COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".
Visualizzazione post con etichetta bolla del carbonio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bolla del carbonio. Mostra tutti i post

24 gennaio 2016

Petrolio e Borsa: un avvertimento sulla bolla del carbonio (carbon bubble)

Stralcio da QualEnergia

Petrolio e Borsa: un avvertimento sulla bolla del carbonio

Il prezzo del barile è ai minimi degli ultimi 12 anni, con diverse conseguenze per l'economia mondiale. Per il FMI sono più negative che positive. Un assaggio di quella "carbon bubble" il cui scoppio sarà disastroso se non si abbandoneranno al più presto gli investimenti in fossili.
    ........Un monito ad abbandonare le fossili
Uno scenario che sembra dare un assaggio di quanti da tempo parlano di "bolla del carbonio", cioè del rischio che gli investimenti in fonti fossili si trasformino in asset impossibili da valorizzare a causa della transizione energetica necessaria a combattere il global warming.
I prezzi del petrolio attuali, oltre che da cause congiunturali come il rallentamento economico e il rientro in gioco dell'Iran, d'altra parte, potrebbero avere in parte anche una natura strutturale: dipendono da un'economia sempre meno energy intensive e che si sta lentamente affrancando dalle fossili. Il terremoto economico attuale legato al petrolio low-price è dunque un avvertimento di quel che potrebbe succedere se non si smetterà presto di investire in fonti fossili.
     Se scoppia la bolla del carbonio
La transizione energetica, infatti, verosimilmente impedirà di far fruttare adeguatamente gran parte degli asset in miniere e trivelle: se si adottassero le politiche necessarie a fermare il riscaldamento globale, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende delle fossili crollerebbe del 40-60%.
Una bolla sulla quale stanno mettendo in guardia da tempo, oltre agli ambientalisti, i report di gruppi bancari e analisti come Citigroup, Deutsche Bank, Kepler Chevreux e Moody’s.
Se non ci si muove già ora per cercare un atterraggio morbido gli effetti economici potrebbero essere disastrosi, visto che la capitalizzazione legata alle risorse fossili su varie Borse al momento ha un ruolo molto importante - dal 20 al 30% in piazze come Londra, Mosca, Toronto e San Paolo - e che nelle fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione: circa il 72% delle riserve mondiali di petrolio, il 73% di quelle di gas e il 61% di quelle di carbone sono possedute o controllate indirettamente dalle nazioni.Leggi tutto

04 maggio 2015

Qualenergia:Bolla del carbonio, metà dei fondi pensione non si sta tutelando dal rischio


Tratto da Qualenergia
Bolla del carbonio, metà dei fondi pensione non si sta tutelando dal rischio

