 44 ettari di terreno a un passo dal mare, contenenti metalli pesanti, cloruro di vinile, pesticidi, idrocarburi.
Ma se il buongiorno si vede dal mattino, la cosa non promette bene: secondo una inchiesta de Il Fatto Quotidiano, i 19 milioni di euro investiti dallo Stato nella bonifica sono finiti, anche grazie a ribassi esagerati nelle aste d’appalto, a società che nasconderebbero personaggi in odore di mafia, già inquisiti per la gestione di altre discariche in Sicilia.

28 gennaio 2017

GENOVA:Centrale a carbone, il blitz degli ambientalisti

Tratto da Il Secolo XIX

Genova - "Stop ai veleni", "No alle fonti fossili". La protesta delle associazioni ambientaliste arriva di prima mattina con striscioni e slogan contro la possibile ripresa delle attività della centrale Enel. Un blitz in contemporanea all'attracco della nave “Sider Tis” partita lunedì da Capodistria con poco più di tremila tonnellate di carbone. Il carico è ancora a bordo della nave e potrebbe essere scaricato lunedì.
La nave-cargo era già attesa domenica scorsa ma aveva scaricato 4mila tonnellate di carbone ad Ancona, prima di raggiungere lunedì scorso Capodistria, in Croazia.
"L'apertura della centrale non porta nessun vantaggio ai cittadini, solo a Enel e alla Francia a cui verrà inviata energia. Per noi resterà solo il particolato e i rischi per la salute - attacca Andrea Agostini di Legambiente - Ci battiamo da vent'anni per la dismissione di questa centrale pericolosissima, abbiamo mostrato il nostro dissenso con civiltà ma non devono essere solo i cittadini a cercare di difendersi. Il sindaco e i politici locali possono fermare tutto, basta una delibera, una loro decisione. Ma questa ipotesi non è stata nemmeno presa in considerazione".

25 gennaio 2017

Centrale Enel, arriva il carbone.....La società civile genovese è ancora in allarme.

Tratto da Genova24 

Centrale Enel, arriva il carbone.....


Genova. La società civile genovese è ancora in allarme: Enel e il Ministero per lo sviluppo economico, dopo la lodevole decisione di bloccare la vecchia e obsoleta centrale a carbone, sembra abbiano fatto dietro front.
“Un nuovo carico di 3.100 tonnellate di carbone è già salpato, sempre a bordo della nave Sider Tis, verso il porto di Genova, destinato ad alimentare l’impianto. ......Le organizzazioni per l’ambiente e la salute di Genova hanno segnalato il carico di carbone imbarcato sulla Sider Tis a Capodistria”, commenta Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group.

“E prontamente TheMediTelegraph ha confermato i timori. L’aspetto inquietante della vicenda è che le istituzioni sembrano voler mettere la cittadinanza di fronte al fatto compiuto. Genova è una città inquinata e più volte il Comune ha annunciato di voler eliminare le fonti di sostanze tossiche. ........
Ricordiamo che la Cina si è appena sbarazzata di 85 centrali a carbone, ritenendole causa di migliaia di decessi. L’unione europea sta seguendo una politica simile, per evitare le 22mila morti annue causate da questi impianti. L’Italia sta per seguire una tendenza opposta ed è una politica non responsabile, perché non ottiene benefici economici e, cosa assai più grave, mette chissà quali interessi al di sopra della salute pubblica e di quella del delicato ambiente naturale”, prosegue Malini.

Le organizzazioni per l’ambiente e i diritti umani proseguono nelle loro azioni a difesa della vita e della salute della città, depositando esposti alle autorità locali e segnalando alle istituzioni dell’Unione europea e alle Nazioni Unite il pericolo insito nella decisione assunta dal governo italiano. “Alcuni consiglieri comunali e regionali si stanno impegnando accanto a noi, al WWF, a Legambiente e ad altre associazioni,” conclude Roberto Malini.....Ma è importante che il Sindaco, il Prefetto e tutte le autorità cittadine mettano da parte ideologie obsolete e si attivino per tutelare la salute della cittadinanza......

