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24 maggio 2016

LEFT : Gli azionisti pressano le Big oil per affrontare i cambiamenti climatici

TRATTO DA LEFT 

Gli azionisti pressano le Big oil per affrontare i cambiamenti climatici

Dove non arrivano ceo e amministratori delegati, arrivano azionisti e investitori. L’allarme climatico ribadito lo scorso dicembre alla Cop21 di Parigi fatica a tramutarsi in politiche attive e scelte imprenditoriali, ma c’è chi guarda con lucidità al futuro – anche a quello dei propri risparmi – e sta con il fiato sul collo a Big oil e operatori dell’industria fossile. 
Nei giorni scorsi gli azionisti della multinazionale anglo-elvetica Glencore hanno votato una mozione affiché la dirigenza fornisca maggiori informazioni sull’impatto che le proprie attività hanno sui cambiamenti climatici.
Nella classifica dei 500 peggiori “emettitori” di gas serra, Glencore è al terzo posto dopo Gazprom (1.260 milioni di tonnellate di gas climalteranti rilasciate nel 2013) e Coal India. Sotto accusa soprattutto i loro affari attorno al carbone, la più inquinante delle fonti energetiche fossili, bersaglio prioritario delle campagne con l’hashtag #keepitintheground.
A poca distanza da Glencore, nella lista nera dei nemici del clima, c’è ExxonMobil, che durante l’assemblea annuale della prossima settimana dovrà affrontare una vera e propria rivolta degli azionisti più influenti, decisi a ottenere che la Big oil – coinvolta peraltro in un’inchiesta con l’accusa di aver nascosto agli azionisti le informazioni sui rischi climatici – pubblichi annualmente i dati del proprio impatto sul riscaldamento del Pianeta. A proporre la mozione, lo Stato di New York, una fiduciaria del New York State Common Retirement Fund, il terzo più grande fondo pensione degli Usa, e la Chiesa anglicana.

Un investitore specializzato nel pressing alle aziende più inquinanti è Calpers, il fondo previdenziale dello Stato della California che gestisce asset per 294 miliardi di dollari e che ha fatto la voce grossa sia con Glencore sia con ExxonMobil. «Siamo molto soddisfatti per il fatto che il management di Glencore sostenga questa risoluzione» ha dichiarato in una nota a commento della relativa mozione Anna Simpson, direttore degli investimenti di Calpers. «Si comprende che gli investitori hanno bisogno di un reporting ambientale per comprendere meglio i rischi e le opportunità». ...
Anche altre Big oil, tra cui Chevron, Royal Dutch Shell, Bp e Total hanno annunciato provvedimenti per mitigare i rischi ambientali correndo ai ripari dopo le pressioni degli investitori. D’altro canto, già da tempo l’International Energy Agency ha lanciato l’allarme alle imprese del gas, del petrolio e del carbone: se non intervengono per tempo subiranno danni per diversi miliardi di dollari. 

Intanto, un rapporto del Wwf con Natural Resources Defense Council e Oil Change International evidenzia come i Paesi del G7 proseguano imprerterriti a finanziare centrali ed estrazione di carbone all’estero.

17 aprile 2015

1)Bolla del carbonio, 60 investitori USA chiedono chiarezza sui rischi 2)È INIZIATA LA PARABOLA DISCENDENTE DEL CARBONE .