Un nuovo report sui 500 più grandi fondi di investimento al mondo mostra che solo una minoranza sta agendo adeguatamente per proteggere il proprio portafoglio dai rischi associati al global warming e alle politiche necessarie a combatterlo. Poco meno della metà, invece, non sta facendo nulla e continua ad investire in fonti fossili.
La vostra pensione dipende dall'ENPAM, da Generali Pensioni o da Arca Previdenza? Sappiate che il fondo di investimento su cui poggia sta facendo poco o niente per tutelare i propri investimenti dai rischi associati al global warming e alle politiche necessarie a combatterlo. Ma probabilmente non vi andrebbe meglio con molti altri: tra i 500 fondi più grandi al mondo si contano sulle dita di due mani quelli che stanno affrontando il problema in maniera adeguata, ad esempio disinvestendo in fretta dagli asset fossili. Ma poco meno della metà non sta agendo per nulla. È questo il preoccupante panorama che emerge dall'ultima edizione del report di Asset Owners Disclosure Project (allegato in basso).
Il progetto va ad esaminare gli investimenti dei 500 più grandi fondi di investimento al mondo, compagnie assicurative, fondi pensione e fondi sovrani, per monitorare un rischio ben noto ai lettori di QualEnergia.it, quello della cosiddetta bolla del carbonio.
bolla
Se vogliamo evitare gli effetti più disastrosi del global warming dobbiamo lasciare sotto terra gran parte delle riserve di carbone, petrolio e gas: per stare sotto ai 2 °C almeno due terzi, secondo la IEA. A rischio, oltre al clima, sono anche i soldi di chi investe: le politiche per il clima e la transizione energetica  impediranno di far fruttare adeguatamente gran parte degli asset in miniere e trivelle. Se si adottassero le politiche necessarie a fermare il riscaldamento globale, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende delle fossili crollerebbe del 40-60%.
Sta forse proprio qui lo scontro in atto tra produzione di energia convenzionale e centralizzata e fonti rinnovabili-distribuite.
Se non ci si muove già ora per cercare un atterraggio morbido – disinvestendo dagli asset fossili - gli effetti economici potrebbero essere disastrosi visto che nel settore delle fonti fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione: circa il 72% delle riserve mondiali di petrolio, il 73% di quelle di gas e il 61% di quelle di carbone sono possedute o controllate indirettamente dalle nazioni.
Questo rischio è stato denunciato più volte, oltre che da gruppi di investitori attenti al problema (come i 60 che negli Usa di recente hanno chiesto l'intervento della SEC), anche da voci autorevoli del mondo delle finanza come Citigroup, Deutsche Bank, Kepler Chevreux e Moody’s. Ma, come si vede sfogliando il nuovo report, sembra che sia ancora sottovalutato dalla maggior parte dei grandi fondi di investimento.
Secondo AODP, infatti, tra i 500 censiti ben 232 non stanno facendo assolutamente nulla per tutelarsi e continuano ad investire, senza invertire la rotta, in fonti fossili. ..........



17 aprile 2015

1)Bolla del carbonio, 60 investitori USA chiedono chiarezza sui rischi 2)È INIZIATA LA PARABOLA DISCENDENTE DEL CARBONE .

Tratto da Qualenergia

Bolla del carbonio, investitori USA chiedono chiarezza sui rischi

Una coalizione di 60 investitori istituzionali chiedono alla Security and Exchange Commission, il controllore del mercato azionario staunitense, di imporre alle compagnie delle fossili la pubblicazione di informative chiare sui rischi che i loro asset potrebbero correre con l'approvazione di politiche che puntino a frenare il cambiamento climatico.
Oltre 60 investitori istituzionali statunitensi si rivolgono alla SEC, Security and Exchange Commission, il controllore del mercato azionario Usa: vogliono chiarezza sui reali rischi che il cambiamento climatico e le politiche necessarie a frenarlo, pongono ai business model delle compagnie oil&gas.
La coalizione, che comprende il grande fondo pensione americano, Calpers, e diversi tesorieri degli Stati Usa, in una lettera (allegato in basso), chiede alla numero uno della SEC, Mary Jo White, di imporre alle compagnie delle fossili la pubblicazione di "informative eloquenti e sostanziali sui carbon asset risk", sulla falsariga di quanto avviene per altri fattori esogeni come gli andamenti di commodity e valute.
"Mi sorprenderebbe molto sapere che colossi come ExxonMobil e Chevron non portano avanti analisi interne su quale sarebbe l'impatto sulle loro riserve di un cambiamento nel nostro uso di combustibili fossili", ha spiegato Shanna Cleveland, senior manager dell'organizzazione non-profit Ceres (primo promotore dell'azione assieme a Carbon Tracker Initiative). "Sono queste informazioni, quelle di carattere tecnico estremamente particolareggiate, che gli investitori vogliono conoscere".
Proprio ieri, il maxi-fondo Calpers è riuscito a far approvare a larghissima maggioranza (98% dei voti) nel corso dell'assemblea annuale degli azionisti di BP una risoluzione, sostenuta anche dal presidente Carl-Henric Svanberg, che prevede l'avvio di stress test legati ai rischi per i cambiamenti climatici.
L'iniziativa degli investitori Usa è solo l'ultima di una lunga serie di azioni volte a sensibilizzare sul rischio della cosiddetta bolla del carbonio. Una campagna che ultimamente ha portato a prese di posizioni molto significative, come quella dellaBanca d'Inghilterra e del Fondo sovrano norvegese, che hanno iniziato a tutelarsi dal rischio, mentre anche l'Onu ha di recente invitato a disinvestire dalle fossili.
I motivi sono noti e piuttosto semplici: se vogliamo evitare gli effetti più disastrosi del global warming dobbiamo lasciare sotto terra gran parte delle riserve di carbone, petrolio e gas: per stare sotto ai 2 °C almeno due terzi secondo la IEA e almeno l'80% secondo altre stime come quella di Carbon Tracker Initative.
A rischio, oltre al clima, sono anche i soldi di chi investe: le politiche per il clima e la transizione energetica verosimilmente impediranno di far fruttare adeguatamente gran parte degli asset in miniere e trivelle. Se si adottassero le politiche necessarie a fermare il riscaldamento globale, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende delle fossili crollerebbe del 40-60%.
È questa appunto la bolla sulla quale stanno da tempo mettendo in guardia, oltre agli ambientalisti, i report di gruppi bancari e analisti come Citigroup, Deutsche Bank, Kepler Chevreux e Moody’s. Se non ci si muove già ora per cercare un atterraggio morbido gli effetti economici potrebbero essere disastrosi visto che la capitalizzazione legata alle risorse fossili su varie Borse al momento ha un ruolo molto importante - dal 20 al 30% in piazze come Londra, Mosca, Toronto e San Paolo - e che nelle fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione: circa il 72% delle riserve mondiali di petrolio, il 73% di quelle di gas e il 61% di quelle di carbone sono possedute o controllate indirettamente dalle nazioni.
                           _____________________