22 gennaio 2017

Centrale di Genova, per il momento stop al carbone

Centrale di Genova, per ora stop al carbone
Tratto da La Repubblica.it
Tutto il carico della nave "Sider Tis" è stato scaricato nel porto di Ancona.
Niente carbone nel porto di Genova, per il momento. Il carico a bordo della Sider Tis, destinato al porto di Ancona e a quello di Genova, è stato tutto quanto scaricato nello scalo adriatico. La nave quindi non raggiungerà il porto di Genova, come inizialmente previsto. Secondo i programmi indicati, il carico di 11mila tonnellate avrebbe dovuto essere diviso fra Ancona (7mila tonnellate) e Genova (4mila). Ma alla fine si è optato per fare l'intera operazione ad Ancona. Resta da capire che cosa accadrà ora della centrale di Genova, la cui riapertura temporanea per far fronte alle richieste francesi ha suscitato durissime reazioni. "Ci è stato detto che la nave non verrà più, non abbiamo informazioni su quello che succederà in futuro" commenta il console della compagnia portuale "Pietro Chiesa" Tirreno Bianchi. In attesa di un pronunciamento ufficiale dell'Enel, resta ancora l'incertezza sul futuro dell'impianto che era stato chiuso la scorsa estate e su cui già si era ipotizzata una nuova vita sotto forma di museo. “La priorità - commenta Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group - viene accordata dalle istituzioni a un interesse che dovrebbe sempre essere primario: la salute e il benessere della cittadinanza, l’integrità di un ambiente di per sé delicato. La società civile, però, non deve però allentare la vigilanza finché quel vero e proprio ‘mostro’ obsoleto e inquinante non sia chiuso in via definitiva e riconvertito, secondo i progetti dell’estate scorsa, in un museo”.

18 gennaio 2017

Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. A Genova torna il carbone.....

Tratto da Il Fatto Quotidiano 

Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. E a Genova torna il carbone

Risultati immagini per centrale a carbone di genova
 Il 22 novembre scorso, il direttore della Autoritè de suretè nucleaire francese (Asn) Pierre-Franck Chevet, in seguito alla scoperta di una crepa nella copertura del reattore sperimentale Epr (reattore ad acqua pressurizzata) in costruzione a Flamanville, comune situato nel dipartimento della Manica nella regione della Bassa Normandia, ha deciso di riconsiderare l’intera “catena di controllo” per rendere l’atomo più sicuro e di chiudere, per un certo tempo, 20 dei 58 reattori nucleari presenti sul territorio francese. Il problema riscontrato riguarda un eccesso di carbonio nella copertura in acciaio speciale nell’impianto in costruzione (dal 2005!) e si accompagna ad altri riscontri di insufficiente affidabilità in alcune centrali in attività.
La Francia, che è il più grande Paese esportatore netto al mondo di energia elettrica e vende principalmente in Italia, Gran Bretagna, Svizzera, Belgio e Spagna, produce per il 75% con l’atomo, con una disponibilità di potenza di 63.200 MW, ma si è trovata costretta a ridurre pesantemente gli obbiettivi di generazione – dal 1998 previsti sopra ai 400 TWh – in seguito alle ispezioni e ai fermi in atto. Data la mancanza di flessibilità del sistema elettrico francese, le interruzioni di massa drenano potenza da tutta Europa oltre a mettere in discussione il “prestigio” del nucleare transalpino nel mondo.


La produzione è in costante calo da maggio, secondo la Reuters, per due ragioni:

1) EDF possiede la maggior parte dei reattori di Francia, ma l’azienda ha gravi problemi finanziari e molti dei suoi progetti hanno un rating inferiore all’investment grade. Con più di 40 miliardi di dollari di debito le azioni di EDF, di cui il governo francese detiene l’85%, sono crollate del 55% nel corso dell’anno passato.
2) Una legge approvata dal governo francese lo scorso novembre allo scopo di sostenere l’energia solare, richiede di ridurre la quota di produzione di energia nucleare a solo il 50 per cento entro il 2025.
In un Sistema interconnesso come quello europeo, l’aumento del prezzo del MWh nucleare fa arretrare l’importazione dalla Francia per i paesi confinanti mentre richiede che quest’ultima sfrutti impianti sottoutilizzati in territorio estero per supplire il calo di produzione. Ciò vale in primis per la Germania che ha diversificato le sue fonti di alimentazione e accresciuto la sua capacità da fonti rinnovabili lasciando sottoutilizzata in parte la sua flotta convenzionale (i prezzi tedeschi sono stati di 33,65 € / MWh contro i 45,60 € / MWh dell’atomo dei vicini).
L’Italia intanto ha aumentato le sue esportazioni del 198% e ridotto le importazioni nette (-62%) dando fiato a quelle voci che al ministero dello Sviluppo vorrebbero la ripresa della produzione da fonti fossili, pur sapendo che la buona diffusione delle rinnovabili (ora contrastata) fa la differenza tra le varie zone del Paese (l’Italia settentrionale è quella che sta soffrendo di più per l’attuale situazione).
E qui si inserisce il colpo a effetto dell’italiano ministero dello Sviluppo economico: riaprire la centrale a carbone di Genova. Era stata spenta questa estate, dopo aver esaurito le 2.200 ore di produzione autorizzate per il 2016. Per quest’anno era in programma la dismissione programmata dall’Enel, con una chiusura anticipata nonostante sulla carta avesse ancora 2.000 ore previste. Ma la colpa è dei Francesi… Il pericolo di carenze energetiche risveglia dunque appetiti che sembravano sopiti. “Una decisione gravissima – dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia – che usa scuse rese risibili dalla enorme sovracapacità italiana: siamo in grado di produrre quasi 117 GW di energia elettrica a fronte del massimo picco di domanda interna di 60,5 GW”.
La risposta del Gestore dei mercati elettrici (GME) è stupefacente: “La produzione termoelettrica a carbone, la cui quota attualmente è limitata dalla forte competizione con le rinnovabili soprattutto nelle ore vuote, potrebbe tornare a un funzionamento baseload nel medio periodo. Questa possibilità si conferma nell’ipotesi che i mercati delle commodities mantengano lontano lo switching nel merit order fra impianti a carbone e cicli combinati a gas”.
L’uso ormai smodato dell’inglese significa che tra carbone e rinnovabili si torna al punto di prima, con buona pace per la vista sul porto da Sampierdarena, per chi vuole continuare a trivellare in mare, per A2A che brucia lignite in Montenegro, per le nostre bollette in aumento e per l’accordo per la riduzione di emissioni di anidride carbonica COP21, che recentemente è andato in vigore anche con l’approvazione di governo e parlamento italiani.

12 gennaio 2017

Riapertura della centrale a carbone di Genova: “danno ad ambiente e concorrenza”

Tratto da  Qualenergia

Riapertura centrale a carbone di Genova: “danno ad ambiente e concorrenza”

Il MiSE, su sollecito di Terna, richiama in servizio l'impianto a carbone Enel di Genova Sampierdarena, per compensare le mancate importazioni dalla Francia. Il WWF annuncia una segnalazione all'UE: la decisione violerebbe le regole del libero mercato, oltre a far male a ambiente salute.
Ferma dall'estate scorsa e avviata alla dismissione, l'unità 6 da 136 MW della centrale a carbone Enel di Genova dovrebbe riprendere a funzionare temporaneamente nei prossimi giorni.
A richiamarla in servizio il ministero dello Sviluppo economico che, su sollecito di Terna, ha chiesto a Enel di rinviare la chiusura di alcune centrali nell'area del nord-ovest, a cominciare dall'impianto a carbone di Genova Sampierdarena.
La misura precauzionale dovrebbe essere temporanea ed è giustificata dal fermo nucleare francese.
Una scusa che non regge, secondo il WWF, “perché nel Nord Italia ci sono moltissime centrali a gas a ciclo combinato, più efficienti e meno impattanti dal punto di vista sanitario e ambientale.”
“Siamo in grado di produrre quasi 117 GW di energia elettrica a fronte del massimo picco di domanda interna di 60,5 GW. In realtà, si riapre al carbone dopo che erano venute prese di posizione e impegni formali per l’abbandono di questa fonte pericolosa sia per la salute che per l'ambiente e letale per il clima, dato che produce 2 volte di più CO2 delle centrali a gas”, dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia.
La richiesta di riapertura di Genova – denuncia l'associazione - si configura addirittura come “una violazione del libero mercato”, dal momento che Enel è diventata una spa e ci potrebbero essere altri operatori interessati a soddisfare la domanda di energia francese o il mancato acquisto dell’energia nucleare d’oltralpe “a fini speculativi, visto che viene rivenduta a caro prezzo e importata praticamente a costo zero, non perché ne abbiamo bisogno”.
L'associazione annuncia una segnalazione all'Unione Europea.
La centrale a carbone di Genova era originariamente costituita da tre gruppi, per complessivi 295 MW, realizzati negli anni ‘50. Le due unità più piccole e vecchie sono state messe fuori servizio nel 2012 e nel 2014, mentre la terza unità (da 155MW) doveva essere chiusa entro il 2017 (anno per cui è comunque autorizzata a funzionare per 2.000 ore).
Nel 2015 l’impianto, pur con la sola unità da 155 MW ha emesso 807.445 tonnellate di CO2, emerge dal dato ufficiale ETS.