Tratto da Qualenergia

Bolla del carbonio, investitori USA chiedono chiarezza sui rischi

Una coalizione di 60 investitori istituzionali chiedono alla Security and Exchange Commission, il controllore del mercato azionario staunitense, di imporre alle compagnie delle fossili la pubblicazione di informative chiare sui rischi che i loro asset potrebbero correre con l'approvazione di politiche che puntino a frenare il cambiamento climatico.
Oltre 60 investitori istituzionali statunitensi si rivolgono alla SEC, Security and Exchange Commission, il controllore del mercato azionario Usa: vogliono chiarezza sui reali rischi che il cambiamento climatico e le politiche necessarie a frenarlo, pongono ai business model delle compagnie oil&gas.
La coalizione, che comprende il grande fondo pensione americano, Calpers, e diversi tesorieri degli Stati Usa, in una lettera (allegato in basso), chiede alla numero uno della SEC, Mary Jo White, di imporre alle compagnie delle fossili la pubblicazione di "informative eloquenti e sostanziali sui carbon asset risk", sulla falsariga di quanto avviene per altri fattori esogeni come gli andamenti di commodity e valute.
"Mi sorprenderebbe molto sapere che colossi come ExxonMobil e Chevron non portano avanti analisi interne su quale sarebbe l'impatto sulle loro riserve di un cambiamento nel nostro uso di combustibili fossili", ha spiegato Shanna Cleveland, senior manager dell'organizzazione non-profit Ceres (primo promotore dell'azione assieme a Carbon Tracker Initiative). "Sono queste informazioni, quelle di carattere tecnico estremamente particolareggiate, che gli investitori vogliono conoscere".
Proprio ieri, il maxi-fondo Calpers è riuscito a far approvare a larghissima maggioranza (98% dei voti) nel corso dell'assemblea annuale degli azionisti di BP una risoluzione, sostenuta anche dal presidente Carl-Henric Svanberg, che prevede l'avvio di stress test legati ai rischi per i cambiamenti climatici.
L'iniziativa degli investitori Usa è solo l'ultima di una lunga serie di azioni volte a sensibilizzare sul rischio della cosiddetta bolla del carbonio. Una campagna che ultimamente ha portato a prese di posizioni molto significative, come quella dellaBanca d'Inghilterra e del Fondo sovrano norvegese, che hanno iniziato a tutelarsi dal rischio, mentre anche l'Onu ha di recente invitato a disinvestire dalle fossili.
I motivi sono noti e piuttosto semplici: se vogliamo evitare gli effetti più disastrosi del global warming dobbiamo lasciare sotto terra gran parte delle riserve di carbone, petrolio e gas: per stare sotto ai 2 °C almeno due terzi secondo la IEA e almeno l'80% secondo altre stime come quella di Carbon Tracker Initative.
A rischio, oltre al clima, sono anche i soldi di chi investe: le politiche per il clima e la transizione energetica verosimilmente impediranno di far fruttare adeguatamente gran parte degli asset in miniere e trivelle. Se si adottassero le politiche necessarie a fermare il riscaldamento globale, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende delle fossili crollerebbe del 40-60%.
È questa appunto la bolla sulla quale stanno da tempo mettendo in guardia, oltre agli ambientalisti, i report di gruppi bancari e analisti come Citigroup, Deutsche Bank, Kepler Chevreux e Moody’s. Se non ci si muove già ora per cercare un atterraggio morbido gli effetti economici potrebbero essere disastrosi visto che la capitalizzazione legata alle risorse fossili su varie Borse al momento ha un ruolo molto importante - dal 20 al 30% in piazze come Londra, Mosca, Toronto e San Paolo - e che nelle fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione: circa il 72% delle riserve mondiali di petrolio, il 73% di quelle di gas e il 61% di quelle di carbone sono possedute o controllate indirettamente dalle nazioni.
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Tratto da Ecoseven

È INIZIATA LA PARABOLA DISCENDENTE DEL CARBONE

È presto per gioire, ma molti segnali ci fanno capire che il futuro non è del carbone



La fine del carbone, principale responsabile dei cambiamenti climatici, è segnata. Negli Stati Uniti lo scorso anno abbiamo assistito alla chiusura di molte centrali a carbone e la Cina, attualmente il più grande produttore e consumatore di carbone, dovrebbe raggiungere tra dieci anni il picco per poi scendere.
Le due superpotenze hanno anche firmato un accordo per ridurre le emissioni. Sono obiettivi abbastanza distanti nel tempo: gli USA parlano di una riduzione dal 2025 e la Cina dal 2030, ma è la prima volta che il gigante asiatico ha affrontato l'argomento mettendo sul tavolo una proposta di diminuzione delle emissioni.

Secondo uno studio dell'università di Duke, dal 2008 al 2012, anni della recessione, l'industria del carbone ha perso 49.000 posti di lavoro, mentre il settore del gas naturale, del solare e dell'eolico negli Stati Uniti ne ha creati quasi 200.000
Non assisteremo a una sparizione immediata del carbone dato che negli anni sono stati fatti grandi investimenti nel settore: parliamo di miniere, centrali e infrastrutture che non verranno cancellate dal giorno alla notte. Ma la parabola del carbone è tracciata ed è discendente. 
Il problema sarà riconvertire quelle aree, anche intere città in Cina o cittadine negli USA, che basavano la loro vita sul carbone. Queste zone non hanno sviluppato una reale economia ma dipendevano dal combustibile fossile e quindi in un prossimo futuro dovranno adattarsi al cambiamento.
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Tratto da  Valori.it
Fonti fossili
Australia, entro il 2050 AGL dirà addio al carbone
Con un annuncio a sorpresa, AGL, uno dei principali colossi australiani dell'energia, promette di chiudere tutte le proprie centrali a carbone entro il 2050...
Con un annuncio a sorpresa, AGL, uno dei principali colossi australiani dell'energia, promette di chiudere tutte le proprie centrali a carbone entro il 2050. 
La società, ha dichiarato il suo numero uno Andy Vesey, non costruirà, finanzierà né acquisirà nuove centrali a carbone nel territorio australiano, né estenderà la vita di quelle già operative. Ciò significa che entro il 2050, tra le sue attività, non ci sarà nessuna centrale a carbone. «Al momento attuale l'Australia è strettamente dipendente da carbone e gas naturale per l'approvvigionamento energetico delle proprie case e aziende, con un 88% di elettricità prodotta da combustibili fossili», ha dichiarato Vesey. Il che significa, ha continuato, che «società come AGL devono prendere le redini» per supportare l'obiettivo dl governo di contenere entro i 2°C l'aumento di temperatura nei prossimi 35 anni. 
AGL, ricorda il quotidiano Guardian, è la più grande società quotata australiana del settore e fornisce energia elettrica a 3,8 milioni di famiglie.