Tratto da Ecoseven

È INIZIATA LA PARABOLA DISCENDENTE DEL CARBONE

È presto per gioire, ma molti segnali ci fanno capire che il futuro non è del carbone



La fine del carbone, principale responsabile dei cambiamenti climatici, è segnata. Negli Stati Uniti lo scorso anno abbiamo assistito alla chiusura di molte centrali a carbone e la Cina, attualmente il più grande produttore e consumatore di carbone, dovrebbe raggiungere tra dieci anni il picco per poi scendere.
Le due superpotenze hanno anche firmato un accordo per ridurre le emissioni. Sono obiettivi abbastanza distanti nel tempo: gli USA parlano di una riduzione dal 2025 e la Cina dal 2030, ma è la prima volta che il gigante asiatico ha affrontato l'argomento mettendo sul tavolo una proposta di diminuzione delle emissioni.

Secondo uno studio dell'università di Duke, dal 2008 al 2012, anni della recessione, l'industria del carbone ha perso 49.000 posti di lavoro, mentre il settore del gas naturale, del solare e dell'eolico negli Stati Uniti ne ha creati quasi 200.000
Non assisteremo a una sparizione immediata del carbone dato che negli anni sono stati fatti grandi investimenti nel settore: parliamo di miniere, centrali e infrastrutture che non verranno cancellate dal giorno alla notte. Ma la parabola del carbone è tracciata ed è discendente. 
Il problema sarà riconvertire quelle aree, anche intere città in Cina o cittadine negli USA, che basavano la loro vita sul carbone. Queste zone non hanno sviluppato una reale economia ma dipendevano dal combustibile fossile e quindi in un prossimo futuro dovranno adattarsi al cambiamento.
                         _______________________

Tratto da  Valori.it
Fonti fossili
Australia, entro il 2050 AGL dirà addio al carbone
Con un annuncio a sorpresa, AGL, uno dei principali colossi australiani dell'energia, promette di chiudere tutte le proprie centrali a carbone entro il 2050...
Con un annuncio a sorpresa, AGL, uno dei principali colossi australiani dell'energia, promette di chiudere tutte le proprie centrali a carbone entro il 2050. 
La società, ha dichiarato il suo numero uno Andy Vesey, non costruirà, finanzierà né acquisirà nuove centrali a carbone nel territorio australiano, né estenderà la vita di quelle già operative. Ciò significa che entro il 2050, tra le sue attività, non ci sarà nessuna centrale a carbone. «Al momento attuale l'Australia è strettamente dipendente da carbone e gas naturale per l'approvvigionamento energetico delle proprie case e aziende, con un 88% di elettricità prodotta da combustibili fossili», ha dichiarato Vesey. Il che significa, ha continuato, che «società come AGL devono prendere le redini» per supportare l'obiettivo dl governo di contenere entro i 2°C l'aumento di temperatura nei prossimi 35 anni. 
AGL, ricorda il quotidiano Guardian, è la più grande società quotata australiana del settore e fornisce energia elettrica a 3,8 milioni di famiglie.