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Centrale a carbone di Genova, Legabiente: “Riaprirla è sbagliato e pericoloso”

Genova. Per Legambiente il riavvio della centrale termoelettrica a carbone di Genova, ventilato da una sorta di “necessaria solidarietà energetica” verso la Francia, che ha ferme alcune delle proprie centrali nucleari e ha necessità di importare energia elettrica è sbagliato e pericoloso.
“Si riattiva una sorgente tra le più inquinanti per la nostra città che da metà agosto 2016 aveva smesso di bruciare carbone e si allontana la sua dismissione – chiarisce Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – ci risulta infatti che il Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE) e Terna considerino questa centrale strategica per la produzione energetica. I Paesi europei hanno una fitta rete elettrica interconnessa con cui potersi scambiare energia e prima di riavviare le centrali più inquinanti, che danneggiano ambiente e salute dei cittadini, si dovrebbero attivare quelle a produzione meno impattante”.
“Questa solidarietà – conclude Grammatico – è in verità una giustificazione per sostenere ancora una volta la lobby del combustibile fossile tra i più inquinanti al mondo, ma anche tra i più economici a causa dell’eccesso di offerta di carbone sui mercati mondiali delle materie prime. Ma la sua economicità è solo apparente: una recente ricerca ha stimato, a livello europeo, costi sanitari dalla combustione del carbone compresi tra 32,4 e 62,3 miliardi di euro all’anno”.
Per questo Legambiente Liguria chiede a MISE e Terna di rendere operative le procedure per la definitiva dismissione della centrale senza ulteriori rinvii.

19 settembre 2016

Il Fatto Quotidiano :"Enel spegne 23 centrali, i sindacati protestano ma l’occasione è irripetibile"