13 aprile 2015

THE GUARDIAN KEEP IT IN THE GROUND : tutto quello che vorresti chiedere sulla campagna sul disinvestimento dai combustibili fossili.

KEEP IT IN THE GROUND

Leggi su THE GUARDIAN tutto quello che vorresti chiedere sulla campagna sul disinvestimento  dai combustibili fossili  per ragioni morali ,finanziarie e per limitare   il cambiamento climatico 

The Guardian chiede alla Fondazione Bill e Melinda Gates  e alla  Wellcome Trust di disinvestire  dai combustibili fossili . Spieghiamo tutto il necessario per conoscere la campagna e perché lo stiamo facendo Un camino centrale termica è visto attraverso un foro in un muro di acciaio in un cantiere a Pechino 2 dicembre 2014.


Che cosa è  il disinvestimento?

Disinvestimento è l'opposto di investimento - è la rimozione del capitale investito da azioni, obbligazioni o fondi. Il movimento globale per la dismissione dai combustibili fossili chiede alle istituzioni di spostare i loro soldi dalle compagnie petrolifere, del carbone e del gas sia per ragioni morali e finanziarie. Queste istituzioni sono università, istituzioni religiose, fondi pensione, enti locali e fondazioni di beneficenza .

L'evidenza mostra che le  riserve di combustibili fossili sono più di tre volte superiore a quello che possiamo permetterci di bruciare in modo da rimanere al di sotto della soglia dell' accordo globale  per un  cambiamento climatico pericoloso. 

 Le Aziende dei combustibili fossili stanno contando sull'estrazione queste riserve e sulla  loro vendita  - e sono attivamente propense a venderne di più . 
Sostenendo queste aziende, gli investitori non solo continuano a finanziare modelli di business  non sostenibili, che peggiorano i cambiamenti climatici , ma rischiano anche le  loro attività finanziarie vanificando gli accordi internazionali sui cambiamenti climatici. 

Questi investimenti facilitano  la creazione di una " bolla di carbonio "del valore di migliaia di miliardi di dollari sulla base di risorse che potrebbero rivelarsi inutilizzabili. 

La Banca d'Inghilterra sta conducendo un'inchiesta se queste  sopravvalutate attività e investimenti  potrebbero far  precipitare il mondo in una nuova crisi economica . Anche se l'impatto della cessione sui prezzi delle azioni può essere relativamente piccolo, il danno  per la reputazione   può avere gravi conseguenze finanziarie.

Dal 2010, il movimento per la cessione di combustibili fossili, avviato da 350.org , ha convinto 180 istituzioni, del valore di $ 50 miliardi (£ 33 miliardi) a cedere i loro investimenti come la Stanford University negli Stati Uniti, l' Università di Glasgow nel Regno Unito e il Rockefeller Brothers Fund tra i più importanti .
Leggi l'articolo integrale su THE GUARDIAN

31 marzo 2014

La Bolla del carbonio : Exxon renderà pubblico il suo rischio di 'stranded asset'.


                                     Notizia dl 2013
                      

La "bolla del carbonio" potrebbe causare una nuova crisi finanziaria

Di Giovanni Tortoriello | 23.04.2013

Trovarsi di fronte a un burrone e guardare il vuoto con l'arroganza di chi è sempre convinto di riuscire a salvarsi anche quando è sull'orlo del precipizio. Arroganza, forse temerarietà, ma anche e soprattutto quella miopia che induce a ricercare la maggior quantità possibile di profitti a breve termine senza curarsi delle conseguenze nel medio- lungo periodo è ciò che emerge nel rapporto "Unburnable carbon 2013: Wasted caital and stranded  assets" realizzato da Carbon Tracker e dal Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment della London School of University nel quale si denuncia la possibilità che la famigerata "bolla del carbonio" scoppi da un momento all'altro.

Leggi tutto qui
Notizia del 2014

Incalzata da azionisti, la multinazionale texana acconsente a rendere pubblica la stima dei danni che avrebbe in seguito alle politiche per il clima. I grandi delle fossili non possono più evitare di confrontarsi pubblicamente sul rischio della carbon bubble, che, se non disinvestiamo subito dalle fonti sporche, potrebbe minare l'economia mondiale
                               
Exxon nelle prossime settimane renderà pubblico con un report l'impatto potenziale che le politiche di riduzione delle emissioni potrebbero avere sui suoi asset. La notizia è storica, perché mostra che le grandi compagnie delle fossili non possono più evitare di confrontarsi, con i propri azionisti e pubblicamente, sul rischio della cosiddetta carbon bubble, ossia il danno economico che avranno per la quantità di petrolio, gas e carbone che dovranno lasciare sotto terra a seguito delle politiche necessarie a combattere il global warming: i cosiddetti stranded asset.
A rendere nota la prossima pubblicazione del report non è la compagnia stessa ma Arjuna Capital, fondo di investimento attento alla sostenibilità che, in qualità di azionista della multinazionale texana, ne ha fatto richiesta formale (vedi comunicato allegato in basso). 
Exxon renderà pubbliche una serie di informazioni, a partire dalle emissioni di CO2 legate alle sue attività, fino all'impatto che la normativa ambientale e quella per ridurre le emissioni di gas serra potranno avere sui suoi bilanci.
Stime che Exxon ha ovviamente già fatto ma che fino ad ora si è guardata bene dal pubblicare. La multinazionale – riporta il Wall Street Journal – si prepara ad un futuro in cui al 2040 una tonnellata di CO2, nei paesi sviluppati come Usa ed Europa, costerà circa 80 dollari, cioè oltre 10 volte il prezzo attuale. E come sappiamo un prezzo della CO2 più alto renderebbe molto più costoso valorizzare gran parte delle riserve di Exxon, specie quelle più carbon-intensive e che già necessitano di processi di estrazione molto dispendiosi,  come sabbie bituminose e riserve in acque profonde.
La speranza è che il fatto che la multinazionale sia costretta a confrontarsi pubblicamente con gli azionisti su questi rischi si rifletta in un tempestivo riposizionamento strategico: “Se le compagnie continuano a investire tantissimo sulle riserve di idrocarburi non convenzionali non resterà molto spazio di manovra”, commenta Natasha Lamb di Arjuna.....
L'azione di Arjuna Capital, si colloca nell'ambito dell'iniziativa promossa da Ceres, un gruppo di 70 investitori, responsabili collettivamente di oltre 3.000 miliardi di asset, che sta chiedendo formalmente conto del rischio di stranded asset ai colossi dell'industria energetica mondiale, 45 compagnie tra le quali la nostra partecipata pubblica Eni (vedi QualEnergia.it).
Il problema per i lettori di QualEnrgia.it è noto: se vogliamo evitare gli effetti peggiori del global warming gran parte delle riserve fossili in possesso delle compagnie dovranno rimanere nel sottosuolo, con conseguenze economiche potenzialmente disastrose per i loro bilanci. Ma allo stesso tempo se questi idrocarburi venissero bruciati, gli impatti sul cambiamento climatico colpirebbero duramente, oltre a noi tutti, anche la stessa industria delle fossili: basti pensare ai milioni di barili al giorno di capacità estrattiva che gli uragani Rita e Kathrina hanno messo fuori gioco per mesi. .....
Fino ad ora il mondo delle fossili ha apparentemente continuato come nulla fosse, forse contando di riuscire a boicottare le politiche sul clima: nel 2012, mostra un report dell'ong Carbon Tracker Initiative le 200 aziende più grandi hanno investito 674 miliardi di dollari in nuove riserve. Gas, petrolio e carbone che potrebbero essere destinati a rimanere sotto terra, con un conseguente buco nell'acqua a livello economico.
La carbon bubble o bolla della CO2, ricordiamo, oltre ai bilanci delle compagnie, potrebbe minare l'economia mondiale: la capitalizzazione legata alle risorse fossili al momento ha un ruolo molto importante su diverse Borse: 20-30% in Borse come quella australiana, Londra, Mosca, Toronto e San Paolo. Inoltre nelle fonti fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione.