Tratto da il Fatto Quotidiano 

Enel spegne 23 centrali, i sindacati protestano ma l’occasione è irripetibile

Enel spegne 23 centrali, i sindacati protestano ma l’occasione è irripetibile
Enel chiude 23 centrali e le riconsegna al territorio: un’occasione straordinaria per il paese di recuperare aree progettandone nuovi usi. Ma finora… silenzio tombale!
Con l’avvento di Francesco Starace alla guida di Enel (maggio 2014), la politica dell’ex monopolista elettrico ha subito una decisa sterzata. Il nuovo amministratore delegato, in una audizione al Senato nell’ottobre dello stesso anno (l’audizione si tenne il 15 ottobre, v. Quotidiano Energia del 15 ottobre 2014) spiegò che in uno scenario così rivoluzionato, come quello della generazione elettrica, Enel doveva chiudere senza esitazioni ben 25 mila MW di centrali termoelettriche divenute ormai una zavorra difficile da sostenere. Eccesso di offerta di elettricità, calo dei consumi, aumento della generazione rinnovabile sono all’origine di questa colossale iniziativa di chiusura di centrali che hanno fatto la storia del nostro Paese.....
Interessante però non è solo che con Starace l’Enel abbia deciso di non costruire più impianti alimentati da fonti fossili(eccetto il gas all’estero), e che abbia quindi imboccato una strada verso la tanto citata decarbonizzazione, ma che abbia impostato un processo di dismissioni che prevede il confronto con tutti i soggetti presenti sui territori interessati.
A questo scopo la società ha creato anche un sito internet specifico, dove sono attualmente in vetrina 22 impianti ormai chiusi(manca il ventitreesimo: Assemini), destinati alla vendita o a progetti alternativi, definendo un progetto chiamato “Futur-e”.
Evidentemente Enel intende anticipare questo cambiamento puntando sulla tecnologia e l’innovazione per offrire ai clienti un servizio più evoluto, con prodotti e servizi per l’efficienza energetica, la gestione intelligente dei consumi e soluzioni per la mobilità sostenibile. In questo scenario, la riconversione degli impianti rappresenta un’occasione per il territorio che potrà così cogliere diverse e nuove opportunità di sviluppo.
L’elenco delle centrali e la loro localizzazione è rappresentata qui 
Rivoluzione Enel, grande occasione
In quasi tutte le realtà territoriali dove sono ubicate le centrali sono in corso contatti con amministrazioni, associazioni imprenditoriali, università per discutere le possibili destinazioni d’uso. La scelta di chiudere un numero così rilevante di centrali senza chiedere alcun intervento assistenziale da parte del governo rappresenta una novità nel panorama industriale italiano.
A partire dalla crisi economica del 2008 il settore elettrico ha subito una trasformazione epocale di cui alcuni amministratori se ne sono resi conto con grande ritardo. Ma basta guardare i dati del 2012 per comprendere come la scelta di Enel fosse la sola intelligente da affrontare senza esitazioni. Quell’anno si resero visibili gli effetti dell’inaspettata crescita del fotovoltaico nel 2011 che, combinati col calo dei consumi, avevano ridotto drasticamente il numero di ore di funzionamento delle centrali a gas (minandone la sostenibilità economica) – rispetto alle 4.120 ore di funzionamento del 2007 se era passati a sole 2.633 nel 2011, meno di un impianto idro – e messo KO quelle ad olio combustibile. Un secondo effetto che ha messo in ginocchio la generazione termoelettrica, sempre causato dalle rinnovabili è stato il calo del prezzo dell’energia all’ingrosso. Infatti la generazione fotovoltaica nelle ore di punta ha contribuito al calo del PUN (Prezzo Unico nazionale) nelle ore di picco; negli ultimi due anni il calo del prezzo del gas metano, ha ulteriormente spinto il prezzo dell’elettricità all’ingrosso ai suoi minimi storici.
Per citare altre centrali il cui futuro appare segnato, ricordiamo quella di Brindisi di A2A (dove si smantelleranno le unità 1 e 2), Sermide e Chivasso dove sono stati fermati due gruppi da 400 MW; Ponti sul Mincio, Monfalcone e San Filippo del Mela in Sicilia, destinato probabilmente ad una conversione nel settore dei rifiuti; infine Cassano d’Adda per cui A2A ha chiesto l’ok per la dismissione della unità n.1 (v. “Risiko termoelettrico, ecco la mappa”, Quotidiano energia 13 gennaio 2016). Infine a settembre si fermerà la storica centrale a carbone di Genova.
In sintesi si è chiuso un ciclo e la strada da intraprendere per il futuro è una definitiva scelta per un modelle elettrico basato sulle fonti rinnovabili e supportato da una rete smart. In questa situazione, la decisione di come utilizzare le aree delle centrali chiuse può essere una grande occasione per riutilizzare quelle vicine o all’interno di centri urbani a scopi più utili per le città e per trovare un nuovo ruolo a quelle distanti dai centri abitati, che sappiano coniugare la necessità di creare posti di lavoro con la tutela dell’ambiente. Le idee non mancano, ad esempio relativamente aMontalto di Castro si vocifera di un possibile riutilizzo come mega fabbrica per assemblare auto da parte di un produttore cinese, o di un enorme centro commerciale, o di un gigantesco data center (Google? Amazon?). Nel caso di Genova, trattandosi di un edificio storico, tutelato dalla Sovrintendenza per le belle arti, si ipotizza la realizzazione di un museo; per Trino Vercellese si parla addirittura di un circuito automobilistico, ma anche della sede di un datacenter di Amazon.
Visto il numero di impianti coinvolti non sarebbe fuori luogo una riflessione di livello nazionale, in particolare per considerare i possibili effetti sull’occupazione. Ma nel nostro Paese le priorità risultano sempre altre, compresa la sconsolante diatriba sulla necessità (?!) di riformare la Costituzione.
Quello che stupisce è la reazione dei sindacati di categoria, che hanno fatto sapere di essere intenzionate a contrastare le iniziative di dismissione delle centrali non più remunerative annunciate dall’amministratore delegato. La nostra sensazione è che neppure i sindacati negli anni recenti abbiano compreso la rivoluzione in atto nel campo elettrico e che si siano spesso limitati e difendere posti di lavoro nella generazione convenzionale non valutando a pieno le potenzialità occupazionali di un modello alternativo. In quanto alla politica silenzio assoluto. 
Non c’è che da augurarsi che dopo la Cop 21, i moniti della Laudato Sì e gli allarmanti dati sul cambiamento climatico, si trovi tra le forze sociali e i movimenti sul territorio l’intelligenza e le capacità per sfruttare positivamente un’occasione storica (per una trattazione più esaustiva v.www.energiafelice.it).
a cura di Mario Agostinelli e Roberto Meregalli