Nonostante questo la questione sembra essere tuttora pericolosamente sottovalutata dall'opinione pubblica: speriamo che il fatto che grandi multinazionali come Exxon inizino ad essere più trasparenti sui rischi cambi la situazione e che si acceleri la prevenzione: bisogna disinvestire dalle fossili il più in fretta possibile.
Su QualEnergia l'articolo integrale

01 novembre 2013

Al Gore" The transition to a low carbon future will revolutionize the global economy " .Gli investitori avvertono l'industria del fossile: il pericolo è la 'bolla del carbonio'....


Tratto da The Climate Reality Projet 

Leggi su THE WALL STREET JOURNAL
l'articolo di  Al Gore And David Blood

The Coming Carbon Asset Bubble


Fossil-fuel investments are destined to lose their economic value. Investors need to adjust now.


Tratto da Qualenergia 

Gli investitori avvertono l'industria del fossile: il pericolo è la 'bolla del carbonio'

Il pericolo di una bolla degli asset del fossile non può essere più ignorato.
Gli investitori stanno sentendo sempre più chiaramente il ticchettio della bomba finanziaria legata agli asset in fonti fossili e chiedono ai grandi dell'energia un ripensamento strategico. L'ultima notizia è quella della lettera che un gruppo di 70 investitori, responsabili collettivamente di oltre 3.000 miliardi di asset, ha spedito ai colossi dell'industria energetica mondiale, 45 compagnie, tra le quali la nostra partecipata pubblica Eni.......
Il problema è noto: se vogliamo evitare gli effetti peggiori del global warming gran parte delle riserve fossili in possesso delle compagnie del settore dovranno rimanere nel sottosuolo, con conseguenze economiche potenzialmente disastrose per i loro bilanci. Ma allo stesso tempo se questi idrocarburi venissero bruciati, gli impatti sul cambiamento climatico colpirebbero duramente anche l'industria delle fossili......
Nella lettera si spiega efficacemente questo dilemma. Nel suo World Energy Outlook 2012, la IEA valuta che per raggiungere l'obiettivo dei 2 °C di riscaldamento massimo, non si potrà bruciare più di un terzo delle riserve provate (vedi grafico sotto). In questo scenario, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende del settore crollerebbe del 40-60%......

Eppure il mondo delle fossili sembra procedere come nulla fosse: nel 2012, mostra un report dell'ong Carbon Tracker Initiative (allegato in basso), le 200 aziende più grandi hanno investito 674 miliardi di dollari in nuove riserve. Gas, petrolio e carbone che potrebbero essere destinati a rimanere sotto terra, con un conseguente buco nell'acqua a livello economico: stranded assets è il termine usato, cioè asset “arenati”, che non potranno essere valorizzati.
È la cosiddetta bolla della CO2 o bolla del carbonio, una bomba che potrebbe minare l'economia mondiale: la capitalizzazione legata alle risorse fossili al momento ha un ruolo molto importante su diverse Borse: 20-30% in Borse come quella australiana, Londra, Mosca, Toronto e San Paolo (vedi grafico sotto per i valori assoluti in CO2). Inoltre nelle fonti fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione.
La nota positiva è che le voci che si levano per avvertire del rischio i giganti delle fossili sono sempre di più...... 

Notiamo, invece, che una questione così delicata, che Qualenergia.it sta evidenziando da alcuni mesi, perché toccherebbe interessi di grandi e piccoli risparmiatori, è ancora quasi completamente assente sulla stampa italiana, inclusa quella economica.